Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

1.
Possiamo far derivare la costruzione della figura antica del saggio direttamente dalla vita e dal pensiero di Socrate, il quale, a differenza dei filosofi precedenti, aveva dato maggiore importanza alle questioni etiche e di filosofia pratica, piuttosto che allo studio della natura e del cosmo. Si potrebbe dunque dire che con Socrate, nonostante o proprio grazie alla sua condanna a morte, viene introdotto in filosofia il principio dell’interiorità, e il tema (ripreso poi a livello teologico dal cristianesimo) della coscienza. Tanto più che pochi decenni dopo la sua scomparsa, il mondo della pòlis che per qualche secolo era stato il modello organizzativo e morale più importante per i greci, comincia a dissolversi per cedere il passo a nuovi modelli politici: Alessandro Magno aprirà infatti l’epoca degli imperi.
La figura del filosofo e la sua funzione sociale si vengono così lentamente modificando, specie dopo Platone ed Aristotele, i due filosofi che più di altri avevano creato teorie filosofiche potenti e sistematiche, ed insieme due scuole altrettanto influenti, l’Accademia e il Liceo.
Ma già subito dopo Socrate qualcosa era cominciato a cambiare…

2.
Diogene di Sinope (413-323 a.C.) era seguace di Antistene, a sua volta allievo di Socrate. E’ passato alla storia come il filosofo che viveva nella botte, figura bizzarra e un po’ pazzoide – e di fatti Platone lo aveva soprannominato il “Socrate matto”.
Diogene è il più celebre rappresentate della scuola filosofica detta dei cinici, termine derivato quasi certamente da kuon, kunòs che vuol dire “cane”: si può desumere che il riferimento ai cani fosse dovuto al loro stile di vita. Erano senz’altro dei veri e propri hippies e rivoluzionari dell’antichità.
Falsificare i valori costituiti, questo il programma di Diogene, in aperta polemica con i valori correnti dei cittadini di Atene dell’epoca, e in particolare con quelli che facevano dell’esteriorità, della ricchezza (“valori” è nòmisma, che però vuol anche dire moneta), o del decoro i beni più importanti. I cinici, al contrario, ritenevano che l’etica della pòlis fosse falsa, artificiale e contronatura. Essi predicavano infatti un vero e proprio ritorno alla natura, dando così inizio a quella lunga tradizione che vede contrapposte natura (nel senso di originario, genuino, vero, puro, ecc.) a nòmos (legge) o cultura (nel senso di falso, artefatto, corrotto, ecc.).
Il rovesciamento dei valori prevede la costruzione di una nuova etica: contestazione dell’autorità, autarchia (da autàrkeia = bastare a se stessi, autosufficienza, indipendenza), imperturbabilità e tranquillità d’animo – tutti tasselli originari di una nuova figura di filosofo che si viene costruendo, quella appunto del saggio che prende le distanze dai costumi correnti.
Diogene pratica una vera e propria filosofia del gesto e della provocazione: egli non ha pudore, vive all’aria aperta come i cani, dice sempre quello che pensa e non accetta le gerarchie costituite. Nel contempo promuove uno stile di vita sobrio ed essenziale: un mantello, una bisaccia e un bastone, questi tutti i suoi averi – ed anzi quando vedrà un ragazzino bere a coppa dalle mani, getterà via anche la ciotola.
La sua – vista con gli occhi del presente – è una formidabile e feroce denuncia della società dei consumi!

3.
Quello degli stoici (da stoà = portico, il luogo dove si riunivano in origine) è uno dei movimenti filosofici più complessi e di più lunga durata dell’antichità. Basti pensare che, dopo i primi tre capiscuola (Zenone, Cleante e Crisippo III-II secolo a.C.), il movimento si svilupperà (e modificherà le sue teorie) per secoli, fin dentro la classe dirigente dell’Impero Romano (con Seneca, mentre, dopo di lui, si avrà addirittura un filosofo-imperatore, Marco Aurelio, e siamo già nel II secolo d.C.).
Proprio gli stoici elaboreranno la più alta e raffinata figura di saggio della filosofia antica. Centrale nel loro pensiero sono di fatti l’etica e la pratica della virtù.
Occorrerà però, prima di entrare nel merito dell’etica stoica, delineare brevemente la loro teoria filosofica più generale (potremmo dire la loro ontologia, o teoria dell’essere). Per gli stoici il mondo è un cosmo ordinato, retto da una ferrea ragione interna, quel che viene definito talvolta lògos (=discorso, ragione – termine che abbiamo già incontrato in Eraclito), altre volte pneuma (spirito). L’armonia regna in tutte le cose, nulla è casuale, tutto ha una causa necessaria: l’antico concetto greco di eimarméne (fato) viene qui trasformato in necessità logica. Come per Platone ed Aristotele , che però avevano teorie molto diverse in proposito, non si deve pensare ad un’entità divina personale ed esterna: si tratta piuttosto di un dio razionale interno, qualcosa che potremmo avvicinare tranquillamente ad una forma di panteismo.

Naturalmente, una visione del genere crea subito un problema: da dove derivano il male e la malvagità umana? (che sarà poi il problema della teologia cristiana – se Dio crea il mondo, allora anche il male deriva da lui – e che verrà designato come problema della teodicea, o “giustificazione di Dio” nei confronti del male).
Gli stoici danno due risposte (che a me personalmente convincono poco): ciò che a noi, esseri umani parziali e limitati, appare come “male”, in realtà potrebbe essere classificato come “bene” se si assumesse il punto di vista assoluto del lògos (o di Dio); non solo: se anche fosse giusto definirlo “male”, non è detto che da esso non potrebbe venire un maggior bene futuro.
Come dire che dalla Shoah possa essere venuto qualcosa di buono: semplicemente ridicolo! Certo, dovremmo anche distinguere tra male naturale (le catastrofi, ad esempio) e malvagità umana (genocidi, guerre e simili), ma ci torneremo.

Secondo questa visione “cosmologica”, anche nell’individuo ciò che deve prevalere è la ragione: ma come si concilia ciò con l’elemento irrazionale, che pure esiste? Se tutto è ragione ed armonia, com’è che gli esseri umani sono costantemente divorati da quel complesso variegatissimo che è il mondo delle passioni, delle pulsioni, degli istinti?
Gli stoici propongono una sorta di “medicalizzazione” del problema con una cura secca e radicale: le passioni, concepite come “malattia”, devono essere estirpate. Il saggio deve praticare l’apàtheia, l’assenza di passioni, l’impassibilità, e deve così diventare “insensibile”. Nella lingua italiana, infatti, il termine “stoico” non a caso indica la capacità di affrontare con fermezza e sangue freddo anche le prove più dure: stoico, ad esempio, è colui che sopporta il dolore senza lamentarsi, e che non si lascia avvincere né abbattere dalle avversità. C’è un’immagine cui tanto gli stoici quanto gli epicurei fecero riferimento, per spiegare tale atteggiamento: quella del toro di Falaride. Questi era un tiranno di Agrigento che aveva fatto costruire un terribile strumento di tortura e di morte, cui diede il nome: il malcapitato veniva rinchiuso in un toro di bronzo cavo che a sua volta veniva posto sul fuoco e che, tramite un apparecchio acustico, faceva credere che le grida di dolore della vittima fossero i muggiti del toro. A parte la sadica perversione di Falaride, lo stoico doveva resistere eroicamente e persino tacere, anche se infilato dentro al suo toro.

Si capisce però come tale figura del saggio, apatica, imperturbabile, tutta ragione niente passione, fosse un po’ estrema ed irraggiungibile. Alcuni filosofi stoici attenuarono tale radicalismo, introducendo il concetto di “beni indifferenti, ma preferibili”: per lo stoico i beni mondani dovrebbero essere del tutto indifferenti, accettando egli quel che la sorte gli riserva, ma certo se questa gli dovesse concedere una vita più comoda e agiata va da sé che egli la debba “preferire” ad una vita dolorosa e di stenti. Non tutti però furono d’accordo con questo “cedimento” del rigore morale degli inizi.
Fondamentale rimane invece l’accettazione del fato. Il saggio deve accettare senza battere ciglio quel che il destino gli riserva, visto che nell’ordinata armonia del cosmo non c’è posto per il caso. Ma come conciliare questo “fatalismo” e “determinismo” con la libertà? (Tale problema riguarderà anche la futura discussione all’interno del cristianesimo del concetto di libero arbitrio). Anche qui c’è un’immagine interessante che viene coniata per illustrare la soluzione: l’individuo, e a maggior ragione il saggio, deve comportarsi come il cane incatenato al carro. Il cane può scegliere di seguire volontariamente il carro, ma se decidesse di resistere il risultato non cambierebbe, sarebbe comunque costretto (magari torcendosi il collo) a seguire la via segnata dal carro. La differenza sta nel fatto che nel primo caso si sceglie liberamente quel che il fato impone. La libertà consiste dunque nell’accettare e nel piegarsi alla necessità del proprio destino. Come gli eroi tragici – con la differenza (non di poco conto) che qui si è consapevoli di tale necessità.

Un tema di grande importanza anche oggi, questo della libertà dell’individuo di fronte alle strutture che (apparentemente) lo sovrastano. Sembra che egli possa poco di fronte alle potenze della natura (tsunami e quant’altro) o alle tragedie della storia (guerre preventive e quant’altro). Eppure… una visione “illuministica” e filosofica (se correttamente intesa) ci può insegnare che le cose stanno ben altrimenti, che non tutto quello che accade è “fatale” e che l’individuo, se (e solo se) si pensa in un contesto sociale più ampio, può determinare non poco del suo destino. La natura può essere gestita e controllata (certo, a condizione che non la si intenda come un giacimento di risorse da sfruttare indefinitamente); la storia può essere modificata e persino rovesciata, anche perché sono gli esseri umani e le società a farla.
Ma su questo, torneremo…

4.
Per quanto concerne Epicuro (341-271 a.C.), ci limiteremo qui a commentare brevemente la sua famosissima Lettera a Meneceo, nota anche come “Lettera sulla felicità”.
Nell’esordio si dice come la filosofia sia affare di tutti, a prescindere dall’età, visto che si occupa della salute dell’anima e della felicità.
Il primo tema che Epicuro affronta è quello della paura, cosa su cui un suo grande interprete latino, Lucrezio, insisterà particolarmente. Per vivere bene, dirà infatti Lucrezio nel De rerum natura (“Sulla natura delle cose”), si deve vivere liberi dalla paura, e per far ciò ci si deve dedicare alla filosofia e alla conoscenza della natura. Solo liberandosi dall’ignoranza e dalla superstizione gli uomini potranno vivere liberi e felici – concezione quanto mai “illuministica”, con quasi duemila anni di anticipo!
Ma torniamo ad Epicuro. Se gli dèi non ci devono assillare, visto che non si occupano delle nostre vicende, ancor più dobbiamo liberarci dalla paura della morte. Essa non può nemmeno sfiorarci, visto che è un fatto naturale, che quando noi esistiamo non c’è, così come quando essa c’è siamo noi a non essere più. Dunque di che preoccuparsi? Si noti come qui vi è una chiara allusione a ciò che veramente ci fa paura della morte, e cioè la sua idea, la sua attesa: ma se essa viene ridotta alla sua dimensione di fatto sensibile e naturale, non può più toccarci. Epicuro individua così una delle strutture psicologiche più tipiche dell’essere umano, la paura come ansia e paralisi di fronte al futuro, proiezione ideale e fantasmatica che allontana e fuorvia gli uomini dai fatti e dalla verità: leva questa indispensabile per ogni potere.
Si passa poi alla teoria dei desideri. Epicuro li classifica secondo tre tipi:
-desideri naturali necessari
-desideri naturali non necessari
-desideri né naturali né necessari, dunque vani
Solo i primi vanno perseguiti, dato che sono legati all’autoconservazione. Dare peso agli altri darà luogo ad una dinamica perversa di moltiplicazione infinita ed incontrollata: ogni nuovo desiderio diventerà così un bisogno di cui non potremo più fare a meno (basti pensare all’odierno mondo delle merci, la dinamica che lo muove è la medesima denunciata da Epicuro).
Se si vuole veramente essere felici – e qui è il punto essenziale – bisogna condurre una vita sobria, essenziale, in cui si sia liberi dai bisogni.
Il piacere (edoné, da cui “edonismo”), dice Epicuro, “è principio e fine della felicità”. Ma che cos’è e come va inteso? Esso è essenzialmente assenza di dolore, e nel suo rapporto con la dinamica dei desideri va concepito come libertà dalla dipendenza del bisogno, che, in quanto mancanza, provoca sempre dolore nell’animo umano. Con ciò Epicuro non vuole dire che si debba condurre una vita monastica, ma che il rapporto con gli oggetti che soddisfano i nostri bisogni e desideri deve essere ponderato e calcolato, e per far questo bisogna coltivare la ragione e la phrònesis (saggezza). La rinuncia ad un piacere oggi (e quindi un dolore oggi) potrebbe condurre ad un maggior piacere (e dunque ad una assenza di dolore) domani; non solo, se ci si abitua a vivere con poco il godimento dei piaceri sarà di gran lunga maggiore, e la loro fine non sarà così dolorosa e traumatica. In ogni caso, quando gli epicurei dicono che il piacere è il fine, non intendono “i piaceri dei dissoluti e dei gaudenti […] ma il non soffrire quanto al corpo e non esser turbati quanto all’anima”.
Infine qualche considerazione sull’agire umano. Epicuro sostiene che “il futuro non è né nostro né interamente non nostro”. Tre sono le cause principali che reggono le azioni:
-la necessità, di fronte a cui siamo irresponsabili
-il caso o la fortuna, per loro definizione instabili
-infine il nostro arbitrio, che ci dà autonomia e libertà di scelta.
Diversamente da quel che pensano gli stoici, non tutto quel che accade è dunque sottoposto alla necessità del fato: almeno una parte dell’agire è in nostro potere, e per questa parte gli uomini sono responsabili.
Tuttavia, la cosa migliore è starsene lontani dalle tempeste politiche e mondane, vivendo con tranquillità d’animo (ataraxìa, cioè imperturbabilità), liberi da ogni paura, senza rincorrere la ricchezza o le passioni più forsennate, coltivando sopra tutto l’amicizia e la filosofia: “vivrai allora – conclude Epicuro – come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali”.

***

Non solo nel pensiero occidentale, ma anche nella stessa lingua e nei modi di dire, è rimasta una traccia profonda di queste correnti filosofiche.
Cinico, stoico, epicureo sono termini che noi utilizziamo correntemente, non sempre in verità con un riferimento corretto alla loro origine: “cinico” ha un’accezione solo negativa che certo non rende giustizia al valore dirompente della critica di Diogene, ma anche “epicureo” viene usato in modo del tutto fuorviante, indicando chi si dedica ai piaceri più sfrenati e al vizio.
In realtà questi movimenti costruiscono un vero e proprio mito del saggio, figura imperturbabile, apatica, autarchica, che non si riconosce più nella pòlis e nella sua morale corrente. Si va ormai verso l’epoca degli imperi, un nuovo assetto politico si sta preparando, la pax imperiale romana è alle porte: il filosofo-intellettuale fa fatica a trovar posto in questo mondo nuovo, egli tende ormai ad essere un cosmopolita e un senza patria.
Lo stoicismo in particolare avrà questo carattere universalistico: tra le sue fila ci sono degli schiavi (Epitteto) o degli uomini di potere (Seneca), quando non addirittura l’imperatore in persona: è il caso di Marco Aurelio. Con questo gli stoici non si sognano minimamente di contestare l’assetto sociale e le sue ingiustizie: vivere da saggi vuol dire essere consapevoli che le ricchezze che contano non sono quelle terrene, ma quelle dell’anima e dell’interiorità, e che l’unica passione da coltivare è quella per la filosofia – ma il mondo non può essere cambiato, poiché una legge ferrea lo costringe nelle catene della necessità.
Alcuni di questi elementi (la centralità dell’individuo, il cosmopolitismo e l’universalismo, l’ascesi, la svalutazione della sfera mondana) confluiranno senz’altro nel cristianesimo delle origini.
Plotino, un filosofo neoplatonico del III secolo d.C, arriverà a progettare una sorta di monastero per filosofi, che nulla avrà a che fare con la Repubblica sognata da Platone: un luogo puro e isolato, al riparo dalle tragedie della storia, dalle guerre, dalle carestie. Il rifugio ideale per un saggio in fuga dalla storia.

***

Rinvii ad altre pagine del blog:
su Diogene e i cinici
su Epicuro

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2 Risposte to “Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita”

  1. fed Says:

    A mio parere la risposta degli stoici sull’origine del male è più convincente di quella che di primo impatto può sembrare.
    Prendendo proprio ad esempio la Shoah da te citata, uno degli eventi che più rappresenta l’idea di male. Non è stato certamente il primo genocidio e forse non è stato neanche il più sadico (basti pensare agli armeni in Turchia o alla crudeltà mostrata da Leopoldo II in Congo), ma la portata e la crudeltà manifestata in questa tragedia è stata unica. E proprio per questo l’umanità è rimasta così scossa e indignata da condannare e combattere ogni forma di genocidio. L’uomo comune, il cittadino, oggi è molto più sensibile alla violenza e alla crudeltà rispetto ai secoli scorsi, e questo (purtroppo!) grazie anche ad un evento tragico come l’Olocausto.

    Detto questo bell’ articolo, cercavo proprio un’introduzione chiara ad un paio di filosofie a me poco note

  2. md Says:

    @fed, grazie
    a proposito del problema della teodicea, tenderei a ricondurlo piuttosto a quella che definirei “antropodicea”
    (ne avevo parlato qui https://mariodomina.wordpress.com/2008/12/28/antropodicea/)
    – cioè, per farla breve, lascerei perdere le tentazioni essenzialistiche, metafisiche o teologiche per spiegare il male: è faccenda del tutto umana e sul piano umano va risolto o contenuto (penso che una certa quota di male sia insito nella nostra natura e pressoché ineliminabile). La shoah, tuttavia, non era inevitabile, è stata opera storica ed umana; poiché però è avvenuta (e soprattutto poiché, come ci avverte Levi, può sempre riaccadere), per lo meno – e in questo ti do ragione – usiamola come monito, testimonianza e lotta continua contro il risorgere del male e della violenza nella storia presente e in quella a venire.

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