Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

Chiarissima mi pare la sostanza della contrapposizione. Direi lapalissiana. Bastano 3 esempi del dibattito politico in corso. Scuola. Economia. Testamento biologico. Tre questioni che ridisegnano l’assetto costituzionale de facto. E che dunque modificano (o vorrebbero modificare) la nozione stessa di cittadinanza. Al punto da stravolgerla. Chi, come me, dovesse trovarsi in una tale (im)posizione non può che reagire con veemenza. Opponendo un rifiuto netto, mentale, finanche fisico. Di qui non passerete, o se lo farete sarà sul mio cadavere! Legittimità della rivolta. E del tirannicidio. Mostrerò come non si tratti di una legittimità contro un’altra – del relativissimo, e se si vuole relativistico, gioco del nòmos.

***

La scuola è pubblica per definizione. La scuola privata (o, come qualcuno preferisce definirla, libera) che vorrebbe contrapporsi a quella statale, è il pre-giudizio ideologico nei confronti della mescolanza e dell’eguaglianza. E di fatti così viene esplicitato, non a caso, dal capo-feudatario dei neocrociati delle libertates (apologeti della “roba mia”): “inculcare” è il termine utilizzato per una paidèia che tradisce una concezione proprietaria dei figli e della loro educazione.
Quel “senza oneri per lo stato”  dell’articolo 33 mi è poi sempre parso insufficiente, e fosse per me le scuole private verrebbero chiuse per decreto seduta stante. Anche perché, se davvero fossero private, dovrebbero coerentemente essere concepite come le vecchie figure dei precettori o degli istitutori. Ma allora non parliamo più nemmeno di comunità o di stato: lasciamo pure che siano le famiglie, le consorterie, le compagnie delle opere, le cosche e le tribù ad autogovernarsi e ad autoeducarsi (o autoinculcarsi – cioè calcare e marchiare a fuoco i propri accoliti e gregari).

***

L’attentato all’articolo 41 della Costituzione – che è oltretutto liberale e non certo collettivista – la dice lunga sul nodo dei nodi della questione pubblico/privato, che è sempre stata coniugata, come si suol dire, all’italiana: commistioni, confini incerti, commesse, contributi, trucchi normativi, lottizzazioni, corporativismo e quant’altro. La produzione di beni è per sua natura un fatto sociale, che impatta socialmente e sul territorio: quel che tu produci e perché mi riguarda ontologicamente e mi deve riguardare eticamente. L’aria, l’acqua, il suolo sono beni indisponibili e non privatizzabili: tu pianti il paletto e io te lo tolgo! Tu piazzi una centrale nucleare e io te la blocco! E dimostrami che ho torto! Va da sé che in assenza di uno spazio pubblico – di una volontà generale, tanto per citare un celebre filosofo della politica – le nozioni di comune, comunità, condivisione si sfaldano o si dissolvono come neve al sole – l’invidiato sole del belpaese…

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Se la concezione proprietaria della cittadinanza, dell’educazione e dell’attività sociale deve essere respinta – a meno di non voler costituire delle città-stato monadiche coincidenti con tribù, famiglie o singoli – sembra che ciò non valga più, ed anzi entri in contraddizione, con la sfera della nuda vita e delle decisioni che la riguardano. Di fronte alla nascita e, soprattutto, alla morte sono io, soltanto io – e nessun altro – ad ergersi come giudice ultimo. Monade irrelata.
Ma questa è, di nuovo, una concezione proprietaria ed esclusivista. La mia vita non è mia nel senso della proprietà (che oltretutto giustifica la mercificazione) – cioè, non ho un corpo (o un’anima o una mente), ma innanzitutto e per lo più lo sono, ed in questo esserlo condivido ontologicamente con altri tale condizione. Non c’è nulla di più comune (e però profondamente mio, nel senso di pienezza e compartecipazione del sé ad altro) del mio stesso esserci, qui e ora.
Una qualunque maggioranza, chiesa, legge, casta medica o stato (o un qualunque altro individuo) che ne rivendicasse la priorità (e proprietà) gestionale, commetterebbe un vero e proprio delitto ontologico. Poiché vorrebbe tracciare confini e conficcare paletti laddove ciò non può non solo essere fatto ma nemmeno concepito. Lo stato etico – con buona pace del filosofo di Prussia – è in contraddizione con l’idea stessa di comunità – che è comunità dei diversi, messa in comune di ciò che ci e mi distingue, a partire però dal radicamento inscindibile nell’essere e nella vita – quanto di più comune ci sia.
La decisione di far nascere e di morire, e soprattutto della qualità di questo nascere e morire, è troppo importante per delegarla alle consorterie pseudoetiche. Preti e medici e legulei stiano quindi lontani dal mio letto – di vita d’amore e di morte – se non vogliono che la mia ontologica ira li fulmini all’istante!

(Sulla “epocale” riforma della “giustizia” preferirei sospendere il giudizio: non amo granché i giudici e i tribunali, che chissà perché mi fanno sempre venire in mente Kafka – però è certo che un progetto di riforma costituzionale partorito da una consorteria di avvocati di un pluri-indagato che casualmente si trova al governo, è un po’ come parlare di corda in casa dell’impiccato – o incaricare un fascista di celebrare il 25 aprile…)

***

Nota. L’immagine riportata sopra, riproduce un quadro dell’amica Maria Forzisi – che ringrazio per la cortesia – e che mi pare sia piuttosto eloquente circa il significato da dare alla nostra comune storia, solcata dal sangue di un bel po’ di genti e di popolo – dagli insorti risorgimentali ai 600.000 proletari massacrati dalla guerra irredentista, dai resistenti antifascisti ai contadini, operai, studenti e cittadini (giudici compresi) falcidiati dal potere, dalle stragi di stato e dalle mafie.
A proposito del tricolore (articolo 12 della Costituzione) mi piace riportare le parole dello scrittore e poeta Roberto Piumini: “Verde come pianura a primavera e le foreste di Alpi e Appennini: ma allora non distese di cemento, cavalcavia e brutti magazzini. Rosso come la fiamma dei vulcani, le fragole, le rose e i papaveri: ma allora non discariche abusive, quartieri tristi come dei cadaveri. Bianco come la neve dell’inverno, la nuvola in cielo, illuminata, ma allora non il buio del degrado, l’aria malsana, grigia e inquinata“. Beh, detto così piace anche a me…

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6 Risposte to “Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Condivido la prima parte, salvo direi la prima frase: se tu fossi coreano, semplicemente non saresti più tu, ma un altro. Quella frase sottintende un’identità, questa sì metafisica, che prescinde dal fatto che l’ambiente ti ha fortemente e irreversibilmente permeato, ed è proprio questo ambiente che ti ha conferito la tua effettiva e presente identità.

    Mi sono perso invece nella parte in cui parli dello stato etico, in cui rivendichi apparentemente un punto di vista rigorosamente individuale, pur però ammettendo che una comunità esista.
    Queste cose mi appaiono contradditorie, in quanto una comunità si da’ se si ammette che si condivide qualcosa, pur rimanendo diversi l’uno dagli altri. Dire comunità è dire qualcosa di profondamente diverso da un insieme di individui. Difatti, dobbiamo ammettere che condividiamo quasi tutto della società in cui viviamo, e come del resto è naturale che sia, vediamo sempre ciò che ci distingue, quei piccoli dettagli che ci fanno differenti, e che proprio perchè ci dividono, ci appassionano.

    Sul testamento biologico, non mi pare in verità che si erga il pericolo di una consorteria etica, io vedo soltanto l’arroganza di una maggioranza che vuole imporla su un piano di puro potere, di puri numeri parlamentari, e non sulla base della rivendicazione di una superiorità etica.
    A questo proposito, devo aggiungere che a questo appuntamento arriviamo male, proprio perchè utilizziamo il criterio della decisione individuale, e così facendo perdiamo la battaglia ideologica.
    Il mio punto di vista, che ho ripetutamente espresso sul mio blog, è che la questione di cosa ausilio sanitario e come differisca dall’alimentazione, è una questione della massima importanza. Ignorare che il sondino, come oggetto tecnologico, è inevitabilmente un ausilio sanitario, ci costringe poi a una posizione difensiva e tutto sommato molto debole. Io penso che bisogna fare il contrario, rivendicare la natura sanitaria del sondino e poi, benevolmente, concedere a chi proprio lo vuole, di usarlo. Siamo cioè noi che concediamo loro uno spazio di decisione individuale, dall’alto della vittoria sul piano ideologico.

    Questo distinguo a cui tengo tanto, dipende dal fatto che, probabilmente al contrario di te, io considero i nostri aspetti comunitari assolutamente preminenti e soverchianti rispetto alla nostra capacità di giudizio e decisione individuale. Pertanto, la questione del comune sentire, dell’uso comune delle parole, questa battaglia linguistica, è per me fondamentale. Per illustrarla, potrei riferirmi alla famiglia: ci occupiamo della possibilità degli omosessuali di sposarsi, ma nessuno si occupa della possibilità di formare famiglie poligamiche. Sembrerebbe logico immaginare che le scelte individuali non si arrestino sul un modello monogamico, ma invece lì si arrestano perchè il terreno ideologico della comunità ha già espulso dal dibattito l’altra possibilità.

  2. md Says:

    @ Vincenzo
    per la prima parte, semplicemente constatavo come il mio essere nato qui anziché in Corea o su Micromega sia del tutto casuale (così come lo è il mio stesso essere nato) – dopo di che segue, com’è ovvio, che il mio esser nato là o qui avrebbe avuto esiti diversi, conseguenti e condizionati. Ciò non toglie che ogni comunità sia a sua volta un fatto, pur rispondendo a logiche identitarie riconducibili a un modello.
    Ma l’unico modello universale che ritengo di dover accettare è quello cosmopolitico: parlo la lingua italiana perché parlo la lingua del pianeta, che è poi la lingua dell’essere (e non viceversa).

    Sulla questione dell’individualità, credo che abbiamo concezioni di fondo differenti, ma torno a ribadire che ciò che è comune e ciò che è individuale sono pur sempre correlati: è un po’ come la mente e il corpo di Spinoza, due realtà parallele, ma fatte della medesima stoffa.
    A proposito dell’individualità della scelta etica, ribadisco il concetto con altre parole: ciò che fonda la mia individualità, il mio modo di essere, è la medesima sostanza che fonda ogni altra individualità, ogni altro modo di essere. Questo è ciò che più profondamente accomuna tutti gli esseri, ed è ciò che conferisce loro un diritto (ontologico) di scelta e di integrale manifestazione di sé – per quanto attiene la loro propria esistenza -, che non può essere negato o conculcato da nessuna comunità particolare.

    Sullo specifico del testamento biologico mi riservo di tornare in seguito, immagino avremo occasione di discuterne nelle prossime settimane.

  3. md Says:

    a proposito: certo che la mia concezione dell’io e del suo rapporto all’essere e alla comunità è “metafisica”; è empiristica solo nella misura in cui constato la contingenza e la non necessità di quel che esiste ed avviene.
    Singolarità contingenti, relazioni necessarie…

  4. xavier Says:

    Dio, tanto per dire, mi scampi dalle comunità di qualsiasi genere, mi verrebbe spontaneo, ma sembra che gli umani non ne possano fare a meno, sopprattutto oggi, ove su tutte le altre regna incontrastato il capitalismo, gran madre di ogni comunità, quella che a tutte le latitudini le ha messe d’accordo almeno su un punto: farsi la guerra a vicenda. E’ cosa che dura da un bel po’, certo, siam mica qui a fare gli ingenui, ma pare che in tempi in cui di scontro sociale non si senta neppure più bisbigliare, le cose in questa direzione filino via senza intoppi che é un piacere. In quanto al resto, caro m.d., penso che, se potessero farlo, preti e affini avrebbero già da tempo comminato pene severissime anche ai suicidi, altro che la minaccia dell’inferno: anni di galera ai resti mortali, confisca dei beni, parenti fino al settimo grado torturati e imprigionati come complici, e altre amenità di questo genere: tutto nel nome dell’amore per la vita, s’intende. Alleluja!

  5. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Xavier
    Richiamo il concetto di comunità non per invocarla, ma si tratta soltanto di una constatazione di fatto. Mi pare insomma ben più pericoloso ignorare questa nostra dipendenza dal prossimo che constatarlo, perchè così qualche difesa si può predisporre. Innazitutto, bisogna negare la validità delle teorie liberali che stanno portando l’umanità all’autodistruzione.
    Insomma, parafrasandoti, dalla comunità non c’è scampo, impegnamoci per la valorizzazione dell’individuo piuttosto che darla stupidamente per scontata, e così fare avanzare senza difese il conformismo più bieco.

  6. xavier Says:

    Da tempo, gentile Vincenzo, non ho da offrire null’altro che qualche battuta alla piccola e attenta comunità di questo blog. Come vedi non rifuggo per principio (e come potrei, essendo essere sociale come tutti) nessuna idea di consesso umano, virtuale o meno che sia, tanto più che la voglia di entrare nella comunità degli eremiti (e di iscrivermi al loro sindacato) non mi ha mai sfiorato minimamente. Ci son dentro dunque, anch’io come gli altri a pieno titolo, e con tutti i de-meriti del caso. Essendo comunque per natura un bieco pessimista, bisogna che nei fatti mi dia da fare con l’ottimismo: eccomi pronto quindi a recepire le più disparate convinzioni su come salvare il mondo senza se e senza ma. A patto che le idee siano almeno un po’ originali. Buon lavoro.

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