Introduzione alla filosofia – 4. La filosofia moderna

Il nodo principale che affronteremo questa sera, e che attraversa tutta la filosofia moderna, specialmente da Cartesio in poi, riguarda il rapporto tra soggetto e oggetto. La costituzione di questi due termini e la loro cangiante e problematica relazione.

1. Medioevo e modernità
Ma facciamo prima qualche passo indietro.
Ci siamo lasciati alle spalle un intero millennio, quello che è stato definito Medio-evo, età di mezzo. L’età che separa l’antichità (o la classicità) da quella che evidentemente si ritiene una nuova era (guarda caso in concomitanza con la scoperta – o meglio, la conquista – di un Nuovo Mondo).
Possiamo schematizzare questo passaggio con una successione categoriale di ciò che catalizza l’attenzione dei filosofi, e di ciò che finisce per caratterizzare lo spirito delle epoche che si vanno succedendo:

Dio – natura – uomo

Dio: priorità teologica
In epoca medioevale la filosofia viene utilizzata dai teologi per “razionalizzare” le loro teorie (basti pensare ad Agostino o a Tommaso, e a tutta la “scolastica”, cioè la filosofia cristiana), e per mettere dei paletti ben precisi al rapporto tra fede e ragione. La ragione non deve superare determinati confini. Anche se poi, in verità, ci furono svariati tentativi di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio: Tommaso ne formulò ben 5, anche se la più famosa è forse quella “ontologica”, precedentemente argomentata da Anselmo d’Aosta (XI secolo), una dimostrazione dell’esistenza di Dio puramente logica che attiene soltanto alla sfera mentale: se pongo il concetto di Dio (cioè l’essere di cui non è pensabile qualcosa di maggiore e di più perfetto), cadrei in contraddizione se non ammettessi anche la sua esistenza, visto che se Dio non esistesse, allora potrei pensare a qualcosa di più perfetto. Insomma, posto il concetto di Dio, esso deve anche esistere, poiché se tra le sue qualità mancasse l’esistenza esso non sarebbe più l’essere perfettisimo, e dunque non sarebbe più Dio. Naturalmente fu una prova contestatissima e criticatissima, fin dal suo esordio, dagli stessi teologi. E poi: non dovrebbe bastare la fede a garantire l’esistenza di Dio?

Ma se nel Medioevo tutto ruota attorno all’ordine divino (e la filosofia diventa “ancilla theologiae”), con la nuova epoca, l’evo moderno, il Rinascimento (e, più tardi, l’Illuminismo), tornerà al centro l’antica physis, la natura (studiata iuxta propria principia, come sostiene Bernardino Telesio, un filosofo calabrese del ‘500: attraverso principi propri, non esterni). Ma via via si farà anche più pressante la necessità di studiare meglio la natura umana, il soggetto stesso del pensiero. Oltre alle scienze naturali, i filosofi promuoveranno così la nascita delle cosiddette scienze umane.

2. Soggetto/oggetto
Uscendo dalla soggezione teologica,  i due termini del problema diventeranno ora l’uomo e la natura, il soggetto e l’oggetto – coniugabili in molteplici coppie, dalle sfumature diverse: anima/corpo, interno/esterno (interiorità/esteriorità), psicologico/fisico, mente/corpo, spirito/materia, io/non-io, ecc. Ciò che caratterizza questa dualità (e che accomuna le varie coppie) è la reciprocità di ciascun termine nei confronti dell’altro: posto un soggetto viene posto anche l’oggetto, così come un interno non può esistere senza un esterno, ecc.
Da questo gioco teorico la figura di Dio non uscirà mai del tutto, anzi almeno fino all’800 ricoprirà ancora un ruolo importante in filosofia, ma “giocherà alla pari”, non sarà più prioritario o indiscutibile o puro argomento di fede – ed anzi, spesso, verrà razionalizzato.

Ma perché la coppia soggetto/oggetto, con tutte le sue sfaccettature, diventa così importante? Possiamo dare due risposte generali, una di carattere teorico e l’altra di carattere pratico.
Affinché possa essere indagato il mondo (l’oggetto) non ci si può esimere dallo studiare anche il soggetto: che garanzie ho, infatti, della validità delle mie scoperte e delle leggi che ne ricavo, se non sono certo che il mio apparato percettivo e mentale sia in grado di recepirle adeguatamente?
E’ questo il problema della adaequatio rei et intellectus (secondo la definizione di Tommaso d’Aquino): posso cioè affermare la verità di una teoria, se questa corrisponde (è adeguata) alla realtà esterna.
L’altro fronte, quello pratico, diventerà via via più importante con il diffondersi della moderna mentalità scientifica: già Bacone e Galilei (i fondatori di questa mentalità), ma anche i pensatori rinascimentali, “maghi” o alchimisti, avevano capito come la conoscenza rigorosa del mondo implicasse una straordinaria capacità di intervenire su di esso. Conoscenza delle cause dei fenomeni (e capacità previsionale) vuol dire poter sfruttare e modificare a nostro vantaggio la natura: potenza, quindi, della tecnica! E’ forse questa la principale differenza tra la concezione greca e quella moderna della natura.
Si affrontano fin dall’inizio due grandi modelli interpretativi della natura – uno qualitativo (alchimia, magia rinascimentale, lo stesso Bacone) ed uno quantitativo (Keplero, Galilei, Newton). Sarà il secondo a prevalere: il modo più efficace per intervenire sulla natura (e soggiogarla) è di matematizzarla, leggerla cioè in modi e secondo rapporti quantitativi.

Vediamo ora, brevemente, come questo dibattito sul rapporto soggetto/oggetto si snoda in alcuni autori tra Seicento e Settecento. Ne verrà fuori un quadro in cui emergeranno due tendenze di fondo: una “razionalista” (o metafisica) ed una “empirista” (cioè più legata all’esperienza). Della prima tendenza fanno parte filosofi come Cartesio, Hobbes, Spinoza, Leibniz; mentre dell’altra Locke, Berkeley, Hume.
Kant, al termine di questo percorso, tenterà una specie di sintesi di queste tendenze.
(Naturalmente sto assai semplificando e schematizzando).

3. Cartesio (ovvero Descartes, 1596-1650)
Il problema del metodo. Negare la validità della tradizione (quel che Bacone aveva chiamato “idoli”), per poter analizzare autonomamente ogni cosa – a partire dalla mente. Dalle idee chiare e distinte. Ecco perché diventa cruciale il metodo: per essere cioè sicuri che quel che si pensa corrisponda alla realtà, si deve stabilire una forma rigorosa di controllo dell’attività mentale. Cartesio identifica nel suo celebre Discorso sul metodo, 4 regole fondamentali del ragionamento: la verità deve avere carattere di evidenza; ogni problema deve essere analizzato, suddiviso in parti più piccole; si deve cominciare a conoscere dal più semplice, per poi procedere al più complesso; si deve infine esser certi che nulla venga omesso o tralasciato.
Cartesio ritiene che per fondare una conoscenza certa del mondo si debba partire dall’unico elemento assolutamente indubitabile, e cioè l’attività di pensiero, la mente: cogito ergo sum, penso dunque sono – è l’ormai proverbiale formula che racchiude questo punto di partenza. Se cioè posso dubitare di ogni cosa (del mondo esterno, delle sensazioni, delle teorie, persino di Dio), ciò di cui non potrò mai dubitare è proprio il cogito, il mio stesso pensare, poiché se anche dovessi dubitare di esso, proprio dubitando ne confermerei l’esistenza: poiché dubito, allora penso, e questo pensiero mi fa dire, quanto meno, che io esisto. Si parte dunque dal soggetto, dalla mente, ciò che è indubitabile. Ed è proprio l’indubitabilità del cogito a fondare la filosofia e, dunque, la validità di ogni oggetto della conoscenza.

Dopo di che Cartesio fa valere il principio di causalità, e stabilisce una serie di nessi (puramente logici) tra io, Dio e mondo: poiché nella mente c’è l’idea di Dio, poiché questa idea non può sorgere dal nulla, e poiché essa rappresenta il massimo della realtà e della perfezione, allora  Dio deve esistere, e con esso il mondo esterno che ne deriva, con le sue leggi eterne (come si noterà, c’è qui una ripresa dell’argomento ontologico di Anselmo). La certezza che posso ricavare dalla conoscenza del mondo è fondata sull’esistenza di Dio, a sua volta fondata sul pensiero: ed è l’esistenza di Dio (di un Dio che non può essere ingannatore per definizione, altrimenti non sarebbe perfetto e dunque Dio), a garantire quella certezza, la corrispondenza cioè tra conoscenza e realtà, soggetto e oggetto. Tale oggetto è un mondo regolato da leggi costanti e necessarie (poiché derivato da Dio). Con Cartesio si afferma una concezione meccanicistica del mondo fisico e corporeo: l’universo, i corpi (compreso il corpo umano) funzionano come macchine, e in quanto tali devono essere studiati.
La realtà secondo Cartesio risulta così scissa in due “sostanze”: una res extensa (la materia, realtà estesa e meccanicamente determinata) e una res cogitans (il pensiero o spirito, libero e privo di estensione, le cui caratteristiche non si lasciano ridurre a quelle meccaniche o materiali). Il problema gravissimo successivo (e non ancora risolto oggi) sarà ricondurre ad unità questa scissione.

4. Spinoza (1632-1677)
Ethica ordine geometrico demonstrata. Il titolo della principale opera di Spinoza ci fornisce già un’indicazione circa il metodo utilizzato: anche qui si tratta di una mentalità rigorosa, razionalistica, addirittura geometrica nel trattare il mondo, le passioni umane e perfino l’etica. Ma i risultati. come vedremo, saranno molto diversi rispetto a quelli della filosofia cartesiana.
Cominciamo con un paradosso: Spinoza è tradizionalmente considerato dalla religione e dal potere un filosofo pericoloso, ateo e immorale. Nel ‘700 e nell’800 i termini “ateismo” e “spinozismo” praticamente coincidevano. Eppure egli comincia la sua Etica con un capitolo dedicato a “Dio”.
Secondo paradosso: come si fa a parlare geometricamente di etica, di passioni e di libertà?
Terzo paradosso: Spinoza costruisce un sistema filosofico “assolutistico”, in cui ogni cosa è determinata e necessaria, e dove praticamente non esiste spazio per la contingenza, il caso o la libertà. Eppure è contemporaneamente il filosofo della libertà individuale (di ricerca e di pensiero) e il critico di ogni forma di assolutismo politico o teologico.
Si tratta di paradossi o di dubbi che è abbastanza facile sciogliere studiando attentamente la sua opera – che però è di lettura piuttosto difficoltosa, dato che è costruita con linguaggio geometrico, attraverso proposizioni, dimostrazioni, scolii, assiomi, ecc. – un po’ come Euclide aveva costruito il suo sistema geometrico.
Diciamo subito che il Dio spinozista non ha nulla del Dio teologico o personale; e non è nemmeno assimilabile al motore immobile aristotelico. Egli lo chiama sostanza, non a caso: sub-stantia sta ad indicare ciò che sta sotto, a fondamento, e che in questo stare è ben fermo, irremovibile. Il Dio-sostanza (chiamato anche natura naturans, cioè natura generatrice), è la base di ogni essere, di ogni individuo, di ogni fatto. Tutte le cose (che Spinoza chiama “modi”) sono manifestazioni, espressioni di quella sostanza. E siccome l’esistenza della sostanza è regolata dalla necessità (essa è eterna ed è tutto ciò che è: un po’ come l’essere di Parmenide), ogni sua manifestazione o espressione, ogni suo modo ha un diritto assoluto di esistere e di manifestare liberamente il proprio essere.
Ciascun individuo è regolato da una legge interna che Spinoza riconduce al concetto di conatus: una sorta di istinto biologico, una tensione innata all’esistenza e alla espansione di sé, che potremmo ricondurre al principio di autoconservazione. Spinoza ricava anche una vera e propria teoria delle passioni, basate su questo impulso originario, che regolano l’esistenza degli esseri: ciascun vivente tende a conservare e, anzi, ad ampliare la propria esistenza. Le passioni (quelle che Spinoza chiama “affetti”) sono manifestazioni di questa forza originaria: letizia, tristezza e desiderio sono gli affetti-base. Si è lieti quando il proprio essere si espande, tristi quando si riduce – e il desiderio è ciò che sempre muove l’esistenza. Si amerà pertanto ciò che ci allieta e si odierà ciò che ci rattrista, e così via.
Tale teoria non stabilisce tra le cose alcuna gerarchia: ogni essere, essendo un modo della sostanza, ha un assoluto ed orizzontale diritto a manifestare la propria libertà e potenza.
Il problema nasce quando gli esseri (ad esempio gli esseri umani) entrano in conflitto: come risolvere i problemi di convivenza? Hobbes (un filosofo inglese del secolo precedente) pensava ad esempio che essendoci una guerra continua di tutti contro tutti (homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo), occorresse interrompere tale catena nefasta istituendo uno stato assoluto in grado di ridurre tutti in una condizione di sudditanza, a garanzia e a difesa della vita di ciascuno. Spinoza pensa al contrario che un principio di utilità possa benissimo convivere con il conatus, principio individuale di esistenza (che pure è ineliminabile), e permetterci di risolvere a livello sociale i conflitti.

***

Intermezzo: il terremoto di Lisbona (1755) metterà in crisi le concezioni razionalistico-metafisiche, in particolare quella di Leibniz, un pensatore tedesco contemporaneo di Spinoza, che riteneva questo il migliore dei mondi possibili e il male come qualcosa di inesistente. Ci sarà un intenso dibattito, cui parteciperanno i più grandi filosofi dell’epoca (in particolare gli illuministi, in prima linea Voltaire, ma anche Kant e Rousseau). Voltaire, ad esempio, scriverà un celebre Poema sul disastro di Lisbona e, soprattutto, il romanzo Candido nel quale le teorie ottimistiche e metafisiche in voga all’epoca vennero messe alla berlina.

***

5. Locke, Hume
Ci occuperemo ora brevemente del filone alternativo a quello metafisico-razionalista, e cioè il cosiddetto empirismo, che molta fortuna ebbe soprattutto in Inghilterra. John Locke (1632-1704), fondatore della teoria politica del liberalismo, fu sen’zaltro uno dei più importanti esponenti dell’empirismo. Secondo lui la nostra mente, diversamente da quel che pensavano Spinoza o Cartesio, si trova nelle condizioni originarie di tabula rasa. Nessuna idea (nemmeno quella di Dio o il cogito cartesiano) vi è presente. Come si forma allora la nostra conoscenza? Essa viene dall’esterno, non c’è nulla di interno o di originario. Il soggetto, dunque, si limita a ricevere gli stimoli esterni (oggettivi) ed organizza con le proprie facoltà percettive e razionali tale mondo dell’esperienza. Locke pensa che si cominci da idee semplici (le sensazioni e le percezioni immediate) che poi la nostra mente organizza in idee complesse.

David Hume (1711-1776) prosegue lungo la strada tracciata di Locke. La nostra conoscenza si forma a partire dalle impressioni che riceviamo dall’esterno, e sulle quali costruiamo le idee (impressioni indebolite, fondate come sono sulla memoria). Se un’idea (o una teoria) non è riconducibile ad un’impressione, essa va respinta.
Hume si spinge però oltre l’empirismo lockiano: secondo lui idee come quella di causalità o di sostanza sono del tutto infondate. Se cioè si va a verificare da dove essere derivino, ci rendiamo conto che non si tratta di cose di cui noi possiamo avere esperienza.
Se ad esempio noi osserviamo il fenomeno di una palla da biliardo che ne colpisce un’altra e che ne causa il movimento, questo non ci autorizza a ricavarne una legge causale secondo cui tutte le volte che la prima palla colpisce la seconda si origina il movimento. Così come il fatto che il sole sorga ogni giorno non ci autorizza a concluderne la legge universale che regola questo fenomeno. Noi cioè abbiamo una percezione limitata dei fenomeni e dei fatti e per ricavarne una legge assoluta dovremmo poter osservare tutti i fenomeni, nessuno escluso (sia passati che futuri), cosa del tutto impossibile.
Che cosa si nasconde, allora, dietro a quelle che chiamiamo “leggi”? Nulla di “interno” all’oggetto o al mondo osservabile, secondo Hume: esse sono solo frutto della nostra mente, o meglio della nostra abitudine a pensare che il mondo funzioni così – proprio perché ciò è utile alla nostra esistenza. Un mondo instabile sarebbe senz’altro meno adatto alla vita, ecco perché gli è preferibile un mondo regolato da leggi. Ma queste leggi sono “inventate” da noi, non hanno validità oggettiva.
Le uniche verità ammissibili e certe sono quelle matematiche (poiché necessarie), mentre i fatti sono “probabili” e contingenti – possono cioè anche non essere. Conclude uno Hume piuttosto tranchant e polemico: “Quando scorriamo i libri d’una biblioteca, persuasi di questi principii, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni”.

6. Kant (1724-1804)
Immanuel Kant parte proprio dal problema, estremamente grave per la filosofia, posto da Hume, e le cui conseguenze potrebbero essere la paralisi conoscitiva o lo scetticismo. Egli compie una vera e propria “rivoluzione copernicana”: non è cioè l’oggetto a garantire la validità della conoscenza, ma il soggetto.
L’io-penso (il cogito cartesiano, depurato però da ogni carattere metafisico) fonda, con le sue categorie, la possibilità stessa di conoscere la realtà, in modo universale ed oggettivo, poiché tale universalità/oggettività è garantita dalle categorie a priori. Ma tale conoscenza deve essere esercitata entro i limiti dell’esperienza: se le categorie vengono usate oltre questi limiti (ad esempio a proposito di Dio, dell’anima, dell’infinità del mondo) la ragione si imbatte in contraddizioni irrisolvibili, proprio perché esce dai propri limiti – passando dal mondo dei fenomeni (percepibili ed esperibili) a quello del noumeno (o cosa-in-sé, ciò che è solo pensabile, ma non conoscibile; noumeno deriva da nous, pensiero).
Ad esempio: lo spazio e il tempo sono le condizioni a priori della nostra esperienza – condizioni “trascendentali”, che cioè stanno alla base e rendono possibile l’esperienza stessa. Noi, già da sempre, collochiamo gli oggetti di cui abbiamo esperienza nello spazio e nel tempo. E così, grazie a questa sorta di “rete” organizzativa originaria, siamo in grado di dare un ordine alle nostre percezioni, e di costruire un oggetto valido dell’esperienza. Che è poi quello della conoscenza scientifica.
Ciò non toglie che continueremo a farci domande metafisiche, ma di esse non ci può essere scienza. Noi non possiamo cioè conoscere Dio, l’anima o il fine del mondo – perché al di là del nostro orizzonte conoscitivo. Al più possiamo pensarli, ma senza conoscerli oggettivamente (essi sono, appunto, noumeno).
Kant recupera però questi concetti (che chiama “idee”) in ambito morale o estetico: esse possono cioè diventare idee regolative, principi secondo cui conformare la nostra vita.

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6 Risposte to “Introduzione alla filosofia – 4. La filosofia moderna”

  1. Paola D. Says:

    Molto interessante, mi serviva, lo leggerò con calma

  2. Rodolfo Plata Says:

    LAS RAICES HÉLENICAS DE LA FILOSOFÍA CRISTIANA: El cristianismo se inició como un movimiento laico. La Epístola apócrifa de los Hechos de Felipe, expone al cristianismo como continuación de la educación en los valores de la paideia griega (cultivo de sí). Que tenía como propósito educar a la juventud en la “virtud” (desarrollo de la espiritualidad mediante la práctica continua de ejercicios espirituales, a efecto de prevenir y curar las enfermedades del alma, y alcanzar la trascendencia humana) y la “sabiduría” (cuidado de la verdad, mediante el estudio de la filosofía, la física y la política, a efecto de alcanzar la sociedad perfecta). El educador utilizando el discurso filosófico, más que informar trataba de inducir transformaciones buenas y convenientes para si mismo y la sociedad, motivando a los jóvenes a practicar las virtudes opuestas a los defectos encontrados en el fondo del alma, a efecto de adquirir el perfil de humanidad perfecta (cero defectos) __La vida, ejemplo y enseñanzas de Cristo, ilustra lo que es la trascendencia humana y como alcanzarla. Y por su autentico valor propedéutico, el apóstol Felipe introdujo en los ejercicios espirituales la paideia de Cristo (posteriormente enriquecida por San Basilio, San Gregorio, San Agustín y San Clemente de Alejandría, con el pensamiento de los filósofos greco romanos: Aristóteles, Cicerón, Diógenes, Isócrates, Platón, Séneca, Sócrates, Marco Aurelio,,,), a fin de alcanzar los fines últimos de la paideia griega siguiendo a Cristo. Meta que no se ha logrado debido a que la letrina moral del Antiguo Testamento, al apartar la fe de la razón, castra mentalmente a sus seguidores extraviándolos hacia la ecumene abrahámica que conduce al precipicio de la perdición eterna (muerte espiritual)__ Es tiempo de rectificar retomando la paideia griega de Cristo (cristianismo laico), separando de nuestra fe el Antiguo Testamento y su religión basura que han impedido a los pueblos cristianos alcanzar la supra humanidad. Pierre Hadot: Ejercicios Espirituales y Filosofía Antigua. Editorial Siruela. http://www.scribd.com/doc/33094675/BREVE-JUICIO-SUMARIO-AL-JUDEO-CRISTIANISMO-EN-DEFENSA-DEL-ESTADO-LA-IGLESIA-Y-LA-SOCIEDAD

  3. Rodolfo Plata Says:

    BREVE CRÍTICA AL PROFETISMO JUDÍO DEL ANTIGUO TESTAMENTO: La relación entre la fe y la razón expuesta parabolicamente por Cristo al ciego de nacimiento (Juan IX, 39), nos enseña la necesidad del raciocinio para hacer juicio justo de nuestras creencias, a fin de disolver las falsas certezas de la fe que nos hacen ciegos a la verdad mediante el discernimiento de los textos bíblicos. Lo cual nos exige criticar el profetismo judío o revelación para indagar “si es verdad o es mentira” que los textos bíblicos son palabra de Dios. Enmarcado la crítica en el fenómeno espiritual de la trasformación humana y, las ciencias y técnicas que nos ayudan a desarrollarnos espiritualmente. Abordado por la doctrina y la teoría de la trascendencia humana, conceptualizadas por los filósofos griegos y los místicos hindúes. Sabiduría védica instruida por Buda e ilustrada por Cristo, la cual concuerda con los planteamientos de la filosofía clásica y moderna, y las respuestas que la ciencia ha dado a los planteamientos trascendentales: (psicología, psicoterapia, logoterápia, desarrollo humano, etc.). Utilizando los principios universales del saber filosófico y espiritual como tabla rasa, a fin de deslindar y hacer objetivo lo “que es” o “no es” del mundo del espíritu. Método o criterio que nos ayuda a discernir objetivamente __la verdad o el error en los textos bíblicos analizando los diferentes aspectos y características que integran la triada preteológica: (la fenomenología, la explicación y la aplicación, del encuentro cercano escritos en los textos bíblicos). Vg: la conducta de los profetas mayores (Abraham y Moisés), no es la conducta de los místicos; la directriz del pensamiento de Abraham, es el deseo intenso de llegar a tener una descendencia numerosísima y llegar a ser un país rico como el de Ur, deseo intenso y obsesivo que es opuesto al despego de las cosas materiales que orienta a los místicos; es por ello, que la respuestas del dios de Abraham son alucinaciones contestatarias de los deseos del patriarca, y no tienen nada que ver con el mundo del espíritu. La directriz del pensamiento de Moisés, es la existencia de Israel entre la naciones a fin de llegar a ser la principal de todas, que es opuesta a la directriz de vida eterna o existencia después de la vida que orienta el pensamiento místico (Vg: la moradas celestiales, la salvación o perdición eterna a causa del bien o mal de nuestras obras en el juicio final de nuestra vida terrenal, abordadas por Cristo); el encuentro cercano descrito por Moisés en la zarza ardiente describe el fuego fatuo; el pie del rayo que pasa por el altar erigido por Moisés en el Monte Horeb, describe un fenómeno meteorológico; el pacto del Sinaí o mito fundacional de Israel como nación entre las naciones por voluntad divina a fin de santificar sus ancestros, su pueblo, su territorio, Jerusalén, el templo y la Torah; descripciones que no corresponden al encuentro cercano expresado por Cristo al experimentar la común unión: “El Padre y Yo, somos una misma cosa”, la cual coincide con la descrita por los místicos iluminados. Las leyes de la guerra dictadas por Moisés en el Deuteronomio causales del despojo, exterminio y sometimiento de las doce tribus cananeas y del actual genocidio del pueblo palestino, hacen evidente la ideología racista, criminal y genocida serial que sigue el pueblo judío desde tiempos bíblicos hasta hoy en día, conducta opuesta a la doctrina de la no violencia enseñada por Cristo __ Discernimiento que nos aporta las suficientes pruebas objetivas de juicio que nos dan la certeza que el profetismo judío o revelación bíblica, es un semillero del mal OPUESTO A LAS ENSEÑANZAS DE CRISTO, ya que en lugar de sanar y prevenir las enfermedades del alma para desarrollarnos espiritualmente, enerva a sus seguidores provocándoles: alucinaciones, estulticia, delirios, histeria y paranoia; propiciando la bibliolatría, el fanatismo, la intolerancia, el puritanismo hipócrita, el sectarismo, e impidiendo su desarrollo espiritual.

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