Aforisma 37

Non c’è nessuno che mi corre dietro – tranne la morte. La mia ombra. Però io la precedo.

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8 Risposte to “Aforisma 37”

  1. Carla Says:

    la morte puoi trovarla anche dietro l’uscio della porta, traditrice davanti a te…è un’illusione pensare di precederla 😉
    l’ombra invece, ti segue come una fedele compagna.
    come faremmo senza l’ombra?

  2. md Says:

    @Carla: non potremmo vivere nemmeno senza la morte, ma noi presumiamo di precederla perché trasformiamo la sua “necessità” in “libertà” – come Diogene che morde il respiro anzitempo, o Schiller (e poi Nietzsche) che fanno slittare il “dovere” in “volere”…

  3. Francesco Says:

    Si, ma fino a quando?
    È solo una questione di tempo. Però, in questo tempo (quello che ci separa dal momento della morte), qualcosa forse possiamo fare. Possiamo, per esempio, costruire qualcosa che rimarrà. E in questo modo garantirci un certo grado di immortalità. Immortalità relativa, d’accordo, ma pur sempre tale, soprattutto agli occhi di chi sta per cedere i medesimi alla nera signora..

  4. xavier Says:

    Che gran noia l’immortalità, ragazzi! E che grossa palla al piede, se la si vuol prendere sul serio, da qualsiasi parte la si rigiri. E, infine, che patetico surrogato di onnipotenza pensare all’infinito, sapendo di essere finiti. In quanto alla morte, la immagino camminare spedita innanzi a me, a farmi strada e a voltarsi di continuo, perché non ci si perda d’occhio a vicenda.

  5. Carla Says:

    certo Mario, la morte fa parte della vita come il cielo della terra…
    a presto 🙂

  6. Fabio S. Says:

    Sono in piedi sul limitare della spiaggia,
    un veliero passa nella brezza del mattino
    e va verso l’oceano.
    E’ molto bello e io lo guardo
    finché scompare all’orizzonte…
    Qualcuno al mio fianco dice:
    “…è partito…”.
    Partito?
    Per dove?
    Partito dal mio sguardo, tutto qui.
    Il suo albero è sempre altrettanto alto;
    lo scafo ha sempre la forza
    di portare il suo carico umano
    fino alla sua destinazione.
    La scomparsa totale dalla mia vista
    è in me,
    non in lui.
    E mentre accanto a me qualcuno dice
    “…è partito…”
    altri lo vedono spuntare all’orizzonte
    e con gioia esclamano:
    “eccolo!”.
    Questa è la morte.
    La morte non è nulla.
    Sono solo passato
    nella stanza accanto. Io sono io,
    voi siete voi.
    Ciò che eravamo gli uni per gli altri
    lo saremo sempre.
    Datemi il nome che mi avete sempre dato.
    Parlatemi come avete sempre fatto,
    non usate un tono diverso,
    non prendete un’aria solenne o triste.
    Continuate a ridere
    di ciò che ci faceva ridere insieme.
    Pregate.
    Sorridete.
    Pensate a me.
    Pregate per me.
    Il mio nome
    sia pronunciato come sempre
    senza enfasi,
    senza traccia d’ombra.
    La vita significa
    ciò che ha sempre significato.
    E’ quella che è stata sempre.
    Il filo non è tagliato. Perché
    dovrei essere fuori dal vostro pensiero,
    semplicemente perché
    sono fuori dalla vostra vista?
    Io vi aspetto.
    Non sono lontano,
    sono dall’altra parte della strada.
    Vedete, tutto è bene.

  7. md Says:

    @xavier: di fatti, per i pensatori che ho in mente (tra cui Schiller, Lessing, Nietzsche, ma anche un certo Hegel e il Marx della Gattungswesen – tanto per non farsi mancar nulla) – l’immortalità individuale è una sorta di estensione dell’impulso biologico di autoconservazione (“cattiva infinità” direbbe Hegel), uno stadio ancora “troppo animale” cui sarebbe di gran lunga preferibile lo spumeggiare transindividuale dello spirito.

    Un po’ come quel filo di cui parla la poesia citata da Fabio S.

  8. xavier Says:

    Qualche volta le assenze si fanno davvero “più acute presenze”, per il filo di cui parliamo, sottile e indistruttibile. Accade anche che questo si spezzi quando gli occhi vedono ancora. Ed é una morte un po’ peggiore.

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