Incantamenti

«Questa follia fa parte della magia del capitale.
Sbaglia Max Weber!
La società del capitale è tutt’altro che disincantata!
Io, da parte mia, ho sempre fortemente sottolineato gli elementi magici che la caratterizzano.
E’ questa società che ha sottomesso le forze naturali, ha inventato macchine, ha applicato la chimica all’industria e all’agricoltura (e, ahimé, alla guerra) e ha fatto sorgere quasi per sortilegio (hervorgestampfte) intere popolazioni dal suolo.
[…] Alla fiaba dello spettro del comunismo (dem Marchen vom Genspenst des Kommunismus) io oppongo la realtà della stregoneria del capitale e del non/uomo che ha scatenato eventi ed elementi che non riesce più a controllare».

Fa una certa impressione rileggere oggi, dopo la catastrofe di Fukushima, questa pagina del Faust e Marx di Luciano Parinetto, risalente ad oltre vent’anni fa, soprattutto se si pensa che venne scritta a ridosso di un’altra grande catastrofe tecnonucleare, quella di Chernobyl, che evidentemente poco ha insegnato agli apologeti delle magnifiche sorti e progressive del capitale. Ma era sulla questione dell’incantamento che volevo puntare maggiormente l’attenzione.

Max Weber sostiene che il processo di razionalizzazione del mondo implica una sua parallela desacralizzazione: dèi, miti, magia e quant’altro vengono cacciati, ed è l’uomo prometeico (nella sua ultima forma illuministico-impiegatizia) ad appropriarsi della scena. Entzauberung der Welt, “disincantamento del mondo” è l’efficace espressione coniata da Weber per descrivere la situazione nella quale le società capitalistiche a tecnologia avanzata verrebbero a trovarsi. Ma è bene citarlo direttamente:

“La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale” (M. Weber, La scienza come professione)

Mi sembra interessante quell’uso (non certo casuale) del termine fede, per descrivere la nuova mentalità conoscitiva indirizzata al dominio integrale del mondo. Weber era un osservatore abbastanza neutrale di questo processo, e tuttavia non poté non rilevare alcuni elementi di inquietudine o di crisi, tant’è che arrivò a definire la modernità come una “gigantesca gabbia d’acciaio”. Chi insomma può garantire che la razionalizzazione non sia a sua volta una nuova forma di mitologia? D’altro canto al “Marx della borghesia” non sarebbe dovuto sfuggire come il disincanto burocratizzato e calcolante fosse in realtà foriero di un ben più forte incantamento – quello del mondo scintillante delle merci.
La cosa era ben chiara nella mente di Marx (quello vero e del proletariato), fin dal Manifesto del partito comunista scritto a quattro mani con Engels nel 1848, che oltre mezzo secolo prima di Weber affermava che con l’avvento dell’era borghese “ogni cosa sacra viene sconsacrata”, le forze naturali vengono soggiogate, dissodati interi continenti, “intiere popolazioni sorte quasi per incanto dal suolo” – e d’altra parte tale inaudita potenza assomiglia “allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate”, con chiaro riferimento alla figura goethiana dell’apprendista stregone. Disincanto e nuovo incantamento vanno dunque, paradossalmente, di pari passo.
Non a caso la “magia” rinascimentale, anche se in modo qualitativo e non quantitativo, intendeva muovere alla conquista non solo conoscitiva del mondo: sono i poeti e gli ingenui (nonché i morti di fame) a contemplare la natura, essa va semmai domata e conquistata. Fagocitata “brano a brano”.

Anche il “reazionario” Tolkien nell’immaginifico Signore degli anelli ci presenta una visione magico-predatoria del sapere, attraverso la figura protocapitalistica del mago Saruman, il quale (proprio come efficacemente ce lo raffigurava Marx), mentre fa sorgere nuove stirpi dal suolo e, con esse, una nuova era, rade al suolo i boschi, sbanca la terra, devia il corso dei fiumi e desertifica ogni cosa.
Quel che il gruppo punk-rock dei CSI – nell’evocare un Lenin elettrificatore ed edificatore di nuove e magnifiche sorti e progressive del comunismo sovietico, quasi affascinato dalla potenza tecnica che il nemico capitalista mostrava di saper sprigionare – definiscono in una canzone tabula rasa elettrificata

Insomma, la favola del disincanto deve essere per lo meno corretta e rivista alla luce dei sempre nuovi incantamenti che dalla miscela di capitale, tecnica e ragione (strumentale) vanno costantemente sorgendo. Evitando magari che prendano la forma apocalittica ed ultimativa (e parecchio stregonesca) dei vapori di Fukushima…

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2 Risposte to “Incantamenti”

  1. Paola D. Says:

    Giusto: la favola del disincanto va quanto meno corretta perchè agli incantamenti passati se ne sostituiscono altri di ben più “distruttivi”:
    il denaro , le merci.
    Quando ci accorgeremo che l’unica divinità a cui possiamo sottostare è in realtà la Natura che è in noi e in tutte le cose? ( Spinozianamente)

  2. Vincenzo Cucinotta Says:

    Il punto sta nel fatto che qualsiasi intervento sedicente razionale richiede la mediazione del linguaggio, ma a questo punto si crea uno iato incolmabile tra dimensione reale e dimensione simbolica, quella appunto in cui viviamo attraverso il linguaggio.
    Così, inevitabilmente, ogni eleborazione di pensiero comporta un distasnziamento, e quindi la ricreazione di una dimensione sacra che sostituisce quella precedente. In quesyto senso, l’alienazione, più che un pericolo, la conseguenza nefasta di una una specifrica strattura sociale, è il destino ineludibile degli esseri pensanti.
    Un po’ OT? Spero che mi perdonerete 🙂

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