Bioepoca – seconda parte

Diamo ora uno sguardo alla scienza e alla tecnoscienza.
La rivoluzione scientifica in epoca moderna – attraverso la riappropriazione della natura da parte della sfera umana, sottratta alla precedente ipoteca teologica – costituisce l’avvio di un processo di teorie e di conoscenze che oggi possiamo definire apparato tecnoscientifico, e che si sostanzia in una precisa mentalità nei confronti del mondo naturale.
La scienza si presenta apparentemente in forma di sapere neutrale ed oggettivo, lontano da ogni connotazione valoriale (fatti, non giudizi): in una formula matematica o in una reazione chimica, oppure nella conoscenza relativa alle tecniche riproduttive dei coleotteri non c’è, né può esservi, nulla di rilevante sul piano etico. Questo non vuol dire che il sapere scientifico è l’unica forma di conoscenza data. Anche un quadro o una sinfonia ci dicono qualcosa della realtà; basti poi pensare alla poesia, e a quanto essa sia in grado di descrivere con precisione i sentimenti umani, magari meglio di quanto non facciano le neuroscienze (che si limitano spesso a tradurli in reazioni chimiche o in “luci” che si accendono nelle varie parti del cervello).
La scienza, però, è una modalità particolare (rigorosa, astratta, matematica, oggettiva, ecc.) del conoscere, che non ha nulla a che vedere con altre modalità (etica, estetica, percettiva, ecc.). Sono diverse, e per certi aspetti incompatibili (c’è quindi un rischio di scissione dei saperi e di eccessivo specialismo, che talvolta la filosofia novecentesca ha denunciato).
Pur tuttavia il modello scientifico che si è fin qui imposto ha una sua specificità storica (è quantitativo, deterministico, meccanicistico, ecc. – anche se non è detto che i paradigmi siano sempre chiari ed esplicitati), esso concepisce la “natura” come qualcosa di “inerte”, come un “oggetto” da usare e sfruttare a piacimento (Bacone utilizzava metafore chiaramente riferibili al dominio coloniale, se non addirittura allo stupro); e tutto si può dire della scienza tranne che sia davvero neutrale rispetto alla società nella quale si viene a costituire – per non parlare del modello economico che ne foraggia (ben poco disinteressatamente) le ricerche.

Sono in particolare le scienze della vita (dopo la matematica, la fisica, la chimica) quelle ad aver conosciuto un sorprendente exploit negli ultimi decenni – tanto che la nostra può essere battezzata come “bioepoca” – sulla scorta della definizione foucoultiana di biopolitica e di quella potteriana di bioetica.
Il punto è che se da una parte la scienza non è “socialmente” neutrale, men che meno lo sono le conseguenze delle sue applicazioni e ricadute tecnologiche.
Senza voler negare la centralità della tecnica nella storia della specie umana (presente del resto già in natura: cos’altro è il dna se non una tecnica e un passaggio di informazioni?) – è tuttavia sotto gli occhi di tutti come la potenza tecnica dispiegata dall’apparato tecnoscientifico in epoca capitalistica ponga dei seri problemi: constatare di poter fare una cosa non implica automaticamente il farlo e, soprattutto, il doverlo fare. Il discrimine tra etica e scienza, tra essere e dover-essere, tra fattualità empirica e decisione etica si fa avanti in maniera evidente, contribuendo a lacerare ancor più il tessuto sociale ed umano, quell’uomo scisso e mai più riunificato che caratterizza l’epoca moderna.

Entriamo qui, finalmente, nel campo proprio dell’etica e della responsabilità dell’agire umano.

Possiamo partire da teorie etiche più “generali”, che vadano cioè oltre l’elemento contingente (il qui e ora delle decisioni e delle relazioni).
In termini temporali lo fa il filosofo tedesco Hans Jonas, col suo principio-responsabilità (Jonas, studioso della biologia e della medicina,  si chiedeva fin dagli anni ’50, con grande anticipo sulla bioepoca, quale etica fosse adeguata alla nuova società tecnologica). Si tratta per lui di estendere al tempo futuro la sfera della responsabilità etica: quali le conseguenze delle nostre azioni sulle future generazioni? Questa la domanda, schiettamente consequenzialista sul piano etico, che dobbiamo porci ogni qual volta prendiamo una decisione.
In termini spaziali, lo fanno invece le etiche ambientali (animaliste, ecologiche, ecc.), che tengono conto non solo dell’elemento umano, ma anche di settori più o meno ampi del vivente e dell’ecumene (dal greco oikeo = abitare): la sfera cioè dell’agire, e della responsabilità che l’agire umano comporta, non può più rimanere confinato all’ambito sociale, ma deve essere esteso al resto delle specie. Oggetto di diritti non sono più solo gli umani ma anche gli animali, i vegetali, gli stessi enti naturali in genere.
La contraddizione di fondo sta nell’ineliminabile antropocentrismo delle teorie anche più radicali (indipendentemente dal fatto che si preoccupino delle conseguenze collaterali in modo egoistico o altruistico) – ma la cosa importante è qui il concetto di ecumene, di totalità entro cui siamo immersi e di cui siamo responsabili, a maggior ragione vista la potenza tecnica accumulata.

Infine, possiamo occuparci dell’ambito più ristretto della bioetica, quello che riguarda i confini dell’umano. Ci sono due paradigmi principali che qui si fronteggiano: la concezione della sacralità della vita e quella della qualità della vita – anche se si tende ormai a parlare più genericamente di indisponibilità o di disponibilità.
Nel primo caso, cioè, la dottrina della chiesa cattolica ritiene che la vita non sia di proprietà dell’uomo, ma che gli derivi da un ordine esterno naturale (e divino) che non può per nessuna ragione essere sovvertito. La tecnica, dunque, è al servizio di questo ordine e non può (o meglio non deve) modificarlo.
L’altra tesi – quella qualitativa o traducibile anche con la teoria dell’autodeterminazione – parte dall’assunto che l’ordine, la dignità, la qualità della vita non siano dati dall’esterno, ma di volta in volta decisi storicamente, socialmente e individualmente.
E’ facile reperire una delle fonti di questa posizione in un celebre passo di Seneca. Nella lettera 70 delle Lettere a Lucilio, intitolata “Considerazioni sul suicidio”, egli scrive infatti al suo discepolo: “La vita, come sai, non sempre merita di essere conservata. Non è un bene il vivere, ma il vivere bene. Perciò il sapiente vivrà tutto il tempo che ha il dovere di vivere, non tutto il tempo che può vivere. Vedrà lui dove dovrà vivere, in quale società, in quali condizioni e in quali attività. Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto debba durare. Se gli si presentano molte disgrazie che turbano la sua serenità, dà l’addio alla vita”.
Tesi che mette dunque in secondo piano l’aspetto astratto o quantitativo della vita, dando priorità al suo significato, che però non le deriva dall’esterno (Dio, la tradizione, le leggi morali, ecc.), ma che, non essendo dato una volta per tutte deve essere ricercato da ciascun soggetto, e da questo condiviso, deciso e fatto proprio.

A questo punto è chiaro come due tesi così diverse (per semplicità non ne citiamo altre) sembrino, almeno sul piano etico, del tutto incompatibili. D’altro canto questi “stranieri morali” secondo la celebre definizione del bioeticista texano Engelhardt (che è oltretutto cattolico) devono poter convivere in qualche modo – l’alternativa è altrimenti la guerra, l’imposizione violenta o l’annessione.
Occorre dunque costruire (soprattutto nelle crescenti società globali multietniche) uno spazio etico minimo dove gli “stranieri morali” possano convivere senza farsi la guerra. Ma questo non è più, io credo, territorio dell’etica (o meglio, delle etiche, inevitabilmente plurali, se è vero che ethos – così come il latino mos, moris – richiama i costumi, le caratteristiche specifiche e limitate nello spazio e nel tempo di una certa comunità) – bensì della politica, di quello strumento, cioè, nato proprio per permettere ai diversi di convivere senza farsi la guerra.
Ma così come non è ancora sorta un’etica condivisa nell’epoca della tecnica (e nella bioepoca, soprattutto), anche la politica sembra non essere all’altezza dei tempi.
Il neuroscienziato Damasio pensa, a tal proposito, che i tempi della “cultura” siano ancora troppo brevi ed incerti se confrontati con i sapienti meccanismi dei tempi biologici e naturali. Staremmo ancora facendo, come specie, delle prove tecniche di convivenza…
D’altro canto si sta ormai aprendo lo scenario (che può risultare inquietante) del cosiddetto transumanesimo (secondo la suggestiva immagine dell’Übermensch nietzscheano), dove appare per la prima volta chiaro come l’essere umano sia in grado di retroagire sulle proprie basi naturali, mutando addirittura la propria costituzione biologica. In sostanza, ciò che fino ad ora era apparso come naturale ed immutabile (ciò che nasce secondo ferrea necessità), sembra invece plasmabile e trasformabile fin dentro la sua grammatica più intima ed essenziale (decifrazione e manipolazione del codice genetico). E’ come se la “seconda natura” (la cultura) avesse preso il sopravvento sulla “prima natura”, quella originaria e biologicamente data. Ed è come se la capacità di intervento e di trasformazione si fosse spostata dal lato “esterno” a quello “interno”, dall’esteriorità all’interiorità, dalla superficie al nucleo.

Senonché tale “potenza tecnica” appare integralmente manovrata dall’interesse e dalla valorizzazione capitalistica, il cui scopo non pare propriamente quello della costruzione di società più umane, libere ed eguali: il capitale ha l’unico scopo di perpetuare se stesso e le forme di scissione, alienazione e reificazione che si porta appresso. D’altro canto appare evidente come le scelte relative alla tecnoscienza non possano e non debbano sfuggire al dibattito pubblico e alle scelte consapevoli da parte dei cittadini. Deve cioè essere sottratta agli apparati e alle strutture del biopotere e del capitale, per essere riconsegnata allo spazio della politica (quella vera, non quella delle cricche e dei comitati d’affari). Tanto più che ormai ne va della vita, della natura e della natura umana.
Ma, per far ciò, occorrono – di nuovo – conoscenza, consapevolezza, coscienza di sé e del proprio rapporto con il mondo – quel che il prometeico Ulisse dantesco sintetizzò in una celeberrima terzina: “Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
”.

***

La prima parte è stata pubblicata qui.
Per ulteriori approfondimenti si vedano i seguenti post:
La torta e la glassa. Note sulla natura umana
Biopotere, bioetiche, biodubbi
Eutanasia
La specie, la storia, il destino

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8 Risposte to “Bioepoca – seconda parte”

  1. vincenzo russo Says:

    Rivelazioni di San Pio in campo scientifico:
    Einstein e l’apparenza del mondo.
    L’Universo senza l’osservatore non esiste.
    L’Universo non è realtà fisica ,ma è l’osservazione mentale.
    In realtà la teoria di Einstein ,consiste di una serie di dimostrazioni per assurdo , che provano che la visione materiale è apparenza matematica.
    Einstein è stato un moderno Zenone.
    Poca fisica e tanta matematica insomma.
    Visita il sito http://www.webalice.it/iltachione ,per saperne di più.
    Saluti da Vincenzo Russo

  2. Fabrizio Brascugli Says:

    Naturalmente concordo sul finale serve consapevolezza. Permettimi però di rilevare che la manipolazione genetica è sempre esistita. E’ sempre esistita per selezione artificiale. Tutti i cavoli che mangiamo sono frutto di successivi incroci fatti dall’umo (dal cavoletto di bruxelles al cavol verza). Lo stesso dicasi per il cane domestico: selezionati per distanza di fuga via via più corta in 36 generazioni si arriva al cane domestico.
    Ora se consideriamo che l’uomo vive in società da diversi secoli, meglio millenni, se una società permette economicamente solo a certi individui benessere e fitness riproduttiva è la società stessa che influisce sulle caratteristiche degli uomini futuri. Se i più aggressivi sono favoriti si avrà le tendenza ad avere persone aggressive. Se la struttura sociale privilegia la superficialità o la stupidità si riprodurranno solo i superficiali. Se i superficiali sono la maggioranza in una società si avrà le tendenza a permanere delle persone superficiali o illogiche (che tale società sia poi destinate all’estinzione è un altro discorso). L’imperativo è creare una società pluralista, razionale, nel senso che deve essere composta dalla maggioranza di questi individui, allora razionalismo e pluralismo cresceranno.
    Per quanto riguarda l’economia, anche qui condivido, ma molte cose possono essere considerate “economia”.
    Lo sfruttamento della donna nasce per esempio da una differenza biologica economica: un uomo ha milioni di spermatozoi a ogni eiaculazione per un tempo lungo potenzialmente tutta la vita. Una donna possiede un ovulo al mese per un numero limitato di anni di fertilità. A un calcolo sommario circa 400 ovuli. Su questa differenza economica relazionata alla riproduzione si è innescato lo sfruttamento della donna. Costrette ad adeguarsi se vogliono mettere a frutto la loro capacità riproduttiva. “e zitte se volete riprodurvi. io tanto ne ho quante ne voglio di risorse e posso permettermi di sprecarle, voi noi. accetta quello che ti dico, che ti faccio, subisci se vuoi mettere a frutto il poco che hai” sembrano dire i comportamenti degli uomini nella storia. Anche qui serve consapevolezza. Gli stessi corpi si sono sviluppati in funzione di questa differenza aumentando la possibilità di sfruttamento: mobili e più forti negli uomini, più strutturati alla cura e allevamento della prole (non ci si può permettere di perdere le poche risorse su cui si può puntare). Il discorso è ancora molto lungo, interessante e diviene interdisciplinare. Sì, servono scelte nel senso di politiche consapevoli.
    Un saluto Fabrizio

  3. Fabrizio Brascugli Says:

    Scusa il doppio commento ma penso che le scelte consapevoli non possano prescindere da cosa il metodo scientifico evidenzia di noi stessi e di ciò che ci circonda.

  4. md Says:

    @Fabrizio: commento molto interessante, il tuo.
    La questione antropologica e del rapporto natura-cultura è come da te rilevato complesso, e da anni cerco di affrontarlo nel blog. Naturalmente non penso ci si possa liberare (per lo meno non del tutto) della nostra base biologica, però con Simone De Beauvoir penso che la biologia non sia un destino. Gli umani possono scegliere – pur all’interno di una sfera di finitezza che ha dei confini che al momento appaiono invalicabili.
    Così come non penso che la tecnica (e con essa la stessa manipolazione genetica) sia il diavolo, tutt’altro; solo che non credo nemmeno nella favola della neutralità della scienza: finché il motore del mondo è la valorizzazione capitalistica, non ci può essere una scienza socialmente utile (per davvero). Ecco perché preferisco parlare di “conoscenza” e di “razionalità” in senso lato, della quale la scienza è solo uno degli aspetti.
    Cioè: le decisioni devono essere prese dalla sfera etico-politica (che ha una sua autonomia razionale). Vero è che è di nuovo la scienza a permetterci di fare previsioni, di aggiustare il tiro su alcune scelte (di autoconoscerci in maniera rigorosa, come giustamente rilevi – ma la psicoanalisi è scienza?), ecc. ecc. – ma, di nuovo, si tratta di una scienza che non ha nulla di “obiettivo”, se è vero che il suo reale obiettivo (molto ben gestito dal capitale) è in ultima analisi quello del dominio integrale del pianeta. Costi quel che costi.

  5. milena Says:

    “Il neuroscienziato Damasio pensa, a tal proposito, che i tempi della “cultura” siano ancora troppo brevi ed incerti se confrontati con i sapienti meccanismi dei tempi biologici e naturali. Staremmo ancora facendo, come specie, delle prove tecniche di convivenza…”

    Nei piccoli come nei grandi schemi, la convivenza si rivela il problema cruciale.
    E non è detto che le prove tecniche di convivenza riusciranno ad aver esito positivo, considerando la natura umana, vale a dire le forze istintuali che spingono gli uomini a muoversi e a comportarsi in un determinato modo: l’istinto di sopravvivenza e conservazione, insieme all’istinto di accrescere il proprio potere: dati di fatto biologici che provocano quel “sentimento” di estraneità verso tutto ciò che è altro, diverso, e che perciò diventa persino nemico. Perché tutto ciò che è fuori di me, che non è “io”, può rappresentare un pericolo per la “mia” sopravivenza, o per la sopravvivenza del “mio” gruppo. D’altro canto, se “io” (o “noi”) non faccio la guerra o non invado lo spazio dell’altro, l’altro invaderà il mio, appena possibile. Per cui, invece di stare ad aspettare l’invasione altrui, faccio io la prima mossa, in modo che sia chiaro che “io” ho il potere maggiore.
    La strategia preventiva è sempre stata ritenuta “vincente”. Sono tecniche collaudate: Alessandro Magno, Cesare, Attila, Genghis Khan, Carlo Magno, Napoleone, Hitler … giusto per ricordare alcuni nomi di invasori, e/o dittatori. Nei libri di storia vengono detti condottieri: che conducono alla guerra.
    Se proviamo a considerare la specie, o un determinato gruppo come un corpo sociale, si potrebbe ipotizzare che esso produca degli individui atti ad assumere quel ruolo, di condurre gli uomini alla guerra, in modo non troppo diverso da uno sciame di api che produce i fuchi e una regina per procreare – anche se è ovvio che le finalità sono differenti. E di fatto come specie abbiamo risolto il problema della procreazione in altro modo, mentre il problema della sopravvivenza è stato affrontato con l’affermazione del potere, con la prevaricazione, violenza e aggressività, visto che chi non è forte ed aggressivo non sopravvive. Come fare a superare questi dati di fatto biologici, è un bel problema. E il problema è che anche i politici sono uomini che non riescono ad eludere il dato biologico, ma sono uomini esattamente come tutti gli altri, come gli uomini che nelle nostre “democrazie” sono persino chiamati ad essere elettori. Ma come fanno gli elettori, che non sono in grado di governare (che non sono “eletti”) ad eleggere quelli che lo potrebbero saper fare?
    Probabilmente anche gli elettori seguiranno il loro istinto ed daranno il loro voto a chi è più forte e aggressivo, e vincente: che li condurrà in guerra e che li saprà comandare – anche perché la maggioranza degli uomini (forse) non amano la libertà, o non sanno che farsene. E la storia si ripete.
    E non vorrei, ma nel dibattito politico da queste parti ultimamente Hobbes tornato in auge sembra andar per la maggiore.
    (un saluto)

  6. milena Says:

    bello il quadro in copertina, di chi è?

  7. md Says:

    di tale Ileana Cerato, artista argentina scoperta per caso in rete:
    http://www.artistasdelatierra.com/artistas/cerato

  8. milena Says:

    Osservo che anche nell’orto le piante più forti e vigorose si espandono, invadono le zolle e si riproducono a dismisura impedendo la vita a quelle più deboli. La natura è crudele, non si cura di altro se non di affermare la legge del più forte; e la vita di ogni organismo, che sia pianta o animale è fondata e sulla morte e lo sfruttamento di altri organismi trasformati infine in materia organica, nutrimento.
    Io stessa nel governare l’orto sono costretta a fare delle scelte, vale a dire prendermi cura delle piante che sono di mio interesse ed estirpare le altre. Quindi anch’io nel mio piccolo orto faccio il mio interesse: se non lo facessi in breve tempo avrei l’orto invaso dalle erbacce. Le chiamo “erbacce” ma in realtà sono quasi sempre delle piante spontanee bellissime, anche più forti e vigorose di quelle che tento di coltivare, fragili vegetali sottoposti ad sfibrante selezione artificiale.
    Il mio sogno sarebbe un orto-paradiso, dove ogni pianta si auto-limitasse da sé, espandendosi quel tanto che le basta senza nuocere alle altre piante, in modo che ognuna possa vivere e ricrearsi indefinitamente senza bisogno di interventi drastici da parte mia. Per esempio, lasciando che ogni specie coltivata concluda il suo ciclo naturale, con fiori e semi, così che l’anno successivo possa rinascere spontaneamente da sé. Oltretutto anch’io dovrei lavorare di meno e avrei più tempo libero per fare altre cose o per guardare il cielo. Ma il paradiso non c’è, almeno di sicuro non nell’orto di cui mi prendo cura, facendo in realtà soltanto quel che posso. Poco.
    Forse se anche gli uomini imparassero ad auto-limitarsi da sé stessi, senza nuocere gli uni agli altri, accontentandosi di quel tanto che basta, senza voler possedere e accumulare più di ciò che serve per vivere, in primo luogo la lotta per la sopravvivenza sarebbe meno cruenta, e poi forse si potrebbe lavorare tutti, e tutti un po’ di meno.
    Belle idee, n’est-ce pas? sogni utopie o chimere? A volte i contrasti fra sogni e realtà rendono ancor dura la nuda e cruda. È l’effetto collaterale, il fio, lo scotto, la pena che devono pagare i grandi sognatori. Vero è che per onestà intellettuale si potrebbe essere disposti di essere messi al rogo – la sempre maledettissima scelta fra Galileo o Giordano Bruno.

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