Spinoza in Sicilia

Ho fatto una piccola ricerca etimologica sulla parola “ricreazione”, che può naturalmente essere letta come ri-creazione, nuova creazione. Viene dal latino recreationem (da recreatus), e significa in prima battuta “rifare, produrre di nuovo”; mentre in seconda istanza “ristorare, riconfortare, rianimare”: animum o mentem  recreare, oppure recreare tenuatum corpus, cioè dare ristoro al corpo indebolito.
Tale corpo indebolito è quello che il capitale ad un certo punto mette al lavoro, ed al quale concede il tempo strettamente necessario per ricaricarsi e per poter essere ancora efficiente carne (o mente) da valorizzare: la ri-creazione (come a scuola) diventa l’intervallo per ri-creare le energie consumate, al solo scopo di farsele risucchiare di nuovo dal lupo mannaro e insaziabile vampiro capitalista (le metafore sono marxiane).
Ma tornando all’etimologia, ho scoperto che ricrearsi può essere anche detto ricriarsi – molto simile al termine siciliano che sentivo fin da bambino, e che alle mie orecchie suonava all’incirca “arrichiarsi” (la erre di mezzo spariva), che è in realtà arricriàrisi, e che vuol dire in senso lato provare piacere, od anche essere sazio, satollo, del tutto rifocillato.
E’ in questo senso che Spinoza lo usa in un brano celebre dell’Etica (che già avevo citato in una delle “lezioni spinoziste” dello scorso anno), e sul quale voglio di nuovo richiamare l’attenzione. Anche perché è da intendersi esattamente all’opposto della ricreazione lavorativo-capitalistica, e ben più marxianamente come “libero gioco delle energie vitali fisiche e mentali”, sottratte al giogo dello sfruttamento e del lavoro forzato (il Marx del Capitale, in linea col giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici, è per l’onnilateralità, lo sviluppo onnidirezionale e totale di tutte le possibilità inscritte nei corpi – e nelle menti – disalienati e diversi, un Marx dunque che nulla ha a che fare con la falsissima vulgata dell’eguaglianza che appiattisce ed omologa, di marca semmai capitalistico-borghese).
Ma torniamo al buon Spinoza, e godiamoci questa apologia dell’arricriarisi – in senso siculo ed anticapitalistico – dove il termine latino usato (si ricordi che l’Etica è scritta in latino) è proprio recreare:

“Niente infatti proibisce di divertirsi se non una torva e triste superstizione. Per qual motivo, infatti, sarebbe lecito estinguere la fame e la sete e non lo sarebbe scacciare la malinconia? […] Trar profitto delle cose, quindi, e goderne, quanto è possibile (non però fino alla nausea, perché questo non è godere), è proprio dell’uomo saggio. E lo è anche, io dico, ristorarsi e ricrearsi (se reficere et recreare) in giusta misura con cibi e con bevande gradevoli, con profumi, con l’amenità degli alberi verdeggianti, con gli ornamenti, con la musica, con gli esercizi del corpo, con gli spettacoli teatrali e altre cose del genere di cui ciascuno può godere senza alcun danno per gli altri. Infatti il Corpo umano è composto da moltissime parti di diversa natura che hanno continuamente bisogno di nuovo e vario nutrimento, affinché il corpo tutto sia armonicamente disponibile per tutte quelle cose che possono derivare dalla propria natura, e di conseguenza, anche la Mente sia armonicamente disposta a comprendere molte cose insieme”.

Naturalmente questo ricrearsi e godere, non solo va concepito come “senza alcun danno per gli altri” (che già richiederebbe un preciso orientamento etico), ma come un godere con gli altri, in maniera orizzontale. L’onnilateralità o è sociale o non è.

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15 Risposte to “Spinoza in Sicilia”

  1. milena Says:

    Buona e ottima cosa recrearsi. Ora – lungi da me voler rompere le uova nel paniere ma – appena esco dalla mia tana e lancio uno sguardo su questo giardino di souffrance (di leopardiana memoria) ecco che mi accorgo del perché mi è impossibile, di questi tempi, riuscire ancora a godere, o essere sazia, o soddisfatta, o felice: e come potrei? Sarebbe soltanto illusione, e ingannerei me stessa se riuscissi ad essere felice da me sola. Divertirsi, poi, mio caro e buon Spinoza, lasciatelo dire, proprio non se ne parla. Non si tratta di superstizione, quanto piuttosto di consapevolezza che soltanto uno sciocco, o un ingenuo, o un bambino innocente, potrebbe ancora riuscire a divertirsi nelle condizioni in cui versiamo. Possiamo giusto ancora per qualche attimo staccare la spina, ritirarci per riprendere un poco le forze, questo sì. Ma il “gaudeamus igitur”, siamo seri, di certo non è consono ai tempi che corrono. E forse mai. E neppure ai tempi tuoi, caro e buon Spinoza. Semmai sopportare con letizia anche le condizioni meno favorevoli, va bene, ci si può provare, senza alcuna certezza di poterci riuscire ininterrottamente ma con la certezza che anche la souffrance, come il respiro, lascia sempre fra sé e sé qualche spazio vuoto.

  2. md Says:

    Cara Milena,
    ti potrei facilmente rispondere che la medesima vicenda della mia vita è ben lungi dal farmi pensare che sia possibile, per noi umani, una vita “sazia di giorni”.
    Eppure… la figura di saggio che nelle mie opere ho indicato e perseguito, per quanto ardua e di difficile realizzazione essa sia, è nelle nostre corde e possibilità.
    Non so dire se noi siamo destinati alla gioia (per mia natura ho sempre diffidato di illusorie destinazioni), ma certo è che ci ritroviamo tra le mani uno strumento piuttosto potente, qual è la ragione, che possiamo decidere di usare. E le passioni tristi possono essere tenute a bada, se non prosciugate. Mai del tutto, quello no. Ma nemmeno del tutto prevalere.
    So anche bene che godere da soli non si può (ma d’altro canto anche le passioni tristi, le paure, il disperare hanno sempre a che fare con gli altri). Degli altri non possiamo fare a meno, nel bene e nel male.
    Con gli altri possiamo provare a costruire dei mondi che ci consentano la sazietà di giorni. Possibilità del possibile. Né dovere, né necessità. Di necessario c’è solo che siamo qui, e che non c’è nessun altrove. Forse quel “solo” ci appare grande come un macigno, e le possibilità un filo esile e quasi invisibile cui aggrapparci per non sprofondare. Beh, altro non c’è.
    Tuo Baruch

  3. Antonino Fo Says:

    Il retore romano Giovenale, meglio noto per essere stato l’autore della fortunata locuzione latina Mens sana in corpore sano, in una sua opera poetica sostiene la futilità dell’attività degli esseri umani tendente ad ottenere ricchezza, potere, fama e via discorrendo. Secondo Giovenale l’uomo saggio dovrebbe aspirare solamente a due beni, la sanità dell’anima e la salute del corpo, da qui la famosa locuzione. Il ricrearsi di Spinoza è molto vicino al pensiero del retore romano, chi sa se ebbe mai a leggere le sue opere.

  4. milena Says:

    Infinitamente lieta, Carissimo, che tu sia sempre qui con noi. E non mi stupisce più di tanto, visto che non c’è nessun altrove dove andare. Sono sorpresa invece che adoperi il computer per comunicare, anche se preferisco non approfondire i modi in cui questo possa accadere, visto che mi risulta dalla corrispondenza intercorsa fra Te e Sig. Hugo Boxel nel giugno del 1673, che escludi la possibilità dell’esistenza di spiriti o fantasmi in questo mondo, a meno che tu non abbia cambiato parere nel frattempo.
    Sono colma di gratitudine per la Tua inaspettata risposta, ma da quello che scrivi non sono certa, visti i limiti del mio linguaggio, di essermi spiegata pienamente. O forse sì, ma a scanso di equivoci mi preme precisare che non si tratta tanto di passione triste per la mia stessa vita – che se la mia vita sono io e la mia felicità, io non la voglio – quanto di pena per la sofferenza e le condizioni di questo nostro villaggio globale, e dell’esistenza intera su questa terra. In poche parole, la domanda che avrei potuto porti confidando in una risposta, avrebbe dovuto essere: come si fa ad essere felici quando altri soffrono?
    Non so come risponderai a questa domanda, se gentilmente vorrai farlo, ma fin da ora avanzo l’ipotesi che per riuscirci bisognerebbe sentirsi separati da tutto il resto, come se la sofferenza altrui non fosse un problema anche mio, nostro, di tutti; come Esseri unti dalla Santissima Indifferenza d’impronta nicciana (vale a dire di Nietzsche, che non so se conosci: era un filosofo del IXX° secolo, ma forse è meglio passare oltre visto che ormai siamo nel XX°).
    Nel catalogare gli affetti che ci accompagnano in questa vita, riconosciamo che l’amore e l’odio sono due contrari, i punti estremi di una vasta gamma di affetti. La sofferenza invece, o il piacere, che siano percepiti nel corpo, nella mente e assieme, sono fatti reali, i percepiti appunto, e che, seppure interpretati nei modi che ognuno di noi sa o può fare, sono dati di fatto e sensazioni che precedono i sentimenti, anche se ovviamente in seguito possono influire grandemente sugli stessi. Perché, se anche la Sostanza, o la Natura, o Dio fossero indifferenti, cosa che per altro non mi è dato di sapere ma sulla quale posso fare soltanto congetture o credere, o aver fede in questa possibilità o meno, per l’uomo non è indifferente il Bene o il Male, il dolore o il piacere. Ma non è indifferente soltanto per lui uomo medesimo, bensì non può restare indifferente di fronte alla sofferenza dei suoi fratelli umani, se non persino di ogni essere vivente. Nominata pietas o compassione, se qualcosa la rende una passione triste, è la consapevolezza di non aver quasi mai alcun potere di farla cessare, di spezzarne le catene. Guarda, anche oggi ancora un terremoto in Spagna. E nel Bahrein cosa succede? E dappertutto?
    Che l’uomo non possa essere indifferente, anche questa è un’ipotesi difficile da dimostrare, come il suo contrario (ma mi pare che gli scienziati stiano ancora tentando di dimostrare l’esattezza della teoria evolutiva senza riuscirci appieno). È mio parere che non possa, ma che se lo fa è perché o mente o abusa del suo potere. Però osservo come nei casi in cui si riesca a fare una qualche seppur piccola cosa anche solo per mitigare le sofferenze o le ingiustizie che popolano il mondo, si riesca nel contempo a lenire quella passione triste che è una sorta di girare a vuoto non utile ad alcuno né ad alcunché.
    D’altro canto mi rendo conto che desiderare che non esista su questa terra la sofferenza, soprattutto quelle generata da ingiustizie irrazionali e da ignoranza umana, è un desiderio pressoché titanico che probabilmente non vale la pena di nutrire, quando invece sarebbe più utile limitare i propri desideri alle reali opportunità che incontriamo nel corso della vita. Oltre al fatto che rattristarsi per la sofferenza e l’ignoranza umana non è utile né ai sofferenti, né agli ignoranti né a chi prova quel genere di tristezza. Dopodichè depurata dagli eccessi, questa passione più che triste mi pare inevitabile. Così come inevitabile che con l’accrescersi della coscienza, in questo mondo qui e ora, in questo villaggio globale così carico di malessere, diminuisca la possibilità di godere della vita in modo spensierato. Goderne in modo consapevole, questo sì, se si può. O chi lo può?
    Devi sapere che nel mio scritto di ieri ho omesso di trascrivere l’ultima frase, ossia che “quello spazio vuoto che la souffrance lascia fra sé e sé come il respiro, in realtà è una possibilità. E che forse l’unico Bene concesso agli uomini è di colmarlo con l’amore. Amore che ovviamente non è una parolina romantica né uno sport nautico. Ogni volta temo l’uso di questa parola così abusata.
    So bene che nel brano che hai sottoposto alla nostra attenzione parlavi del godere della vita, del ricrearsi, e che nel farlo insieme ad altri e in pace, senza nuocere a nessuno, non vi è nulla di cui aver timore, e non ne dubito.
    Eppure … in altri tuoi scritti hai anche parlato dell’amore, che però, se non ricordo male, era amore intellettuale, esclusivamente rivolto a Dio. E, mi vorrai scusare, ma non comprendo perché, se gli uomini sono anch’essi modi di manifestarsi di Dio, o della Sostanza, essi debbano restare esclusi da quella stessa forma d’amore. Visto che , anche se fosse totalmente indubbia l’esistenza di Dio, sarebbe ancor più certa la sofferenza umana. E perché l’amore per gli esseri umani – e non dico per un essere umano particolare, esclusivo, ma se vogliamo anche quello – debba essere considerata senza dubbio una passione minore se non persino meno vera rispetto all’amore verso Dio, dato che in ogni caso siano soggetti ad alti e bassi, all’alternanza fra la sospensione e la caduta, che è quello che fa il nostro cuore durante il tempo in cui e finché batte.
    Concludo così, anche se avrei ancora alcuni punti da sottoporre alla Tua gentilissima attenzione, ma non oggi, che ora devo andare a tagliare la siepe ed è un lavoro faticoso. Mi scuso della mancanza di brevità, che non è una mia dote, che anche in questo modo mi è difficile trascrivere il pensiero che così goffamente affiora. (Anzi, oggi ho proprio esagerato: ma quand’è che mi ricapita una corrispondenza con Baruch? ) Mi ha incuriosito che ti sia firmato Baruch anziché Bento: nei testi si racconta che a un certo punto della Tua vita avessi deciso di cambiare nome. Per questo non perdo l’occasione per firmarmi
    Tua Devota.

  5. md Says:

    Cara Milena,
    molte sono le questioni che poni – e sì tante che solo con il potente metodo del mio collega francese potrebbero essere ordinate ed affrontate efficacemente.
    Tuttavia, mi permetto di estrapolarne due soltanto e, come in un mirabolante gioco di prestigio, provare a risolverle collegandole.
    Tu chiedi giustamente: “come si fa ad essere felici quando altri soffrono?” – e banalmente ti si potrebbe rispondere sia che no non si può, sia che si può dato che ciò accade, sia che non c’è mai piena felicità così come d’altra parte nemmeno piena coscienza della sofferenza, sia che è la perenne rotazione delle due passioni la nostra sorte, anche perché è solo la reciprocità che ci fa essere felici o infelici: ribadisco, si soffre o si è felici solo perché c’è un altro oltre me. Ma di questo, sarà molto più esperto quel signore che dirà di me che sì, sono stato il miglior filosofo, ma che bisogna prendere la mia sostanza e interpretarla come soggetto.
    Ma, giusto che si parla di sostanza (o di dio, ma ora si può parlare più liberamente), veniamo alla seconda questione, quella dell’amore. “Amore intellettuale di dio” è esattamente la risposta al tuo quesito: solo chi prova questo tipo di amore può anche partecipare della sofferenza universale degli esseri. Come sarebbe altrimenti possibile rappresentarsela, se non attraverso questa compartecipazione, questo con-essere profondo che è la coscienza della relazione di ogni essere con ogni altro?
    La ri-creazione è un impulso biologico, una tendenza di ogni essere all’espansione che gli è promessa dalla sua stessa esistenza, promessa anche se non garantita – ma è solo l’amore intellettuale di dio, cioè il sentirsi parte di un’unica sostanza a farlo davvero sentire, godere e soffrire all’unisono.
    Dunque l’amore di cui si parla è in realtà ciò che tiene insieme la felicità e il dolore allo stesso tempo. Non si dà così facilmente, va perseguito, e poche volte nella vita viene pienamente raggiunto.
    Concludo con una nota, visto che lo hai ricordato, sul mio nome: mi firmo Baruch quando voglio ricordare il dolore – Baruch è il nome che compare sul cherem della mia scomunica. E Bento quando voglio ricordare la benedizione dell’esistenza. Ma pari sono – benedetto il dolore, benedetta la gioia di esistere.
    Tuo Bento Baruch Espinosa

  6. milena Says:

    (Benedetto il dolore e le sue spine? Parrebbe che se l’uomo non conoscesse il dolore non riuscirebbe a comprendere neppure cos’è il bene. O la felicità, o la gioia. Come se ci fosse un rapporto proporzionale fra i due estremi. Ma no, non credo si possano misurare, e per farne cosa? In realtà penso ci sia promesso il bene come il male, ma non esattamente in ugual misura. Che siano conseguenza dei propri meriti, o capacità di realizzare l’uno o l’altro, può essere, qualche volta e in parte. Ma anche dipende, non dal caso, che ogni accadimento dell’esistenza procede per cause ed effetti che non sempre riusciamo a comprendere o accettare, ma dalla relazione fra cose e cose, fra esseri e esseri umani. Relazioni che non sempre ci è concesso controllare, poiché esse procedono per geometrica concatenazione di cause ed effetti.)

    Caro Bento, gli impegni e il lavoro quotidiano non sempre mi lasciano il tempo di riordinare gli appunti sparsi sulla mia tabula. Certo è che le Tue ultime considerazioni sono state un buon sostegno per la mia mente e il mio cuore oscillanti. Vedi bene che per quanto tenti di essere razionale, la vastità e il peso delle questioni che tento di comprendere e collegare mi conducono talora in difficoltà. Il metodo e l’ordine non sono proprio il mio forte, e a volte sono persino nauseata da me stessa, come se fosse esclusivamente causa mia il trovarmi su un mare in tempesta in balia delle onde. Grazie a dio dopo qualche tempo ci si fa l’abitudine, all’ondeggiare, anche se la condizione non è delle più favorevoli. E poi non è sempre tempesta. Si sa. Tutto passa, mi diceva stamattina la signora Luciana che si è svegliata con un braccio anchilosato senza sapere perché. Tutto passa, diceva.

    E quanto è vero quando dici che si può, essere felici, visto che ciò accade. Lo spirito di conservazione e talvolta la dimenticanza e il passar del tempo sono buoni alleati. Si ricostruisce dopo i terremoti e gli tzunami e si ricomincia daccapo, si rifà il mondo e ci si riprova. Vorremmo sì, che ricostruendolo sia migliore: non è detto che lo sarà ma di sicuro sarà l’unico possibile, ossia quello che è. E soffrire o essere felici perché ci sono gli altri è la nostra condizione, dato che altra condizione non c’è. Quindi forse diventa anche superfluo porsi la domanda se sia più o meno utile soffrire per gli altri, o credere, o convincersi che si possa evitare. In realtà non sembrerebbe affatto utile soffrire per gli altri, o soffrire in ogni caso, ma lo facciamo. Oppure siamo noi stessi a far soffrire altri, magari ricercando in nostro utile. Per cui io direi che non è detto che si possa perseguire sempre il proprio utile, il proprio interesse, il proprio piacere. Anche qui, non si potrebbe ma si fa. Il discrimine sta nel seguire, o meno, i propri istinti o la propria mente o, anche, il proprio cuore. Non voglio sostenere la separazione fra le parti, che ovviamente sono strettamente intrecciate fra loro, ma di certo la predominanza di una parte sulle altre ci fa essere in un modo o in un altro. Come quando in un paesaggio, constatiamo la predominanza di un colore nell’infinita possibilità delle gradazioni, peraltro in costante mutamento.
    D’altronde, come possiamo soffrire a causa di altri, come a causa del loro stesso dolore, possiamo essere felici per loro stessa felicità. Perciò sono felice se puoi essere felice, caro Bento, e di sapere che lo sei. E se ti trovi nella bellissima Sicilia, o in qualunque altro luogo, goditela, e sii felice, e divertiti, e nuota, e corri, e gusta tutti i sapori gli odori e le bellezze del mondo. Tutte le bellezze che sono nei tuoi occhi, e l’amore del tuo cuore. E fra te e gli altri, quelli che incontri.
    Perché la gioia e l’amore di ognuno non può che accrescere la gioia e l’amore di tutti.

  7. xavier Says:

    Io con l’amore ci andrei (ci vado) un po’ più cauto: è parola di senso intricato, fragile e potente allo stesso tempo, troppe volte tirata in ballo di fretta. Gli umani, di cui faccio parte, a pensarli tutti da lontano si possono anche “amare”, tutti così ugualmente uguali nella sorte che li attende e di cui pare siano gli unici (fortuna o disgrazia?) ad averne coscienza. Anche se, ne convengo, c’é modo e modo di arrivarci, che non é proprio questione da poco. Ma insomma tutti soli, comunque la si voglia mettere, e tutti impauriti da sempre e, dove più impauriti, più cattivi e disperatamente stupidi. E qua siamo già ad osservarli da vicino, che francamente non é un bel vedere. Ma allora, e naturalmente parlo per me, scatta qualcos’altro, che non direi senz’altro amore, ma che ritengo altrettanto forte, e cioé un senso profondo di pietas, di compassione e di fratellanza, qualcosa che si prova ad esempio in quei frangenti in cui la tua vita e quella di altri sono messe a rischio dal medesimo pericolo incombente. Ed é questo condividere un destino già segnato per tutti che alimenta il senso di vicinanza, di “prossimità”, agli altri come me. Tra i quali, naturalmente, vi è anche tutto il campionario del peggio dell’umanità, con tutti i rischi che porta in sè.

  8. md Says:

    “L’amore non lo canto, è un canto di per sé
    più lo si invoca meno ce n’è”,
    canta Lindo Ferretti

  9. milena Says:

    Non ho potuto ascoltare la canzone, ma può darsi, come dice la strofa citata da md, che più si invoca l’amore meno ce n’è – il che non è molto dissimile da quando in casa manca il sale (o lo zucchero, o lo zafferano) e ne scriviamo il nome nella lista della spesa, per ricordarci di procurarcene quanto basta, prima o poi. Cosa che potremmo fare, a meno di credere che possa apparire per miracolo dall’iperuranio, col rischio di accorgersi nel momento in cui lo si cerca, che il barattolo è vuoto. È anche vero che quel genere di sale (o zucchero o zafferano) non lo si può trovare sugli scaffali dell’iperstanda; e nemmeno qualcosa che se io non ho, posso pretendere che invece stia nella dispensa del mio vicino di casa.
    Eh sì, può darsi che entrambi ce ne siamo scordati e ne siamo sprovvisti, così che mangeremo cibi scipiti, sperando ognuno che l’altro prima o poi se ne procuri, così da potergli chiedere “mi manca, dammene un po’”. Oppure saremo così estranei gli uni agli altri da non riuscire neppure più a chiedere niente a nessuno; anche perché, se anche io gliene chiedessi, dubito che l’altro sia disposto a darmene, visto che ognuno, quando ce l’ha, preferisce tenerselo per sé. Esattamente come farei io?
    Io non sono proprio sicura che esso manchi del tutto. Qualche volta manca, qualche volta c’è, qualche volta non lo pratichiamo o ce ne dimentichiamo o non lo riconosciamo. Il fatto che nelle canzoni se ne parli tanto, serve semmai a farcelo ricordare, piuttosto che farci piangere per la sua mancanza. Visto che è una possibilità con la caratteristica di non presentarsi quasi mai nella stessa forma nelle varie stagioni della vita.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    Mi appare molto apprpriata la frase della canzone citata.
    In generale, credo che dovremmo parlare dei sentimenti con molta parsimonia, perchè i sentimenti vivono dentro noi in ogni caso.
    Di geometria, ad esempio, invece è bene parlarne, perchè la geometria esiste solo nelle nostre menti, e quindi se tutti gli uomini smettessero di parlarne, cesserebbe di esistere.
    Ma i sentimenti davvero non hanno bisogno delle nostre parole per vivere di vita propria, e parlarne è già modificarli perchè il pensiero è invadente, influenza fino a soffocare tutto: come sarà possibile distinguere infine l’amore delle chiacchere sull’amore?

  11. milena Says:

    Oggi sono estremamente, estremamente non so cosa ma ho voglia di dirlo. Questa mattina un merlo è venuto a fare i nido fra le rose rampicanti sulla veranda, il pasticcione, gettando qua e là foglie sul pavimento, i primi lamponi stanno iniziando a maturare, di ciliegie ce ne sono in abbondanza. C’è una zolla di bellissime lattughe che ancora non oso toccare e i cui cuori sono mangiati dalle lumache, e canti di uccelli di tutti i tipi e per tutti i gusti. E le fragole, già anche quelle, e la vite diffonde adorable suave arôme dal centro dell’orto e per un tot…

  12. xavier Says:

    Caro Vincenzo, hai posto un bel dilemma, che non mi viene di risolvere: chissà come parlerà d’amore un geometra? Al momento non ne ho alcuno sottomano, ma prima o poi non dispero…(C’è euforia nell’aria, e anche le (mie) cretinaggini ne risentono eccom.

  13. milena Says:

    La settimana scorsa stavo rigirando la crema pasticcera sul fuoco ed ecco che arriva Riccardo e mi chiede “Quello che stai facendo è bene o male?”. Io sorrido, guardando la crema che mi stava venendo proprio bene, liscia e lucida, senza grumi – ve lo dico, il segreto è usare la maizena invece della farina – e lo guardo di sottecchi mentre aspetta la mia risposta, o io la sua. Io ridevo, ma effettivamente per un diabetico avrebbe potuto essere letale.
    Il motivo, per cui da qualche tempo mi fa delle domande insolite, è che si sta preparando per l’esame per il quinto anno integrativo. A trentasei anni si è rimesso, o meglio, messo finalmente a leggere e a studiare – filosofia, storia, scienze, letteratura – e la tesina che sta preparando spazia tra Genghis Khan, Spinoza, e Darwin (immaginatevi i collegamenti!). Ma per filosofia decisamente ha preferito gli scettici perché anche gli scettici non avevano tutti i torti, ha concluso. Qualche volta studiamo assieme, ma dice che non si trova bene a studiare con me perché io apro troppe parentesi – di più, lui sostiene che sono una parentesi vivente, e io rido – mentre il prof di filo lo sta aiutando molto.
    Questo mio ragazzo – se non ci fosse lui – mi dice che se non avesse chiuso il negozio, tagliato i capelli e, soprattutto, se non si fosse rotto una gamba e se ora non fosse praticamente zoppo, probabilmente non si sarebbe rimesso a studiare. E quindi che non si può mai dire .. eppure.
    Ma la cosa fra tutte che mi sconquiffera è sta facendo anche il corso per operatore sanitario. E credetemi, non dev’essere una passeggiata il tirocinio nella casa di cura per anziani allo stadio terminale per tre giorni la settimana. Gli ho chiesto “perché lo fai”, mi ha risposto “qualcuno lo deve fare”.

  14. md Says:

    @milena: bello e buono (alla greca) questo tuo ragazzo!
    (tra Spinoza e Darwin posso immaginare… però, adesso che ci penso, posso forse immaginare anche il collegamento tra Spinoza e Gengis Khan… del resto io ho fatto viaggiare Spinoza in Sicilia…)

  15. milena Says:

    Grazie fratello! Un volo rapido ed efficace ….

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