Le pudenda del re e gli umori elettorali

Pur astenendomi da ogni pronostico sull’esito della prossima tornata elettorale, non posso non registrare un certo cambiamento umorale nel corpo sociale (ammesso che questo sia riducibile al “corpo elettorale”). Non si tratta ancora della svolta definitiva, né di quella scossa che ci libererà una volta per tutte dal berlusconismo (che può peraltro sopravvivere benissimo al suo autore, così come era sorto già prima del suo avvento al potere). Ma certo qualcosa si è irreversibilmente incrinato.
Ho usato il termine “umorale” non a caso, poiché non si intravvedono ancora esiti politici (per lo meno nelle forme tradizionali) dell’attuale crisi – una crisi ormai pluridecennale che si è innestata alla crisi epocale della rappresentanza e della forma politica – né si è costituita all’orizzonte un’alternativa chiara e decente (e non mi sogno di parlare di “progetti di lungo periodo”); limitarsi d’altro canto a sostenere che qualsiasi cosa sia meglio dell’attuale governo (il peggiore da Mussolini in poi), non mi pare sia una risposta seria. Né la pasticciatissima politica del Pd, né i movimenti più virtuali che reali da Grillo al popolo viola, e nemmeno ancora una faticosa ricostruzione a sinistra dei cocci di un ventennio di disfacimento, sono all’altezza dei bisogni urgenti di questo derelitto paese: un programma di rifondazione di se stesso e del suo senso collettivo, che richiedono ben altro. Ma altro, per ora, non c’è. E di ben, manco a parlarne. Forse, però, un colpo d’arresto al processo di decomposizione è arrivato. E lo si vede, appunto, dagli umori elettorali.

Il segnale è inequivocabile. Specie a Milano lo si è percepito chiaramente (e forse lo si vedrà ancora domenica prossima), dove a me pare che il significato del voto sia stato prima di tutto quello di punire duramente l’altezzosità, la spocchia, la prepotenza della classe dominante (non dirigente, come amava distinguere Giuliano Procacci, anche se forse ormai si tratta di distinzione desueta). Quell’atteggiamento spudorato, senza più limiti né misura, agli antipodi della tanto sbandierata “moderazione”, che dice una cosa per poi negarla, che anzi dice qualsiasi cosa – anything goes – tanto, visto che la politica è morta, tutto è permesso.
Son proprio le facce toste ad esser prese a sonori schiaffoni – che tra un po’, se quelli non calano di supponenza e se non smettono di darsi tante arie, potrebbero diventare un po’ meno metaforici. E’ l’onda lunga dell’indignazione – parola tanto di moda; ma dai giovani spagnoli, così come dal mondo arabo, è proprio quello il segnale che ci arriva: il re è nudo, e a puntare il dito sulle sue pudenda scoperte non è più soltanto l’innocente bambino, ma cospicue, sempre più arrabbiate, masse popolari (come si sarebbe detto un tempo).
Poco importa, almeno per ora, che tale crescente emotività critica non si traduca in una qualche forma di razionalità politica – e del resto il potere non si fa certo scrupolo nell’affidarsi agli umori più torbidi e alle paure più ancestrali. Si tratta anzi di un’emotività che potrebbe riservare sorprese, ed essere magari il segno di una svolta possibile.
D’altra parte prima o poi i nodi materialissimi delle questioni vengono al pettine – non c’è promessa o illusione, né mago di Oz o imbonitore che tengano. Se poi il sovrano, oltre che illudere, si mette pure ad offendere l’intelligenza dei suoi sudditi, prima o poi qualcuno la testa la solleva per davvero. Si comincia con la crocetta in cabina elettorale e poi… beh, poi vediamo che succede!

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30 Risposte to “Le pudenda del re e gli umori elettorali”

  1. lordbad Says:

    Intanto teniamoci la battuta d’arresto e il cambio d’aria. Il rischio peggiore è probabilmente lo scivolone nei populismi dell’ultim’ora!

  2. milena Says:

    Qualunque cosa succeda, io direi di non permettere all’emotività di comandare alla testa. Buona cosa l’emotività, per tanti versi, ma non per la politica. La forza di Pisapia, pur in questa dittatura mediatica, sta proprio in questa sua faccia da cui traspare la sua onestà, e il fatto di non prendere la gente per i fondelli o per la pancia. Ciò che posso sperare è che la gente apra gli occhi lo veda. Per il resto, se servisse a qualcosa pregherei, e in un certo senso già lo faccio.
    Ma, in ogni caso, mai odiare l’avversario, questo fa perdere energia e potere. E poi sono così stanca di sentir parlare di destra e sinistra. Meglio pensare che siamo fratelli – fratelli in quest’italia martoriata – e che l’avversario non è un nemico, ma magari un fratello che ha perso il cervello, e al quale abbiamo permesso di prendere il potere.

  3. xavier Says:

    Beh, io un po’ di odio nella ricettina ce lo metto sempre, e lo rivendico pure. Son d’accordo che a farsi prender la mano dalle passioni, finisce per sparire anche il gomito, ma diffido della melassa che comunque siam tutti fratelli in nome della disgrazia di esser tutti umani, e quindi limitati, e chi è senza peccato etc. etc. Ma a parte tutto questo, temo che il processo verso cambiamenti di sostanza sarà lento e accidentato, e sopprattutto lungo. Generazioni intere, dalle nostre parti, ragionano come se prima dell’era B non ci fosse mai stato null’altro che il niente, travestito da caos e che, pur con tutti i suoi limiti, questo sia il migliore dei mondi possibili. Sembra la tela di Penelope, ma guai darsi per vinti: sarebbe davero il peggio. Buona sorte a tutti, dunque!

  4. carla Says:

    io odio il – vittimismo – che trapela da certe facce….

  5. milena Says:

    Non è tanto per la melassa che siam tutti umani disgraziati, limitati, ecc., ma la vedo più come una strategia utile alla convivenza civile. Che poi, se tu ti puoi permettere di odiare è perché sei forte ed hai energia da sprecare. Se io spreco la poca energia che ho nell’odio, smetto di ragionare, che gia ragiono poco. E mi sembra che di energia qui (in Italia) se ne spreca tanta. L’indignazione, va bene, ma l’indignazione deve sfociare in qualcos’altro, altrimenti è un girare a vuoto. Per il resto ho poche ricette oltre a quelle di cucina. Te ne serve qualcuna? Ce le scambiamo?

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    Ma appunto come risulta anche dalla tua esposizione, qui due distinte questioni vengono al pettine: da una parte l’atteggiamento degli elettori, che, ne convengo con te, è certamente in qualche misura cambiato, dall’altra però c’è la crisi della classe dirigente, che, come dice Gramsci, è solo classe dominante.
    Purtroppo, su questo secondo aspetto non vedo francamente alcun progresso. Trovo del tutto fisiologico che la gente esprima al più indignazione, ma a questi non vedo nessuno che offra proposte minimamente adeguate.
    Se pensiamo che ancora uno come D’Alema sta lì ad avanzare proposte, ciò significa che così, con la sola indignazione popolare, non sene esce proprio per nulla.

  7. Antonino Fo Says:

    Secondo me “la crisi epocale della rappresentanza” è una delle maggiori cause dell’attuale situazione sociopolitica italiana. I meccanismi che stano alla base dei sistemi di rappresentanza (sindacale, politica, istituzionale, ecc.) non riescono ad esprimere rappresentanti che siano il meglio della società civile, politica, sindacale italiana, perché un “meglio” esiste, o quanto meno esiste un meno peggio. Penso ad esempio ad un certo tipo di volontariato.
    Gli attuali rappresentanti sono troppo impegnati nel tentativo di difendere caste e privilegi, per fare ciò persistono nell’azione di tutela dell’ormai obsoleta architettura istituzionale (nell’accezione più generale del termine, includendo cioè ordini professionali, collegi sindacali, e chi più ne ha più ne metta) organizzata secondo una gerarchia troppo verticale, che oggigiorno confligge con la base della società che ha una spinta intrinseca (internet ha contribuito non poco a questo stato di cose) ad organizzarsi più secondo una logica orizzontale.
    Detta in altri termini è un po’ la questione del federalismo.
    Bisogna tenere conto di un altro fattore, cioè il rischio che queste mutate esigenze della base possano essere intercettate da un certo tipo di populismo (alla Lega per intenderci) e quindi cavalcate per costruire nuove gerarchie, magari organizzate su una logica orizzontale ma pur sempre fondate sulla diseguaglianza che, se nella logica verticale si traduce nell’avere più o meno diritti a seconda del potere economico posseduto, in questo caso si traduce nell’avere più o meno diritti a seconda del colore della pelle, della regione di nascita, ecc.
    Per concludere, penso che l’attuale sistema di rappresentanza non sia in grado di esprimere plenipotenziari capaci di gestire questa spinta al cambiamento istituzionale (da verticale ad orizzontale) intrinseca alla base della società.

  8. md Says:

    @Vincenzo: giusta precisazione la tua, la distinzione tra classe dirigente e dominante, fatta propria dallo storico Procacci, si trova originariamente in Gramsci.

    @milena e xavier: Naturalmente l’odio in politica – odio di classe o suoi succedanei – fa parte del gioco. Anche se Marx criticava in modo radicale una lotta di classe mossa da invidia o da brama di arricchimento (che altro non porterebbe che ad una eterna ripetizione dell’alienazione e dell’ingiustizia).
    La politica nasce per far sì che l’odio non diventi implacabile guerra di tutti contro tutti. D’altra parte pare che la guerra (e la rivoluzione) sia contigua alla politica, e che siamo ben lungi dal risolvere i conflitti senza spargimenti di sangue.
    Il conflitto è il sale della vita, la scommessa è di tenerlo sotto controllo.
    Dopo di che: una politica senza passioni mi pare piuttosto scialba, così come una politica ad alto tasso emotivo praticamente inutile.
    Un altro problema è quello della personalizzazione (più che crescente, ormai compiuta), che amplifica la dialettica amore/odio: anche in questo caso una politica spersonalizzata (fatta da macchine-partito) è risultata perdente, però la personalizzazione spettacolare non mi pare sia una soluzione, anzi rischia di essere la distruzione della politica.

  9. md Says:

    @Antonino Fo: condivido in pieno! E le generazioni più giovani stanno pagando il prezzo più alto di questa congestione politico-istituzionale. Quelli che possono se ne vanno dall’Italia, infatti.

  10. Antonino Fo Says:

    @MD:
    “…dialettica amore/odio”. La politica italiana, ma penso anche buona parte della società, ha perso la capacità di pensare in maniera complessa. Sempre più simili a computer ormai ragioniamo secondo una logica binaria (0/1; odio/amore; vero/falso; buoni /cattivi), ma l’uomo non può essere identificato in questa sua immagine infantile in bianco e nero propagandata dai media, l’uomo è complesso, e proprio a questa sua complessità la politica deve guardare per vincere la “scommessa” di tenere sotto controllo il conflitto (che crea il movimento) che è “il sale della vita” (l’eterna lotta tra logos e caos).

  11. md Says:

    su “La Repubblica” di oggi (R2 Diario) c’è un articolo interessante di Marc Lazar su “Indignados” e crisi della rappresentanza politica. Non ho trovato un link fuori abbonamento, e dunque lo riporto qui sotto:

    Se gli invisibili della società si trasformano in movimento

    Dalla Spagna alla Gran Bretagna, dalla Grecia all´Italia, la protesta dei giovani rappresenta una richiesta di rinnovamento della politica
    Non è la prima volta nella storia che una mobilitazione di massa nasce sulla base di emozioni repentine e motivi morali
    Partono da questioni molto materiali che poi diventano generali e inventano uno spazio pubblico nuovo che non è più quello della televisione

    MARC LAZAR
    Il movimento degli indignados presenta caratteristiche tradizionali e al tempo stesso aspetti piuttosto innovativi, che hanno una portata che va al di là della penisola iberica. Gli spagnoli non sono i soli a protestare contro il deterioramento della situazione sociale. Da mesi l´austerity introdotta nei vari Paesi europei si scontra con una resistenza sempre più forte. Il risultato è un crollo di popolarità dei capi di Governo, performances elettorali negative dei loro partiti o delle loro coalizioni e scioperi e manifestazioni di vasta portata, come ad esempio in Grecia, in Portogallo o in Gran Bretagna. Il malcontento si esprime dunque secondo modalità ben note in democrazia: disaffezione verso i leader al potere, rovesci elettorali, azioni collettive classiche.
    Le proteste spagnole aggiungono indubbiamente un elemento nuovo a questo scenario. Innanzitutto perché sgorgano da legami spontanei creati inizialmente da internet, che è servita da cassa di risonanza di eventi-mondo o eventi-mostro (nel senso che schiacciano gli altri): i manifestanti di Madrid si ispirano al modello egiziano. In secondo luogo perché aggregano principalmente, ma non esclusivamente, giovani, come già era successo in Italia o in Gran Bretagna. Questi mileuristas (cioè i ragazzi che guadagnano mille euro al mese) come li ha definiti la romanziera spagnola Espido Freire, esprimono la loro collera. Hanno lauree su lauree ma non trovano lavoro (in Spagna un giovane su due al di sotto dei trent´anni non ha un impiego, e il tasso di disoccupazione è al 20 per cento) o sono sottoposti a un lunghissimo precariato che incide sugli altri aspetti della loro vita, come la possibilità di avere una casa o di crearsi una famiglia. In Spagna come in altri Paesi, i baby loosers, secondo la formula del sociologo Louis Chauvel, devono farsi carico del peso dei numerosi vantaggi ottenuti dai baby boomers. La vecchia Europa rischia di andare incontro a un vero e proprio clash of generations.
    Ma il movimento spagnolo ha un altro aspetto ancora, quello dell´indignazione, eco del famoso saggio Indignatevi!, di Stéphane Hessel, diventato un best seller in Europa. Che una mobilitazione nasca per motivi morali e sotto la spinta di emozioni repentine non ha nulla di strano. In Sicilia, dopo i sanguinosi attentati contro il generale Dalla Chiesa nel 1982 e contro i magistrati Falcone e Borsellino nel 1992, una parte della società civile si sollevò contro la mafia. In Francia, l´avanzata del Fronte nazionale nel 1984 suscitò una mobilitazione dei giovani contro il razzismo con lo slogan «Non toccare il mio amico». Questi due esempi illustrano la differenza con le azioni a cui stiamo assistendo. Le lotte contro la mafia in Sicilia e contro il razzismo in Francia furono rapidamente strumentalizzate dai partiti politici, la Rete di Leoluca Orlando e il Pci in Italia e il Partito socialista di François Mitterrand in Francia.
    L´indignazione non basta a fare una politica. I giovani spagnoli ne sono consapevoli e infatti intrattengono un rapporto ambivalente con la politica. Si scagliano contro il Governo, ma diffidano dell´opposizione, e temono qualsiasi strumentalizzazione. Contemporaneamente, elaborano riforme della legge elettorale, del Senato e del sistema dei partiti. Additare il loro movimento come un fenomeno di antipolitica quindi sarebbe un grande errore. Al contrario, la loro esistenza attesta che l´Europa è in preda a processi contraddittori. Da un lato registra la spettacolare avanzata di partiti populisti che accusano le presunte élites di costituire un unico blocco uniforme, stigmatizzano i partiti di Governo, tessono le lodi del popolo eretto a unico detentore di qualsiasi verità, combattono l´immigrazione, sfruttano tutte le paure, patrocinano un ripiegamento sull´ambito locale, regionale o nazionale, rivendicano una democrazia plebiscitaria fondata su referendum riguardanti le problematiche più complesse e seducono gli strati popolari. Dall´altro lato vede svilupparsi mobilitazioni di altro genere che partendo da questioni molto materiali diventano via via più generali, inventano un nuovo spazio pubblico di deliberazione che non è quello della televisione, esigono trasparenza, intendono controllare i Governi, vogliono essere ascoltati, propongono di migliorare il funzionamento dei sistemi politici, sono aperti al mondo e creano una democrazia partecipativa in cui si riconoscono prevalentemente i rappresentanti dei ceti medi.
    Certo, questa seconda tendenza è ancora incerta e fragilissima, e può rivelarsi effimera (soprattutto se a Madrid gli indignados falliranno nel loro tentativo di condizionare le politiche pubbliche, com´è successo finora alle mobilitazioni tradizionali dei loro padri), può essere oggetto di manipolazioni da parte di piccoli gruppi di militanti ed è fortemente contraddittoria quando si propone di inventare un´altra politica aggirando i rappresentanti eletti e le loro organizzazioni. Ma lancia una sfida reale a tutte le persone responsabili. Come integrare questa ricerca di un modo migliore per vivere insieme e di una democrazia rinnovata? Se le élite politiche e i partiti classici rimarranno sordi a queste grida, se si accontenteranno di riformette di facciata invece di fornire risposte istituzionali in grado di ridisegnare l´agorà moderna e consentire di soddisfare questa profonda aspirazione alla partecipazione, rischieranno di deludere e aggravare ulteriormente la crisi della rappresentanza politica.
    (Traduzione di Fabio Galimberti)

  12. milena Says:

    (dopo l’articolo che leggerò fra poco, aggiungo tra parentesi, che
    condivido le ultime espressioni di Md e Antonino sui conflitti e passioni, e scommessa della politica per tenere i conflitti sotto controllo. Direi che così la cosa è messa a fuoco – un fuoco ben regolato.
    Tengo però a precisare che non ho mai pensato che non debbano esistere conflitti e passioni, anche perché esistono in ogni caso, ma piuttosto che se una passione deve esistere, e se posso averne il controllo, dovrebbe essere prima di tutto una passione per qualcosa e non contro qualcuno. Ovvero, che il fuoco che non si dovrebbe mai spegnere è la passione per la giustizia e la pace sociale: questa è la passione che dà la spinta giusta.
    Poi anch’io come (spero) tutti, mi sdegno quando sento e vedo certe cose. E come Xavier, anch’io dico buona sorte!)

  13. Antonino Fo Says:

    A proposito di indignados.
    Una domanda provocatoria ai lettori del blog: secondo voi quale messaggio (perché di messaggio si tratta) vogliono lanciare i pseudopotenti[1] del mondo invitando al vertice del G8 in Francia il patron di facebook Mark Zuckerberg?
    A me la cosa puzza…che vogliono far passare il messaggio “proteste giovani -> facebook -> Zuckerberg -> Pseudopotenti = Noi pseudopotenti ci autoproclamiamo rappresentanti delle istanze dei giovani”
    [1] Dico pseudopotenti perché non sono di certo loro a comandare in assoluto, piuttosto le multinazionali che come abbiamo visto con la Grecia hanno il potere di far fallire una nazione.

  14. Antonino Fo Says:

    “…che vogliono” che vogliano

  15. md Says:

    @Antonino Fo: in effetti è il vero nodo della rappresentanza politica. Vengono eletti (talvolta farsescamente) dei governanti, che poi prendono ordini da poteri non eletti – e il cui compito è quello di sedare i facinorosi o gestire l’ordine pubblico in caso di conflitti.
    Non sapevo di Zuckerberg, ma direi che l’invito non è certo stato casuale. La rete, forse, sta diventando un problema (anche perché in alcuni casi facilita i movimenti e fa muovere individui in carne e ossa).
    Comunque anche il G8 è nudo. E tra poco sono 10 anni da Genova…

  16. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antonino Fo
    Dire che esiste una crisi di rappresentanza, secondo me non spiega ancora granchè.
    Se questa crisi davvero c’è, bisognerebbe pure interrogarsi quali possano esserne le cause.
    La mia opinione è che ci sia una carenza di proposta politica, che anzi, di fronte a un economicismo di lunga data (in fondo l’ideologia liberale, esaltando il mercato, provoca una sudditanza della politica all’economia), la poolitica sia diventata la tecnica dell’ottimizzare la produzione, dividendosi debolmente nella distribuzione della ricchezza.
    Insomma, c’è una base ideologica della crisi della politica.
    Il problema poi di quanto essa sia rappresentativa, mi pare non sia il più urgente, è la stessa proposta politica che è la grande assente, anche se fosse non rappresentativa: semplicemente manca, e ciò spiega anche la litigiosità, perchè i litigi sono proprio il risultato di una coincidenza di scopi, per cui qui si tratta solo di stabilire chi comandi e non quale politica vada praticata.

  17. Antonino Fo Says:

    @Vincenzo Cucinotta
    La mancanza di proposte politiche potrebbe significare (ed io ne sono convinto) mancanza di visibilità di nuove proposte. Ad oscurare le nuove proposte è il vecchio sistema di rappresentanza impegnato solo a mantenere le proprie posizioni. Difatti la rete sta sconvolgendo un po’ tutto il sistema (“primavera araba”,”indignados”) perché essa è anche un mezzo di visibilità democratico, anzi anarchico per certi versi, in Italia l’unico vero media non controllato, sino ad oggi!

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antonino Fo
    In Italia, abbiamo avuto il popolo viola, ora a partire dalla Spagna, si propaga in europa il movimento degli indignati.
    Il punto è che il mezzo di propagazione (la rete) sembra rappresentare l’unica caratteristica specifica: se confondiamo il modo con cui si forma con i contenuti che vorrebbe portare avanti, non credo si vada da nessuna parte.
    No, io credo che ci sia una sottovalutazione della dimensione dei problemi che abbiamo di fronte: davvero c’è qualcuno che crede che i ragazzi che hanno occupato porta del sol avessero una proposta politica davvero originale ed adeguata alla situazione?
    Se sì, rimarrebbe da capire perchè definirsi indignati, che implica un atteggiamento di rifiuto e non di proposta.

  19. xavier Says:

    Non é che si abbia sempre tutto a portata di mano al momento giusto: spesso, prima ancora di arrivare alle proposte, si agisce perchè il livello di sopportazione é colmo, ed il rifiuto dell’esistente più immediato e irrinunciabile di ogni altra considerazione. Che tutto questo esponga qualsiasi movimento al rischio di vita breve, é altrettanto palese, se le idee si fermano lì. D’altra parte pensare ed agire sentendosi in causa come “classe sociale” é un conto, giocare su più tavoli in nome di questa o quella rivendicazione del momento, a mio parere resta sempre impresa dal fiato corto.

  20. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Xavier
    Vorrei evitare un equivoco: non è che io ce l’abbia con chi si ribella: con Mao, ritengo che ribellarsi sia giusto.
    Quello che sostengo è che manca la teoria, manca l’elaborazione.
    Ci muoviamo con strumenti di analisi superati, la cultura occidentale è paralizzata.
    E quindi, che i giovani si ribellino, questo è un grande evento, ma è davvero ragionevole credere che in quelle piazze si possa colmare quel vuoto di elaborazione che ambienti accademici, associazioni culturali, politica hanno lasciato?
    E se pure ci fosse qualche pensatore originale, dove sta il mezzo, le risorse economiche ed umane per saldare le sue teorie con il consenso popolare?

  21. Antonino Fo Says:

    @Vincenzo Cucinotta

    Dobbiamo prendere atto della situazione attuale.
    La proposta di cui parli in occidente non è, e non potrà più essere
    una grande ideologia, siamo al vuoto ideologico, dei valori, “l’ospite
    inquietante” è dentro le nostre case, dentro le nostre menti, non che
    questo mi faccia piacere ma è la realtà e da qui dobbiamo partire.
    Piuttosto parlerei di federalismo delle idee, che si traduce in quei
    movimenti di giovani, il popolo viola per la legalità, gli indignati
    per i posti di lavoro che mancano e il futuro dei giovani, i grillini
    per qualche altro motivo.
    Prendendo atto di questa situazione, per me il movimento stesso
    diventa una proposta politica, un modello di una nuova politica, il
    modello del federalismo delle idee. Ecco che la rete che è il mezzo di
    comunicazione dei movimenti diventa essa stessa un nuovo spazio,
    virtuale ma più potente di spazi fisici veri e propri, una nuova sede
    del “partito del federalismo delle idee” (e non rimane solo il mezzo
    come dici tu, perché fino ad oggi essa è più o meno autogestita, e non
    controllata come altri media).
    Anche la cosiddetta “primavera araba” sfugge alla logica delle grandi
    rivoluzioni ideologiche tipo quella francese, quelle bolsceviche
    piuttosto che islamiche, anche là non v’è progetto, anzi il movimento
    stesso è il progetto, e federare questi movimenti è la sfida
    dell’immediato futuro.
    In Italia, ma per quanto ne so io la situazione è la stessa anche in
    altre nazioni, l’attuale sistema di rappresentanza, o è sordo alle
    istanze dei movimenti oppure cerca di farsi portavoce al solo fine di
    mantenere lo status quo.

  22. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Antonino Fo
    Sicuramente, sarà un mio difetto d’immaginazione, ma non vedo come il federalismo delle idee di cui parli possa confrontarsi con il problema del potere.
    Mi pare che, in assenza di altre evidenze, questo federalismo, per la natura stessa spontanea della sua nascita, non può che derivare e in ultima istanza, rappresentare l’ideologia dominante, che c’è, altro che c’è: è quella che misura tutto in oggetti, che misura il successo di ogni sistema politico sulla base della sua prestazione in termini economici.
    Se non si capovolge questa logica, non vedo cosa possa davvero cambiare.
    Insomma, il nodo ideologico non si può saltare via solo perchè non ci sentiamo pronti a tale arduo compito.

  23. xavier Says:

    Trovo che entrambe le posizioni, di Antonino e di Vincenzo, rappresentino una buona base di partenza per capire meglio gli eventuali sviluppi di ciò che accadrà o che potrebbe accadere. Personalmente ritengo che l’orizzonte entro il quale si muove Antonino sia, per ora, una scommessa tutta da giocare. Che possa sviluppare cambiamenti inaspettati me lo auguro, ma mi sembra che siamo ancora lontani da una coesione che superi le differenze e, sopprattutto, le indifferenze reciproche. Se d’altra parte dentro i movimenti non esiste ancora l’elaborazione di un pensiero critico compiuto e comune, un “punto di vista” sul mondo che rappresenti il denominatore antagonista all’universo delle merci, come mi sembra sostenere Vincenzo, non è detto che per questo non ci si debba muovere, e tanto meno che si sia perdenti in partenza. Avere in tasca le idee “giuste”, non garantisce per niente che si riesca a perseguirle, o peggio ancora che non diventino l’alibi per obbiettivi opposti da quelli di partenza. A volte si cresce e si pensa meglio “intanto” che si fa, senza per questo, ne convengo, buttarsi allo sbaraglio con troppe idee alla rinfusa:

  24. md Says:

    I maestri (cattivissimi) abbondano, Marx in testa che ha criticato alla radice la società del capitale – alienata, mercificata, omologata, che reifica le relazioni – nelle sue opere c’è tutto, che non vuol certo dire che il lavoro teorico e critico non debba andare avanti, e di fatti è andato avanti lungo tutto il Novecento ed è ancora in marcia.
    D’altro canto l’esperienza ci dice che è bene diffidare di tutti i progetti accentratori, eccessivamente ideologizzati (cioè, che non consentono il lavoro della critica e della modifica costante dei presupposti teorici e ideologici, e soprattutto che non si misurano con la prassi e “con la situazione concreta”), così come non credo che la forma-partito ci porti da qualche parte.
    Può essere interessante questa idea della federazione (di idee e movimenti), che mi pare contigua a quella di “moltitudine” su cui altri cattivi maestri (Toni Negri, ma non solo) stanno riflettendo da qualche tempo.
    Certo, i movimenti, le moltitudini, il partire dal basso, da sé, dai bisogni, ecc. non può non scontrarsi – come obietta Vincenzo – con il nodo del potere. E’ certo però che sostituire un potere con un altro, o passare da un sistema politico all’altro sposta solo il problema: anche la “politica” è alienazione, come ci insegna Marx, se non considera l’essere umano nella sua totalità, se non si coniuga con un modello antropologico alternativo a quello imperante.
    C’è poi la questione “globale”: ormai non si può più pensare di trasformare alcunché senza connettersi con il pianeta. Che senso ha che qui non si costruiscano centrali nucleari mentre in Francia sì? Per non parlare poi del mercato internazionale del lavoro, dei flussi migratori, ecc.
    Tuttavia la “fine della storia” è ben lungi dall’essere arrivata… anzi, tutto è in caotico movimento,. e ciò è bene!

  25. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Riproponi Marx, e lo riproponi in chiave monopolistica (smettiamo di elaborare nuove ideologie, perchè c’è Marx che basta, e che dobbiamo solo studiare meglio).
    Naturalmente poi, se si comincia a parlare di Marx, subito salta su qualcuno a dire che Marx diceva altro, finendo col trasformare ogni discussione in un’esegesi dei testi scritti da Marx, trattati in modo simile a come i cristiani interpretano in conflitto tra loro il Vangelo.
    A questo punto, mi pare banale suggerire di mettere da parte marx, almeno perchè ce ne sono troppe versioni in giro, e dire cosa si pensa in positivo, magari citando parola per parola il pensiero di Marx: una specie di Marx senza Marx. Il vantaggio sarebbe nel non dovere passo passo dimostrare di essere il più fedele esegeta di Marx.
    In caso contrario, il legame col pensiero di Marx rischia di diventare di natura sentimentale.

  26. md Says:

    @Vincenzo: mai pensato che Marx sia il vangelo, solo i suoi teologali interpreti (peraltro ormai in gran parte dissoltisi e riconvertitisi ad altre idee più “remunerative”) lo pensano. Né tantomeno che debba monopolizzare ogni critica (e il mio lavoro di riflessione sul blog credo stia lì a dimostrarlo). Rilevo solo che tutta la sua opera è una radicale critica alla società del capitale, alla alienazione, alla mercificazione – cioè a tutta questa merda nella quale ci troviamo, volenti o nolenti, a vivere.
    E che il nodo teoria/prassi, su cui ha tanto insistito, ci si ripropone di continuo.

  27. milena Says:

    proiezione del 50% del campione:

    Pisapia 55% – Moratti 45%

    De Magistris 64% – Lettieri 36%

    (….)

  28. milena Says:

    Interessante la precedente discussione.
    Mi chiedo se in quest’assemblea di intellettuali questa donna un po’ rompi e un po’ folle può esprimere qualche suo parere. So che posso, quindi vado. Dico subito che la politica non è il mio terreno, anche perché, se – come ha detto Md., e penso sia abbastanza credibile – la politica è contigua alla guerra, ovvero che “la politica è una guerra diminuita”, è evidente che sono stati quasi sempre gli uomini a fare la guerra nel corso della storia. Le donne erano occupate a fare altre cose, far figli e prendersi cura della prole, sperando di non vederla trasformata in carne da macello.
    E già su quel “i conflitti sono il sale della vita”, sento la necessità di smontare un po’ questo mito. Anche senza essere esperti di politica, vediamo tutti che se nelle cose ci mettiamo troppo sale si trasformano in spazzatura. Non so se fosse solo un modo di dire, ma ricordo che i conquistatori dopo aver espugnato le città le ricoprivano di sale in modo che non potesse crescerci più niente. Per questo io direi che il sale va usato con parsimonia, o dosato con saggezza, vedete voi. Anche perché a lungo andare indurisce le arterie ed è nocivo al sistema cardiocircolatorio.
    Sembrerà una banalità, ma voglio fare dei distinguo su come le cose sono, e su come potrebbero essere. Ossia, che se anche fosse vero che la politica in sostanza ha l’aspetto di una guerra diminuita, questo non significa che non possiamo cambiarne la forma. Perlomeno la forma, che non è poco. Questo però significa in primo luogo cambiare noi stessi, vale a dire non cadere nel tranello che cose sono in un certo modo e che per questo non valga neppur la pena illudersi che si possano cambiare.
    L’evento di cui siamo testimoni, questo vento che sta cambiando, non è cosa da poco. Non avete idea di quanto negli ultimi mesi mi tenessi lontana da giornali e televisioni, quanto per esempio, fossi all’oscuro di quanto stava succedendo a Milano. Stavo facendo come gli struzzi che mettono la testa nella sabbia – testimone quella mia specie di passione triste. Ma a quanto pare il tam-tam riesce a passare anche attraverso la sabbia. Così che nelle ultime settimane sono rimasta sbalordita di quanto fossi in collegamento con quanto sta accadendo a Milano, tanto per cominciare visto che è il più vicino. E dire Milano è dire il nome di una città che faceva tanto male al cuore. Ma poi c’è Napoli, una città che mi sembra così lontana, sembra difficile chiamarla italiana con quel dialetto così curioso. Proprio lì, dove la spazzatura è più traboccante, una discarica a cielo aperto, si fa sentire ancor più forte il desiderio del cambiamento. La necessità del cambiamento.
    Paesi e genti che si affacciano sul mediterraneo e oltre, tutti coinvolti da questo vento di indignazione e desiderio di cambiare le cose.
    Buona giornata ragazzi, ora vado a cucinare. Poco sale, mi raccomando. Il sale è meglio conservarlo nella zucca!

  29. milena Says:

    Torno un po’ indietro, scusandomi in partenza perché non so essere breve.
    Sono convinta che Marx sia una pietra miliare nella storia del pensiero ma forse capisco quello che vuol dire Vincenzo.
    Giorni orsono, mentre stavamo facendo un po’ di ripasso di storia, Riccardo mi chiedeva se per caso il comunismo, la rivoluzione bolscevica, non avesse anche ottenuto, come effetto collaterale, di aumentare/accrescere il fascismo, la reazione. È ovvio, ad ogni azione corrisponde l’azione uguale e contraria. Anche ieri, dopo le sventole che hanno ricevuto la prima cosa che hanno detto: “ora dobbiamo reagire”. Che paura!
    Quello che voglio evidenziare è come in certe persone e in certi strati, il solo pronunciarne il nome – Marx, comunismo – provochi reazioni emotive indesiderate – anche da parte di persone insospettabili dal punto di vista umano e delle buone intenzioni. Per questo mi chiedo se non sia strategicamente più opportuno evitare di metterlo in primo piano. Far finta che non sia mai esistito. Fare, come più o meno diceva quel tale (non ricordo chi, Md. se te lo ricordi dimmelo), come se dio non esistesse nemmeno. (Non che pensi che Marx sia dio, che semmai preferisco dire con Severino che ognuno uomo è dio, anche se non lo sa ancora)
    Il problema è sempre mettere assieme tante teste diverse (la testa di tanti dei, deucci e ca..oni) soprattutto quando ognuna di loro è profondamente convinta della bontà della propria idea, considerando anche quanto sia risaputa la capacità degli intellettuali – anche di quelli che con le loro idee si oppongono alla classe dominante – di intavolare interminabili discussioni e liti fra loro, invece di concentrarsi su obiettivi concreti e reali, mettendo un po’ da parte i propri interessi pregnanti e convinzioni personali.
    Mi chiedo come si può fare.
    Forse per risolvere l’equazione bisogna trovare un denominatore comune.
    E mi sembra che è quello che è riuscito a fare Pisapia. Ma non è solo.
    (attention please: l’uso della parolina “forse” è premeditato, almeno finché non si sia in accordo e non si siano disperse le nubi. Ricordo che nelle sue lezioni Severino diceva che la parola “forse” era una delle parole più importanti del corso, e questo lo tengo sempre presente)
    Sabato scorso alla Coop ho trovato il libricino rosso di Hessel, Indignatevi. Molto importante questo piccolo libro, e quest’uomo così lucido e chiaro a 93 anni, bisognerebbe soffermarsi su ogni frase che scrive. Ma per me è facile, sono naturalmente attratta, è bastato uno sguardo di sfuggita. Immagino però che per qualcun altro il solo colore rosso della copertina avrebbe fatto venire l’orticaria. E d’altronde sappiamo come sono fatti i tori – la forza bruta – basta che vedano sventolare una stoffa rossa che iniziano a sbuffare e si preparano a caricare. E siccome sono anche un po’ sguerci scambiano il rosso per l’arancione. Ma che dico: basta che qualcosa si muova …
    Beh, io penso che bisognerebbe evitare di scatenare questo genere di reazioni. Di fronte alla bestia, la prima cosa che si dovrebbe fare è di evitare in tutti i modi di scatenare la sua paura. Perché sia chiaro che quel genere di forza bruta proviene dalla paura irrazionale che acceca le facoltà mentali. Davanti alla bestia bisogna mantenere un profilo basso. Così come non serve a molto scaraventarsi contro un muro, ricaveremmo soltanto di romperci qualche osso. I muri non sono infiniti, persino la muraglia cinese da qualche parte ha una fine, oltre al fatto che sta già cominciando a sgretolarsi.
    Ma torniamo al libro di Hessel, giusto per cominciare.
    Sul fondo si trova la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
    Lì c’è tutto.
    Quello è il denominatore comune.
    Non è una bandiera.
    Non ha colore.
    Ha tutti i colori assieme.
    Ha colore della luce.
    E poi c’è la nostra costituzione.

    (però ora non fatemi fare la figura di quella che monologa da sola)

  30. Berlusconidi cascami « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] Le pudenda del re e gli umori elettorali – 24 maggio 2011 Share this:StumbleUponDiggRedditMoreStampaEmailFacebookTwitterLike this:LikeBe the first to like this post. […]

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