Pensieri all’uscio

Nel giro di pochi giorni, almeno in due occasioni, ho sentito utilizzare da alcuni ragazzi la parola “pensieri” nell’accezione di “preoccupazioni”. Non voglio avere pensieri, ho troppi pensieri – così dicevano.
In effetti uno dei significati della parola “pensiero” è proprio quello di “ansia, preoccupazione” – e alcuni modi di dire ce lo rivelano: vita oberata di pensieri, dare pensieri, stare in pensiero… Ho persino trovato sul mio vecchio Zingarelli un’espressione figurata che non avevo mai sentito: attaccare i pensieri alla campanella dell’uscio – che equivale a lasciar fuori di casa le preoccupazioni. Mi è poi sovvenuto che nella lingua siciliana delle gastime (imprecazioni) esiste il detto “mi ti veni pinseru novu”, che ti venga un pensiero nuovo, che non suona certo come augurio!
Un tipo pensieroso è dunque qualcuno che ha la mente ingombra, piena di cose, e perciò mostra una fronte adombrata, aggrottata, accigliata; egli ha dei pensieri che lo angustiano e che quasi non lo fanno dormire di notte. Anzi, è assillato dal solo fatto di avere pensieri: indipendentemente dal contenuto di questi pensieri, è la sua stessa tonalità emotiva ad avvertire ogni pensiero come un peso. E così passa il suo tempo assorto in quei gravosi pensieri.
Tanto quei preoccupati ragazzi quanto questa tipologia umana un po’ ombrosa, ci indicano una lapalissiana verità: il pensiero non è mai qualcosa di rilassante, di rasserenante, di pacifico. Il sopravvenire dei pensieri pare quasi l’annuvolarsi di un cielo che prima era terso e sereno: poi, d’un tratto, ecco un fronte nuvoloso carico di dubbi e di problemi, addensarsi minaccioso all’orizzonte.
La spensieratezza – l’essere letteralmente privi di pensieri – è una condizione di totale rilassatezza, quasi di assenza da sé e dal mondo. Mentre è al contrario l’esser presenti a comportare preoccupazioni – e pensieri. La relazione, il dover rendere conto, l’essere implicato in altro: tutto ciò non consente (quasi) mai di stare quieti e placidi, semplicemente seduti a guardare quel che succede attorno. Pensare è irrequietezza.
“Non voglio aver pensieri” equivale a “lasciatemi stare”.
“Rilassati” equivale a “non darti pensieri” – cioè non darti pena.
Del resto era stato proprio il sauvage Jean-Jacques a scrivere nel Discorso sull’origine della disuguaglianza che il pensiero è contronatura: “Oserei quasi assicurare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato” – detto da uno che per tutta la vita è stato cogitabondo… La natura non ha pensieri – o per lo meno non li ha nei termini e con le caratteristiche con le quali ce li poniamo noi.
D’altro canto anche il pensare di non aver pensieri, o il disquisire sulla preferibilità dell’averli o meno, è già una forma di pensiero. Anzi è “pensiero di pensiero” – secondo la definizione aristotelica di motore immobile, una sorta di vertice cosmico ed autarchico del pensiero, che siccome pensa a se stesso non ha bisogno di nient’altro. Solo che noi siamo motori piuttosto mobili, lontanissimi dall’autocontrollo glaciale degli dèi delle sfere astrali. E qui Aristotele ha avuto una grande intuizione nel definire la natura umana come una via di mezzo, né ferina né divina: l’entrata nella sfera del pensiero è certo irreversibile, da lì non si torna più indietro (lo sapeva bene anche Rousseau, e questo vale anche per la cultura, la politica, il linguaggio). Noi siamo per sempre intrappolati in questo stato, a roderci e a tormentarci, con l’illusione di essere – proprio perché pensanti – i migliori tipi dell’universo, semidèi destinati a chissà quali gloriosi destini. Che è piuttosto strano, dato che il prezzo da pagare per questa condizione di privilegio è la mancanza di requie.
Resta il fatto che la sublime altezza del pensiero non è mai disgiunta dalla sua inanità nei confronti delle condizioni materiali (e transeunti) dell’esistenza. Ma il pensiero – per lo meno quello avvertito – già lo sa.

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25 Risposte to “Pensieri all’uscio”

  1. iria sicari Says:

    Da troppo tempo non si studia,non si pensa-Non è questione che potrà
    risolversi in un giorno,o in intero anno-Triste chi pensa -Stupido sognatore
    meglio far soldi meglio impiegare la testa a come fregare un altro-
    Il risultato di anni di malgoverno di malatelevisione su un sogetto debole
    Il bel paese-

  2. Antonino Fo Says:

    La strada che la mia mente percorre non senza difficoltà ha la forma di un infinita onda sinusoidale. Quando mi trovo al picco massimo ho la testa piena di pensieri, quando mi trovo al picco minimo sono riuscito a scaricarli quei pensieri. Carico e scarico è il perpetuo lavoro della mia mente.
    Ho notato che per il carico la componente emotiva assume più importanza della componente razionale, quindi dell’intenzione, mentre per lo scarico è esattamente l’opposto. Detto in altri termini m’inquieto più facilmente di quanto riesca a rilassarmi svuotando la mente dai pensieri.

  3. bortocal Says:

    beh, in casi come questi l’etimologia aiuta, e “pensiero” ha un rapporto diretto col “pensum” che indicava la quantità di lana “pesata” che le schiave dovevano filare.

    peso, pensum e pensiero sono quindi varianti che derivano dalla stessa area semantica originaria e presentano questa attività mentale come fatica e lavoro.

    se poi vogliamo approfondire il legme tra azione della tessitora e razionalità, sarebbe il caso di rileggersi lo straordinario libro di Zolla “La nube del telaio”, che dimostra che perfino in Oriente si ritrova una connessione fra l’arte della tessitura e quella del “pensare”, anche se questa volta in una specie di variante magica.

    storia analoga è capitata del resto al termine “testo” che riporta all’arte del tessere, finendo col risultare quasi una variante del termine “tesssuto”.

  4. maria pia lippolis Says:

    Più che ” non pensare” dovrebbe essere “non pensare troppo” ovvero riuscire a trovare quella porta sottile attraverso cui far coincidere senza troppi intoppi sia la dimensione onirica del pensiero(propria dell’inconscio collettivo come substrato permanente alla sfera umana e animale) che la dimensione strutturata del pensiero da parte dell’uomo (costruito da questi per adattarsi alla sfera sociale, nella quale rientrano le maschere sociali che ogni giorno adopera cambiandole a seconda delle occasioni e situazioni). Lì le 2 dimensioni che apparentemente sembrano antitetiche, dovrebbero, in un secondo momento, di maturità coscienziosa e consapevole, unirsi o fondersi ma non fino a confondersi al punto tale di giungere alla follia. Qualcuno diceva occorre saper entrare ed uscire dalla follia , integri, perfettamente interi, senza perdere di vista mai la dimensione del costruire collettivo che appartiene e unisce tutti con mano o con filo invisibile. Preferisco l’idea del filo all’idea della mano perchè ne è piena la mitologia greca. le Parche, il filo di Arianna della quale Zeus si serve per aiutare Teseo ad uscire dal labirinto. Apollo stesso deriva dalla parola A-pllon ovvero non molti, non troppi………..dunque non molti pensieri, non troppi ma, come diceva Aristotele il giusto mezzo. tale giusto mezzo però non può esser raggiunto senza le famose Virtù etiche e dianoetiche. Del resto se il percorso da svolgere e la matassa da srotolare non incontrassero ostacolo alcuno, che Valore avrebbe il percorrere tale sentiero? Il piacere non è sulla vetta ma durante la salita diceva Hegel, ma Shakespeare era già stato un maestro nel dipingere ciò. Egli ci insegna come l’Arte del pensare (o dell’essere pensati?) sia quel potente occhio di bue in grado di smascherare la menzogna!

  5. maria pia lippolis Says:

    Sul “Solo che noi siamo motori piuttosto mobili, lontanissimi dall’autocontrollo glaciale degli dèi delle sfere astrali ” non ne sarei dunque tanto certa anzi mi dà ancora troppo di un pensiero antropocentico e fallocentrico. Ormai vecchio, da superare.

  6. md Says:

    @maria pia lippolis: non ho capito bene la tua osservazione sui “motori mobili”, e di che cosa tu non saresti troppo certa: che non siamo sufficientemente mobili (e dunque ancora troppo legati al logofalloantropocentrismo)?

  7. milena Says:

    “Logofalloantropocentrismo” è un parolone!

  8. milena Says:

    Bella l’espressione di Antonino “infinita onda sinusoidale”, e interessanti le informazioni di Bortocal sull’intimo significato della parola “pensiero”.
    Ricordo anche un pensiero di Xavier, che mi ha accompagnato l’inverno passato, “quando te lo puoi permettere il silenzio è il meglio che ti può accadere”. Silenzio del mondo esteriore, silenzio interiore, silenzi che si specchiano uno nell’altro.
    Ci sono momenti in cui sento il bisogno di prendermi una pausa, chiudo porte e finestre e spengo per quanto posso ogni rumore. Altre volte il silenzio arriva da solo, come dopo aver letto l’Etica, quando per qualche mese sono stata silenziosa come un lago sereno – emersa sulla superficie del lago, seppure il lago permanesse nella sua interezza.
    Essere in uno stato di “mente silenziosa” non è uno stato facile da ottenere, né può essere raggiunto con la sola volontà; molto probabilmente può accadere come quando, dopo aver lavorato e aver messo in ordine molte cose, stanchi ma soddisfatti ci prendiamo un periodo di riposo.
    Le cose però poi si scompigliano di nuovo. La superficie può restare serena per qualche tempo ma, senza trascurare i venti di superficie tramite i quali aleggiano i pensieri del tempo storico, ci sono le correnti di profondità che rimescolano le acque. Talora può rivelarsi inquietante seguire l’onda sinusoidale, fra dentro e fuori e fra sopra e sotto.
    Mi sono accorta che quanto più sono occupata in quest’attività, più trattengo il respiro. Forse è per questo che Jean-Jacques diceva che il pensiero è contro natura. A meno che sia proprio questa la nostra natura. Una natura di esseri terrestri che fanno prove di immersioni subacquee, emersioni e voli, per modificare la loro stessa natura. Forse prima o poi diventeremo anfibi e potremo andare da sopra a sotto in tutta tranquillità, senza darci pena della diversità degli stati – acquatici, aerei o terrestri – in cui siamo immersi.
    Tuttavia anche i bambini quando sono intenti a giocare trattengono un po’ il respiro, quindi è qualcosa che facciamo naturalmente quando siamo concentrati in un’attività impegnativa. Anche i bambini infatti sono stanchi dopo aver giocato. Stanchi ma felici, o per lo meno soddisfatti, si addormentano con respiro leggero, immersi in sogni colorati

  9. md Says:

    Milena profondamente e limpidamente saggia…
    …come il filosofo auspicato da Schopenhauer che “cercherà sempre la limpidezza e la chiarezza, si sforzerà di assomigliare non a un torrente torbido e impetuoso, ma piuttosto a un lago svizzero che, grazie alla sua calma, benché così profondo, ha grande trasparenza, ed è proprio questa a renderne visibile la profondità”.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    Vi sarete accorti, almeno me lo auguro, che state parlando della meditazione, questo silenzio interiore ha un nome, si chiama meditazione, ed è una disciplina molto praticata in oriente (quello tradizionale, che ormai noi occidentali abbiamo inquinato l’intero globo terracqueo).

  11. milena Says:

    Grazie Mario. Una gradita lode, non so quanto meritata, che accolgo come monito e insieme augurio.

    @ Vincenzo: ce lo auguriamo anche noi …
    Se vuoi dirci cosa intendi per meditazione o parlarci delle tue esperienze, ti ascoltiamo.

  12. Vincenzo Cucinotta Says:

    Nessuna esperienza diretta.
    Ciò che so, è che tramite un lungo esercizio, che coinvolge anche l’atteggiamento del corpo, si riesce ad interrompere il flusso del pensiero.
    All’inizio, i neofiti si addormentano quando eseguono le istruzioni del maestro, ma poi gradualmente, riescono a stare desti anche senza pensare. E’ ciò che sperimentiamo tutti, ma soltanto per brevi istanti, come durante l’ìorgasmo, o sotto l’effetto di sensazioni forti, ad esempio quando il nostro corpo subisce una brusca variazione di temperatura.
    Per l’ideologia occidentale, l’attività mentale coincide col pensiero, ma per gli orientali è ovvio che non è così, che il pensiero è so,ltanto una delle possibili modalità dell’attività mentale.

  13. Pierantonio Says:

    Io mi ero perso, ho dovuto ricominciare dalla scritta sul tempio di Delfi “conosci te stesso”.
    Finora la mia cultura è stata eterogenea , onnivora ma forse per questo frenetica e mi creava solo ansia , ansia di sapere sempre di più ma in modo convulso.
    Da qualche tempo mi sono avvicinato alla filosofia in maniera più mirata e ho scoperto che studiando il pensiero dei filosofi innanzitutto allargo il mio ma soprattutto a poco a poco entra in me quella serenità da me sempre agognata ma mai trovata.
    Anche per me il silenzio è bramato perchè nel silenzio rifletto, ragiono uso il “logos” ; unico inconveniente che questo silenzio lo devo “strappare” alla tarda sera e anche spesso alla notte sicchè il mattino son sempre dolori……
    ringrazio Mario per il Blog e per la divulgazione della filosofia…

  14. md Says:

    @Vincenzo Cucinotta: di quale Oriente e di quali Orientali parli? Se già ho dei problemi a rappresentarmi una “ideologia occidentale” unica, figuriamoci sentir parlare di Oriente… Mi sembrava che dopo Said non ci fosse più bisogno di usare una categoria così evidentemente (questa sì) fuorviante e ideologica.
    Soprattutto se si tratta di rappresentare dei tipi antropologici opposti, del tipo: noi razionali, loro… già, loro cosa? Un tempo si sarebbe detto “irrazionali”, oppure “spirituali”.
    Evidentemente incorri anche tu nel vizio “riduzionistico” tutto occidentale…

    @Pierantonio: ringrazio te per il tuo apprezzamento.

  15. milena Says:

    @ Vincenzo:
    Secondo me la meditazione è un’attitudine umana, una possibilità né più né meno come l’orgasmo. E infatti, non dobbiamo andare dall’orgasmologo per imparare come fare.
    La meditazione è uno stato naturale di concentrazione in se stessi. È semplice, non è una cosa trascendentale. A me sembra di essere in meditazione anche quando lavo i piatti. Ovviamente è una “mia” percezione. Non è qualcosa di cui per cui qualcuno ti può dare il diploma.
    Comunque, per quanto ne so io, la meditazione non è prerogativa esclusiva dell’oriente. Molte culture hanno praticato e creato “metodi” di meditazione, i più vari. Più che altro qui in occidente per secoli è stata appannaggio dei monasteri, o comunque legata alla preghiera ed esercizi spirituali, al canto, alla lettura di libri sacri, nonché, molto spesso, alla mortificazione del corpo.
    Ma anche in oriente, la meditazione di cui parli, quella che ha come obiettivo l’interruzione del flusso del pensiero, è solo una fra le tante meditazioni, perché anche sulla meditazione vi sono molte scuole di “pensiero”, e molti sono gli obiettivi che si pongono, non solo l’interruzione del flusso del pensiero. Più che altro hanno in comune il superamento e la liberazione dal dolore e dall’ignoranza, che sembra essere l’interesse che accomuna tutti gli uomini e tutte le culture.
    Non a caso Md. osservava che il fatto di avere dei pensieri può essere vissuto come un sintomo di sofferenza. I pensieri non sono tutti dolorosi, a volte possono essere anche piacevoli o divertenti, ma talvolta sono legati a fatti dolorosi o a problemi; e quando sono dolorosi o problematici si aggrovigliano su se stessi, come batte la lingua sul dente che duole. Credere però di poter fermare quel tipo di pensiero secondo me è come illudersi di fermare un treno con un dito. E sono anche scettica che la meditazione tradizionale importata dall’oriente possa essere adatta ad una mente occidentale problematica. Abbiamo una storia diversa. Certo, nessuno ci vieta di provare anche quei metodi.
    Fra le discipline che ho praticato, oltre all’hata yoga che è una pratica sul corpo, attenzione, concentrazione e respiro assieme, da cui si può ottenere molto più di quello che si otterrebbe nelle palestre (che detesto), c’è il prânâyâma, che in teoria servirebbe per controllare gli stati di coscienza e quelli emotivi. “In teoria”, perché ho scoperto che le discipline troppo rigide ( e l’eccessivo controllo) non fanno per me, a lungo andare diventano vere e proprie ossessioni che mortificano la naturalezza dell’energia vitale. Mi sembra che sia poco utile “sforzarsi” di stare in un determinato modo, di essere saggi, o felici, per esempio, perché in genere con lo sforzo intenzionale si ottiene proprio l’opposto.
    Pellizzari pratica il prânâyâma, ma lui è campione del mondo in vere e proprie immersioni nelle profondità del mare, oltre i 130 metri sotto, mi sembra di ricordare. Per immergersi in un lago, invece, basta seguire la via della minima resistenza e la propria naturalezza. Nessun maestro, almeno non in carne ed ossa. Qualche amico, spero.

  16. Vincenzo Cucinotta Says:

    @MD
    Beh, che ti succede, tu ti fai le domande e tu ti dai le risposte.
    Avevo semplicemente dato una definizione di meditazione, mi sembrava una cosa banale, ma mi attribuisci la tesi di tipi antropologici differenti, addirittura di sostenere una razionalità tutta occidentale, ma dove l’avrei sostenuto?
    Evidentemente, hai equivocato: come si può educatamente rispondere a una domanda di Milena ed essere accusato di non so quale riduzionismo?

  17. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Milena
    Il significato che do’ di meditazione è assenza di pensiero, ce ne possono essere di più tipi, ma la differenza sta solo nella tecnica per pervenirvi, non la situazione a cui si perviene.
    So che questo termine viene anche usato con significato del tutto differente, come una sorta di pensiero più profondo, ma credo che in questo caso si generi solo confusione.

  18. md Says:

    @Vincenzo: la frase “per gli orientali è ovvio che non è così” non l’ho mica scritta io… stai parlando di alcuni miliardi di persone, che, tra l’altro, non credo proprio si siano autonominati “orientali”…

  19. md Says:

    @Vincenzo: tra l’altro mi pare arbitrario che tu attribuisca al termine “meditazione” il significato di “assenza di pensiero”, quando nell’accezione latina (tanto per fare un esempio) non vi è traccia di tutto ciò. “Meditazione” è termine stratificato, e tale va mantenuto, compreso il suo riferirsi tanto alla “concentrazione su di sé”, quanto all’altro da sé, quanto all’assenza di questi due poli. Così come il termine “pensiero”, ancor più difficile da ridurre ad un’unica accezione.
    Ragionare sulle stratificazioni concettuali non vuol certo dire “generare confusione”.

  20. milena Says:

    @Vincenzo:
    Prendo atto che il significato che tu dai alla parola “meditazione” è “assenza di pensiero”.
    Ma poi dici anche che ci sono tecniche per pervenirvi. E infatti anche nelle discipline tradizionali yociche, ad esempio (e parlo di queste perché un po’ le ho masticate), la meditazione è qualcosa che prevede dei gradi, tra i quali non è esclusa la conoscenza di sé e l’abbandono dell’ego. Il samadhi è l’ultimo stadio, attraverso il quale il sannyâs si ricongiunge al cosmo, all’atman, l’Uno assoluto e universale, la sostanza primordiale.
    Capirai che per ottenere la sensazione di “assenza di pensiero” in realtà basterebbe essere totalmente idioti, oppure impegnati in una bella e vigorosa nuotata in piscina. Durante ogni attività fisica intensa, infatti, l’attività psicomentale si ritira sullo sfondo. Ma con questo possiamo dire di essere stati in meditazione? In un certo senso, sì. O per lo meno, tutto dipende dal grado di consapevolezza con cui fai quella cosa, qualsiasi cosa.
    In realtà il desiderio di non avere pensieri, quello stesso desiderio è di ostacolo alla leggerezza o, in ultimo grado all’assenza di pensiero, il samadhi, quando il sannyâs brucia anche le impressioni incoscienti e ottiene la liberazione.
    Attenzione però, perché questo tipo di liberazione equivale ad essere morti a questa vita.
    Il motivo per cui sono scettica nei confronti delle discipline importate dall’oriente è che, prima di tutto bisognerebbe essere in totale adesione con le metafisiche sottese. È vero che possiamo mangiare una torta senza conoscerne gli ingredienti che la compongono, magari soltanto perché è di moda ed ha un bell’aspetto, per cui, sai com’è, è sempre meglio controllare che corrispondano ai nostri bisogni e aspettative, se non vogliamo correre il rischio di scoprire che non era questo che volevamo. Inoltre, e questo è molto importante, i sannyâs si ritirano dal mondo totalmente, dedicano l’intera loro vita alla ricerca della liberazione, non lavorano, non tengono famiglia, si estraniano dal tempo storico. Mentre noi siamo qui, ora, in questo mondo occidentale, e anche Md ammetterà che non siamo altrove.
    Con questo non voglio dire che sono contraria a qualsiasi tipo di pratica meditativa e spirituale, anzi, ben venga. Ma eviterei di scimmiottare qualsiasi tipo di pratica, mentre piuttosto cercherei di ricrearla, re-inventarla, nella comprensione di come possa adattarsi ad ognuno di noi, e alla nostra vita

  21. xavier Says:

    Conosci te stesso, ecco il punto. Meglio di no, altrimenti rompi l’amicizia.

  22. milena Says:

    Auguriamoci ogni giorno, cari amici, che parola di ieri si trasformi in quella di oggi …
    Quello che posso dire oggi, è che sulla meditazione non so quasi nulla. In realtà era qualcosa che avevo abbandonato, per lo meno come intenzione, da circa una decina di anni. Mentre ieri dicevo che in passato avevo praticato lo yoga e la meditazione – sempre che si possa davvero praticare yoga in questo nostro mondo occidentale, che però ormai sta diventando globale – nello stesso tempo mi accorgevo che in realtà impiegavo il mio tempo in attività che la mia mente non comprendeva, o che comprendeva in modo limitato nelle sue implicazioni metafisiche. Ricordo che dicevo al mio insegnante di yoga: Non riesco a capire bene perché lo faccio. Lui mi rispondeva, Non serve capire, basta praticare. Ma a me non bastava.
    E può darsi che (per qualcuno) non sia necessario comprendere (con comprensione dell’intelletto) qualcosa che deve condurre a comprendere in modo non mentale. Probabilmente, però, sono anche una persona molto mentale, per cui forse non riuscivo ad impegnarmi in una pratica intenzionale senza giungervi unitamente alla comprensione mentale – anche qui, sembra si ripresenti il nodo teoria/prassi.
    È una cosa molto importante nella mia storia biografica, il fatto che abbia praticato lo yoga, per molti anni e intensamente, e che poi lo abbia abbandonato, e (forse) sostituito con lo studio e l’approfondimento (per quanto è possibile, nei miei limiti) delle filosofie occidentali.
    Oggi sento come se questi “due” oggetti di ricerca, lo yoga e la filosofia, si vadano a con-giungere, a riunire in un unico punto, ognuno dei quali è fine e principio per l’altro.
    Così, sollecitata dalla discussione, e dall’interrogarmi io stessa sul significato, termini o limiti della meditazione, ho ripreso il testo di Mircea Eliade, “Lo Yoga. Immortalità e libertà” – libro che avevo letto, una decina di anni or sono, invero con mente abbastanza ottusa, per lo meno più acerba di quanto lo sia ora, sempre permanendo la speranza che possa essere ancor più ampia e chiara. Dico questo non con orgoglio, bensì con un sentimento di gratitudine per le cause che mi fanno essere oggi a questo punto, tra le quali includo la frequentazione di questo blog, nonché il lavoro, la passione e la dedizione di Md. (ma lo dico sottovoce perché non vorrei metterlo a disagio) nel trasmetterci conoscenze, logica e stile. Sarebbe inesatto dire che nutro stima verso Md, perché questo è un caso in cui la stima si nutre di una sostanza così sottile da sembrare quasi impalpabile ed invisibile, difficile da descrivere. E persino chiamarlo amico sarebbe riduttivo, se non dessimo un valore universale all’amicizia. Pur nei limiti di questo mezzo, è stato un insegnante-amico, e un ascoltatore paziente verso le mie intemperanze umane e giovanili. E un grande cuore. E non proseguo, anche se sappiamo che da qui potrei arrivare fino al mare.
    Riprendere in mano il libro di Mircea, leggerlo ex novo – oggi – è stato lo spalancarsi di mondi metafisici che non immaginavo di poter riuscire a comprendere. E so che questa possibilità mi è stata data dallo studio della filosofia che (pur nei miei limiti) ho praticato in questi ultimi anni.
    Dopodichè, sarei tentata di esporre le cose “meravigliose” che vi ho trovato, ma vedo che il mio commento si è protratto oltremisura e che è già troppo pieno.
    Se non disturbo troppo (ancora), mi piacerebbe proseguirlo in un momento successivo, sempre che l’argomento possa interessare. Lo sto chiedendo, è una domanda: posso?

    Riporto però una frase stralciata dall’introduzione, giusto un assaggio sulla tonalità della riflessione di Mircea:
    “… occorre conoscere e comprendere un pensiero che ha occupato un posto di primo piano nella storia della spiritualità universale. Occorre conoscerlo ora; da un lato perché da ora, superato ogni provincialismo culturale dal cammino stesso della Storia, siamo costretti, noi tutti – europei e non-europei – a pensare in termini di Storia Universale a creare valori spirituali universali; d’altro lato, è proprio ora che il problema della situazione dell’uomo nel mondo domina la coscienza filosofica europea; e, ripeto, questo problema si trova precisamente al centro del pensiero indiano.”
    (quell’“ora” era nel 1967 – ma è sempre ora!)

  23. maria pia lippolis Says:

    a m.d: no, era riferito al fatto che noi saremmo “lontanissimi dall’autocontrollo glaciale degli dèi delle sfere astrali ” . E’ di questo che non sarei tanto certa.

  24. md Says:

    @milena: certo che puoi!

  25. Meditabondi animali « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto […]

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