Intervista pop-sophica

L’amico Antonino Fo, che scrive e collabora con Dillinger.it, un interessante esperimento sul web di giornalismo partecipativo, mi ha intervistato sul blog, sul rapporto tra filosofia e società, sul ruolo dei filosofi e altre simili quisquilie e amenità. L’intervista, che si intitola Può davvero essere popolare la filosofia?, parte dal recente fenomeno della cosiddetta popsophia, con tutti gli annessi e connessi (libri, siti e soprattutto il prossimo Festival del Contemporaneo che si terrà a Civitanova Marche). Io non so proprio se la mia “produzione di pensiero” sia popsophica (così come non so nemmeno se sia davvero filosofica) – posso solo dire di essere philo-sophos nel senso originario della costruzione semantica: amante devoto alla ricerca di agognata sophìa (ma che cosa si debba intendere per sophìa è questione aperta). Che poi, magari, è anche la possibilità più profonda e più propria dell’essere umano: e se ciò vuol essere reso dalla parola pop, ebbene che pop sia!

***

1. Complimenti per il tuo blog ‘La Botte di Diogene’, è davvero ben tenuto, due cose colpiscono su tutte. La naturalezza, la prima, con cui riesci a coniugare l’uso di un linguaggio chiaro e diretto al rigore dei ragionamenti. La seconda cosa che colpisce è l’abilità con la quale spazi tra tematiche di varia natura. ‘La botte di diogene’, perché l’hai chiamato così?

Grazie per i complimenti. Comincio dalla fine: “La botte di Diogene” si riferisce naturalmente a Diogene di Sinope, il filosofo cinico e “hippy” dell’antichità, fustigatore dei falsi costumi ateniesi, predicatore di un “ritorno alla natura” ed esaltatore della libertà umana al di sopra di ogni cosa (compresi gli dèi e le leggi). Mi piaceva l’idea di ispirarmi già nel nome a un filosofo “del gesto”, che intende la filosofia come “prassi” vitale, e non come chiusura nelle torri d’avorio dell’accademia. L’alternativa era “Il giardino di Epicuro”, ma mi pare ci fosse già un sito con quel nome…
Forse è proprio grazie a questa intenzione ed ispirazione originaria che il termine da te usato – “naturalezza” – caratterizza il linguaggio del blog. In verità mi sono talvolta posto il problema della difficoltà (linguistica oltre che concettuale) di alcuni articoli – una difficoltà crescente, visto che l’intento originario era molto più “divulgativo”. Ma non è dipeso da me, quanto soprattutto dai commentatori: è stata la discussione (talvolta accesissima) ad “alzare” il livello. Ma ho sempre cercato di calibrare la cosa con la condivisione emotiva (non solo razionale) di quel che andavo scrivendo: forse la “naturalezza” sta lì.
Sulla varietà dei temi: anche questa non è dipesa soltanto da me, ma da tutto ciò che in questi anni mi ha “attraversato”: letture, incontri, commenti (di nuovo), e – inevitabilmente – lo sguardo sul mondo. Però su questo vorrei aggiungere due cose: non di tutto parlo o scrivo (“ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, anche se viviamo in contesti che al silenzio preferiscono la chiacchiera); ma ciò di cui parlo, anche se vario e molteplice, contiene un filo rosso. Il mondo come “mia” interpretazione, e soprattutto come mia “passione” – anche se penso che non esista mai un individuo scisso dalla società e dal mondo che abita.

2. Libertà, discussione aspra, condivisione emotiva, razionale, mi ha ‘attraversato’, incontri, commenti, filo rosso, non hai bisogno di palesarti oltre, le parole che usi trasudano passione che, mi sembra di avere capito, traduci in stile di vita. Ci vuoi spiegare cosa è la “filosofia quale ‘prassi’ vitale? Perché dovrebbe essere migliore di altri stili di vita? Chi non ha competenze filosofiche verrebbe tagliato fuori da questo modo di vivere? Ciò non comporterebbe la costituzioni di altre torri, magari non quelle accademiche, ma pur sempre d’avorio?

Questioni molto interessanti quelle che poni. Premetto subito che per me è fondamentale vivere la filosofia e filosofare in maniera vitale – una scissione tra teoria e prassi non è nei miei orizzonti. La filosofia come stile di vita è il fortunato titolo di un libro di Romano Màdera e Luigi Tarca, pubblicato qualche anno fa da Bruno Mondadori, che sintetizza bene questa propensione: il saggio di Màdera, in particolare, insiste sulla fusione dell’elemento biografico con quello filosofico. Io aggiungerei che ogni individualità – ogni vita, ogni bios – non solo è degna di essere vissuta, ma è un vero e proprio “capolavoro filosofico”, al di là della coscienza che il singolo ne possa avere. Ogni individualità è cioè una straordinaria commistione di forme sovraindividuali (determinate dalla specie, dal tempo storico, dalle strutture linguistiche, culturali, sociali), declinate però con il crisma dell’unicità e dell’irripetibilità. Penso dunque che si viva già da sempre in maniera filosofica (proprio perché si è, volenti o nolenti, frutto di questa meravigliosa e complessa congerie di concause): la differenza sta semmai nel grado di coscienza di ciò. Ma non vuol dire che chi ha più coscienza sia migliore: ne è solo più consapevole, e questo gli permette, forse, di “manovrare” meglio la propria vita. Tuttavia l’attribuzione di senso e la felicità non sono mai appannaggio esclusivo dei filosofi (men che meno degli accademici), ma di tutti gli umani, indipendentemente dalla loro condizione.
Dopo di che, c’è ovviamente la questione dell’educazione/formazione del genere umano, processo cui i filosofi possono (devono) contribuire, “sporcandosi” anch’essi le mani. Ma l’educazione è sempre un’autoeducazione, una co-formazione: nessun piedistallo, ma tante sedie orizzontali e disposte in cerchio…
D’altro canto bisogna anche stare attenti a pensare che la “teoria” sia una cosa astratta, per pochi: c’è sempre in ogni azione, in ogni gesto e in ogni parola un tasso impressionante di teoria. Noi siamo animali pratico-teorici: ragioniamo mentre facciamo e facciamo ragionando. Sono le scissioni a danneggiarci. Sarebbe dunque assurdo (oltre che autocontraddittorio) se i filosofi contribuissero a perpetuarle o a produrne di nuove.

3. Esiste oggigiorno un’unica condizione, necessaria e sufficiente, per dirsi filosofi? Quale dovrebbe essere il ruolo del filosofo fuori dall’ambito accademico e, più in generale, fuori dal circuito dell’istruzione “ufficiale”?

Me lo ha chiesto qualche giorno fa anche Brixhi, un ragazzo di sedici anni che mi ha contattato in rete con un gran bisogno di parlare di “cose interiori”, e chiedendomi consigli di lettura. Ho avuto qualche difficoltà a rispondergli.
Non credo esista oggi, e credo non sia mai esistita, una definizione univoca della figura del filosofo. I cinici erano degli “hippies” se confrontati con gli accademici platonici, e di sicuro figure come quelle di Marx o di Nietzsche sfuggono ad una definizione ufficiale e accademica di “filosofo”. C’è da questo punto di vista un problema, e cioè la progressiva riduzione del filosofo a professore universitario, laddove nulla garantisce che le due funzioni siano davvero sovrapponibili. Esistono filosofi costitutivamente anti-accademici, inaccalappiabili dalle istituzioni (e dalla tradizione), così come certi professori di filosofia si limitano a fare della “storia della filosofia”, talvolta minestra riscaldata, senza produrre pensiero.
Tuttavia non ti ho risposto. Proverò a farlo passando alla seconda parte della domanda. Non c’è dubbio che l’università, e con essa l’istituzione filosofica ufficiale, abbia ancora un peso notevolissimo per la formazione filosofica. Credo sia pur sempre una condizione necessaria: quale altro luogo sociale o culturale può oggi, meglio dell’università, iniziare un giovane agli studi filosofici? Non è però sufficiente: l’ardore, l’entusiasmo, la passione non vengono da lì, ed anzi spesso vengono spenti in quello che rimane pur sempre una sorta di esamificio. Le recenti “riforme”, poi, credo abbiano ulteriormente aggravato la situazione.
Ma la questione è più generale, e riguarda la crisi epocale di un modello (quello universitario) e di una figura (quella dell’intellettuale) e della loro funzione sociale. Soprattutto nell’era della diffusione (e dispersione) orizzontale dei saperi – di cui la rete è senz’altro uno dei principali protagonisti. Chi insegna a chi e cosa? Chi apprende da chi e cosa? E perché? La cultura verticale dell’apprendimento (veicolata dalla centralità del libro) è senz’altro stata messa in discussione. Ma non si capisce ancora quale esito avrà la crisi. Ecco: forse il filosofo – lungo il discrimine tra università e società – dovrebbe riflettere anche su tali questioni, e riproporre con forza il tema dell’antica paidéia greca e della formazione.
Infine: non è detto che il filosofo che esce dall’ambito accademico per affacciarsi alla società, e parlare un linguaggio “depurato” dal gergo specialistico (in televisione o sui grandi giornali, per arrivare ai palchi dei popolarissimi festival della filosofia, sempre più di moda) – non è detto che questa figura di filosofo sia un critico del corporativismo: il rischio è semmai che si trasferisca da una corporazione (o “casta”, come oggi si suol dire) ad un’altra – quella dello star system mediatico. E non mi pare un gran progredire sulla via della marxiana filosofia della prassi – una filosofia, cioè, che non si limiti ad interpretare ma che interagisca e contribuisca a trasformare la società e la vita.

4. Metto le mani avanti per l’ultima domanda che sto per porti: so che ci vorrebbe un trattato per rispondere, ma ti chiedo di farlo in poche righe con quelle illuminanti intuizioni da saggio che riesci a condensare nella tua scrittura: visto che in questo cambio di atteggiamento dei pensatori accademici – che ha il suo culmine nell’ultima trovata dei festival filosofici – intravedi il rischio di una trasformazione solo di facciata del filosofo contemporaneo, con il pericolo che egli si porti dietro tutto il peggio del corporativismo, puoi dare ai lettori di dillinger.it gli ingredienti della tua ricetta affinché il moderno pensatore possa contribuire “a trasformare la società e la vita”?

Eh sì, è proprio vero che ci vorrebbero pagine e pagine per rispondere, visto che la domanda (e più in generale il senso di questa intervista) cattura alcuni nodi fondamentali: la funzione sociale del filosofo (e dell’intellettuale in genere), il rapporto tra teoria e prassi, la società dello spettacolo, la comunicazione, ecc.
Potrei provare a rispondere, brevemente ed ellitticamente, in due modi differenti. Il primo, più legato alla prassi, alla quotidianità, ai comportamenti pratici ed individuali. L’altro decisamente più “tecnico”, proveniente dal cielo della teoria filosofica. Comincerò da quest’ultimo, il modo astratto, per concludere con il primo, più concreto ma di gran lunga più difficile.
Un pensiero che connetta Spinoza a Marx ci può essere di grande aiuto: Spinoza, per la visione immanente ed orizzontale (nessun piedistallo, rispetto assoluto per ogni forma di vita, nessuna gerarchia degli esseri, una chiara visione del campo passionale e dell’intreccio tra questo e quello razionale); Marx, per la visione dialettica, di incessante trasformazione di sé e del mondo, e per il tentativo di superare ogni scissione tra teoria e prassi. Il trionfo, in entrambi, della relazione: io sono in perenne relazione con altro – anzi, con ogni altro, e solo la crescita della coscienza di questo mio modo di essere è la via per la felicità e per la piena realizzazione (individuale e sociale). Ho parlato di via, non di fine: dunque, possibilità e progetto, per nulla garantiti, visto che non c’è un dio o un padrone (né personale né naturale) a fare da supervisore.
Veniamo al secondo tipo di risposta: è chiaro che una “società di filosofi” è piuttosto utopica, oltre che un po’ noiosa (Marx ne aveva scorto la possibilità, quando aveva parlato dell’uomo onnilaterale che nell’arco della stessa giornata lavora, dipinge, critica, ecc. – ma si tratta piuttosto di uomo totale e disalienato). Compito del filosofo (del pensatore, del critico, dell’intellettuale) è di far sì che quella sfera di coscienza di cui ho parlato sopra, non solo non venga meno, ma si espanda il più possibile. Personalmente ho provato con due “ricette”: il partire da sé (tentando di praticare sempre quel che dico e penso, evitando la predica o la propaganda, che hanno il difetto di non andare mai al cuore del problema o dei soggetti); e, di nuovo, la paidèia, cioè la pratica educativa: nella fattispecie con il progetto di “filosofia con i bambini” di cui ho dato testimonianza nel blog. Con, non per: il discrimine sta proprio in quella preposizione. Educare vuol dire crescere e praticare insieme a, e non propagandare o predicare, e questo lo si comincia a fare con i bambini, con i ragazzi, con gli adolescenti. Insegnar loro “le regole” della vita, vuol dire praticarle per primi, altrimenti è tutto inutile.
Ed ecco che il cerchio si chiude: quella che prima sembrava un’astrazione – far dialogare Spinoza con Marx, uno dei tanti giochi della ragione filosofica, un inconcludente lambiccarsi il cervello – comincia ora a presentarsi sotto una luce diversa, anzi, come una possibilità concreta: cos’altro è la democrazia (parola abusata e sbandierata) se non la messa in comune delle capacità (di tutte le capacità) per realizzare una convivenza finalizzata alla felicità collettiva e individuale? Naturalmente è un’impresa difficilissima: tutto oggi sembra congiurare contro queste intenzioni (da anime belle, obietterebbe qualcuno, e dunque destinate allo smacco). Ma è nella nostra natura farlo, provarci, tentare – sperare? (altra parola abusata, oltre che ambigua).
Vorrei però concludere evocando un terzo modo di rispondere, un vero e proprio convitato di pietra della riflessione filosofica, lontanissimo dalle luci dei nuovi palchi filosofici: la cosa che raccomanderei di più oggi a un ragazzo, a un giovane, a chi si vuole avvicinare al pensiero (oltre che a me stesso) è la pratica del silenzio. Un’ostinata e resistente pratica del silenzio. Ritrovare spazi per la meditazione, per la riflessione. Isolarsi, anche solo per un momento. Praticare il monologo (che è poi una forma di dialogo) interiore. Passeggiare almeno mezz’ora ogni giorno. Far svagare la mente. Farla ri-creare. In perfetta solitudine. Forse in quell’attimo di solitario silenzio sarà il mondo intero a far capolino in tutta la sua bellezza. Forse alla fine ne guadagnerà anche l’agire.

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , , , , ,

8 Risposte to “Intervista pop-sophica”

  1. Carla Says:

    questo è proprio un bel regalo…
    (adoro questo genere di interviste).

  2. milena Says:

    … rosso è il filo che fa volare gli aquiloni …

  3. Carla Says:

    Ah, la pratica del silenzio….dici bene, ma bisogna avere uno spazio, che sia lontano da ogni tentazione mediatica….se no è veramente difficile se non impossibile.

    mi piace la tua descrizione della philo-sophos, è in primis quel desiderio, o filo rosso, che ti interroga continuamente e costantemente….gli spunti arrivano quando meno te lo aspetti, ma arrivano, e questo è importante.
    Una mente capace di essere – ricettiva – agli stimoli permette la riflessione, gli scambi, le sorprese.
    E la scoperta dell’individualità aiuta a conoscere più a fondo
    l’uomo.

  4. Antonino Fo Says:

    Colgo l’occasione della pubblicazione nel tuo blog dell’intervista per farti qualche altra domanda, sulle risposte che hai dato ai quesiti.

    ‘predicatore di un “ritorno alla natura” ed esaltatore della libertà umana al di sopra di ogni cosa (compresi gli dèi e le leggi)’

    Ubi societas ibi ius, foss’anche un diritto non scritto. Non è che Diogene per leggi intendesse il diritto positivo, quello scritto ed in vigore in un determinato periodo storico, e ritenersi al di sopra delle leggi fosse un richiamo al giusnaturalismo, cioè a quel diritto naturale bandiera del cristianesimo?

    ‘… io sono in perenne relazione con altro – anzi, con ogni altro, e solo la crescita della coscienza di questo mio modo di essere è la via per la felicità e per la piena realizzazione (individuale e sociale).’

    Come avviene questa crescita di coscienza a livello individuale e come potrebbe trasferirsi ad un livello collettivo?
    Cioè il fatto che io ne prenda atto, penso che non sia sufficiente a darmi la felicità, come si può addivenire a questa espansione continua di coscienza?

    ‘ …la pratica del silenzio. Un’ostinata e resistente pratica del silenzio. Ritrovare spazi per la meditazione, per la riflessione.’

    Che posto occupano le filosofie orientali nel tuo discorso sulla filosofia?

  5. md Says:

    @Antonino Fo: mi sa che le tue domande potranno essere occasione per dei prossimi post…

  6. Antonino Fo Says:

    Riporto integralmente anche questo interessante commento fatto all’articolo dell’intervista:

    ““POP”-sophia??! Il nome dice tutto.
    Per favore la vita non è un palcoscenico nè un ricettario. La FILOSOFIA NON SI IMPARA. A parlare sono i filosofi o i sedicenti tali ma queste avvincenti manifestazioni non hanno nulla a che fare con il pensiero. Non ridicolizziamo anche questo vi prego. Capisco le buone intenzioni ma perchè tutto deve essere così grottesco e confezionato? Perchè commercializzare e svilire tutto ciò che ci resta? Cosa volete fare? Cambiare le cose? Capirci di più? “Conoscenza” delle cose e “informazione” sulle cose non stanno forse incontrandosi fino a coincidere pericolosamente? O questo è già avvenuto? E’ terribile. C’è sempre un principio di autorità sotteso ad ogni forma di impegno sociale. E’ sempre una forma m e d i a t a. Nulla a che vedere con quel medium che è la televisione come noi la conosciamo ma spiace dirlo cambiano i contenuti ma l’illusione, l’incantesimo resta intatto. Ipnosi di massa dunque”.

    Cristiano Marocco

  7. Antonino Fo Says:

    @md

    Mettili a scadenzario!

  8. Antonino Fo Says:

    Riporto integralmente quest’altro interessante commento fatto all’articolo dell’intervista:

    Bella intervista, complimenti per l’iniziativa e per l’articolo. Mario Domina ci offre, mi sembra, un punto di vista vitale, concreto nel riconoscimento delle dinamiche sociali (non è affatto scontato per un filosofo, come sappiamo), privo di illusionismi o di impostazioni dominanti. Punta, invece, su quel legame originario tra bios e pensiero (Bergson avrebbe detto, forse, tra slancio vitale e pensiero critico) che è poi, essenzialmente, la tradizione antagonista della cultura accademica- direi non solo filosofica-, ovvero la scuola “clandestina” ma importante dei Diogene, Montaigne, Nietzsche e oggi (nei suoi limiti) Michel Onfray.

    Tutto questo mi appare, oggi, necessario nella misura in cui se è vero che “c’è sempre un principio di autorità sotteso ad ogni forma di impegno sociale” ciò non solo non impedisce l’impegno ma, piuttosto, lo motiva…Ce l’ha dimostrato un filosofo come Michel Foucault, per esempio, che della questione del potere è stato un interprete infaticabile proprio nel senso di un “biopotere” sparso ovunque, in tutte le istituzioni e nei loro discorsi.
    Serve davvero poco difendere un’interiorità ferita (mi riferisco al commento di Cristiano), ma partecipare con idee e critiche allo sviluppo di un pensiero collettivo, privo di centri di potere soltanto perché vengono identificati e contestati…Questo è “pop”, se si vuole, anche se il termine non piace neanche a me. Se poi si può “festeggiare” la filosofia in un festival, magari meno allineato alle filiazioni consuete (Galimberti & Co.) tanto meglio.

    Alessandro De Caro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: