Meditabondi animali

Approfittando dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto un problema: un conto è meditare, un altro è riflettere sulla meditazione (o, se è lecito dirlo, meditare sulla meditazione): il pensiero riflessivo tipico della filosofia occidentale (quel che riflette su ogni cosa, perché la mente è portata a pensare di essere una superficie-specchio, una facoltà in grado cioè di recepire e restituire qualsiasi oggetto, sé compresa), ha qualche problema ad affrontare quel che (almeno in parte) ne vorrebbe negare l’assoluta trasparenza ed evidenza. Lati oscuri, opachi, spigolosi o inintelligibili della realtà – la vita o l’esistenza nuda e cruda, che non si fanno certo ridurre all’ordine scientifico, logico, filosofico. La meditazione appare allora come una porta stretta che può essere aperta su questo territorio umbratile e misterioso.
Non intendo qui disquisire in modo approfondito sul significato del termine, o sulla sua fenomenologia – dato per inteso che si tratta di parola (e di concetto) piuttosto stratificato e irriducibile ad un unico significato. Se l’etimo ci rivela la comunanza con la cura (medèri, da una radice indoeuropea che mette insieme i significati di curare e di riflettere), l’esistenza di pratiche così diverse di meditazione (in Occidente come in Oriente – o, meglio, in quello spazio che l’Occidente definisce “Oriente”) induce a sospettare che possano essere raccolte sotto il medesimo nome.
La stessa tradizione filosofica ci offre approcci alla meditazione diversi e non necessariamente noetici o dianoetici (cioè in forma di puro pensiero logico): dal delirio platonico (la manìa), all’ascesi plotiniana, dall’intuizione intellettuale spinozista alla ripresa nietzscheana di temi orfico-dionisiaci, per non parlare della massiccia presenza dell’alchimia o del misticismo nel pensiero a cavallo tra Illuminismo e Romanticismo (persino nell’ultarazionalista Hegel) – esiste un filo millenario (anche se minoritario) a latere, che non intende ridurre l’attività mentale al pensiero logico-apollineo. E che dunque esplora anche forme di conoscenza e di meditazione non riconducibili al pensiero filosofico-scientifico.

Detto questo, tutte le culture (e i diversi segmenti di ciascuna cultura) hanno praticato la meditazione in modi diversi, e per soddisfare bisogni diversi, che non credo si possano ridurre ad unità. E dunque scelgo di non rispondere alla questione in termini filosofico-riflessivi (che cos’è quell’oggetto che denominiamo “meditazione”?), e men che meno in termini etno-comparativi (non ne avrei le competenze); tenterò piuttosto di far emergere dal mio vissuto psichico quelle che sono state alcune pratiche (più o meno coscienti) che a quel concetto possono essere ricondotte.

La prima che mi viene in mente ha a che fare con le esperienze dello straniamento e della noia (ne ho già parlato rispettivamente qui e qui). L’arrestarsi, l’uscire dal normale flusso consequenziale (quello secondo cui siamo collocati in un ambito spazio-temporale dotato di senso, di cause ed effetti, di cose da fare, di obiettivi da perseguire, ecc.), per ritrovarsi in una sorta di bolla aliena, talvolta carica di angoscia, dalla quale guardare con stupore a sé e al mondo. Si tratta di una sensazione che può durare anche pochi attimi (anzi, la durata qui non ha nessuna importanza, dato che si tratta della sospensione di ogni temporalità), e che in genere lascia storditi. L’aggettivo meditabondo – che allude allo starsene appartati e immersi in profondi pensieri, dimentichi del mondo – rende abbastanza bene questa situazione esistenziale.

Questo ripiegarsi su di sé, tagliando fuori il mondo, richiede però un certo livello di concentrazione (tratto che pare accomunare tanto il pensiero logico-riflessivo, quanto la pratica della meditazione) – cosa che può avvenire in diversi modi: fissandosi su un pensiero, oppure sul proprio corpo (respiro, movimento, battito cardiaco – la cinestesia, un ascolto di sé pressoché perduto); o, in alternativa, con una concentrazione sull’altro-da-sé: personalmente prediligo le forme naturali, possibilmente svuotate dei loro contenuti e ridotte a “pure figure lineari”.
Nell’uno come nell’altro caso, ho però sperimentato che la riuscita di tale forma di concentrazione ha a che fare con l’unicità dell’oggetto: più si crea questo asse unico ed esclusivo tra il sé e l’altro, più il mondo riesce a sprofondare nell’indeterminatezza. E allora il soggetto e l’oggetto si sciolgono, e fanno emergere la pura sensazione vitale. La concentrazione, qui, ha il solo scopo di percepire se stessi in altro senza più distinzione. Un’arte difficilissima, quasi impossibile.

C’è poi il cammino.
Per me camminare è di vitale importanza. Nel cammino ho dirottato l’antica abitudine del monologo interiore (che un tempo praticavo di sera, prima di addormentarmi, lungo quel crinale straordinario che è il confine tra la veglia e il sonno). Tengo a dire che, nonostante la radicale scristianizzazione, alcuni elementi della meditazione cristiana sono ancora presenti nella mia esperienza (ci sarebbe qui da aprire il capitolo della mistica e dell’attività contemplativa, oltre a quello dell’esame di coscienza, ma mi attengo alle premesse restrittive di cui sopra).
Oltre al cammino, anche la corsa: accelerazione del movimento vitale che favorisce il mio proiettarmi e ricongiungermi con la vita esterna (che è anche interna). Respiro, battito e giunture che collassano nel mondo – come avviene silmilmente nell’orgasmo. Restituzione del corpo e della mente alla loro unità.
Il monologo interiore (che è poi un dialogo tra sé e sé, in una sorta di fittizio sdoppiamento, non solo duale ma persino multiplo), a dispetto dell’etimo e dell’allusione al lògos, è in realtà ambivalente (almeno lo è nella mia esperienza): quando cammino, ad esempio, mi capita di ragionare in maniera profondissima su qualcosa, o, altre volte, di svagare totalmente il pensiero, di saltellare da una cosa all’altra, di mettere in discussione l’ordine logico (mono-logico o dia-logico), per far emergere piuttosto il caos emotivo-razionale, la perdita del filo (non possiamo non perdere il filo, se vogliamo poi ritrovarlo, magari intrecciato con altri più resistenti).
(Il monologo di Molly con cui Joyce conclude l’Ulisse è un esempio straordinario di questa forma di svagata meditazione, senza punteggiatura, senza appigli, senza filo logico. Naturalmente va rilevata la contraddizione implicita in una forma meditativa – e dunque, si suppone, concentrata in sé – che richiede però una forma estrema di dis-trazione).

Vi sono poi altri momenti nei quali la meditazione sorge, senza intenzione: l’ascolto della musica, la contemplazione di un’immagine (artificiale o naturale), i sogni ad occhi aperti, gli atti mancati, l’incanto momentaneo, l’affisarsi, l’essere trasognati, ecc. ecc. Nessuna pratica e nessun esercizio metodico viene richiesto per tutto ciò – ma questo basta forse ad escludere quei momenti (diffusi e quotidiani) dall’ambito della meditazione?

Mi pare infine di dover ricordare due requisiti essenziali della meditazione (almeno, nella mia esperienza le ritengo condizioni necessarie): la solitudine e il silenzio (ne avevo parlato qui). L’ampliamento della coscienza e dell’attività mentale fino alle estreme possibilità (l’ipotetica unificazione e con-fusione con il tutto) richiedono una rigorosa solitarietà, un totale isolamento dagli altri; e, in secondo luogo, uno svuotamento fisico e mentale di tutto ciò che ingombra la mente. I più bravi (e io non sono fra questi) riescono forse a meditare anche in mezzo ad una folla vociante – anzi, a maggior ragione proprio là dove c’è bisogno di maggior distacco. Io prediligo il silenzio fisico (che nella realtà metropolitana è una chimera) e la fuga da tutto ciò che richiama anche solo vagamente la socialità.

***

A che serve tutto ciò?
A vivere meglio? ad esser felici? a ritrovar se stessi? a star bene con gli altri? a gustare meglio la vita? ad allontanare da sé la paura e la sofferenza? ad ampliare le proprie capacità percettive e conoscitive? a discriminare ciò che è essenziale da ciò che non lo è? a scovare il senso dell’esistenza? a prepararsi alla morte? ad avere più energie per gli stati “normali”? a sentirsi bene con se stesso?
Boh, non saprei. Forse tutto questo insieme e altro ancora.
Di sicuro la meditazione è un bisogno umano e corrisponde ad una sua precisa necessità. E ciascuno, al di là delle tecniche date, troverà la propria via individuale. Perché forse nella meditazione emerge proprio questo strano fatto: ci si immerge profondamente in se stessi (in quell’ambito non ben definito che chiamiamo “interiorità”, “mente”, “anima”, “spirito”) per scoprirsi nient’altro che parte del tutto (di un tutto che io ritengo rigorosamente materiale). E dunque un’essenza piuttosto inessenziale.
La meditazione può allora diventare una rottura (al limite diffusa e quotidiana) del quotidiano: un’inserzione vitale nel macchinismo da cui siamo governati. Magari perché si vuol tornare ad essere quel che si è davvero – animali meditabondi, come forse son tutti gli animali, oziosi, quieti, beati; e non disperati come il Leopardi del Canto notturno, che invidiando la greggia così le si rivolge:

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge.

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11 Risposte to “Meditabondi animali”

  1. Pierantonio Says:

    ..per “conoscere se stessi” credo sia fondamentale se non necessario potersi estraniare per riflettere e pertanto meditare .
    Senza dubbio attività fisiche da poter fare in solitario magari immersi nella natura sono senza dubbio quanto di meglio si possa sperare.
    Io rifuggo i luoghi troppo affollati e se non ci riesco mi creo mentalmente una bolla di isolamento.
    La solitudine ed il silenzio sono una vera panacea per la vita che conduciamo oggigiorno assoggettati giocoforza alla econimia globale , al margine economico all’origine di tutto.
    La solitudine ed il silenzio da “eremita” potrebbe essere troppo ma personalmente una via di mezzo sarebbe ciò che non disdegnerei provare.

  2. Fabio S. Says:

    …ma ci sono ancora esercizi facili e brevi, che sciolgono subito le membra e non fanno perdere quel tempo del quale bisogna tener il maggior conto possibile: la corsa, il salto in alto, in lungo, […] scegli tra questi quel che vuoi … In ogni caso, però, torna presto dal corpo all’animo e tienilo in allenamento notte e giorno; per il corpo basta un’attività moderata.

    Non ti dico di stare sempre curvo sui libri, o sulle tavolette: bisogna concedere un po’ di riposo alla mente, perchè possa rilassarsi, senza esaurirsi.

    Cura dunque questo bene [la forza dell’animo, ndr] che diventa migliore col passare degli anni

    (tratto da Seneca, Lettere a Lucilio, lettera n. 15)

  3. milena Says:

    Non identificarti coi tuoi pensieri, osservali, lasciali passare.
    Il tuo vero Sé è puro silenzio

  4. xavier Says:

    Ho scelto di vivere appartato, mentalmente e fisicamente, dopo 45 anni in città. Quando ci torno mi sembra di essere un marziano, e forse lo sembro anche ai milanesi. Non é che dove vivo adesso dedichi tempo a meditare, ma viene da sé, senza che me ne accorga, E il meglio é che non mi annoio per niente a far nulla, mentre lo ero molto più quando correvo dietro al tempo con gli altri umani. A cui, per altro, voglio sempre bene: Con più giudizio, forse.

  5. milena Says:

    … in alcune circostanze la meditazione giunge inaspettatamente anche se non la chiamiamo meditazione e non è un atto intenzionale. Ma soprattutto in certe età della vita, se non si diventa “mediativi”, allora significa che qualcosa non funziona come dovrebbe, oppure che ci sono condizioni oggettive, sia interne che esterne, che sono di ostacolo – e in ogni età sono più gli ostacoli che le facilitazioni, non vi pare?
    Non ho dubbi sul fatto che l’aumento di consapevolezza connessa alla crescita individuale, e/o alla conoscenza metafisica, porti, come conseguenza necessaria e naturale, a ricercarla e a praticarla, e a cercare spazi di silenzio che la rendano più facilmente realizzabile.
    Certo è che se si inizia da giovani, a praticarla, è ancor meglio – ci si porta avanti col lavoro, il lavoro su se stessi.
    Noi, tutti noi, siamo o siamo stati materia grezza, informe. E alla materia grezza … volontà, disciplina e determinazione, possono dare una forma, una forma che non sia frutto del caso.
    Ovviamente la materia grezza data non è identica per ognuno, ci sono fin dalla nascita differenze, così come differenze nell’humus in cui siamo nati educati e cresciuti, bla bla bla.
    Il lavoro su se stessi, però, si può fare in qualsiasi condizione data. Non serve a niente piangere sul latte versato. Bisogna ogni giorno mettersi di buona lena a mungerne di nuovo. Sono giunta a non avere neppure alcun dubbio che non solo sia utile, ma che sia anche doveroso – che sennò, non solo resteremmo senza latte fresco, ma soprattutto la mucca starebbe piuttosto male. Sto un po’ scherzando, però voglio dire che il lavoro su noi stessi non consegue soltanto un beneficio personale, ma che va a vantaggio della totalità – visto che siamo parte del tutto, e che, siccome da cosa nasce cosa, il beneficio si diffonde.
    Quando penso alla parola meditazione, in realtà non penso a quegli attimi fuggenti in cui il pensiero (grazieaddio) si ferma. E lo possiamo fare eccome, e in tanti modi diversi, e possiamo utilizzare tanti metodi per darci una tregua, per rigenerarci, per far riposare la mente, per godere della beatitudine del silenzio interiore, o l’estasi del piacere e della fusione. Tutte ottime cose, ne convengo, ma se è quello l’obbiettivo che ci poniamo, allora vuol dire che ci accontentiamo di molto poco.
    E se, inoltre, credessimo di poter stare ventiquattrore su ventiquattro in uno stato beato, allora vorrebbe dire: o che siamo molto ricchi e molto stupidi, o che siamo come morti, esclusi dal circuito della vita, o arrivati alla fine del viaggio, o in cima alla vetta. Avete presente quella sensazione che prende quando si arriva in vetta? È vero, è splendido. Sei arrivato. Vedi tutte le cose dall’alto e tutto è fermo. Puro silenzio e luce. Ma ora, Dove vado?
    Quando penso alla parola meditazione io penso sempre ad una meta. La meditazione è come la verità: è una ricerca. E ogni giorno si ricomincia daccapo.

    -Riassumo: non ho dubbi sul fatto che la meditazione possa essere un lavoro su se stessi ed avere come obiettivo la liberazione dai condizionamenti.
    -La meditazione di questo tipo non è di genere mistico, ma scientifico; e se talora può sembrare si colori di misticismo, è solo perché si entra in contatto con materiale inconscio.

    In ogni caso, qualsiasi cosa vogliamo fare, dal momento in cui la riconosciamo come un bisogno, siamo di fronte ad una scelta: accontentarsi che sia un fatto spontaneo, oppure darle un obiettivo e una direzione, capire perché lo stiamo facendo e dove vogliamo andare.
    È una scelta delicata, e ovviamente ognuno farà come vuole, ma pensare di poterla praticare “come si vuole” è solo una delle possibilità. Infatti non vedo perché non utilizzare anche tecniche sperimentate. Sarebbe come se per studiare filosofia ci fossimo estraniati dalle tradizioni invece di accomodarsi sulle spalle dei giganti e trarne tutto il vantaggio possibile, prima di riuscire a camminare (o gattonare) con le proprie gambe.

  6. milena Says:

    (continuo sul tema meditazione, tutte cose che avevo scritto settimana scorsa. Sono un po’ riluttante a inviare questi miei commenti, forse non interessano a nessuno, ma chissà …
    Premetto che non rinnego il lavoro su me stessa che avevo iniziato col mio insegnante di yoga. Lui mi diceva, Tutto il lavoro che fai sul tuo corpo adesso non andrà perduto. Dal momento che inizi a praticare, è qualcosa che non puoi più smettere, e continuerà anche se crederai di averla abbandonata. Proseguirà nella quotidianità e in ogni cosa che fai. È un modo di vivere.
    E potete anche non credermi, anzi, fate molto bene se non mi credete, ma per me è vero. Anche se, come ho già detto, è qualcosa che avevo accantonato. Ma sapete quando si dice, Impara l’arte e mettila da parte. Già, è proprio così, prima o poi torna utile.)

    … spesso, quando siamo svegli, e soprattutto se siamo impegnati in un lavoro intellettuale, siamo molto concentrati nella mente.
    Bisogna evidenziare la differenza qualitativa fra concentrazione e meditazione. La concentrazione – vale a dire concentrazione su un unico punto, il cui scopo è ottenere una mente ferma e non oscillante – è solo un primo passo, e serve per conseguire una mente che riesce a stare concentrata in se stessa senza farsi distrarre, turbare o disturbare, dalla mutevolezza degli oggetti esterni; concentrazione che (anche nelle tradizioni yoga) si ottiene fissando l’attenzione su un oggetto esterno al proprio corpo o interno al proprio corpo, o sul respiro, oppure, ho scoperto da poco, su unico pensiero, o verità metafisica.
    La concentrazione, (dhârâna) però è diversa dalla meditazione (dhyâna). La concentrazione in se stessi serve all’isolamento, è un mezzo di difesa dall’aggressione del mondo esterno. Ma è sempre meglio non scambiare il mezzo per il fine.
    Dire cosa sia la meditazione è un tantino più complicato, ma una delle utilità pratiche della meditazione consisterebbe proprio nell’usare la mente invece di essere usati da lei.
    Al di là di tutte le tecniche più o meno sperimentate, la mia esperienza mi ha insegnato che la pratica volontaria di per sé resterebbe un fatto meccanico se non fosse congiunta alla comprensione di se stessi e del mondo. Le due cose vanno di pari passo. Sono come linee parallele che s’incontrano all’infinito.
    La comprensione non è sempre cosa pacifica, sappiamo che può essere dolorosa, e quanto … Però (o per lo meno così è per me), è proprio la cognizione della condizione di dolore dell’esistenza a spingerci a cercare un rimedio. Ecco allora che la concentrazione, prima, e la meditazione, poi, possono sembrare il rimedio. Un rimedio – la meditazione – che però capovolge la vita – l’essere nella vita.
    Meditare deriva dalla stessa radice di medicina, “medéri”, da una radice indeuropea che significa “riflettere – curare”). Se la medicina cura il corpo, meditare cura l’anima (dice il dizionario).
    La nostra mente è sempre in movimento, si muove sia che siamo svegli sia che stiamo dormendo. Allora meditare potrebbe voler dire fare un piccolo sforzo volontario – piccolo sforzo che inizialmente lo si può fare soltanto quando si è svegli – di non identificarsi coi propri pensieri, ma osservali, lasciali passare. Perché il vero Sé di ognuno è puro silenzio. Il Sé è uno specchio che riflette, ma non è le cose che vi si riflettono. Né i pensieri, né le percezioni, né i sentimenti, né gli oggetti. Quando si avrà compreso e provato questo, che se vogliamo inizialmente è una sorta di trucco (un trucco che però deve essere compreso), questo modus ci accompagnerà di notte e di giorno sempre più spesso. Proseguirà nella quotidianità e in ogni cosa che facciamo. È un modo di vivere, ma soprattutto è il modo di essere.
    faccio notare la differenza fra truffa e trucco. Una truffa è qualcosa che subiamo, un trucco è un’arte che sappiamo come gestire)
    Detto così sembra una cosa fin troppo facile o forse assurda. Però so che chi, in qualche modo, già la conosce la potrà capire; mentre per chi non la conosce, probabilmente non riuscirà neppure a leggere queste parole. In un certo senso, nessuno può capire quello che ancora non sa.
    È il trucco dello speculare. Se si vuole guardare nello specchio per conoscere quello che già sappiamo, bisogna capovolgersi di centottanta gradi. Ma per farlo bisogna prima dividere e poi unire.

  7. Fabiana Says:

    quando arrivo in cima e vedo il calmo lago e lazzurro cielo che vi si riflette in un attimo io sono il lago e sono il cielo e non mi chiedo niente perchè non ne ho più la facoltà…e anche se dura solo un attimo è un grande bene.
    Quando disegno e la mia mente smette di operare secondo le consuete modalità per scivolare in una specie di trance,si trasforma la percezione di me stessa e del tempo,dello spazio.Ma questo accade solo se mi permetto di fluire e smetto di avere aspettative,se accetto che il mio operare possa essere inadeguato o privo di tecnica.In questo sta forse,il grande segreto,nel superare il senso di inadeguatezza che ci fa stare in costante tensione…

  8. Pensierodud Says:

    Filosofia, la mia passione di una vita! Poi un giorno un attimo di smarrimento: il pensiero si stava attorcigliando su se stesso. Varie cose, vari luoghi. Poi, lontano, parlo con un monaco. Lui parla. Io ascolto. Lui dice “noi non spieghiamo, prova!”. Provo. Meditazione per me: assenza del pensiero. Momentanea sospensione di qualcosa che nella mia testa è in alacre, ininterrotta funzione. Non vado tanto avanti, dico solo che a un certo punto il pensiero era il cane che mi portava al guinzaglio. Dopo riuscivo io a dirigerlo dove volevo. Non sempre.
    Un caro saluto

  9. Antonino Fo Says:

    ************************************************************************************
    Il poco tempo a disposizione per nutrire la mente con queste squisite discussioni, mi ha fatto arrivare tardi a commentare questo post. Parlare della meditazione però è un’occasione che non posso farmi sfuggire, sarò breve dicendo solo due cose.
    La prima cosa da dire è che un lavoro eccellente sulla meditazione è stato fatto dal fisico e psicologo Fabrizio Coppola che, con rigore scientifico, ha condotto degli studi e pubblicato due libri sul tema (1) “Il segreto dell’universo” e (2) “La rivoluzione prossima ventura”.
    In quest’ultimo volume, per collegarmi alla citazione fatta da Mario, Coppola spiega cosa si sperimenta durante la meditazione, e lo fa riportando una poesia di Leopardi:

    Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
    E questa siepe, che da tanta parte
    De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
    Ma sedendo e mirando, interminato
    Spazio di là da quella, e sovrumani
    Silenzi, e profondissima quiete
    Io nel pensier mi fingo, ove per poco
    Il cor non si spaura. E come il vento
    Odo stormir tra queste piante, io quello
    Infinito silenzio a questa voce
    Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
    E le morte stagioni, e la presente
    E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa
    Infinità s’annega il pensier mio:
    E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

    La seconda cosa da dire è che le esperienze riportate da Mario, a parer mio, non sono stati meditativi, piuttosto li definirei trans ipnotiche o autoipnosi.
    Secondo la mia esperienza, la meditazione è qualcosa di molto più profondo, è assenza di pensiero che fa sperimentare una sensazione di ricongiungimento con il tutto, con l’universo.
    (“L’universo trova spazio dentro di me” recita una canzone di Battisti-Mogol).
    ***********************************************************************************

  10. rozmilla Says:

    Ci sono cose di cui non è facile parlare: fatti, condizioni e stadi per i quali il linguaggio perde la sua forza definente. Credo che la meditazione sia uno di questi. Il linguaggio cerca di avvicinarsi a quella cosa ma ogni volta le sfugge. Penso però che ognuno abbia il sacrosanto diritto di dire e cercare di esprimere, pur con tutti i limiti, ciò che sente e prova su questo particolarissimo oggetto che è la meditazione. E in ogni caso, e forse mai come in questo caso, più che di oggetto si dovrebbe lasciar parlare il soggetto, se vuole. Quali esperienze ha fatto, perché e per come.
    Ho scritto molto sulla meditazione, ma devo dire che non sono soddisfatta di ciò che ho scritto – ovviamente una cosa è parlarne, altra è praticarla. Però, ci sono alcune cose che ho ben chiare e che desidero ripetere: come in tutte le cose, anche per la meditazione ci sono dei gradi, dei livelli diversi che però a volte si fondono uno nell’altro, per cui anche il più esperto praticante può scivolare indifferentemente dalla concentrazione, alla meditazione, agli stati estatici. Quando invece si parla di assenza di pensiero, ohibò, in realtà non vedo come possa essere provato o dimostrato.
    Sembra che tutti, o molti, desiderino non pensare, o trovarsi in quello stato che gli yogi chiamano samadhi. Però ne parlano, e lo pensano, e lo desiderano. E persino il nostro caro Giacomo, se la sua poesia è la prova tangibile del suo stato di fusione con l’assoluto, o di fusione assoluta, ce ne ha parlato. Quindi vorrà dire che se per caso ci è entrato (in quello stato) poi ne è uscito, e ci ha testimoniato la sua esperienza con quella meravigliosa poesia, di cui certamente siamo grati.

  11. xavier Says:

    Caro, anzi carissimo Antonino Fo, ti ringrazio di cuore per aver trascritto “L’Infinito”: ogni volta mi incanta e mi stordisce per sua incomparabile bellezza. Se penso che critici paludati e noiosissimi biografi impiegano volumi di parole per spiegarci chi fosse Leopardi, e poi basta rileggersi una sola delle sue splendide poesie per compatirli della loro presunzione, ebbene viva tutti gli Antonino Fo di questo mondo e a quel paese i vari Citati & compagnia cantante, Leopardi mancati e tediosi. Però, caro amico, ti prego, la prossima volta, se puoi, non chiamarmela “una poesia di Leopardi” (sic!), perchè questo proprio é un colpo basso, anche per un rozzo personaggio del mio calibro. Sono anche disposto a lasciar correre su Mogol-Battisti, che ho suonato per una vita in tutte le varianti jazz, rock, country e folk senza mai sentirmene coinvolto, ma “L’Infinito” no, ti prego, quello chiamalo per nome, fra l’altro bellissimo anch’esso. Con affetto Xavier:

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