Qualitativa verditudine

“C’erano file di pini, cipressi, macrocarpe, olmi, pioppi,
lecci, tigli, magnolie, cedri del libano, cedri atlantici,
querce rosse, mimose, acacie americane: color verde cupo,
verde argenteo, verde squillante, verde tenero,
verde luminoso.” (P. Citati)

[Sommario: Qualità primarie e secondarie in Galilei –  Dittatura del quantitativo – Inserzione primaverile – Teoria dei colori – Morfologia e metamorfosi in Goethe – Gli indiscernibili di Leibniz – Dispositivi marxiani – Oggettività e riduzionismo – Totalità qualitativa – Io e la verditudine]

Vi è una chiara opzione quantitativa nella mentalità tecnoscientifica che caratterizza la modernità. Non ha una sua necessità ontologica assoluta (molte culture hanno storicamente optato per altri tipi di mentalità o immagini diverse del mondo), ma è quella con cui, nel bene o nel male, ci troviamo a fare i conti ogni giorno – e che pare aver avvinghiato l’intero pianeta. Potenza, insieme, della tecnica e del capitale.
“Io dico – scrive Galilei nel Saggiatore – che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o quella figura […] grande o piccola […] ch’ella è una, poche o molte, né per veruna immaginazione posso separarla da queste condizioni”. Ma dalla stessa necessità non si sente tirare, né sente “farsi forza alla mente”, di fronte al suo essere “bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore”. Chiarissima dunque, nella testa di uno dei fondatori della scienza moderna, la distinzione tra qualità – proprietà secondarie e inessenziali delle cose, nomi che risiedono nel soggetto percipiente, non analizzabili e non riducibili ad oggetto scientifico – e quantità, un corpus concettuale di “grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi e veloci” in grado di restituirci la realtà dell’oggetto.
Distinzione che, a distanza di alcuni secoli, si divarica e si squaderna davanti a noi nella “lista della spesa”: più denaro (ma non per tutti, e ciò vale soprattutto per la proprietà); più merci (queste possibilmente per tutti, anche se il qualitativo torna qui a riaffacciarsi, dato che i più ricchi esigono maggiore qualità); più vita (con la connessa lotteria ultraquantitativa delle malattie e delle possibilità di cura); più oggetti, più cose, più impegni – più potenza… Naturalmente la priorità del quantitativo finisce per mettere in ombra il qualitativo, e la vita appare più desiderabile solo se si riempie di cose o se si allunga o se si intensifica – se insomma si lascia comparare attraverso scale numeriche. O meglio: la qualità del quantitativo ha preso il sopravvento e ricoperto con la sua pellicola uniforme la molteplicità cangiante e sensibile dei corpi. Quanto vali, quanto vuoi, quanto costa, quanto a lungo, quanto duri, quanto conti…: una vita (individuale o collettiva) qualitativamente intesa sembra ormai espunta dalle nostre capacità di giudizio.

***

Mi è capitato spesso di ammirare nel corso di questa trionfale primavera, che andrà tra breve ad estenuarsi nella torrida stagione estiva, le qualità di color verde con cui la natura, soprattutto attraverso i vegetali, fa mostra della propria infinita varietà (a tal proposito non finirò mai di stupirmi e gioire per quell’altrettanto trionfale passaggio evolutivo dalle Gimno alle Angiosperme, da un paesaggio monotono e grigio ad uno multicromatico e profumato). E allora ho provato a chiedermi: ma come fa il sapere quantitativo a catalogare quell’infinità varietà qualitativa di verde? Certo, la teoria dei colori è fisico-matematica, dunque del tutto quantitativa, e descrive quei fenomeni attraverso tabelle, grafici, numeri, formule. E non può che classificarli e ridurli: a tinta, che dipende dalle lunghezze d’onda; a purezza, che dipende dalla quantità di luce bianca; a brillantezza, che è a sua volta un rapporto di tipo quantitativo. L’oggettivazione del colore richiede poi di definirne la combinazione proporzionale a partire dai tre colori fondamentali, e dunque abbisogna di coordinate cromatiche, colorimetri, rappresentazione grafica, triangoli, nanometri e quant’altro. Insomma, il colore ridotto a spettro di se stesso (in tutti i sensi!).
Pure astrazioni, peraltro non meno meravigliose di quella infinita verditudine qualitativa che in prima istanza appare all’occhio e al sistema visivo (vorrei così sgombrare il campo da un eventuale equivoco antiscientista: io amo il sapere scientifico e considero fondamentali tanto la logica quanto la matematica; ho una particolare predilezione per la biologia e le neuroscienze; e nutro una certa venerazione per la fisica e la cosmologia – compresa quella novecentesca che, a sentire il fisico brasiliano Mario Novello, intende essere una vera e propria rivoluzionaria rifondazione della fisica).
Ma torniamo alla verditudine.
Ho allora pensato a Goethe e alla sua teoria dei colori (una teoria sorprendentemente fenomenologica e psicologica, che nel contestare a Newton il rapporto di dipendenza dalla luce del colore, intende riportarlo al suo vero luogo di formazione, che non è lo spazio ma l’occhio). Ma ho soprattutto pensato al suo tentativo post-rinascimentale di istituire una scienza delle forme e delle qualità, una vera e propria concezione morfologica e metamorfica della natura. E a quel testo (di estetica o di scienza?) intitolato Metamorfosi delle piante.  Nell’introduzione Goethe chiarisce molto bene il significato di quella dottrina e forma di conoscenza che gli piace chiamare Morfologia, e lo fa partendo da una distinzione terminologica interna alla lingua tedesca per definire il concetto di forma: Gestalt e Bildung – forma e formazione. Ma è bene citare direttamente il testo:

Per indicare il complesso dell’esistenza di un essere reale, il tedesco si serve della parola Gestalt, forma; termine nel quale si astrae da ciò che è mobile, e si ritiene stabilito, concluso e fissato nei suoi caratteri, un tutto unico. Ora, se esaminiamo le forme esistenti, ma in particolar modo le organiche, ci accorgiamo che in esse non v’è mai nulla d’immobile, di fisso, di concluso, ma ogni cosa ondeggia in un continuo moto. Perciò il tedesco si serve opportunamente della parola Bildung, formazione, per indicare sia ciò che è già prodotto, sia ciò che sta producendosi“.

Goethe vorrebbe insomma “acquisire una percezione vivente della natura”, evitando di scomporla e farla a pezzi, riducendola ad elementi inerti. Non si tratta di un’esigenza puramente estetica, poetica o protoromantica, ma dichiaratamente scientifica: “In tutti i tempi, gli scienziati hanno sentito il bisogno di conoscere il vivente in quanto tale […] e per tal modo dominare l’intero, per così dire, in una visione intuitiva”. Una scienza delle forme che non può non ricollegarsi all’impulso artistico e imitativo. Un tentativo, questo di Goethe, che non ha avuto molto seguito nel pensiero occidentale.

Sempre continuando ad osservare la distesa vegetale dinanzi a me, mi è poi sovvenuto Leibniz (che pure di quantità se ne intendeva, anche più di Newton), e il suo principio degli indiscernibili: ogni forma, ogni qualità, ogni goccia d’acqua – e dunque ogni sfumatura di verde (comprese quelle che sfuggono al nostro occhio), se esistono è perché hanno ragione di esistere e dunque non possono essere identiche o riducibili ad un altro, perché altrimenti quell’altro, a sua volta, non avrebbe ragione di esistere. Men che meno a numeri  – che è poi il segreto della reductio ad unum e della potenza omologatrice tipica del sistema onnivoro nel quale viviamo: numerare e classificare oggetti, misurare ogni cosa, calcolare, quantificare, delimitare, differenziare, ridurre, semplificare, una testa un voto – ma quali oggetti, quali teste, quali… qualità, non ha poi molta importanza.
(Sono piuttosto ossessionato dal principio degli indiscernibili di Leibniz, di cui è possibile trovare una formulazione, per quanto allusiva e non definita, nella Monadologia, alla proposizione 9: “Occorre ancora che ciascuna monade sia differente da ogni altra. Infatti non vi sono mai in natura due esseri perfettamente eguali, tali cioè che non si possa scorgere in essi alcuna differenza interna, o fondata su una denominazione intrinseca” – e giuro che prima o poi troverò il modo di occuparmene un po’ più a fondo…).

Termino il capitolo “voli pindarici del pensiero” citando solo di sfuggita l’imbroglio metafisico della forma-merce (e, di conseguenza, quell’astrazione “sensibilmente sovrasensibile” che è il denaro, forma quantitativa per antonomasia) di cui Marx parla in quel capolavoro di sottigliezza altrettanto metafisica che è il capitolo dedicato al “Carattere di feticcio della merce e il suo arcano”, nel primo libro del Capitale. Marx ci dà qui, tra le altre cose, una straordinaria dritta metodologica (che può essere estesa a molti campi) a proposito della costituzione della realtà oggettiva:

“In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento”.

Occhio quindi ai dispositivi, sembra volerci avvertire Marx, che già da sempre condizionano il nostro modo di intendere le cose (ma di questo, in un prossimo post).

***

Ero partito dall’estromissione del qualitativo e dall’astrazione (e riduzione dell’essere) a quantità – e sono inopinatamente arrivato alla logica leibniziana e alla dialettica marxiana. Eppure non mi sono mai mosso dal teatro della verditudine, qui di fronte a me. Ma basta con le digressioni. Torniamo al dilemma qualità/quantità.
Bisogna ammettere, per onestà intellettuale, che la concezione quantitativa ha l’indubbio vantaggio di un certo grado di oggettività e di neutralità (oltre che della capacità di trasformare e di piegare la natura, entro una certa misura, ai nostri voleri) – laddove la visione qualitativa è forse più cauta e partecipativa, gentile e contemplativa. Qualcuno potrebbe dire “imbelle” – e a ragione, visto che la natura è stata conquistata a suon di sberle, di stupri e di bombe, e non certo grazie a concezioni qualitative o contemplative. L’Hegel non molto amante del rigore matematico trovava tuttavia molto povero il concetto di qualità, addirittura più insipido di quello di quantità (perché costretto nel finito, da cui la qualità non sarebbe in grado di uscire) – e forse, di fronte all’obiezione dell’eccessiva “spiritualizzazione” (leggi: dominio e conquista della natura da parte della specie umana), avrebbe ironizzato sull’eccessiva “tenerezza nei confronti del mondo”, colpa di cui, per altri motivi, si sarebbe macchiato anche Kant.
E comunque il discrimine appare chiaro: un meccanicismo con il quale giocare all’onnipotenza da una parte, e una fenomenologia delle qualità sensibili dall’altra. Senza dimenticare che siamo pur sempre noi che ci rappresentiamo la natura in un modo o nell’altro, come un congegno (dall’impeccabile ordine geometrico – anche se in verità da Einstein e soprattutto da Heisenberg in poi non è più nemmeno così), oppure come un pullulare di forme, di cui noi siamo parte. Entrambi modi (o modelli utili), ma il primo con capacità interventiste e trasformative che il secondo manco si sogna.
Purtuttavia – tornando al riduzionismo di cui parlavo in apertura – c’è qualcosa che non mi convince. Ad esser precisi sono almeno due le cose che non mi convincono. La prima: non è tanto il riduzionismo in sé, di cui ogni forma di sapere è probabilmente portatore (l’utopia dell’adesione integrale all’essere o al vivente è un’idea regolativa, desiderata destinata a venir sempre delusa – anche perché si è e si vive, prima ancora di, e indipendentemente dall’esserne coscienti). E non è nemmeno quel riduzionimo funzionalissimo tipico della scienza a costituire il problema (poco importa che sia occidentale, anche perché è ormai planetaria – oltre al fatto che la farina occidentale è fatta di parecchio grano che occidentale non è).  Il problema – non poco angosciante – sta semmai nel fatto che l’opzione scientista e quantitativa si è fatta dispositivo – cioè meccanismo produttivo non solo della mentalità ma anche della soggettività, ovvero del modo di vivere e di stare al mondo.
Oh, so bene che la scienza è potente grazie al numero e alla quantità, e che questi sono costitutivi della natura (o meglio, di un certo modo di intendere la natura, che comunque è parte esso stesso della natura, visto che non può esistere nulla che ne stia al di fuori – e con ciò faccio coincidere il concetto di natura con quello antico di physis, o con quello metafisico moderno di immanenza/sostanza) – ma le formule sono e restano insipide – e qui veniamo all’obiezione numero due.
Se esiste una traduzione numerica del “come”, della descrizione, non può esservene una del “perché”. Non parlo qui del perché prossimo e causale (relazione determinabile tra fenomeni, che oltretutto secondo Heisenberg si viene dissolvendo), ma del perché in senso lato, metafisico. Quel che Kant riteneva uso improprio della ragione e delle sue categorie. Soprattutto della domanda sul perché della totalità, e del senso che essa riveste ai nostri occhi – che pure sono gli occhi che cercano quella totalità perché ce l’hanno già inscritta, così come la visione di un colore sta nella possibilità dell’occhio di vederlo. La totalità non è quantificabile – è allora forse qualificabile?
D’altro canto pure la scienza-scienza si fa strane domande a tal proposito, compresa la filosoficissima perche c’è qualcosa anziché il nulla?, cui la cosmologia rifondarola di cui sopra vorrebbe rispondere (son proprio curioso di leggerlo il libro di Novello).

Ma rieccoci al colore, a quell’infinita gamma di verdi che ho di fronte a me; a quella straordinaria varietà di forme e di qualità; a quell’unico processo da cui ogni cosa rampolla e a cui torna – natura naturans, non solo naturata, processo vivente non sezionabile, a meno che non ci si voglia ritrovare con un cadavere in mano, cosa che Goethe avrebbe voluto evitare, senza per questo rinunciare al rigore conoscitivo.
Ma forse, a pensarci bene, in quel verde – anzi, in quell’immensa e inaccalappiabile verditudine – non c’è e non può esserci non solo una riduzione alla quantità che la esplichi integralmente, ma nemmeno un senso. Perché mai dovrebbe averlo? Quella meravigliosa verditudine resta lì, intatta (o forse in perenne ed impercettibile divenire – Bildung, perenne metamorfosi, ricchezza non catturabile di forme), di fronte a me, in tutta la sua bellezza e lucentezza. Ondeggia come ondeggiano il mio occhio e la mia mente nel rappresentarmela. Ed è incredibile come io possa talvolta pensare (del tutto a torto) che quel verde sia lì per me!
Mentre ho il fondato sospetto che sia piuttosto io ad esser qui per lui.

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15 Risposte to “Qualitativa verditudine”

  1. milena Says:

    Torno ora dalla montagna. Potrei dirti quanti giorni ore o minuti sono stata via, quanti chilometri ho percorso, e quanto mi è costato in euro.
    Ma potrei dirti quante persone ho incontrato e con quante ho incrociato lo sguardo? quante volte ho respirato e quanti respiri ho trattenuto? quanti vasche in piscina, quante immersioni nelle acque termali, quante saune, bagni di vapore e docce ghiacciate? quanti passi su pietre, viottoli e lastricati? quanto ha piovuto sabato, per tutto il giorno, e quante gocce di pioggia hanno martellato sul mio viso? Che nella notte ho contato due o tre stelle, lo ammetto … ma come finalmente domenica mattina c’era tutto il sole possibile, e come poi mi sono scottata come una stupida perché non avevo nemmeno un grammo di crema protettiva.
    Oggi, un luminoso viaggio di ritorno tra i verdi, l’azzurro cielo, bianche nuvole e ghiacciai lontani – riempie gli occhi e la mente, il paesaggio – mentre scendevo piano piano.
    Se mi fossi realmente preoccupata di contare e misurare ogni più piccola o grande cosa, mi sarei persa il bello del viaggio. Non c’è pericolo, prima di partire dimentico sempre di mettere in valigia metro, bilancino, occhiali e crema protettiva.
    Ora faccio un po’ fatica a leggere – mi bruciano gli occhi – però “verditudine” è una bella parola …

  2. milena Says:

    “una vita (individuale o collettiva) qualitativamente intesa sembra ormai espunta dalle nostre capacità di giudizio”.

    Di questa frase la parola più interessante è quel “sembra”, che ci lascia, non dico sperare (che non ne vale la pena) ma per lo meno consente che le cose non siano appunto come sembrano.
    E quando mai le cose sono quel che sono e non, invece, quello che sembrano? E a questo punto, e in ogni caso, non sarà che anche la capacità di giudizio è anch’essa un’apparenza?
    Di cosa siamo sicuri? Di cosa possiamo dire di essere certi?
    Anche la capacità di giudizio a me sembra una fede, una fede che si fonda sulle nostre stesse certezze apparenti, sulle nostre credenze illusorie.
    Va bene che due più due fa quattro, va bene che un metro sono cento centimetri, e cose di questo tipo, che altro non sono che convenzioni pattuite di comune accordo. Ma per il resto? Tutto il resto di questo mondo fluttuante, cose ne sappiamo di certo? Scalfiamo solo la superficie, e nel farlo spesso lo graffiamo o mutiliamo, “forti” della certezza di poterlo fare. Lo possiamo fare? Di fatto lo facciamo.
    Alla fin fine potrei solo dirti quello che mi sembra di sentire, senza esser troppo sicura neppure di questo. Ma corro dei rischi, li corriamo in ogni caso, e mi prendo la responsabilità di dire, fatto scanso di tutte le difficoltà di linguaggio, o di fare, fatto scanso di tutte le conseguenze che ogni azione porterà seco.
    Ma se ho un qualche potere, quel potere proverò ad esercitarlo per prima cosa su me stessa, per eliminare tutto ciò di cui posso fare a meno, tutto ciò che ingombra il corpo-mente – a piccoli passi quotidiani

  3. md Says:

    Un sapere metamorfico, per una realtà che appare a sua volta metamorfica… la conoscenza è l’incontro tra questa realtà e la nostra mente, così come il colore è un prodotto della visione, è forma della relazione (o relazione della forma).
    Ha ragione il processuale e ondeggiante Goethe: meno Gestalt e più Bildung!

  4. milena Says:

    È ancora stagione di ciliegie. E siamo nel giorno di mezzo tra la primavera e l’estate. Qualcosa esce e qualcosa entra. Il giorno perfetto per mettere in ordine gli armadi, ritirare maglioni di lana e indumenti pesanti. Anche se, col clima bizzarro che ci ritroviamo, non si può mai dire. Ma diciamolo! A dispetto quella benedetta paura di sbagliare che ci ritroviamo tra capo e collo, come se fosse sempre l’ultima ora, l’ultimo fiato da espirare. Ce ne sarà da dire, ce ne sarà da sbagliare.
    Per questo dico … più della paura, siano benedetti gli errori.
    Qualcuno conosce un altro modo per imparare?
    Ma se per la paura di sbagliare ce ne stessimo ben trattenuti e ancor più stringati, come se ci fosse una corda che ci strizza il collo, soffocati, paralizzati e similari … che cavolo saremmo qui a fare?
    Vogliamo per caso eccellere? Essere sempre i migliori, i più bravi, i più intelligenti? Desideriamo prendere un bel voto? Siamo sempre in competizione? Bramiamo vincere? Vincere cosa? Quale premio in palio?
    Oggi voglio essere stupida, e non mi ci vorrà molto, voglio essere sciocca come un soldo di cacio. È molto facile, non è stressante, e può darsi mi divertirò anche.
    Su ragazzi, non fate così, datevi da fare …
    allentate cravatta e cintura dei pantaloni …
    respirate …
    fate scendere il respiro giù giù fino in fondo …
    fate lievitare la pancia …
    e lasciate il respiro lì almeno fino a domani …

    ( … non so se lo sapete, ma sembra proprio che se per caso chiedete a un bambino giapponese dove sta pensando, lui vi indicherà la pancia. Chissà come sarebbe se provassimo a farlo anche noi. Come cambierebbe la nostra vita …) (si c‘était vrai!) (ciao mario!)

  5. xavier Says:

    Caro m.d., a mio modesto avviso trovo che a volte tu sia troppo poeta per la filosofia, e troppo filosofo per esseer poeta vero. Qualcuno o qualcosa ti deve aver rovinato la “carriera” su entrambi i fronti. Forse la tua vera vocazione é quella di scrittore. Come dimenticare il tuo splendido dialogo con l’amica perduta, o il gioco fantastico a partire dal ricordo della tua sorellina? Forse tutto questo non c’entra niente con le considerazioni che hai testè approfondito, puntuali e propositive come sempre (avesse anche Milena il dono della tua sintesi!), ma qualcuno prima o poi doveva pur dirtelo! In ogni caso continua così: personalmente mi sento in sintonia con tutti i rompicoglioni intelligenti di questo mondo, e non si può certo negare che poeti, folosofi e scrittori non ne siano l’avanguardia da sempre. Un saluto affettuoso anche a Milena,, naturalmente (guai sfidare le potenziali ire del genere femmilnile)!

  6. milena Says:

    Ah bene, Xavier, ricambio il saluto affettuoso. Ma dov’eri andato? Stavi facendo esercizi sulla pancia, n’est pas? E come va? procedono?
    La sintesi, la sintesi … me la cavo meglio con gli acquerelli che con la chimica. Qualche volta ci provo, qualche volta forse ci riesco anche, ma non mi piace, provo la sensazione di essere come mutilata. Come se tradissi il mio spirito giullare! Ho ereditato da mio nonno questo modo, e quando riesco ad esprimerlo vuol dire che sto bene e che mi diverto, mentre quando lo reprimo diventa una spina, o che ci sono una serie di spine che lo tengono sotto.
    Mi auguro di non aver dato modo di pensare che fossi irata, nel commento di ieri. Tutt’altro! e ovviamente erano cose che dicevo prima di tutto a me stessa. (Md. mi conosce un pochino e già lo sa)
    Considerare la mancanza di certezze, diversamente da ciò che si potrebbe credere, a me suscita un salutare senso di libertà, come quando spalanchi porte e finestre e fai entrare aria nuova. Meno certezze si hanno, meno si ha paura di perderle, è claro. Anche se, ad essere obbiettivi, per permettersi di abbandonare un certo tipo di certezze, presumo sia indispensabile che per lo meno le certezze primarie non siano troppo precarie. Ma non è detto.
    Immagino dipenda da come si è stati cresciuti. Una vita troppo strutturata comporta, se si vuole, un grosso lavoro di destrutturazione. E d’altronde le strutture sono quelle che ci danno sicurezza, ed è difficile farne a meno. Per quale motivo qualcuno dovrebbe eliminare ciò che lo sostiene? E a quale scopo? Per quale motivo qualcuno vorrebbe smaltellare ciò che è per essere qualcos’altro? Essere o non-essere … nell’eterno dilemma.

  7. md Says:

    @xavier: in effetti la scrittura ha il pregio (almeno per quel che mi riguarda) di essere insieme opera di chiarificazione (e dunque attività filosofica) e tentativo di creazione (sarà questo il lato poetico?).
    Non solo: per me la scrittura è anche la cura migliore di tutti i miei malanni psicoesistenziali. E però, proprio stamane pensavo che si sta prendendo troppo spazio – sacrificando magari altre attività intellettuali indispensabili, come la lettura.
    Sulla sintesi me lo dicono tutti: la mia vera “carriera” sarà quella di “sintetizzatore”…

  8. xavier Says:

    Cara Milena, leggevo il tuo post precedente e pensavo con una certa inquietitudine ai bambini giapponesi…: misteriosi fin dalla nascita questi musi gialli, per dirla alla J. Belushi! In quanto alla paura di sbagliare, senza falsa modestia posso dire che in tutto il mio percorso terreno fino ad oggi non l’ho mai avuta, poiché sapevo con estrema chiarezza fin dall’inizio che avrei sbagliato sempre. Per questo posso affermare con orgoglio di non essermi mai sbagliato! Torno agli esercizi di…contenimento: tra un po’, al mare sarò esposto in bella(?!)vista…non si sa mai. Bellina quella del sintetizzatore, caro m.d., a me invece quando ero giovane intemperante e le davo, prendendole, non hanno mai previsto una carriera di “percussionista”. Non c’ero tagliato, fortunatamente.

  9. Francesco Says:

    E perché mai Milena dovrebbe essere più sintetica? Il pregio di Milena è proprio quello di non esserlo. Io la invidio un po’, perché anch’io mi ritengo essere affetto (affetto?!) dalla sindrome del sintetizzatore (o sintetista?!). Trovo sempre splendidi gli interventi di Milena, e mi sembrano un po’, in questo blog, il contrappunto dei post di Mario. Lui sintetico, lei di ampio respiro. E non uso questa espressione tanto per usarla, ma perché i suoi commenti, benché piuttosto lunghi (o forse proprio a causa di ciò), non solo non sono mai noiosi, ma danno quel respiro, consentono quella respirazione (intendo proprio in senso fisico) che al giorno d’oggi è sempre più rara. Il respiro si fa più lungo, la mente spazia (occupa maggiore spazio) e l’animo si acquieta.
    Condivido il giudizio di Milena sulla bellezza della parola verditudine, e mi permetto di suggerirne un’altra (affine), viridità, secondo me altrettanto bella. Per non parlare poi del nome che gli antichi romani davano al loro giardino, viridario..
    E siccome da cosa nasce cosa, a questo punto non posso non segnalarvi un libro a mio parere delizioso, da poco uscito, dedicato alle parole ormai dimenticate. Si tratta de “Il libro delle parole altrimenti smarrite”, di Sabrina D’Alessandro. Una raccolta di parole di altri tempi, che oggi non si usano più, che ci fanno sorridere, ma che ci suggeriscono anche di usare la lingua in maniera più disinvolta, invitandoci ad una maggiore creatività. Infatti le parole si possono anche inventare, purché ci si attenga, pena la incomprensibilità, alle regole di composizione delle stesse..
    Sempre perché da cosa nasce cosa, a questo punto mi sorge un pensiero (“il pensiero che sorge”, che bello!), e mi si affaccia una domanda (anche “la domanda che si affaccia” non è male..): considerata la lunghezza del mio intervento, non starò per caso transitando dalla dimensione sintetica a quella di più largo respiro???
    Un caro saluto a tutti..

  10. md Says:

    @Francesco: non conoscevo la parola “viridità” e nemmeno il “viridario”. Grazie per la segnalazione bibliografica, ho provveduto subito ad acquistarne una copia per la biblioteca (la questione del linguaggio e della sua riduzione ai minimi termini è oggi vitale!).
    Belle le espressioni “respiro” e “contrappunto” che hai usato per il commentario di Milena (che segue questo blog con passione fin dalle origini, pur con alcune pause – “respiri” a loro volta). Mi pare di averle già suggerito qualche volta che dovrebbe aprire a sua volta un blog, ma poi ne perderebbe il “mio” (che, mi pare evidente, non è affatto “mio”).

    Concludo riportando l’abstract del libro citato, edito da Rizzoli ed uscito un paio di mesi fa:

    “Un ometto di bassa statura ma con un’alta considerazione di sé è un salapuzio (chi ci ricorda?); una pioggia obliqua, inclinata dal vento, si chiama ventipiovolo; chi parla molto e conclude poco è un farabolone; la sindrome da stress postmoderno può essere stemperata in un lirico affralimento… Sarà capitato anche a voi di subire la burbanza di un rodomonte, ma cosa significa precisamente? E come sono nate queste espressioni? Questo libro recupera parole in via di estinzione e ne presenta storia, significato e potenzialità espressive. Attraverso una ricerca trasversale su testi e vocabolari di epoche diverse, ci offre un metodo infallibile per non passare inosservati in società, e un poderoso antidoto alla lingua di plastica che troppo spesso ci condanniamo a usare. Con una Prefazione di Stefano Bartezzaghi.”

    Buona giornata a tutti/e (e buon inizio d’estate, anche se da queste parti è un inizio un po’ rannuvolato…)

  11. rozmilla Says:

    L’ho letto con attenzione il tuo post, Mario, più volte e fin dall’inizio. È un po’ più difficile del solito. Forse uno dei post più difficili – per me, è ovvio. Mi è parso come fosse stato scritto a due voci, o quattro mani. Qualcosa che lotta per uscire, contrastata da qualcos’altro. Per questo non mi era del tutto chiaro. Però sempre bellissimi i dipinti che hai inserito. In apertura quegli splendidi cipressi coinvolti nella totalità della natura. Verdeggiante natura tra cielo astri e nuvole mosse dal vento. Lo stesso vento che arriva fin qui, lo stesso vento che entra dalla mia finestra aperta e che mi sfiora la pelle. E poi c’è quel Van Gogh che sta dormendo nella barca dei sogni. La passeggiata al chiaro di luna la conoscevo, ma la barca dei sogni mi era nuova.
    Confesso che negli ultimi giorni faccio un po’ fatica a leggere cose troppo raziocinanti. È un problema mio, come fossi entrata in un’altra dimensione. Ma forse è solo la stagione, e questa pioggia che mi intenerisce. L’ideale per un pesce fuor d’acqua senza squame.
    Oggi però nell’orto ho raccolto un bel mazzo di fiori di zucca, splendidi anche loro. E poi sai come sia già tutto scritto, come la natura, anche nel mio orto, sia come un libro aperto. E come stamane riflettevo su Goethe, su come le forme, in particolar modo le organiche, in natura non siano mai fisse ed immobili, ma come ogni cosa ondeggi in costante moto. Però a guardar bene, mi dicevo, una pianta, un filo d’erba, un vegetale, benché ondeggi senza sosta non può modificare il proprio destino. Da un seme di zucca nasce una pianta di zucca, da un seme di malva nasce una pianta di malva, da un seme di cardo spinoso nasce un cardo spinoso.
    (C’è un cardo spinoso di fronte alla finestra della mia cucina, nato spontaneamente dietro il cespuglio delle camelie. Giuseppe, il giardiniere, tempo fa mi chiedeva, E questo cos’è? Bisogna levarlo, aggiungeva. No, gli rispondevo, perché levarlo, lasciamolo dov’è. Vedremo cosa sarà. A dire il vero all’inizio credevo fosse una gerbera, ma visto che non fa fiori probabilmente non lo è. E il cardo spinoso cresce e cresce, ora è più alto di me, continua a salire in cerca del sole. Di sicuro è sacrificato dalla posizione in cui si trova, ma non credo mi deciderò ad estirparlo. E chissà se .. Ma arriverà l’autunno e l’inverno e sarà quel che sarà.)
    Fra tutte le forme organiche, vegetali ed animali, solo noi uomini possiamo scegliere, e se vogliamo, anche modificare, cambiare o trasformare il nostro destino. Inoltre sento come se le forze cosmiche e la natura, dal vento al più piccolo filo d’erba, nonostante la sofferenza che il loro infaticabile divenire alimenta continuamente, cooperino con l’uomo … a perseguire un fine. Ed è per questo che sento anche di aver meno paura …

    Grazie a tutti, e un caro saluto a Mario, a Xavier, a Carlotta e a Francesco*

  12. Fragile gioire « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] voglio isolarmi e lasciare questo sentimento dolceamaro dietro di me. Vado a controllare la mia verditudine – la trovo ancora in piena forma, anche se meno brillante di qualche mese fa, e con lingue […]

  13. Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] ciò non corrisponda forse ad una qualche fondamentale tendenza della natura umana. Se cioè la dittatura del quantitativo e i relativi miti che lo accompagnano, non siano da ricondurre ad una qualche inveterata ed […]

  14. VerditudoSymphonia « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] (e di tutte) le sinfonie, ora immobile ed imperscrutabile di fronte ad una meravigliosa ondeggiante verditudine, su cui non ha nemmeno il coraggio di gettare un ultimo sguardo. Solo lacrime di pietra, che non […]

  15. Settimo fuoco: entropè | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano. b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra […]

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