Shut up!

Seul le silence est grand;
tout le reste est faiblesse.
(A. de Vigny)

Uh com’è difficile restare
calmi e indifferenti
mentre tutti intorno fanno rumore.
(F. Battiato)

La cosa che raccomanderei di più oggi agli adolescenti?
Solo una: la pratica del silenzio.
Non: studiare, informarsi, amare, lottare, relazionarsi, appassionarsi.
No. Ce n’è già abbastanza, di tutto questo.
Ma di silenzio?
Ecco perché consiglierei loro soltanto: un’ostinata resistente controcorrente ricerca del silenzio.
Imparare a far silenzio, stare in silenzio.
Ritrovare spazi per la meditazione, per la riflessione.
Isolarsi, anche solo per un momento.
Staccare tutti i dispositivi elettronici.
Chiudere il cellulare, disconnettersi dalla rete e da tutti i social network.
Sfilarsi le cuffie dalle orecchie.
Oscurare le immagini. Annullare i suoni.
Rimanere nudi e soli, senza protesi o cavi o invisibili onde addosso.
Far vuoto, oltre che silenzio, tutt’attorno.
E vedere quel che succede.
Provare a concentrarsi solo su di sé – su quel disconnesso dal mondo e in gran parte ignoto.
Concentrarsi su… nulla.
Praticare il monologo (che è poi una forma di dialogo) interiore.
Provare a vedere che cosa sgorga dal nulla e dal silenzio.
Tastare la pelle e andare oltre. Scoprire che cosa c’è sotto la superficie.
E poi camminare. Non per andare da qualche parte. No.
Ma per l’andare in sé, senza fine senza scopo.
Passeggiare almeno mezz’ora ogni giorno.
Sotto il sole o la pioggia, nel gelo o nella nebbia.
Far svagare la mente. Farla ri-creare. In perfetta solitudine.
Mente e corpo, che vanno, all’unisono.
Fermi, immobili – eppure pronti ad essere ovunque.
Risalire e ridiscendere a sé – dal chiasso del mondo.
Silenzio. Vuoto. Pura esistenza.
(A proposito: non abbiate neppure paura della noia.
Non è certo la noia che uccide, credetemi!
Anzi, proprio al culmine della noia di un assolato pomeriggio estivo
la facoltà di immaginare può esplodere all’improvviso
e raggiungere vette impensabili… )

Questi, allora, i miei auspici: silenzio, vuoto, assenza.
Solo così, solo da un buco nero, qualcosa può davvero sorgere
e cominciare.

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21 Risposte to “Shut up!”

  1. Francesco Says:

    Riappropriarsi di sé quando tutto concorre ad allontanarci dalla nostra verità. E poi, esplorare. Non stancarsi di esplorare. Perché se c’è una cosa che si cerca di impedire in tutti i modi (in maniera conscia o inconscia) è proprio l’esplorazione, la quale comporta, ovviamente, la possibilità di rivedere e riconfigurare il nostro modo di guardare il mondo. C’è un momento nella storia di ciascuno che questa visione giunge al limite. Si gonfia come un palloncino e giunge fino alle sue estreme possibilità, con il rischio di scoppiare. Ci si sente insomma immobilizzati e non si riesce più a muovere un passo che sia uno. Ed allora occorre, per rinnovarsi, trovare il sistema per cambiare la nostra percezione del mondo. È questa la vera rivoluzione. Spesso non si esplora perché siamo ingessati in una pelle, in una corteccia, che ci impedisce di fare qualsiasi movimento. E senza la possibilità di esplorare siamo semplicemente degli automi che eseguono un programma. Un po’ come quelle macchine musicali che fiorirono nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo, alle quali veniva affidato il compito di riprodurre melodie. La musica sarà stata pure bella, ma non era certo l’espressione di un essere vivente!
    E allora: dare spazio al silenzio se c’è troppo suono (rumore) e dar vita al suono (che rischia sempre di diventare troppo) se c’è troppo silenzio (anche se non so se il silenzio possa mai essere troppo). Ogni estremo è attratto, per così dire, dal suo opposto. E così, se tutto è pieno, bisogna senz’altro dare spazio al vuoto. Per non scoppiare, per non morire, per ricominciare..

  2. Carla Says:

    sono d’accordissimo.
    ma per avere tutto questo serve un eremo (o una grandissima forza di immaginazione).
    nel mondo in cui viviamo non c’è spazio per questo tipo di silenzio/assenza.

  3. Pierantonio Says:

    .. si trova ..il silenzio si trova specialmente se ne senti la necessità quasi un bisogno fisico..
    La sera, la notte tutto va bene per trovarlo per farsi avvolgere dal silnzio anche tra le mura domestiche.
    Altrimenti lo possiamo cercare il fine settimana.
    Io francamente sono fortunato perchè vivo in una zona che nel raggio di una decina di chilometri mi offre colline, laghi ben due fiumi tra cui il Piave con una meravigliosa area protetta ( per i combattimenti della Grande guerra ) con sentieri , stagni , risorgive , habitat di animali.
    Una vera manna per il fisico e la mente.
    Ma mi auguro che anche voi con una mezzora di auto possiate avere buone opportunità in tal senso perchè è vero che si ha un gran bisogno di estraniarsi per meditare e riuscire a ricaricarsi per proseguire in questa “giungla d’asfalto” .
    L’ esistenza odierna ci offre molto in agi e modernità è vero ma la vita sociale non è confrontabile con quella anche solo di trent’anni fa.

  4. xavier Says:

    Una volta lessi un racconto il cui protagonista, dotato di una facoltà alquanto originale, conosceva la durata della vita di chiunque a partire dal nunero di parole messe a disposizione di ciascuno: una sorta di “monte parole” ad personam esaurito il quale sarebbe terminato, in un modo o nell’altro, il soggiorno di ognuno su questa terra. Non ne ricordo più l’intreccio né la conclusione, però l’idea di estendere a tutti questa fantastica possibilità mi intriga assai: maggiori i benefici o gli svantaggi? Quasi certamente non cambierebbe nulla, ma quanto bel silenzio, ragazzi!

  5. rozmilla Says:

    sono d’accordo con Xavier. E infatti mi sto già esercitando muovere l’occhio destro, come unica possibilità di poter comunicare. Avete presente, no, come faceva il protagonista del film “lo scafandro e la farfalla” … Non sono mai stata brava neppure a fare l’occhiolino, ma con un po’ d’esercizio, non dispero …

  6. Alessandra Says:

    Allora, perché hai un blog?

  7. md Says:

    @Alessandra: bella domanda. Mi disconnetto per qualche ora e ci penso…

  8. md Says:

    (naturalmente avrei la risposta bell’e pronta, dato che un blog è uno dei tanti dispositivi linguistici esistenti, e noi siamo attraversati dal linguaggio e dalla scrittura, ne siamo come intramati… tuttavia, un blog consente anche un ritmo più pacato, respiri più larghi – a metà tra l’antico scambio epistolare e la discussione in salotto o dopo cena, abbastanza lontano dal “chattericcio” di altri social network o ambienti sociali. E dunque con un’alternanza ragionevole tra espressione e pausa meditativa. Almeno, questo è il blog che ho immaginato io…)

  9. md Says:

    Trascrivo qui di seguito il commento di Alexei, uno degli adolescenti con cui ho la fortuna di misurarmi (lo ha inviato tramite cellulare su facebook, dunque risente del linguaggio tipico di un nativo digitale…):

    Hmmmmm tante volte e proprio qllo ke serve al essere umano staccarsi dalle cse materiali a tramite il pensiero arrivare al origine e al concetto d persona…………..una persona nn caratterizzata dai soldi o dal potere………….riuscire a capire e convincersi ke in fondo siamo tutti uguali…………senza distinzione d razza o d ceto sociale…..:………secondo me e qsta la salvezza d qsto mondo e si puo raggiungere solo stando zitti e imparando ad ascoltare prima d tutto se stessi

    (ed ora taccio davvero per qualche ora…)

  10. Alessandra Says:

    In verità, noi uomini, nonostante l’auspicio, a volte il desiderio di riflettere, di staccarci dal mondo, dalla sua materialità, non ne siamo capaci, perché necessitiamo dell’altro, anche solo della sua presenza.

  11. Francesco Says:

    Quando ho letto la domanda di Alessandra, anch’io mi son detto: bella domanda. E io, se il blog fosse mio, come risponderei?
    Vediamo un po’..

    Io credo che il fatto di predicare (almeno in un certo momento della propria vita) il silenzio e contemporaneamente gestire un blog, non siano fatti realmente in contraddizione. Sono in contraddizione, apparentemente, solo se guardiamo le cose da un punto di vista logico, piuttosto che cronologico. Quindi considerandole in modo astratto, anziché collocarle su di un piano che considera la vita e i suoi movimenti. E qui mi rifaccio a quanto ho detto nel mio primo commento a questo post, lì dove dico che “Ogni estremo è attratto, per così dire, dal suo opposto”. Lo aveva capito Eraclito, che indicò nel termine “Enantiodromia” il gioco degli opposti nel divenire, e lo capì anche C.G. Jung, che rimodulando (ma non troppo) il significato di tale termine, definì l’Enantiodromia come quel fenomeno che “si verifica quasi universalmente là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che dapprima si manifesta con un’inibizione delle prestazioni della coscienza e in seguito con un’interruzione dell’indirizzo cosciente”.
    Per cui non è opportuno a mio avviso puntare il dito su una contraddizione di questo tipo, perché le cose non vanno considerate da una prospettiva meramente logica, ma nel loro sviluppo temporale, e in relazione all’evolversi e alle necessità di una vita. La coerenza è spesso il segno dell’immobilità di una vita, e certamente una coerenza eccessiva si può tradurre, per una vita, in un danno. Il rischio è quello di rimanere perennemente inchiodati a quanto detto o fatto fino ad un dato momento, senza più possibilità di trasformazione, quindi di respiro. Ecco, lo snodo secondo me risiede qui. Nel diverso piano su cui vengono collocati i due termini del discorso. E allora mi pare si possa concludere così: la logica e la vita vanno d’accordo, solo se non si tenta di ridurre, in modo esasperato, quest’ultima alla prima..

    E adesso sono curioso di vedere cosa risponderà Mario, dopo aver ponderato a lungo sul dilemma..

  12. bortocal Says:

    non concordo.

    guardate alla vita di Buddha: il silenzio ha un senso solo se, prima, c’è stato lo studiare, informarsi, amare, lottare, relazionarsi, appassionarsi.

    senza che la vita sia prima stata riempita di tutto questo, ed altro, non ha alcun senso contemplare il vuoto.

  13. contro il silenzio vuoto. « Cor-pus Says:

    […] #comment-8119 […]

  14. md Says:

    @Francesco: la tua risposta è senz’altro buona, ma seguendo il tuo ragionamento è proprio l’identità dei contrari di Eraclito la “logica delle cose” (e lascio perdere Parmenide, Severino e soci).
    Cioé: il silenzio non è dato senza il rumore (o il suono: in musica, tra l’altro, è fondamentale – e non solo durante un brano o una sinfonia, ma anche prima e dopo, nel sorgere e nel tramontare dei suoni). Così come la notte e il giorno, e – ahimé – la guerra e la pace.
    E seguendo questa logica, tra l’altro, non c’è nemmeno una priorità ontologica dell’uno o dell’altro lato. Essi o sono insieme o non sono. Se poi esista una sorta di “silenzio cosmologico” originario – credo sia al di fuori della nostra portata sia percettiva che concettuale.

    @Alessandra: certo che la relazione è fondamentale, ma l’altro è tale in quanto io mi so insieme simile e dissimile. L’altro è in me, così come io sono nell’altro – anche quando sono solo e disconnesso dall’altro. “Io” esiste solo perché c’è l'”altro”.
    E la riflessione è proprio questa relazione.
    Di nuovo, la dialettica eraclitea fa capolino…

  15. md Says:

    @bortocal: risponderei anche a te con la dialettica eraclitea. Occorrono entrambi i lati. Ho voluto sottolinearne uno, perché – mi pare – è quello di cui piu’ la nostra vita sociale manca.

  16. locuspluviae Says:

    Mi è piaciuto molto questo post: uno dei valori fondamentali del vuoto infatti, è quello di costituire uno spazio che può essere riempito; il valore di una coppa sta proprio nel suo poter essere riempita, più che in ciò di cui è “costruita”, se a qualcuno piace questo genere di collegamenti.
    Per quel che so di Eraclito (quasi nulla, a parte ciò che ho appreso nel corso di Storia Della Filosofia Antica), apprezzo molto la sua dialettica, che si lascia collegare con autori notevolmente distanti da lui, in vari sensi (tra cui Hegel).
    Quindi sì, condivido che per costruire qualcosa forse serva anche (se non principalmente) il “vuoto” e non solo i “componenti”…

    Colgo l’occasione per farti i miei complimenti per il blog, che seguo da molto, anche se non ho mai commentato alcun post prima di questo.

  17. md Says:

    grazie locuspluviae, non ti do il benvenuto visto che eri già da queste parti (lettore silente?); ho visto che sei studente e che scrivi di filosofia… bene!

  18. mcc43 Says:

    Cercare il silenzio fuori, diventare talvolta assenti ai richiami, per ascoltare dentro, fino a che anche quel “rumore” svanisce e dalal mente nascono pensieri “altri”. E’ così, da sempre, e qui è detto bene, ma trovo che le due ultime frasi ad effetto del post, tradiscono il messaggio e sembrano proporre defezione, rinuncia, alienazione.

  19. md Says:

    @mcc43: hai detto bene, erano “frasi ad effetto” (come del resto l’intero post, costruito per suggestioni più che per argomentazioni); e come tutte le frasi ad effetto possono ingenerare fraintendimenti. Lungi da me il voler “proporre defezione, rinuncia, alienazione” – ché, anzi, l’alienazione proviene proprio da quell’essere costantemente esposti al rumore del mondo senza afferrarne il senso. Il silenzio è un momento – dialettico – della comprensione di quel senso. Pur con tutto il rispetto per chi dovesse fare la scelta radicale di lasciare il mondo (in senso “monastico” o “eremitico”), non è certo questa la strada da me auspicata.

  20. Uluc Says:

    In una parola zazen…

  21. giorgia t Says:

    ho letto l’articolo e mi sono semplicemente commossa

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