No Tav? No Pd!

Mi piacerebbe pensare che il “modernismo sviluppista” del Pd (ad esempio in tema di alta velocità, ponti sugli stretti, PIL, flessibilità e quant’altro) fosse un antico riflesso condizionato derivante dalla tradizione marxista. Quella corrente, cioè, che ha le sue radici nello stesso pensiero di Marx (un certo Marx, non tutto) e che mostra tutta la sua ambivalenza nei confronti della modernità (come ben rilevato da Hardt e Negri nel loro recente saggio: Comune, oltre il privato e il pubblico). In sostanza, semplificando: se il comunismo storico (molto poco realizzato) è stato un movimento contro un certo assetto della modernità (soprattutto contro la “repubblica della proprietà privata”), ha poi finito per convergere ideologicamente, insieme ai suoi antagonisti liberali e socialisti, nel mito progressista (e quantitativo) dello sviluppo. Aumento costante del PIL, lavoro, produttività, grandi opere, più merci, più mercato, ecc. ecc. La sintesi perfetta di tutto ciò è data dalla Cina postmaoista.
Se così fosse, pur trattandosi di un nodo e di una contraddizione pratico-teorica da sciogliere con urgenza, saremmo ancora al livello dell’alta politica e del dibattito che ne potrebbe scaturire. E il nostrano Partito Democratico – succedaneo pallidissimo del glorioso Pci – potrebbe persino giocare le sue carte in tema di magnifiche sorti e progressive. Ma così non è. In realtà la situazione è ben peggiore, e il livello di consapevolezza critica (di conoscenza e di prospettive) ai minimi storici.
Dietro la bandiera della “crescita sostenibile” (che poi ultimamente stanno sventolando tutti), c’è piuttosto una commistione di vuoto ideale e di becero quanto generico riformismo, che assomiglia vieppiù al conformismo di ascendenza craxiana. Noto a tal proposito, di sfuggita, che sui temi economici e della proprietà, dei diritti civili e della guerra, l’ex-Pci (dal Pds in poi) ha fatto tanto quanto (se non peggio) dell’impresentabile destra berlusconiana, ormai in declino. D’Alema ha bombardato Belgrado; Turco e Napolitano (l’amatissimo attuale presidente della repubblica!) hanno aperto i Cpt (ora Cie); è stato un loro governo a decidere per il ponte di Messina; e sono sempre loro ad appoggiare la Tav in val di Susa. Se poi c’è uno scollamento tra base e dirigenza, non saprei dire: se la base c’è batta un colpo, a meno che non si sia squagliata inseguendo il modello del “partito leggero”.
In soldoni: per attuare una reale svolta politica, sociale, economica e culturale in questo paese, non basta solo liberarsi dei cascami del berlusconismo e del leghismo; serve anche, se non soprattutto, sbarazzarsi dell’ideologia modernista e del tutto funzionale agli interessi del capitale (delle banche e delle finanze, i cosiddetti “poteri forti”), che è oggi incarnata principalmente dal Partito democratico. Una volta fatta fuori la “cricca” berlusconiana, l’asse economico tornerà a posizionarsi sul Pd e dintorni – i quali, oltretutto, saranno chiamati ad effettuare i prossimi massacri di quel che resta dello stato sociale.
La moltitudine che ha determinato la svolta di questi ultimi mesi (con il culmine referendario che esprime chiaramente una volontà di assunzione diretta e partecipata delle decisioni politiche) ha però detto la sua, e parlato piuttosto chiaro – e spero che continui a farlo. Di questa moltitudine è parte anche il movimento No Tav, così come NoPonte, il movimento antimilitarista e antinuclearista, e tutti i movimenti di base che non intendono delegare a nessuno le decisioni che riguardano le vite dei cittadini, delle comunità, dei territori –  e la vita del pianeta tutto.
L’interesse comune non coincide con l’interesse dello Stato – laddove questo si fa piuttosto agenzia (comitato d’affari, come si diceva un tempo) di poteri e di interessi non controllati e non controllabili dai cittadini – i quali hanno il diritto (ed anzi il dovere) di resistere. Non si tratta di una battaglia anti-moderna, ma, come sostenuto da Negri/Hardt, altermoderna – che spinga cioè oltre le contraddizioni della modernità. E che si batta per la vita e l’audotederminazione di tutte e di tutti – così come di tutti gli esseri che abitano l’ecumene: per “un mondo in cui molti mondi sono possibili“, come recita uno slogan zapatista, molto più efficace di “un altro mondo è possibile“. Perche mai uno solo?
E per tornare alla piccola scena italiana: l’annuncio di sfratto non vale solo per la cricca berlusconiana!

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10 Risposte to “No Tav? No Pd!”

  1. xavier Says:

    Analisi pregevole e, come già rilevato altrove, ottimamente sintetica. Che i tempi stiano cambiando, oltre che augurabile, é una scommessa ancora da giocarsi tutta. Incombe l’ottimismo? Ben venga, basta non scambiare per imminente tutto ciò che ancora non é, e che ancora non si sa. Vent’anni o giù di lì di analfabetismo sociale, etico, intellettuale, sprituale e di tutto il resto, non se ne andranno in un battito d’ali. E la classe politica che ancora lo rappresenta, intercambiabile tanto al governo che all’opposizione, pur così lontana dalla realtà del paese, non é intenzionata a capirlo. Lo straordinario successo di elezioni e referendum ne sono l’ennesima conferma: hanno vinto uomini e idee fuori dell’apparato, e a festeggiare in prima fila erano coloro che, come gli altri, hanno perso consenso e voti, ma la faccia di bronzo no, quella é sempre uguale a sé stessa, fin dai tempi memorabili del “glorioso P.C.I.”, Mi auguro una ripresa della lotta sociale che, come sempre, avrà vita dura ma é l’unica strada per crescere tutti, e per impedire che le guerre siano l’unico codice di conflittualità ammesso dal capitale per regolare gli interessi fra gli uomini. P.S.,:nota del tutto personale e confidenziale, di cui mi scuso per la rozzezza, ma se anche Toni Negri la piantasse, non mi sentirei certamente orfano. Anche se questa é un’altra storia.

  2. Pierant Says:

    a sentirvi parlare di p.c.i. , Toni Negri mi sembra di tornar ragazzo.
    gli anni 60/70 pur con le loro problematiche economico-sociali io li rimpiango e non per una questione di età . Socialmente è mia opinione si viveva meglio di ora; francamente ne ho le pa.. piene di “modernismo” e di motivazioni che sento anche ad esempio riguardo la Tav senza addentrarmi in diatribe sul sia giusto o non giusto farla: “si deve fare perchè il progresso deve andare avanti” . Ma se dal progresso abbiamo avuto i risultati socio-economici e aggiungiamoci politici attuali ben venga la clava non il treno da 300 km orari.

  3. md Says:

    @Pierant: beh, però di “modernismo” anche gli anni 60/70 erano pieni, non è che ci fosse una società bucolica, e il “mito del progresso” – naturalmente per il bene sociale e delle masse – è una storia molto più vecchia…
    Non indulgerei molto nell’idealizzare i “bei tempi che furono” – a meno che questo non significhi (come evocato qua e là dai vecchi e “spettrali” maestri Rousseau, Marx, Lenin) presentificare un’immagine del passato per coglierne eventuali aspetti utopici, gravidi dunque di futuro. Quelli che Luciano Parinetto definiva “concetti-progetti”.

    @xavier: posso capire che parlare di Toni Negri susciti qualche problema (ruggini del passato? antiche diatribe di una sinistra piuttosto cannibalizzante? faccende speciose dopo il 7 aprile, ecc. ecc.). Ma anche qui vorrei guardare al futuro: alcune sue recenti analisi (specie quelle, magari non originalissime, che pescano a piene mani da Spinoza) mi paiono interessanti e produttive. Comunque concordo con te su una cosa: si può benissimo procedere oltre, senza dover a tutti i costi eleggere “padri” dei quali poi ci si dovrebbe sentire orfani…

  4. rozmilla Says:

    Fra “un mondo in cui molti mondi sono possibili“, o “un altro mondo è possibile“, sarei propensa per la prima variante, soprattutto perché non vedo come un mondo possa essere “altro”.
    L’altritudine è un concetto alquanto problematico: se ciò che è altro è davvero altro, penso sia pressoché impossibile afferrarlo o realizzarlo. Rimarrà sempre altro, e ci sarà un altro e un altro ancora: un problema rinviato e perpetuato all’infinito.
    Perciò alla domanda “perché mai uno solo?”, risponderei che dovrebbero essercene almeno tre.
    Uno (il primo) che afferma; il due (il secondo) che nega; e il tre (il terzo) che comprende/ri-unifica i due opposti.

    La poesia di Li Bo “Bere solo sotto la luna” parrebbe un’illustrazione supplementare di questo principio filosofico:

    Tra i fiori, un boccale di vino,
    Bevo solo, senza compagno:
    Alzando il mio bicchiere per invitare la luna,
    Con la mia ombra siamo in tre.

  5. mcc43 Says:

    PD e minimi storici di conoscenza e prospettiva …. su tutto,
    e sulla TAV

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8478&mode=thread&order=0&thold=0

  6. md Says:

    @mcc43: per la serie, quando i numeri sanno dire la verità e il qualitativo viene svelato dal quantitativo… (pari pari il discorso a proposito del ponte sullo stretto di Messina!)

    @rozmilla: interessante…

  7. md Says:

    a proposito poi di Luca Mercalli e del suo ultimo libro “Prepariamoci”, questo il suo ecodecalogo:

    I
    Non avrai altro pianeta al di fuori della Terra

    II
    Non pensare invano che la Terra abbia risorse infinite.

    III
    Ricordati di contemplare la Natura

    IV
    Onora le energie rinnovabili

    V
    Non inquinare

    VI
    Non sprecare

    VII
    Non cementificare

    VIII
    Non produrre così tanti rifiuti

    IX
    Differenzia e ricicla i tuoi rifiuti

    X
    Non desiderare la potenza altrui, ma sii più sobrio ed efficiente

  8. Monsieur en rouge Says:

    Sul modernismo: stanno tutti a fare grandi discorsoni su come crescere, se in un modo o in un altro. Ma a nessuno vengono dubbi sul senso stesso di questa fantomatica crescita?
    Il neoliberismo ci ha così tanto mangiato la mente che non riusciamo più a concepire un modello di sviluppo che non passi per essa. Come se il crescere indefinitamente fosse una cosa naturale. Invece non lo è, e mi pare, anzi, che definire qualcosa sia meglio che lasciarla indefinita, come la crescita di cui si parla. Avere ben chiaro verso dove si sta andando è molto più rassicurante che avere l’ossessione per la crescita ma essere ciechi o indifferenti davanti al futuro disastroso che potrebbe profilarsi a un certo punto.

    @rozmilla: non capisco bene il riferimento a Hegel (perchè si tratta di questo, no?), va inteso in astratto, da un punto di vista prettamente filosofico o ontologico, oppure è da intendersi come sostanziale processo di attuazione del reale? Oppure, magari, è tutto solo un gioco di parole?

  9. hemp Says:

    Quella che segue e la traduzione della testimonianza che Frei Betto consigliere speciale del Presidente del Brasile Lula e storico esponente della Teologia della Liberazione ha rilasciato a Padova lo scorso 29 maggio. Lincontro e stato organizzato dal Gruppo di Lavoro sulla Partecipazione nellambito del nodo padovano della Rete di Lilliput.Traduzione a cura di Nicola Pellicchero.

  10. md Says:

    @hemp: quella che segue…?

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