Quel dito puntato sulla fronte di mio padre

“Canto chi mi ha preceduto […]
L’amore non cantarlo, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n’è”
(Montesole, PGR)

(quando ho cominciato a scrivere queste note, non avrei mai pensato che sarebbero diventate una sorta di diario… come chiamarlo?… bioaffettivo? bioemotivo? una cronaca a metà tra la riflessione e la passione-pietà, schizzi disordinati sulla vita, la malattia, la fragilità dell’esistenza – e la paura della morte – con un unico filo: il volto smarrito di un padre, la sua indecifrabile agitazione interna; e gli occhi ondivaghi di un figlio, che talvolta fissano quel volto e talvolta deviano lo sguardo; forse ci sarebbe anche da riflettere sulla relazione insieme biologica e affettiva tra genitore e figlio, sul detto e non detto che comporta, su sangue, istinto e cultura – ma forse è meglio, per questa volta, lasciare tutto ciò tra parentesi)

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L’assassino

Ammutolito dai fatti di Norvegia. Ragione balbettante, che s’inceppa, gira a vuoto. Eppure la ragione sta dietro a quei fatti. Una mente li ha partoriti, dopo averli pianificati a lungo. Fa orrore tutto ciò. Il sonno della ragione genera mostri. Ma anche la ragione diurna li genera. Dialettica dell’illuminismo. Io che sono convinto apologeta di entrambi. Eppure lo sapevo da tempo – anche dietro i campi di sterminio c’era la ragione. E pure in abbondanza. Ma vederlo sui corpi massacrati di Oslo – quelli giovanissimi di Utoya, eliminati con metodo e con rigore – rinnova lo sgomento. Perché la ragione che cerca di capire se stessa – e il suo coté noir, il suo lato oscuro – rischia di incartarsi. Di non arrivare a nulla. Restano solo frammenti e macerie. Un dire smozzicato come il mio di oggi.
E allora provo a rivolgermi altrove. Guardo i ritratti del mio pittore prediletto. Connazionale del fondamentalista nazicristiano. Il “conservatore culturale”. Magari c’è anche il suo volto in quei ritratti. L’urlo, l’alienazione, l’angoscia, l’estraneità, il dolore, la morte – nessun altro è riuscito a rappresentarli come lui ha saputo fare.
Ci sono però due quadri di Munch che si stagliano più netti. Agitazione interna, L’assassino. Nel primo il lavorìo silente della mente. Noi non sappiamo che cosa agiti l’uomo ritratto. Quale sconvolgimento ne percorra lo spirito. Quali pensieri e propositi. Così come per anni il carnefice di Oslo e di Utoya. Trafitto dalla neritudine. Da una ragion folle e nichilista. (Che forse si è fatto finta di non vedere. Eppure i segni c’erano e ci sono, ovunque e in abbondanza). Ma ora è di lui che parlo. Anche se non intendo nominarlo.
E di fatti è l’altro quadro quel che gli si attaglia di più. L’assassino. Con quel viso verde, anonimo, cancellato. Uno qualunque. Uno di noi. Alterità e identità che si confondono. Il male, il lato oscuro, l’orrore – sono qui. Non altrove. E lui avanza verso di noi. E’ già nel nostro spazio. Ci fissa con quei due punti neri, terribili. Quelle mani rosse di sangue penzolanti. Il paesaggio attorno è stravolto. La natura cancellata come quel volto. Segno di un’irrelatezza estrema.
Lui è qui, non altrove.

Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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Profanare i dispositivi

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Amletismi – 11

♦ Suscita orrore la vivisezione. Lo scorso settembre aveva suscitato orrore la decisione europea di estendere la sperimentazione a cani e gatti randagi. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, aveva invece commentato osservando che in mancanza di test sugli animali, ancora oggi tutti i bambini colpiti da leucemia non avrebbero più di sei mesi di vita. L’orrore, evidentemente, è relativo.

♦ Quante altre vite costano le vite – vegetative, comatose, semispente, meccanizzate e piuttosto energivore – prolungate oltre ogni ragionevole misura? Che cosa è ragionevole?

♦ Il banchetto eterotrofo-carnivoro degli umani costa (di nuovo) qualcosa come 50 miliardi di vite animali all’anno – esclusi gli animali di piccola taglia, innumerevoli e contabilizzati solo in termini di tonnellaggio. Un massacro quotidiano che si consuma in silenzio nei sotterranei delle nostre metropoli.

♦ Mio padre vivrà ancora – come e quanto a lungo non so dire – perché un maiale gli ha gentilmente ceduto la propria valvola mitralica. Mors tua vita mea.

É la bioepoca, bellezza!

Il partito delle fobie

La mia amica filosofa Nicoletta Podimani, impegnata da anni sul fronte delle battaglie sociali, antimilitariste, antirazziste, libertarie, femministe, per i diritti LGBT – insomma, per tutto ciò che potrebbe rendere migliore e più vivibile questo derelitto paese – ha scritto di recente un contributo per un opuscolo distribuito durante la festa antileghista che si è tenuta a Brenta lo scorso 3 luglio. Ho pensato di pubblicarlo sul blog per almeno due motivi:  il primo è che rispecchia esattamente quel che penso sul tema del leghismo, delle ossessioni identitarie, delle fobie, del razzismo (del tutto in linea con quanto espresso da anni su questo blog); ma soprattutto perché mi è piaciuto il taglio con cui Nicoletta lo ha scritto, insieme biografico (che attinge al vissuto e all’esperienza diretta) ed antropologico, oltre che teorico-politico. Cito solo due aspetti dello scritto che trovo molto interessanti: la “scalata nella gerarchia etnico-sociale” e il presunto “riscatto” da parte dei “terroni”; la contiguità ideologico-culturale del leghismo con il nazifascismo e l’integralismo cattolico. Sono certo che potrà interessare anche i lettori della Botte…

***

Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un paesello della Brianza. Erano gli anni Sessanta-Settanta, caratterizzati dall’immigrazione dal Sud. Mio padre, in realtà, era arrivato a Milano anni prima, durante la guerra, spedito dalla Sicilia a fare il servizio militare al Nord. Lì ha conosciuto mia madre.
Il mio cognome diceva chiaramente le origini paterne e per i parenti da parte materna nonché per coloro che, come unica lingua, conoscevano e parlavano il dialetto brianzolo, io ero “la figlia di un terrone” o, addirittura, “la mezzo sangue terrona”. La prova “scientifica” del mio “mezzo sangue” era, per tutti costoro, la mia profonda e viscerale ribellione contro ogni forma di disciplina. Perfino mia madre ne era convinta.
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Tirar fuori le idee dal naso

Un fiume in piena di sensazioni e di progettualità – questa è la forza della musica e dell’arte, che dalla vita partono e che alla vita ritornano, potenziandola; dandole più gusto e più sapore; più bellezza. La vita è bella? Sì, ma lo sarebbe meno senza l’arte.
A tal proposito, l’ascolto (dal vivo, tempo fa) di alcuni brani tratti da Il naso di Shostakovich, mi ha sollecitato un’intera gamma di possibili applicazioni estetico-pedagogiche. Che vorrei condividere con gli amici insegnanti (ma non solo) in ascolto. Nessun programma o consiglio didattico – per carità! Solo qualche anarchica suggestione creativa.

Ecco di che si tratta, brevemente.
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Lenone galvano-chimico

Così il sociofilosofo Simmel, nel 1900 tondo tondo:
“La forma più pura di interazione ha infatti trovato nel denaro la forma più pura di rappresentazione; è la possibilità di cogliere l’astrattezza in quanto tale, è la formazione individuale che trova il proprio senso più puro in ciò che è sovraindividuale. Il denaro risulta così essere l’espressione adeguata del rapporto dell’uomo con il mondo, poiché se da un lato l’uomo può cogliere il mondo sempre e soltanto nel concreto e nell’individuale, nel denaro egli può coglierlo veramente, nel senso che il denaro diventa l’incorporazione del processo vitale e spirituale che tesse tra di loro tutte le particolarità creando così la realtà.” (Filosofia del denaro)

Così il sociofilosofo (rivoluzionario, però) Marx, 66 anni prima:
“Il denaro, poiché possiede la qualità di comprar tutto, la qualità di appropriarsi tutti gli oggetti, è così l’oggetto in senso eminente. L’universalità della sua qualità è l’onnipotenza del suo essere; esso vale quindi come ente onnipotente… Il denaro è il lenone fra il bisogno e l’oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell’uomo. Ma ciò che mi media la mia vita, mi media anche l’esistenza degli altri uomini. Questo è per me l’altro uomo [..] non è esso il legame dei legami? [Il denaro è] la forza galvano-chimica della società.” (Manoscritti economico-filosofici)

Entrambi, nudi e crudi.