Quel dito puntato sulla fronte di mio padre

“Canto chi mi ha preceduto […]
L’amore non cantarlo, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n’è”
(Montesole, PGR)

(quando ho cominciato a scrivere queste note, non avrei mai pensato che sarebbero diventate una sorta di diario… come chiamarlo?… bioaffettivo? bioemotivo? una cronaca a metà tra la riflessione e la passione-pietà, schizzi disordinati sulla vita, la malattia, la fragilità dell’esistenza – e la paura della morte – con un unico filo: il volto smarrito di un padre, la sua indecifrabile agitazione interna; e gli occhi ondivaghi di un figlio, che talvolta fissano quel volto e talvolta deviano lo sguardo; forse ci sarebbe anche da riflettere sulla relazione insieme biologica e affettiva tra genitore e figlio, sul detto e non detto che comporta, su sangue, istinto e cultura – ma forse è meglio, per questa volta, lasciare tutto ciò tra parentesi)

22 maggio
Capita prima o poi di fare l’esperienza dell’essere consegnati, del non poter gestire la vita (di sé o dei propri cari), e doverla così affidare ad altri. Ad esempio al biopotere medico, sistema sempre più raffinato in grado di ritardare (non certo di sospendere o vincere) l’inevitabile. E così, se da bambini si è inermi, lungo tutta la vita vulnerabili, da vecchi si torna ad essere più che inermi.
Certo, non si tratta più del fato (o del caso) di un tempo, poiché la biopotenza si avvale della tecnica e della ragione strumentale. Ma l’individuo è pur sempre consegnato ad una potenza esterna, si trova in balìa di qualcosa di estraneo, nulla è in suo potere, tranne eventualmente la decisione di sottrarsi alla medicalizzazione – ma, di nuovo, sarebbe un ritorno al fato, al caso naturale. (A parte i rigurgiti di stato etico, com’è il caso italiano con quella schifezza incostituzionale di biotestamento che ci vorrebbero imporre).
Esemplifico con l’esperienza personale, che è poi quella che ciascuno di noi ha già fatto almeno una volta nella vita, o farà prima o poi: mio padre, un ultraottantenne in lento ma inesorabile declino, alla vigilia di un ricovero e di un intervento ospedaliero vitale per il suo stare al mondo ancora un po’, mi ha guardato di sottecchi e si è puntato il dito sulla fronte dicendomi: “Ho un sentimento… entrerò in ospedale e non tornerò più a casa”. Quel pre-sentimento esprime con esattezza lancinante lo smarrimento di quel che dicevo prima: la consegna ad altro, il sentirsi ostaggio di potenze estranee. Cosa che naturalmente vale sempre, in ogni istante della nostra vita, ma che viene avvertito solo in determinati frangenti. Anche perché sarebbe impossibile vivere costantemente, ogni attimo, con quella sensazione (o sentimento) – sarebbe come avere sempre lo sguardo fisso alla mannaia sospesa sulla nostra testa. E sarebbe la paralisi.
Però quando si è vecchi – e più vulnerabili che mai, come mio padre – gli spazi del gioco della determinazione si restringono inesorabilmente: si è molto più determinati di quanto non si possa (o non ci si illuda) di determinare. La passività aumenta a discapito dell’attività. L’essere in balìa e la consegna ad altro si chiariscono come l’alterità estrema che allarga le sue fauci e ci inghiotte – che non è solo l’esito finale della morte, ma anche quello iniziale della vita (nessuno può scegliere di sottrarsi alla vita o alla morte, l’alfa e l’omega).
Togliere il dito dalla fronte di mio padre, e accarezzargliela anche solo con lo sguardo, è tutto ciò che rimane. Certo, c’è anche il curare, che è innanzitutto un prendersi cura, sia materialmente che affettivamente – ma di fronte all’inesorabile, tutto diventa poco, pochissimo, un nonnulla.
(Eppure in quel gesto, in quel silenzio, in quell’ammiccamento sfuggente si nasconde forse il mistero della relazione. Stavo per dire: amore – se non fosse parola abusata, da usare con cautela, da non dire mai ad alta voce, da sussurrare appena…)

1 giugno e seguenti
Nessun’ansia mentre i macellai – secondo la gentile definizione di Paul Feyerabend – stanno squartando mio padre e gli stanno frugando nel petto per infilargli una nuova valvola mitralica (porcina, vengo poi a sapere). Sono tranquillo, come un’anatra sul lago (era il verso di una canzone di Battisti – si vede che le canzoni aiutano in questi frangenti…).
Mi ha sempre incuriosito, non tanto sul piano teoretico quanto su quello psicobiografico, questo accanimento (starei per dire terapeutico) di Feyerabend contro i medici e la medicina occidentale. Ne La scienza in una società libera arriva a definire l’intera categoria come affetta da “medico-fascismo”: «La medicina “scientifica” – vi si legge – tratta i suoi pazienti non come esseri umani ma come sistemi materiali complessi». Cioè macchine da riparare. Ho come il sospetto che qualche operazione chirurgica debba essergli andata storta (a lui o a qualche persona a lui vicina).
Ad ogni modo nell’interminabile decorso post-operatorio del mio vecchio, oltre ad apprendere nuovi termini di questa potente e un poco stregonesca “medicina scientifica” (tra cui – cito a caso – cardioversione, ipossiemia, ipokaliemia, ipostenia, deiscenza, e altre che ora non ricordo), ho avuto modo anch’io, come Feyerabend, di constatare l’assoluta estraneità della tecnoscienza medica ad ogni considerazione olistica degli individui. Sono efficientissimi e bravissimi a tagliare, cucire, sezionare, sostituire, biomeccanizzare il corpo – ma proprio non capiscono nulla della psiche umana e del complesso mentale-corporeo che ognuno di noi è.
E così succede anche a mio padre di provare il brivido del trasferimento ad altra sede ospedaliera a mo’ di pacco postale, senza alcun preavviso (nè a lui né a noi familiari). Un altro sintomo dell’essere totalmente consegnati. La catena oliatissima sul piano tecnologico, è del tutto deficitaria sul piano della delicatezza psichica e della cura esistenziale. Ma già lo sapevo, e le mie lamentele con la responsabile di reparto non sortiscono molto effetto. Lo smarrimento di mio padre non può essere contemplato nelle procedure burocratizzate della macchina ospedaliera.

16 giugno e seguenti
E’ preparato un bene e un male, sempre, ogni giorno, parola che fuoriesce dalla gola strozzata del poeta tedesco Trakl (non solo la canzone, anche la poesia aiuta – ma niente come la scrittura può lenire l’angoscia. Lenirla, beninteso, mai scioglierla del tutto).
Il dito continua a star lì, a premere sulla fronte di mio padre. Ad indicare una condizione altalenante e di estrema precarietà. Sospetta ischemia per un torpore al braccio – mentre dopo due giorni riprende a camminare. Poi però salta fuori che la ferita non è “bella” – come si suol dire – ed è ad alto rischio di infezione. Mi faccio prendere dal panico, visto che vado leggendo in rete di mediastinite acuta suppurativa (voi sapevate cos’è il mediàstino?), che nel 2% dei casi riguarda proprio le complicanze postoperatorie sternotomiche e i soggetti diabetici o con problemi polmonari (la statistica colpisce qua e là, a casaccio, e qualcuno prima o poi finisce per colpire).
Il dito preme ancora più forte sulla fronte di mio padre… e a questo punto anche sulla mia, e penetra fin dentro la parte più oscura della materia grigia – quella che sta tra l’amigdala e l’ippocampo. Forse è lì che l’angoscia viene generata. Una potente commistione di paura e immaginazione. Niente è più potente nella mente umana dell’immaginazione.

29 giugno
Il nodo non si vuol sciogliere. Lo scompenso nel cuore di mio padre diventa il macigno di un’angoscia paralizzante – qui, nel mio, di cuore. O da qualche altra parte, tra il collo e gli intestini. Mentre la testa è in fiamme. Credo che la peggior cosa sia la sospensione – l’attesa di quel verdetto che pronunci le parole e l’alternativa secca, senza sfumature né grigi intermedi – “vita” o “morte”. Un verdetto che viene ripetuto continuamente, anche se noi non lo sappiamo (e che però nella bioepoca che ci apprestiamo a vivere assume significati diversi, creando nuove forme di vita – o di morte…).
Ed è forse una nuova forma di vita il corpo di mio padre: bucato, emaciato ed attraversato da ogni tipo di fili, cateteri, aghi ed elettrodi, imbevuto di massicce dosi di impronunciabili sostanze – pharmakoi, veleni! Il suo volto contratto dall’angoscia, dalla nausea e dai continui conati di vomito – dispepsia, con il più asettico linguaggio medico. Ma gli occhi raccontano di una lucidità più aguzza del solito, come a voler monitorare ogni movimento esterno ed interno, più ancora di  macchine ed infermieri. Espressione della punta più avanzata dell’istinto di conservazione. Non so quanto conscio della biomachìa in corso.
Certo che se lo avessi saputo prima, non avrei cominciato a scrivere questa cronaca paterna e filiale, quel 22 maggio. Né, tantomeno, avrei dato il mio assenso a mandare mio padre al macello.

30 giugno
Ha da passà ‘a nuttata. E almeno questa è passata. Tempesta ieri sera, sole brillante e aria frizzante questa mattina. Calma nel volto di mio padre, persino un po’ di ironia. E caviglie meno gonfie. Oggi pare sia preparato un bene… Ma domani?

1 luglio
Naturalmente non ne posso più del linguaggio biomedico (e nemmeno di questa moda di mettere il prefisso “bio” un po’ ovunque, cui anch’io ho ceduto), della lettura convulsa in rete di documenti di varia (e talvolta dubbia) provenienza su ogni tipo di mali e complicazioni, delle telefonate allarmate di mia madre, dei colloqui fugaci con dottori e dottoresse cangianti, della routine ospedaliera, del viavai continuo tra stanze e corridoi e studi medici, dell’aria viziata e intrisa di quell’odore indefinibile, un po’ dolciastro un po’ disinfettante, della vista dei cibi senza amore né sapore, dei carrelli parcheggiati qua e là, delle lamentele dei compagni di stanza, dell’ospedale in sé – istituzione più che totale totalizzante… Io non ne posso più? E lui allora?

20 luglio
Son passati quasi 2 mesi dall’episodio del dito sulla fronte, alla vigilia del ricovero e di tutto quel che ne è seguito.
Il pre-sentimento di mio padre, per fortuna, non si è avverato. Lui è tornato a casa, per ora sano e salvo, in questa giornata già per me così densamente emotiva e popolata di simboli e di spettri. Il dito è ancora lì, sulla sua fronte, ma si è fatto più leggero, quasi una linea tratteggiata se non proprio invisibile. Lui sembra sentirlo ancora, dato che la sua pelle è come scorticata, e per un nonnulla dà sfogo all’emotività. Non conoscevo sotto questo aspetto mio padre. Avrei preferito farlo in altro modo, ma pare che il dolore e la sofferenza siano una finestra o una lente di ingrandimento attraverso cui guardare come si è fatti davvero, aprendo così territori dell’interiorità prima inesplorati.
Naturalmente nessun luminare e nessun dio sa dire quanto gli resti da vivere, e come. Ma tutti possiamo tirare – per ora – un lungo sospiro di sollievo.
E mentre in questi mattini freschi di fine luglio passeggio piano con lui, che arranca impugnando il bastone (di ciliegio?) che era stato di suo padre, nel giardino di aceri e ippocastani tra le cui foglie spira un precoce sentore d’autunno – talvolta, senza farmi accorgere, fisso la sua fronte, gliela accarezzo con lo sguardo, e mi sovvengono le parole di quella canzone, insieme forte e delicata:

Canto chi mi ha preceduto
Chi nascerà
Chi è qui con me
Solo in questo spazio essenziale

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10 Risposte to “Quel dito puntato sulla fronte di mio padre”

  1. rozmilla Says:

    Mi sento sollevata dal sapere che tua padre stia meglio e che state superando questo brutto momento.
    Più di uno qui sentiva che c’era qualcosa che non andava .. sentivamo qualcosa, sai, ma non siamo ancora veggenti ..
    Questa volta sono io a mettermi nei tuoi panni, caro Mario, panni che prima o poi a tutti capita o capiterà indossare, è vero, ma non siamo soli ..
    Mia madre proprio ieri piangendo mi diceva, “Non lasciateci soli”, e infatti è un melanoma che si è già diffuso, stiamo aspettando la chiamata per l’intervento dal centro tumori di Milano. E mio padre, in dialisi da quindici anni, le sue ossa si stanno sgretolando, sta andando a pezzi.
    Sai come quando i bambini stanno imparando a camminare, e li lasci fare i loro primi passi senza perderli di vista, attento ad afferrarli prima che cadano .. l’unica differenza è che questi sono gli ultimi. Sto solo aspettando il momento in cui non riusciranno a fare più niente da soli, e ci manca poco. Quindi, come vedi, i tuoi panni mi calzano a pennello ..
    Ricordi qualche anno fa, quando anch’io mi ero chiusa nel mio dolore senza farne parola coi miei amici? Credo che ora non lo farei più. Credo che ne parlerei, ai miei amici, il solo fato di dirlo a loro alleggerirebbe un pochino il mio cuore. Penserebbero a me, sicuramente, e i loro pensieri mi giungerebbero come un balsamo. Tutte le parole che abbiamo in comune, non sono un niente
    Ti abbraccio
    Milena

  2. md Says:

    Grazie cara Milena, ebbene sì, le tue parole giungono come un balsamo dell’Ibla… e vorrei che anche le mie lo fossero per te.

  3. Francesco Says:

    Un abbraccio anche da me..

  4. md Says:

    Grazie Francesco!

  5. md Says:

    Ieri un amico filosofo che conosco solo tramite contatti in rete e telefonici, mi ha detto che la lettura di queste note, così come di qualche altro post, gli hanno restituito una “cifra” del blog che è esattamente quella che ho inteso dargli (o per lo meno così sarebbe nelle mie intenzioni): la filosofia che si intreccia alla vita, all’esistenza (anche alla quotidianità) e che magari la illumina un po’. Non so se questa sia anche un’elevazione (o una consolazione, come pensava Boezio), e ancor meno saprei dire se una certa dose di sapienza possa far bene a tutti, aiutandoli ad affrontare meglio i nodi della vita – se non proprio a scioglierli.
    E poi, sempre questo amico, ha condiviso con me la meravigliosa potenza terapeutica della scrittura.
    Grazie anche a lui.

  6. gennypisani Says:

    Md il tuo post mi ha emozionato…Mi fa piacere che “a’nuttata e’ passata”…pER UN ATTIMO ho pensato a come sarebbe stato il mio “vecchio”…e come sarebbe stata meno sofferta la mia vita …io non ho avuto la possibilita’ di conoscere mio padre… e’ andato via che avevoo sei anni. ..Si dice che l’amore (quando e’ vero non e’ mai parola abusata) e’ vita…Tienigli compagnia.
    sAI MD AVREI VOLUTO fare un po’ di strada in piu’ con mio padre…Non immagini quanto mi e’ mancato!
    Un abbraccio

  7. md Says:

    @gennypisani: in questi giorni, quando parlavo di mio padre (seppur con molta parsimonia) con amici o conoscenti, non ho potuto esimermi dal pensare come avrebbero accolto le mie vicissitudini coloro che magari il padre lo avevano perso. Per quanto fosse un pensiero sottotraccia, era comunque lì, a complicare ulteriormente quel che sentivo.
    Ecco perché, a maggior ragione, accolgo con grande affetto le vostre parole e testimonianze – ad ulteriore riprova che il com-patire, la sym-pàtheia, l’antica pietas, la profonda consapevolezza del con-essere sono i sentimenti più elevati che ci possono capitare.

  8. Una morte secca | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] diffusa e dalle stregonerie della tecnica. Avevo già descritto un paio di anni fa, attraverso la cronaca di un intervento e della riabilitazione seguitane, la declinazione personale di questa condizione […]

  9. isidoromartinelli Says:

    Nulla è più triste di un anziano consegnato ad una struttura sanitaria sofferente, impaurito, mite ed indifeso come un agnello, la cui identità viene sostituita dal numero di protocollo di una cartella clinica e dalla qualifica di “paziente” , termine che trasmette una chiara sudditanza psicologica che la lobby dei camici bianchi esercita, spesse volte spudoratamente sui malati.

  10. Corpi biochemiomeccanici – e dissociati | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella […]

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