‘A casa nno timpuni

Era virdi ‘u timpuni
r’alivi, ficurigna,
rrunzi e colacugghiànnira,
truffazzi r’azzalora.
O ‘n ciancu una casuzza
attimpata…

La storia narra di una casa abbandonata sull’altura, nella campagna siciliana (o marchigiana?). Era diventata, questa casetta, riparo per gli animali. Un viavai di cani, poiane, fagiani, topi, buoi, ramarri, colombine, scarafaggi, ma anche di zecche, vermi, pidocchi, ragni e tarli – soprattutto tarli.
Vi giunse in ottobre un ragazzo di una tredicina di anni. Di lui non sappiamo quasi nulla. Non il suo nome, né da dove viene, né dove andrà. Di certo ha l’aria di un fuggitivo, di uno che si guarda intorno smarrito e che non sa bene che fare. Si decise quindi ad entrare in casa, ma subito dentro si rannicchiò coprendosi il volto con le mani. Si addormentò e un cane lo vegliò. Al mattino così com’era arrivato uscì e s’inoltrò silenzioso nel fitto degli ulivi.
L’indomani ritornò e, come già da tempo succedeva con gli animali, anche lui andò e tornò più volte, in un irrequieto viavai. Che cosa gli passa per la testa? Quali ansie, pensieri, paure, speranze? La storia non dice.
Gli animali cominciarono ad interessarsi al misterioso picciottu, lo guardavano, lo spiavano, ogni tanto si affacciavano: ormai si erano avvezzati al suo andare e venire. Cominciarono addirittura a fare dei turni di guardia. Anche il ragazzino si affezionò a loro, e lasciava talvolta che gli uccelli gli passeggiassero sulle spalle e lungo le braccia.
Ma succedeva altre volte che si rinchiudeva in se stesso, cominciava a mormorare e, talvolta, a piangere piano. Come se un doloroso segreto fosse sepolto da qualche parte, nella sua anima.
Un giorno vi fu nella stanza un parapiglia: il ragazzo fuggì e si disperse fra gli alberi. Da allora non tornò più. Gli animali, che lo aspettavano, cominciarono ad allarmarsi. La loro ansia crebbe, fino a diventare un tormento. Non si davano pace.
Furono i tarli a dare una svolta alla storia. Se prima, quando c’era il ragazzo, si erano quietati, avevano ora ricominciato a perforare, mordere, lacerare ogni cosa. L’unico rumore diventò quello del legno che sfarinava. Qualcosa cominciò a cadere: una persiana, uno stipite, lo sportello di una credenza.
Poi, in una notte di maestrale furioso, crollò il tetto, le mura rovinarono a terra. Ma non vi fu nessun fuggi fuggi, dato che la casa era già stata abbandonata anche dagli ultimi uccelli. Solo i tarli restarono a terminare il loro lavoro.

***

La storia che ho qui brevemente riassunto (e che vorrei tanto aver scritto io), compare in un libro pubblicato quest’anno da Orecchio Acerbo, con il titolo La casa sull’altura. Il testo è del poeta siciliano Nino De Vita, mentre le illustrazioni sono di Simone Massi: un’unione siculo-marchigiana perfettamente riuscita. E’ un libro meraviglioso, emozionante, pieno di cose, di pensieri – anche se, come si sarà capito, è di una tristezza lancinante. E non poteva essere altrimenti, visto che vi si parla di abbandono, di fughe, di silenzi, di incomprensione, di solitudine. Della scissione ormai irreparabile tra campagna e città, mondo contadino e industriale, natura e società, passato e presente, fanciullezza ed età adulta. Ma, adottando un altro punto di vista, vi si può anche trovare l’auspicio di un ritorno all’essenzialità delle cose: una terra che ci ha sostenuto per centinaia di migliaia di anni (e che non ne può più delle nostre angherie); i fratelli animali che stiamo sistematicamente sterminando; le sorelle piante che ci donano il respiro, e che noi ricompensiamo con l’ammorbarle; le case, gli oggetti, il pane quotidiano. Ciò che ci serve per vivere. La sobrietà di tutto ciò. La sua inestimabile e dimenticata bellezza.
Il pregio del libro sta poi anche nella sua fattura: il testo (poetico ed essenziale) si intercala ed incastra con cura e maestria ai disegni ruvidi di Massi, in una narrazione congiunta che li arricchisce e li illumina vicendevolmente. Se ne può trovare un assaggio a questa pagina (che dà anche la possibilità di scaricarne una parte in pdf, oltre ad alcune recensioni molto più profonde e dense di spunti riflessivi di queste mie poche righe).
In coda al libro si trova il testo in lingua siciliana (vi assicuro, di difficile lettura: anche la lingua è un mondo obliato – ma da provare a leggere senz’altro a voce alta, per sentire come suona); ed infine una postfazione di Goffredo Fofi.
Non è affatto un libro per soli ragazzi (pur essendo illustrato, gli è che in Italia si fa spesso l’equivalenza illustrato = bambini): è piuttosto un libro poetico, artistico, antropologico, documentale, che rievoca un mondo contadino integralmente rimosso e, forse, perduto per sempre.

E’ il mio pensiero-regalo a voi amici della Botte, alla vigilia del mio ritorno a casa. La mia “casa sull’altura” tra i Nebrodi, anch’essa in gran parte perduta. E delle cui tracce, ogni estate, vado alla ricerca. Come  un picciottu  tredicino, abbracatu e ‘ntrunatu – e con la bocca spalancata.

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