Delle due l’una

Gira e rigira, vengo tirato per i capelli (che non ho) nelle questioni teologiche (che pure non cerco). Da più parti mi giungono sollecitazioni in tal senso – dio, teismo, ateismo sono anch’esse (come quelle identitarie) questioni che bruciano. Personalmente credo di averle risolte una volta per tutte tre decenni or sono, al mio primo impatto (vitalissimo e imponente) con la filosofia, quando la questione del divino si pose alla mia mente sotto una nuova luce: delle due l’una, o la fede o la ragione. Che, da un punto di vista logico, è nota anche come disgiunzione: o…o.
Ma è bene chiarire – anche perché l’espressione “una volta per tutte” in filosofia non vale granché. Nel momento in cui, però, la ragione – cioè quell’organo del pensiero che è solo una parte di esso e, se vogliamo, una parte esigua dell’intero fenomeno mentale (entro cui ricomprendo anche l’elemento sentimentale e passionale) – quando la ragione, dicevo, comincia ad occuparsi di questioni come quella teologica (ma, vorrei dire, di qualunque questione), non vi è spazio per altre modalità conoscitive. Nostra signora ragione si comporta in maniera tirannica ed esclusiva.

Cioè, se mi metto ad analizzare il fenomeno divino da un punto di vista razionale, non solo la fede passa in secondo piano, ma deve proprio sparire dall’orizzonte soggettivo, per posizionarsi semmai accanto alla materia dell’oggetto analizzato. E siccome la fede non mi pare abbia qualità analitiche o logiche (ma, anzi, è un salto nell’illogico e nell’immaginifico – attenzione, non sto dicendo nell’assurdo, anche se Kierkegaard in verità la pensava così), ne segue che se mi faccio domande su dio e dintorni è con la ragione che devo affrontarle, e dunque “dio e dintorni” sono oggetto indifferente di analisi, alla stregua di qualsiasi altro oggetto o ente (pianeta, valore, fenomeno naturale, cellula, concetto, scelta etica, fatto storico, ecc.).
Si risponde di solito con l’obiezione che nel caso di dio si prescinde (e si trascende) da tutti gli enti particolari, saltando ad occuparsi dell’ente degli enti, dell’ente sommo, di quell’ente cioè di cui non è pensabile qualcosa di maggiore. Posso tranquillamente rispondere, senza scompormi, che quel concetto esiste già, e che la ragione lo designa talvolta come “essere”, talaltra come “eterno”, “immutabile” o “sostanza”, a piacere. Se è vero che dio è assimilabile a quella tipologia concettuale non usciamo per nulla dal terreno della ragione, e la fede resta sempre una modalità psicologica ed immaginifica di accedere a quell’ordine concettuale – dunque del tutto spuria ed insufficiente agli occhi della ragione, essendo credenza in ciò che (con gli occhi della ragione) non si vede, dunque pura cecità razionale: l’illuminazione fideistica provenendo dall’esterno, non dall’interno, ed essendo imposta dall’alto, non raggiunta autonomamente.
Se viceversa “dio” è altro da quei concetti, non si capisce bene che cosa sia: delle due l’una (di nuovo), o è un concetto e dunque conoscibile, decifrabile, razionalizzabile o non è un concetto, e dunque non fa parte del terreno della ragione. D’altro canto la ragione ha la pretesa di comprendere sotto di sé (raccogliere e rendere conoscibile) ogni cosa, comprese quelle più numinose e misteriose, compresi dio e la fede nella loro dimensione trascendente – che dunque, agli occhi della ragione, trascendenti non sono affatto, poiché sono fenomeni di cui essa si occupa, e dunque posti sul piano (a lei congeniale) dell’immanenza.
Naturalmente sto parlando qui dei “concetti alti” della religione – e non di tutto quello sciocchezzaio irragionevole, superstizioso (e spesso fanatico) di cui, eventualmente, è bene che si occupino altre discipline: l’antropologia, l’etnologia, la psicologia (in qualche caso, anche se non mi è per nulla simpatica, la psichiatria). Se poi si pensa che la religione sia riducibile a “precettistica morale”, allora non vedo che bisogno c’è di scomodare dio, dato che per l’agire etico basta e avanza la kantiana ragion pratica (o, per le menti meno auliche e più terrestri, l’utilitarismo).
Salto in fondo al ragionamento (poiché richiederebbe ben più di questo miserrimo post), e concludo con la soluzione non-teistica che trovo sia una delle proposte teoretiche più interessanti del giovane Marx: perché mai mettersi sul terreno della diatriba teismo/ateismo? Tutto sommato chi ha bisogno di negare dio deve prima porlo: si tratta, cioè, di una negazione per posizione. Sarebbe allora buona cosa andare a vedere con la ragione se in quella posizione ci sia davvero qualcosa di ragionevole e di fondato: e se così non fosse (come io penso), togliere la posizione implicherebbe l’ovvia conseguenza di togliere anche la negazione. Io, di fatti, 30 anni fa l’ho risolta così: non sono ateo (o ateista) perché non mi sogno nemmeno di essere un teista. Non è che “dio non c’è”, dio non si pone nemmeno per il semplice fatto che siamo noi a porlo. E dunque, se smettiamo di porlo possiamo evitarci anche la catena di paranoie con annesso consumo di oppiacei (e, storicamente, di abbondanti nefandezze) che da quella posizione segue. Dio non si pone (e dunque non può nemmeno essere negato: né teismo né ateismo), proprio in quanto è l’essere umano ad autoporre se stesso. L’una cosa esclude l’altra (un po’ come l’alternativa fede/ragione). Posto dio è negato l’uomo (poiché assoggettato al padrone assoluto, che d’altra parte, come già Feuerbach aveva mostrato, si è creato egli stesso a propria immagine e somiglianza); mentre posto l’uomo, la stessa possibilità di dio è esclusa alla radice, poiché “essere umano” è propriamente autotrascendimento, autoprogettazione, automovimento – auto-nomia in senso radicale.
Certo, non è che non porlo per poi non doverlo negare risolve tutti i nostri problemi, anzi! Però, magari, ce ne leviamo di torno almeno uno.

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9 Risposte to “Delle due l’una”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Guardala da questo punto di vista (paradossale): tu scegli la ragione, ma proprio perchè la scegli, la tua è una fede nella ragione. Sarebbe a dire che questo atto di scelta iniziale è autocontradditorio, perchè per il fatto di scegliere compi un atto di fede.
    L’unico modo per non avere fede, è rifiutare queste drastiche scelte, trovare uno stretto sentiero che contempli razionalità, ma anche sentire, l’evidenza del sentire, come non possiamo fare a meno di ammirare e godere degli spettacoli che la natura ci propone: lì, di fronte a tali evidenze del sentire, la ragione diventa ben poca cosa, non spiega, non può negare, può solo subire la predominanza del sentire.
    Io ho scelto appunto la ragionevolezza, e questa esclude ogni credo religioso, ma anche ogni altro credo assoluto, e questo io lo considero il vero atteggiamento saggio, che non può non contemplare l’accettazione più piena di una dimensione di mistero, quello che io considero il vero significato di sacro. Invero, non v’è nulla di sacro nelle religioni, nel momento in cui una fede ti spiega tutto: nè la ragione, nè la fede possono davvero spiegare tutto, e in fondo a me pare bella questa situazione di convivenza col mistero.

  2. xavier Says:

    “Secondo me”, scegliere non significa per forza aderire fideisticamente, tanto meno alla ragione, entità difficile a prendersi, anche con tutte le pinze filosofiche di questo mondo. Indicherei nella ragione una ricerca, un mezzo, una modalità, qualche volta persino una “conditio sine qua non”, ma non certamente un imprescindibile alter ego del divino, o un suo surrogato.

  3. egilllarosabianca Says:

    Dio é uno stato non un luogo-
    Noi diventiamo e trasformiamo noi stessi e il mondo,con azioni
    Chi di noi ha usato ragionare quando si é innamorato o quando
    ha perduto qualcuno per sempre-Il pensiero é andato in un altrove
    che Vincenzo definisce convivere con mistero-
    Egill

  4. Carla Says:

    ma Dio trascende la ragione.
    come si può limitare la defiinizione di dio, dio può essere benissimo luogo e dimora, per chi crede, naturalmente.
    Proviamo a considerare la credenza sotto l’aspetto del “sentire”.

  5. xavier Says:

    Mi piace “sentire” attraverso la ragione, ondivaga e nascosta, spesso fuori tempo e sfuggente, specchio fedele in cui non riusciamo quasi mai a rifletterci, ma alla quale non ho da chinare il capo, come del resto davanti ad alcun dio.

  6. Carla Says:

    molto poetico il pensiero di Xavier 🙂

  7. Luciano Says:

    Salve.

    Bella ciocca della barba di Platone quella dell’esistenza di Dio e sicuramente bell’esempio del rasoio di Ockham entrambe le scelte, per ragione o per fede. La fede, non il credere, non ha bisogno di alcun supporto. Diceva mons. Bianchi della comunità di Bose intervenendo in un convegno sull’evoluzionismo a cui ho assistito che “tutti possono credere ma la fede è di pochi”.E’ inutile discutere sulla fede…o c’è o non c’è. Punto. La ragione viceversa, è basata sulle rappresentazioni mentali che noi chiamiamo concetti e queste rappresentazioni dipendono in toto da quelle che sono le nostre modalità percettive. Non è possibile per noi, almeno io penso questo, rappresentarci mentalmente (io dico neanche definire) nulla che non sia patrimonio della nostra capacità percettiva (e dunque linguistica). Qualunque cosa noi si immagini, siamo in grado di darle una forma, un colore, un sapore, una voce se serve, solo a partire da elementi che già conosciamo. Allora che senso ha parlare di Dio utilizzando la ragione? Bene faceva Protagora a dire di non poter affermare nulla degli dei…e d’altronde come dare torto a Gorgia e alle sue tre tesi proprio in un campo così ostico come questo?

    Chiedo scusa ai filosofi, io non lo sono, se ho reso generali dei concetti che magari non dovevano essere trattati in questo modo.

    A presto

  8. Fabio S. Says:

    mentre si discute se sia lo Spirito a creare la materia o, piuttosto, la materia a creare lo Spirito, la manovra finanziaria distrugge le nostre terrene esistenze.

    Mi ero riscattato gli anni di laurea ed aggiungevo anche l’anno prestato obbligatoriamente come servizio civile.

    Ladri di futuro.

  9. giacintopia Says:

    ONTOLOGIAX kreatorx , “Ontologia evento” (“Ontologia musika” ( “Ontologia sublime” (“Ontologia katastrofy” (“Ontologia ” (“Creatrix” (“Ontopology”

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