Era solo un gatto

Così essi mi mostrano la parentela con me, e io l’accolgo.
Essi mi portano le doti del mio io,
e le mostrano chiaramente in loro possesso.
(W. Whitman)

I filosofi non hanno mai granché preso in considerazione gli animali. E quando lo hanno fatto li hanno guardati quasi sempre dall’alto in basso, con malcelato disprezzo. Macchine senz’anima (come ritiene Cartesio) che fanno arrivare a dire al signor Malebranche una frase orribile, che già ebbi a citare in altra occasione: “Si può maltrattare un cane senza curarsi dei suoi guaiti, semplici stridori di una macchina mal lubrificata.” Naturalmente non mancano le eccezioni, tra cui Hume, Bentham, Rousseau, che per motivi diversi si preoccuparono di teorizzare nei confronti degli animali una qualche forma di rispetto, se non proprio di dovere morale.
Gli è che la filosofia occidentale non solo non ha fatto nulla per smontare il pregiudizio antropocentrico e lo specismo, ma anzi li ha abbondantemente alimentati. E non si può dire che la scienza si sia comportata meglio, anzi!
Ho invece trovato in letteratura una maggiore sensibilità per l’argomento. Cito solo i primi esempi che mi vengono in mente: il rapporto tra l’anziano vasaio Cipriano Algor, protagonista de La caverna di Saramago, e il cane Trovato (ma forse si potrebbe dare lo stesso nome ad entrambi); la prima parte del romanzo Oltre il confine di Cormac McCarthy, dove una caccia ad una lupa diventa una delle più belle e commoventi storie che mi sia capitato di leggere. E si potrebbe continuare con altri scrittori: Dostoevskij, Kafka, Coetzee…

Naturalmente so bene che il mio “istinto” morale mi direbbe come comportarmi di fronte a scelte amletiche ed estreme, e come un bravo robot asimoviano  – tanto per non abbandonare il terreno letterario – quelle scelte si disporrebbero secondo scale gerarchiche precise. Ad ogni creatura, ad ogni individuo, ad ogni specie, ad ogni ente il suo posto (e che stia al suo posto) – e per ogni perdita, per ogni dolore, per ogni mancanza la relativa dose di compunzione. D’altro canto soltanto le lacrime e le redenzioni divine potrebbero essere universali per davvero, e non guardare in faccia a nessuno (“gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti”, cantava Gaber) – ma non essendoci nessun dio dobbiamo accontentarci di quel che c’é: meste finitezze che s’infrangono contro altre meste finitezze.

Insomma, forse lo si sarà capito, sto cercando le parole e gli argomenti per descrivere quel che sento dopo la morte del gatto di nome Rufio che mi ha tenuto compagnia per tredici anni, e che per tutto questo tempo è stato l’anima della casa dove vivo, casa che ora, senza di lui, è vuota, silente e quasi priva di significato, così come qui dentro, da qualche parte che non so come chiamare, ho sentito aprirsi una simile voragine. Come catalogare questo dolore, nella gerarchia degli esseri e dei dolori che ci siamo costruiti? E come spiegare, al di là della facile psicologia, il legame affettivo – una vera e propria philìa (anche se magari unilaterale ed immaginaria) – che mi legava a quella creatura?
D’altra parte anche la nostra relazione con gli animali (gli altri animali, visto che pure noi lo siamo) è una costruzione storica ed antropologica, per non parlare della costruzione tout court di alcune specie e razze che “in natura” non esistono (insieme alla distruzione antropica di altre). La storia dell’addomesticamento, poi, è innanzitutto una storia di asservimento – da ultimo anche affettivo. Ciò non toglie che ogni volta che ci troviamo di fronte ad un animale, domestico o meno, ci dobbiamo fare un po’ di domande sul suo e (soprattutto) sul nostro conto. Ne è passato di tempo da quando si pensava che fossero oggetti inanimati, macchine prive di intelligenza e di sentimenti, cose da usare e buttare alla stregua di tutte le altre.
Comunque, al netto delle spiegazioni psicologiche, antropologiche (o di quelle biologiche) a me vien solo da pensare che quell’animale peloso che girava per casa e si strusciava alle mie gambe evidentemente non era solo un gatto…

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7 Risposte to “Era solo un gatto”

  1. egilllarosabianca Says:

    Adesso posso scrivere soltanto che sò cosa provi e non parlare
    dei filosofi-Condivido il tuo dispiacere per Rufio- Ma qualcuno
    pensa ancora che esista distacco tra noi e la natura?-
    Egill

  2. Francesco Says:

    Toccanti le tue parole, veramente toccanti. Tramite le parole il mondo di un altro può diventare, per un po’, il nostro mondo. Ed è da questo contatto che nasce la comprensione, unitamente alla consapevolezza che poi, in fondo, siamo tutti molto simili..

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    Certamente, dopo Darwin, appare incomprensibile separare l’uomo dal resto del mondo animale, e non v’è dubbio che una corrente empatica corra tra noi e gli animali superiori.
    I dubbi che manifesti nei confronti della domestichizzazione degli animali li ho anch’io: da un certo punto di vista, è la massima forma di violenza che l’uomo può esercitare su di loro.
    Per me, insomma, una cosa è incontrarsi con un gatto, e riscontrare questa empatia (io poi i gatti li ammiro proprio, come un po’ tutti quanti i felini), una cosa è la convivenza.
    Sarebbe poi interessante osservare come la tendenza all’aumento dei single si associ all’aumento della convivenza con gli animali. Inevitabilmente, mi viene da pensare al crescente narcisismo che infesta le nostre soscietà, per cui l’unica convivenza che siamo pronti ad accettare è quella con un essere biologico che non mette in dubbio la nostra egemonia, interessante…

  4. md Says:

    @egillarosabianca: temo proprio di sì

    @Francesco: grazie

    @Vincenzo Cucinotta: sì, proprio interessante; io, tra l’altro, rientro perfettamente nel caso che hai citato, e poco importa quale sia il mio tasso di narcisismo dato che si tratta, come tu giustamente affermi, di un fenomeno sociale di vasta portata.

  5. Carla Says:

  6. egilllarosabianca Says:

    La considerazione dei single mi sembra così fredda come se non
    riuscendo a relazionarsi tra noi si scelgano compagni di vita meno
    impegnativi-Siamo solo umani e Rufio era solo un gatto,e nel cielo
    quel che si vede sono solo stelle e un fiume é solo un fiume-
    Tutti insieme noi siamo l’universo-Ascoltando le considerazioni della
    Prof-Hack su questo tema scienza e fede aldilà Il nostro cervello é
    comlpesso come l’universo-Non abbiamo compreso la complessità
    del nostro cervello ne l’universo, la chiave però risiede in noi- La tendenza dei ricercatori e il loro errore consiste nell’isolare ciò che
    studiano dal contesto-possibile comprendere isolando in un
    laboratorio che é un complemento e non una orchestra il risultato dell’osservazione non può rispondere a tutto- la relazioni tra umano e altro aspetto dell’universo é necessaria alla armonia del
    tutto,per single,bambini,anziani giovani amanti -Non amo definirmi
    non seguo alcuna religione se non la natura non bevo non fumo e
    non Agè ,non dispiacevole di aspetto-Dovevo scrivere questo perchè quì sopratutto se ami gli animali ti manca qualcosa-Con questo concludo citando qualcuno che ho amato e diceva :- Una casa senza un gatto é un volto bellissimo senza sguardo- Credo che tutto l’amore dato e ricevuto si trasformi in qualcosa ancora nell’universo che ci contiene tutti-
    Egill

  7. xavier Says:

    Mi dispiace per il tuo gatto. Alzo il bicchiere a lui. Io ne ho due: uno stronzetto, secondo arbitrari parametri personali, e uno serio e timidissimo, tanto agile e veloce, quanto all’apparenza goffo e poco elegante. Non ci capisco quasi niente di animali, e come mi muovo faccio uno sbaglio,tanto più con i miei gatti, che talvolta ho l’impressione mi lascino perdere compatendomi. Che siano anche un po’ volpi?

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