Aforisma 42/quater

L’essere è. Nient’altro. E niente e altro o non sono o sono essere, dunque non-niente, non-altro.

***

Rompo la consuetudine che vuole gli aforismi come una forma compiuta di scrittura, che non abbisogna di ulteriori spiegazioni, per dire due parole su questa criptica (e un poco stucchevole) successione di aforismi “ontologici”.

"Immobile è inoltre nei limiti di immense catene"

Dire che l’essere è e non consola o non salva (o non vuole né consolare né salvare), poiché è tutto quello che è e nient’altro, equivale ad affermare l’assoluta indifferenza dell’ontologia nei confronti del destino umano. Come dire che ci saremmo inventati qualcosa che se ne frega di noi, a meno che non si pensi (come qualcuno effettivamente pensa) che l’oggetto di quel pensiero è il vero soggetto della pensabilità delle cose – anzi, ciò che le fa essere quel che sono, il fondamento ultimo ed assoluto.
Non che gli umani siano ontologicamente indifferenti (come succede con l’ateismo o con l’agnosticismo) – dato che ogni loro concezione dell’essere fa la differenza: se io penso che ogni cosa si consuma nel fuoco del tempo, del divenire o del nulla; oppure se penso di essere il padrone assoluto delle cose; o, viceversa, di esserne schiacciato o asservito; oppure se ritengo che tutto ciò sia illusorio, che non ci sono né padroni né servi, né significati reconditi – insomma, il mio pensare (o credere) che ci sia (o che non ci sia) un fondamento ultimo, comporterà delle differenze nel mio modo di essere e di vivere.
E’ semmai l’essere – cioè la natura o Dio o l’eternità delle cose o la struttura del cosmo o i concetti equivalenti – ad apparire come tetragono ed indifferente. Cioè: la nostra esistenza o meno non comporta alcuna differenza nell’economia dell’essere. Ma se noi esistiamo, ciò vuol dire che era necessario (lo è da sempre) che esistessimo. Così come quando ci estingueremo sarà stato necessario (lo è da sempre) il nostro tramonto. Non solo in termini di specie, ma in termini individuali, di fatti, di cose, di accadimenti. La necessità stringe nella sua morsa asfissiante la più piccola come la più grande cosa. Anzi, ai suoi occhi nulla è piccolo o grande, ma tutto semplicemente è ed è necessario che sia.
Dunque, il nostro porci nell’ottica dell’essere – cioè di quel che più ci costituisce e che tuttavia più ci è lontano ed estraneo – rischia di soffocarci nelle spire della follia e di sprofondarci nell’angoscia più nera. L’ “è” che avvolge e trafigge ogni cosa, appare come la sentenza inappellabile, l’immensa catena parmenidea, la verità più intima di ogni cosa – e ciò vale per l’esplosione di una supernova come per la shoah come per il dondolare lieve di questa foglia che davanti ai miei occhi sta cadendo a terra per poi marcire.
Ed il nostro arrancare in cerca di consolazioni o di improbabili salvezze, non sfugge a sua volta alla legge dell’essere. Anch’esso – così come ogni palpito del cuore e della ragione – è, e non avrebbe potuto mai non essere.
Dunque: in tutto questo, che qualcuno ha chiamato “destino della necessità”, non vedo nessuna “gloria” o “gioia”, ma solo un precipitare nella disperazione. A meno che “gloria” e “gioia” siano una nuova (stoica e spinoziana) accettazione di tutto quel che l’essere ci riserva. Compresi quelli che chiamiamo “mali”, ma che agli occhi dell’essere non lo sono. Compresa la fede (ammantata di certezza logica) nell’inesistenza della morte e nell’eternità di tutte le cose.

Forse, allora, è meglio piantarla lì con l’ontologia, con l’essere, con l’infinito, con l’eternità. Finché siamo noi a pensarli e a manipolarli quali “concetti”, non succede granché; ma quando ce ne sentiamo investiti come se fossero “loro” a pensarci, a manipolarci e a risucchiarci – allora ci troviamo a camminare sull’orlo di un abisso. E la vertigine ci assale e ci paralizza.
Forse serve ruotare di nuovo il punto di vista, ed abbandonarci all’ironia – l’aristotelica “riduzione” della verità – oppure a un sano bagno ristoratore nelle acque terrestri della finitezza e della limitatezza: potranno anche non salvarci né consolarci, né tantomeno innalzarci alle vette della gloria e della gioia, ma magari ci calmeranno i nervi.

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6 Risposte to “Aforisma 42/quater”

  1. xavier Says:

    Stavolta cerco di esser serio, anche se mi viene sempre male perché sul più bello mi scappa sempre da ridere. Sei ostinato, caro m.d., e di una ostinatezza tanto forte quanto giusta, ma, come anche tu convieni, senza molte vie d’uscita. Siamo sentimentali, anche quando facciamo finta di no, e se da una parte questo aiuta, dall’altra confonde ancor più le idee, allorchè entrano in ballo l’essere, l’infinito, l’eternità. Meglio così che cretini, s’intende, purchè se ne prenda atto senza infingimenti, e senza la grande presunzione di starsene al Centro di tutto. Questo lasciamolo a Casini, che magari ci crede anche.

  2. rozmilla Says:

    Calmarci i nervi .. buona idea!
    Distendersi un po’ … ecco!
    Ricominciamo a far circolare le idee .., ottimo!
    Fluidifichiamo i nostri pensieri … evviva!

    L’idea fin dall’inizio era quella del Caffè filosofico, mi pare, ma potremmo prenderci anche un thè o una tisana .. o giocare a biliardo.
    Perché è certo che sbaglieremo, dicendo molte cose anche superflue, ma anche questo fa parte del diritto di esprimersi, della libertà di esprimersi. A meno che ognuno di noi creda fermamente che la parola, il pensiero che lancia in campo, sia l’unico possibile, perché a quel punto sarebbe inutile il confronto, e tanto varrebbe giocare un solitario.
    Abbiamo presente il tavolo da biliardo? ebbene, sul tavolo da biliardo si lanciano le palle. E a me sembra, che di palle se ne lanciano in giro tante, e modestamente faccio la mia parte. E allora? Perché giocare con le palle? Secondo me perché quando le palle vengono lanciate , circolano, si toccano l’una con l’altra. Lo scopo non è la palla in sé, ma il gioco stesso, il movimento

  3. egilllarosabianca Says:

    L’onnipotente forse amava questo gioco lo vedi siamo nell’universo
    e cosa abbiamo palle che seguono un orbita ellittica( palla da rugby)
    circondando altre palle che girano -Quello che conta é movimento-
    Egill

  4. Mr. Tambourine Says:

    Geniale e colto.

  5. gennypisani Says:

    Prendere coscienza dei propri limiti non e’ cosa da poco e nemmeno calma i nervi . A me capita spesso di pensare alla morte, alla limitatezza della vita… molti miei simili invece aspirano o pensano d’essere Dio…So che di me restera’ sicuramente solo la materia…vabbuo’, questo l’ho capito…e per il resto?…Voi filosofi che parlate di anima, di spirito…del nulla…na’ dritta quando la date? …Veniamo dal nulla e li’ ritorniamo o c’e’ qualcos’altro? Quest’anima c’e’ o non c’e’…E se invece Dio ci fosse?…E soprattutto e’ pensabile il nulla?
    Sai sono semplici curiosita’!!!

  6. md Says:

    @gennypisani: se ti aspetti delle dritte dai filosofi…
    che si venga dal nulla e che vi si torni – ha ragione Severino – è un po’ improbabile (lui direbbe impossibile), visto che il nulla è solo pensabile, ma poiché è pensabile (e dunque è qualcosa) tenderei ad escluderne l’esistenza (insomma, dire che “esiste il nulla” sarebbe contraddittorio, un’autonegazione);
    detto questo, niente ci garantisce che le nostre vite (che la vita e l’essere in generale) abbiano un senso;
    cioè: il tuo domandare (che è un gran bel domandare) rischia di essere la voce nella notte e di generare risposte che sono solo l’eco di quelle domande;
    (come vedi, ti sono stato molto utile…)

    @Mr. Tambourine: forse è un po’ eccessivo – il genio, poi, confina con la follia.

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