Fragile gioire

Qualche giorno fa mi sono chiesto quante volte ho gioito in vita mia. Per “gioito” non intendo il buon umore, la contentezza, l’esser lieto, la felicità per qualcosa che ti è capitato, la positività, il godimento (sia fisico che spirituale), l’essere ben disposti, ecc. – tutte cose belle e buone ed auspicabili, s’intende. Il “gioire” cui qui alludo si disloca in un’altra dimensione, più vicina all’esultare (o all’esaltarsi) del tutto insensato ed irrazionale, senza alcun motivo o causa apparenti. Questa gioia nasce misteriosamente, come un fiore che sboccia nel deserto, all’improvviso, e fa smottare e deragliare ogni logica emotiva o sentimentale. Succede talvolta la stessa cosa, in termini rovesciati, con la malinconia (o l’angoscia), ma non voglio qui addentrarmi in territori ancor più complessi del già insidioso territorio delle passioni.
Torniamo piuttosto alla domanda iniziale: mi guarderò bene dal tediarvi con l’elenco (peraltro non lungo) delle volte che ho gioito o che sono “impazzito di gioia”. Ammesso, poi, che la memoria me ne restituisca dei quadri vividi e attendibili. Vorrei provare soltanto a darvene un assaggio, tramite la narrazione di quel che mi è passato per la testa (e per il corpo) durante un sabato pomeriggio di questo inizio (estivo) d’ottobre. Sono sicuro che sarà capitato anche a voi…

Tutto è cominciato con ben altri pensieri: riflettevo piuttosto sulla fragilità umana. Mi capita spesso di farlo, magari quando contemplo silenziosamente qualcuno che è di fronte a me, indipendentemente dal fatto che mi stia raccontando o meno dei suoi mali e delle sue preoccupazioni. Mi ritrovo senza volerlo a spiare, magari di sottecchi, quel volto pensieroso o quel collo che si piega o quelle spalle che cadono stanche, e mi arrovello intorno a quella vulnerabilità (che è la mia stessa condizione fragile) e provo a comprenderne il mistero e ad escogitare modi per alleviarne le asperità. Non dico nulla, tengo tutto questo per me, com-patendo silenziosamente – magari mentre porto convivialmente il bicchiere alla bocca o ascolto o annuisco con la testa.
Il sabato pomeriggio di cui parlo mi è capitato per ben due volte, con due persone diverse. La prima a tavola, la seconda passeggiando in un parco, durante un incontro casuale. Dopo il secondo episodio, decido di allontanarmi dai tratti battuti e m’inoltro nel bosco in bicicletta – voglio isolarmi e lasciare questo sentimento dolceamaro dietro di me. Vado a controllare la mia verditudine – la trovo ancora in piena forma, anche se meno brillante di qualche mese fa, e con lingue gialle e color oro che si insinuano tra le chiome e le foglie un po’ meno fitte. L’estate sembra non voler cedere, ma l’autunno bussa alle porte. Devio e passo accanto alla tomba recente del mio gatto: il nastro rosso sul piccolo ramo infilato nel terreno è ancora lì, nessuno lo ha strappato. Dopo la fragilità, la separazione e la morte. Nulla lascerebbe presagire qualcosa di buono.
Il sole sta tramontando, una falce di luna è appena sorta – ed è già ora di rientrare. Lo faccio mogio mogio, zigzagando per evitare le stoppie. Poi succede qualcosa. Senza alcun comando le mie gambe cominciano a premere con forza sui pedali, la mano modifica il rapporto di cambio, le ruote sembrano diventare gigantesche e mi pare di prendere il volo. Nel frattempo sono uscito dal bosco, e sto percorrendo un sentiero che costeggia alcuni campi. Il cielo si va accendendo e tutti i sensi paiono esplodere. Il cuore comincia a battere furioso, accelera sempre più, i polmoni pompano aria e i miei muscoli si tendono e sono ormai tutt’uno con i mozzi, le leve, la catena, i cerchi, i raggi, le forze del mio bolide meccanico.
Mi spingo fino alla soglia estrema, al massimo della potenza che mi è consentita e mi fermo sfinito e ansimante nel mezzo di un prato. Il cielo si va tingendo di rosso e lo spicchio di luna si è fatto più brillante che mai. Tutto sembra tendersi al massimo della propria possibilità esistenziale: il mio corpo, i colori e le forme fuori di me – e per un attimo quel che c’è in me e quel che c’è fuori di me diventa tutt’uno, conflagra e sembra quasi voler esplodere. Mi siedo per calmare l’eccitazione, ma non ci riesco. Devo alzarmi, sono preso da ipercinesia, ed ecco, a quel punto – solo quando tutto è ormai accaduto – mi rendo conto di avere gioito. Senza alcun motivo apparente. Non so se tutto questo sia eterno, abbia a che fare con la gioia o la gloria di cui qualche filosofo parla – né mi interessa saperlo. Qui è il sentire che importa – anche se, ora che ne sto scrivendo, tutto si va depotenziando, ed assume quasi un aspetto prosaico e mediocre. Dopo tutto che cosa è mai successo?

Restano scorze passionali e frammenti razionali, confusi in un’unità mostruosa (e dunque meravigliosa). Ma soprattutto una constatazione che vorrebbe assomigliare alla “morale della favola”, o ad una conclusione sensata di ciò che forse è destinato a rimanere senza senso: e di fatti, il nesso tra quella fragilità (che attiene all’originario sentimento della pietas, della condivisione umano-animale della medesima condizione di vita sensibile) e la gioia da intendersi quale pienezza vitale, sono il frutto a posteriori di un ragionamento. Né posso dire con sicurezza che l’avere esperito prima la fragilità abbia causato poi l’esultanza gioiosa. Ho sentito entrambe le cose e, a giochi fatti, le ho collegate.
Chissà, forse si tratta di un nesso che ci aiuta a comprendere un po’ di più il mondo – del resto l’essenza del pensare e del ragionare sta nel “raccogliere in unità”, connettere, mettere in relazione. E magari quel gioire fragile ci rivela anche qualcosa sul fondamento della socialità e della con-divisione. Del nostro originario con-essere. Del nostro destino.

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4 Risposte to “Fragile gioire”

  1. egilllarosabianca Says:

    La realtà non sappiamo cosa sia- (cito)
    Dobbiamo cominciare dalla realtà sensibile? Perchè tutto il resto
    da te scritto come lega adesso ?
    Egill

  2. md Says:

    @egill: non ho capito la domanda

  3. egilllarosabianca Says:

    Si scusa-Quando scrivo é solo perchè provo un interesse una
    empatia-Mi riguarda molto “la perdita” di qualcuno-Perchè vuoi
    spiegare la Gioia che hai provato? Non hai sentito niente senza
    l’intervento della ragione? Succede quando ti fondi col tutto –
    Sò che stai pensando al vuoto non poter vedere toccare Rufio
    che non appare ai tuoi sensi-Lui c’é- Non lì nel nastro legato al
    ramo Lui esiste é energia -La mia sola qualità é il coraggio quando
    serve e a costo di farmi sfottere da chi leggerà questo,niente muore ci trasformiamo e qui Einstein, e la velocità della luce-
    Io ho capito questa cosa dopo un incidente a 17 anni e mezzo
    2 o 3 minuti da un altra parte e ho ripercorso tutta la mia vita un passo dopo l’altro-Non Flash-Come é possibile che tanto tempo
    puoi vederlo in soli pochi minuti?-La Prof Hack dice che non abbiamo capito il nostro cervello complesso come l’universo-
    Se la chiave,il nodo é tutto lì a molte cose non abbiamo accesso-
    Il solo Dio che ho é lì la Natura,noi non la osserviamo e non
    impariamo più nulla se non leggendo parole su libri- L’ebbrezza
    di andare tra gli alberi anche se quelli di un parco cittadino é un
    forte richiamo il Pathos che tra i nostri simili non proviamo- Gli
    animali sono non fingono di essere- Da quì il senso di perdita
    di verità di essere-Aver perso un aspetto del tutto della verità-
    Egill

  4. md Says:

    @Egill: su quanto dici a proposito dell'”eterno” (anche se non in termini di energia, ma ontologici) ho scritto qualcosa qui:
    https://mariodomina.wordpress.com/2010/03/10/tra-la-neve-sulla-morte/
    e qui:
    https://mariodomina.wordpress.com/2009/12/24/leterno/

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