Il tallone del Kapitale

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, là dove descrive in pagine appassionate ed indignate la condizione della classe operaia inglese, delle donne e dei fanciulli schiacciati dal tallone capitalistico – quel vampiro “che non lascia la presa finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare”. La scissione che il capitale produce non è soltanto tra le classi o i popoli, tra lavoratori manuali e intellettuali, nelle cose o nella natura – ma penetra fin dentro il cuore degli esseri umani, se è vero che “l’individuo stesso vien diviso, vien trasformato in motore automatico d’un lavoro parziale, realizzandosi così l’insulsa favola di Menenio Agrippa che rappresenta un uomo come null’altro che frammento del suo stesso corpo”.
Ma quello di Marx non è moralismo o pietismo: l’analisi del modo capitalistico di produrre (e, dunque, di riprodurre la vita sociale nel suo complesso) è volta a svelare l’arcano, a mettere a nudo i meccanismi della megamacchina che ci super-agisce, facendoci oltretutto credere, attraverso una raffinata quanto perversa tecnica ideologica, che questo è l’unico modo di vivere e di produrre – e ben lo sapevano le donne di Barletta. Chiosa Marx: “L’arcano dell’autovalorizzazione del capitale si risolve nel suo potere di disporre di una determinata quantità di lavoro altrui non retribuito”. Il capitale succhia dunque la vita e la risputa  in forma di denaro e di astrazione (o di astruseria) – cioè in una riproduzione maniacale di sé che prescinde da ogni altro valore. Non esistono valori, esiste il valore.

3. Il fatto che l’unica alternativa al sistema capitalistico mostratasi storicamente sia drammaticamente e miseramente fallita (il comunismo autoritario del partito unico), non autorizza certo a concludere per la sua naturalità ed inoltrepassabilità. D’altro canto le tesi della sua riformabilità (sposate anche dalla “sinistra” occidentale), si stanno rilevando a dir poco errate. Il capitalismo non può essere riformato, razionalizzato, migliorato, depurato, moderato: date le sue premesse vampiresche e totalizzanti può solo essere distrutto e archiviato. Senza contare il conflitto mortale da esso ingaggiato con la sfera politica (ancor più di quella etica), cioè della decidibilità delle sorti della specie e del pianeta (cui la specie si è oltretutto avvinghiata come un cancro). O meglio: il capitale ha sussunto sotto di sé lo spazio della politica – tanto che la lapidaria affermazione marxiana sullo stato “comitato di affari della borghesia” appare oggi come fin troppo moderata.
D’altro canto anche un ecocapitalismo, un capitalismo verde o dal volto umano, sono solo contraddizioni in termini.

4. Dunque, considerate le dimensioni della crisi sistemica in corso, è lecito domandarsi se ci si troverà di fronte ad un salto nel buio. Difficile per ora crederlo – a meno di un precipitare, sempre possibile, con esiti oggi imprevedibili di guerre e/o rivoluzioni (così andò dopo il ’29, ma la storia di solito non si ripete).
Però gli indignados (ora anche americani – cosa che fa temere a qualcuno la comparsa di uno spettro marxiano fin dentro Wall Strett, nel sacro tempio del capitale mondiale), le rivolte arabe, la lunga e costante riscossa delle donne (bello quel nobel per la pace di qualche giorno fa), gli studenti e i giovani precari defraudati ed  impoveriti di futuro, i migranti – tutti costoro e tutti gli innominabili della terra  (i dannati di Fanon di un tempo) ci dicono altro.
Per questa moltitudine un salto nel buio equivale piuttosto a rompere la gabbia che tiene imprigionate le loro facoltà ed energie.

5. A tal proposito apro una breve parentesi. L’emergere nella società di forze creative più o meno imbrigliabili e sfruttabili dal capitale, vede un esempio emblematico proprio in quel santo del calendario capitalista, in quell’icona globale che è stato Steve Jobs.  Il capitale rivela qui ancora una volta la sua astuzia nell’utilizzare anche (se non soprattutto) i contestatori per i propri scopi (tanto il ’68 europeo quanto la cultura hippy ce lo hanno mostrato chiaramente): di nuovo il vampiro succhia vita, sangue e intelligenza per autopotenziarsi ed autovalorizzarsi. La strategia antropologica di lungo corso del capitale sta proprio nel vellicare il desiderio, anche se poi questo si ossifica nell’oggetto, facendo dimenticare che lo strumento è mezzo, non fine. Il fine sono le relazioni, la socialità, ciò che è comune. Il capitale all’apice della sua genialità e potenza, appare però non essere più in grado di produrre/riprodurre la dimensione comune della socialità.
L’antico e pretestuoso argomento del livellamento sociale funziona sempre meno, anche perché appare sempre più chiaro il contrario: è il capitale (lo dirò fino allo sfinimento) a livellare ed omologare, poiché non solo gli oggetti ma anche se non soprattutto le forze fisiche, mentali, spirituali (l’intera dimensione del bios umano) vengono ridotte a merce. La vita in sé è mercificata. Così come il linguaggio, la creatività, le idee. Ciò che costituisce l’umano, la sua forma e figura, la sua fibra più profonda. (Sulla teologia capitalistico-immateriale di Steve Jobs rinvio ad un post molto ben fatto e circostanziato di Luca Ormelli).

6. Naturalmente questo obiettivo del capitale trova sempre degli ostacoli dinanzi a sé, qualcosa oppone resistenza e non accetta di farsi schiacciare dal suo tallone. Un calcagno in costante espansione (ed intensione) da secoli, che ha sottomesso innumerevoli schiere, spesso senza fare prigionieri. Ma come l’Euforione goethiano risorge sempre dopo ogni sconfitta, e torna ad intonare cantici di riscossa “perché ritornerà a crearli quella terra che sempre li creò” – così ogni vittoria del capitale non sarà mai integrale, qualcuno prima o poi solleverà il capo ed opporrà resistenza. Tenterà di rompere la gabbia.
La cosiddetta moltitudine in marcia ed in potenza (dunque non un partito, un’organizzazione o una qualche struttura) si affaccia da almeno un decennio sulla scena globale. Ora il suo problema (ne sono sempre più convinto) non è tanto la sua debolezza (solo apparente) di fronte all’immensa forza del capitale (che pure è armato e blindato nelle sue fortezze irraggiungibili), quanto il suo deficit di forma politica. Si può anche pensare ad una forma inedita, inusitata, mai apparsa prima di politica, magari nominandola in altro modo (tanto più che quella tradizionale, come detto sopra, è stata sequestrata e privatizzata). Il punto è sempre lo stesso: la decidibilità comune di ciò che non può essere demarcato (e marchiato) dallo stigma della proprietà e della privatezza (che è poi una privazione).
Fino a che, però, non ci si tornerà a fare domande sull’arcano del capitale, sulla nuda realtà dello sfruttamento e dell’alienazione (e della follia) dietro il luccicante splendore delle merci (comprese quelle meravigliose ed immateriali di Steve Jobs), nulla potrà realmente cambiare. E la politica – cioè il modo in cui tutte e tutti decidono sulla propria vita e sui beni comuni – continuerà a girare a vuoto.
Ma, appunto, attendo fiducioso la “corsa indomabile” di un risorgente Euforione – magari a latitudini inaspettate.

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5 Risposte to “Il tallone del Kapitale”

  1. luca ormelli Says:

    Ciao Mario, innanzi tutto grazie delle tue riflessioni condivise e condivisibili. Naturalmente ti ringrazio anche del richiamo al mio post. Volevo, se mi permetti, aggiungere un richiamo al mio post “39” per quel che concerne l’accelerazione “immaterialista” del desiderio ed il “42” per riagganciarmi a quel che tu affermi (ed io sottoscrivo) riguardo la necessità di oltre-passare e non riformare questo brutto cancro che ci attanaglia tutti. E quando parlo di cancro so, per esperienza diretta, di cosa parlo…un caro saluto. Luca

  2. md Says:

    Grazie a te Luca, leggerò senz’altro con interesse i post che hai citato.

  3. md Says:

    Riporto qui sotto la conclusione del post “39” scritto da Luca, che mi pare in totale sintonia con quanto ho abbozzato sopra:

    “In un demenziale cortocircuito io lavoratore mi vendo, vendo il mio servizio per ottenere un altro servizio che per lo più non mi “serve” affatto. Cortocircuito ancor più demenziale quando si vende denaro a fronte di altro denaro [“moneta” contro titoli] addivenendo così allo scambio tra un nulla ed un altro che avrebbe potuto compiutamente attuarsi senza alcuna, remunerata, intermediazione. Vivendo in una società/civiltà dell’immagine [cioè della proiezione, della messa-in-scena, della rappresentazione che mi faccio del desiderio] ecco che il denaro assume quelle tipicità che lo rendono il perfetto simulacro di Dio o, laddove Dio è morto, quanto meno il suo vicario in terra. Perché, come già sosteneva Hegel, il denaro «è astrazione da ogni particolarità» [Filosofia dello spirito jenese]. Proprio come Dio, il quale ci liberò dalla schiavitù del Faraone per renderci così servi più docili del denaro, la «parola del diavolo, per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo» [Martin Lutero, Discorsi a tavola].”

  4. xavier Says:

    Perché il dio-merce-denaro possa entrare in crisi irreversibile, e non di assestamento come quella in corso, credo ci vorrà molto tempo, ma sopprattutto molto ragionare, cosa ancora assai circoscritta e frammentata, e al momento assai lontana da qualsiasi prospettiva di concreta speranza,

  5. luca ormelli Says:

    Segnalo un, al solito, interessante pezzo di Andrea Sartori sulla psicosi da capitalismo cognitivo:

    http://prismi.wordpress.com/2011/11/01/se-la-realta-diventa-un-problema-il-ritorno-del-rimosso/

    Un saluto, Luca Ormelli

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