Bìa

(Non si può non essere colpiti dalla duplice assonanza nella lingua greca tra bìos e bìa – ed in quella latina tra vita e vis. L’intreccio tra forza, impulso vitale, vigore e violenza è troppo potente ed inestricabile fin nel linguaggio che li denota, per non lasciare impressionati. Nell’Iliade ciò appare in maniera nettissima, là dove la parola bìa viene addirittura usata in endiadi con arete: “la virtù e la violenza”, “la virtù cioè la capacità di usare violenza” – come annota Mario Vegetti. L’invenzione della pòlis – e dunque della sfera politica – è il tentativo di arginare l’ira funesta di Achille…)

Ieri pomeriggio, mentre mi recavo ad un mercato di prodotti biologici, stavo riflettendo sui fatti di Roma di sabato 15 ottobre, quando ho assistito alla seguente scena: un anziano alla guida di un’automobile, nel fare manovra per uscire dal parcheggio, sembra non vedere una famiglia  (padre, madre e tre bambini) in quel momento di passaggio. La reazione, che anch’io ho avuto, è stata comprensibilmente del tipo “ma guarda questo stordito!” – però il padre va molto oltre, ed esclama a voce alta: «Se poi li porti sotto con le stampelle… e poi dicono degli anziani… ché poi ci rubano pure le pensioni!» per concludere con un inequivocabile «Ci vuole una guerra!». Il tutto detto con grande tranquillità, di fronte ai bambini allegri e trottanti. Tra l’altro il suddetto padre stava anch’egli conducendo la famigliola al biomercato, luogo preferibilmente praticato da sinistrorsi, associazionismo, pacifisti e simili.
Naturalmente so distinguere bene tra fatti e parole, azioni ed intenzioni, violenza verbale e violenza fisica o psicologica. Tuttavia il corso dei miei pensieri ha inevitabilmente preso un’altra direzione. Non dobbiamo solo guardarci dai “facinorosi” di piazza attratti fatalmente dalla mitologia nichilistica ed estetizzante della bìa e della hybris (l’ira funesta di Achille che traligna, va oltre le ragioni e ne prescinde, per farsi distruzione allo stato puro – un’ira che, anzi, si pone al di qua della ragione, in un territorio del tutto prepolitico e parabiologico). Dobbiamo avere anche uno sguardo laterale, come ci raccomanda Slavoj Zizek. Dobbiamo guardarci anche dai buoni padri di famiglia…

(Per una riflessione più ampia sul concetto di violenza rinvio al seguente post. Una discussione molto interessante si era precedentemente svolta in coda a quest’altro post.)

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17 Risposte to “Bìa”

  1. Andrea Says:

    Sottoscrivo pienamente quanto scrivi. Non so perché (forse perché non frequento più quotidianamente il blog), ma temevo/mi aspettavo da parte tua qualche parola di comprensione per i teppisti di sabato. Mi fa piacere constatare l’aspettativa delusa.
    ps mi pare che il latino “vis” non significhi violenza, ma “forza”, cosa che non necessariamente si accompagna alla violenza, anzi.
    Andrea

  2. md Says:

    @Andrea:
    “Vis” nella lingua latina in prima istanza è “forza, vigore, energia”; ma viene usato anche con il significato di “violenza, prepotenza; urto; colpo di mano; violenza politica”, ecc. – similmente al greco “bìa”, che traduce forza e violenza allo stesso tempo.
    Naturalmente siamo noi che convenzionalmente stratifichiamo e sfumiamo i significati: schiacciare una zanzara di solito non è ritenuto un atto violento, mangiare una bistecca sanguinolenta non è violenza, rompere un bancomat o incendiare un’automobile è vandalismo, ecc.
    Non ho comprensione per i “teppisti” di sabato, però ne ho ancora meno per i detentori “legittimi” della forza che vanno cianciando in queste ore di ripristino della Legge reale, leggi emergenziali e quant’altro. Con il beneplacito del grande oppositore Di Pietro.

  3. Andrea Says:

    Ah allora siamo al “né con lo Stato né con…” di qualche decennio fa?

  4. rozmilla Says:

    … epperò anche al governo c’è li una bella teppa, neh?

  5. md Says:

    @Andrea: se lo stato viene occupato da bande che lo usano per i propri privatissimi interessi temo proprio di sì.
    Se poi la risposta è di nuovo la Legge Reale – anch’essa roba “di qualche decennio fa” – con il divieto di manifestare e quant’altro – il primo “né” si rinforza assai…

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    Meno peggio un ragazzo che sfascia vetrine che Berlusconi, direi. C’è qualcuno che fuori dalla sua cricca possa pensarla diversamente?
    Il problema non è la violenza (perfino Gandhi la concepiva, e la preferiva alla passività), ma il contesto: perchè usare la violenza, quando usare la violenza, da parte di chi e per quali motivazioni.
    Ebbene, la violenza di sabato è da condananre perchè ha prevaricato la manifestazione nel suo complesso, ed anzi era stata ben organizzata prorpio a questo scopo. Senza scoipo, se non quello di questi poveretti di sentirsi vivi, esistere sfasciando vetrine, non mi pare un grande obiettivo.
    Già la penso differentemente rispetto alla manifestazione del 14 dicembre, lì non c’è stata prevaricazione.
    Vorrei umilmente ricordare che stiamo parlando di violenza contro le cose, non mi pare una cosa così terribile, se poi la paragoniamo agli effetti distruttivi delle politiche governative. Ogni richiamo alle BR mi pare dle tutto arbitrario, non mi pare che si sia ucciso qualcuno.

  7. Andrea Says:

    Sarà anche meglio di Berlusconi, ma la statura morale e intellettuale der Pelliccia (“con l’estintore volevo spegnere l’incendio”) dice molto sullo sostanza dei casseurs de’ noantri.

  8. md Says:

    Direi che si tengono: perfetta specularità di alto e basso.
    Però mi chiedo se ci sarà qualcuno, prima o poi, che farà la conta dei danni inflitti da Berlusconi a questo paese (e, dunque, del paese a se stesso…).

  9. md Says:

    Mi trovo molto in sintonia con questa analisi di Franco Berardi Bifo:
    http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/18/franco-berardi-bifo-mantra-del-sollevarsi/

  10. rozmilla Says:

    @ md: il tuo precedente commento – mi chiedo se qualcuno, prima o poi, farà la conta dei danni inflitti da Berlusconi a questo paese, ecc. – andrebbe messo nel fior fiore dei commenti.
    Anche se purtroppo temo siano danni incalcolabili, e per questo forse nessuno riuscirà a farli.

  11. baodichan Says:

    interessante la radice del bia.

    manca a mio avviso la collocazione storica però.

    arrivo dalla disussione

    https://mariodomina.wordpress.com/2010/02/11/trilogia-del-lato-oscuro-3-la-violenza/

    tralascio la polemica sul riduzonismo per altri momenti.

    damasio lo sto scoprendo tramite il libro di una sua allieva.

    sono solo all’inizio.

    torniamo alle origini.

    da http://www.cittafuture.org/index_file/SlavojZizekLaViolenzaInvisibileCitt%C3%A0Future.htm

    [Nella visione di Sloderdjik, la cui analisi è molto citata in questo capitolo, la storia dell’occidente può essere letta come storia di rabbia. L’Iliade, il testo fondante della nostra cultura, inizia con la parola IRA. Ma mentre nella cultura greca alla rabbia veniva concesso di esplodere e sublimare, col cristianesimo si è sviluppata una concezione di proibizione della vendetta, unita dalla visione del giorno del giudizio. Quest’idea di giudizio universale e di risaldamento di tutti i debiti è stata in qualche modo secolarizzata dal progetto rivoluzionario di sinistra, nel quale l’agente giustiziere non era Dio, bensì il popolo. Il movimento di sinistra si è posto quindi come «banca di rabbia» pronta ad esplodere.]

    fino a l’oggi descritto da zizek e badiou.

    [Ciò che stupisce delle violenze nelle banlieu è l’assenza di un programma: «I contestatori dei sobborghi parigini non avevano rivendicazioni particolari. C’era solo una richiesta insistita di riconoscimento, sulla base di un vago, indistinto risentimento». Protestavano contro la reazione alle loro stesse proteste, parlavano di quanto fosse inaccettabile che Sarkozy li definisse «feccia». I sociologi e gli intellettuali hanno inutilmente tentato di tradurre il significato delle azioni dei contestatori. Queste erano solo un tentativo diretto di ottenere visibilità. Erano francesi che non vivevano ai limiti dell’inedia, le auto e le scuole bruciate erano le loro. La loro premessa più importante era la loro cittadinanza, ma di non essere pienamente francesi, ma mancavano completamente di un programma, della capacità di inserire la propria situazione in un contesto.
    Il messaggio fondamentale era un «hey! Mi senti?», una verifica tanto del canale quanto del codice. Badiou definisce il nostro spazio sociale come «senza mondo», nel quale l’unica forma che la violenza può assumere è senza senso. Perfino quella nazista aveva una visione del mondo da proporre. Qui siamo perfettamente nel luogo comune dell’età postideologica: il capitalismo è il primo sistema che toglie totalità al significato, toglie prospettive e può essere applicato a qualsiasi civiltà proprio per questa ragione.]

    dunque la violenza prima virtù, poi redenzione e infine identità.

    nella collocazione storica ecco che le teorie riduzioniste della violenza come necessità territoriale fanno spazio al simbolico.

    e il simbolico dei fatti di Roma è una richiesta di idenità, che purtroppo il capitalismo non può dare. (in quanto toglie senso all’esistenza, vedi badiou sopra).

    a questo punto la violenza secondo zizek deve diventare divina, cioè profondamente interirorizzata.
    si richiama ad hegel nella risposta più compiuta.
    in questo senso mi devrai aiutare caro md….dicevi nel precedente post che di hegel se ne può dire per 4-5 anni….io ci sto! ho appena iniziato la fenomenologia. complessisimo.

    dunque riassumendo si alla tolleranza, ma non nel senso del perdono cristiano ma nel senso immagino complicatissimo hegeliano.

    filosoficamente parlando in prima analisi è dunque una questione di identità.

    cosa ne pensi md?

  12. buongiorno parliamo di filosofia! | blogdibao Says:

    […] https://mariodomina.wordpress.com/2011/10/17/bia/#comment-8664 […]

  13. Andrea Says:

    Domanda un po’ provocatoria (ma neanche tanto) per md, sempre in merito alla equiparazione tra lo Stato e i teppisti (continuo a chiamarli così per comodità, se avete un nome migliore suggeritelo).
    Ho letto sulla presentazione che fai di te stesso che sei bibliotecario. Immagino che tu lo sia in una biblioteca pubblica, ovverosia di Stato, o di una delle sue diramazioni, regione, provincia o comune. Almeno finché la Repubblica è una e indivisibile ne fanno parte anche le istituzioni locali.
    Ti domando: non provi un po’ di imbarazzo a lavorare per un’istituzione che evidentemente tu consideri criminale, come il famigerato Stato? Detto altrimenti, e più crudamente, non ti sembra di sputare nel piatto in cui mangi? (oppure, più in linea coi tempi, non c’è un piccolo conflitto di interessi?)
    Te lo domando, anche se forse stavolta non traspare, con la consueta stima per la qualità dei contenuti di questo blog e per il dibattito sempre franco che accoglie.

  14. md Says:

    @baodichan: innanzitutto benvenuto/a
    Stavo cominciando anch’io a ragionare sul valore simbolico di quella violenza romana, e credo che in effetti la questione hegeliana del riconoscimento sia tuttora una buona chiave di lettura.
    Altri elementi di riflessione (sulla psicopatia indotta dal capitale) ce li fornisce Bifo nel suo intervento.
    Quel che mi angustia di più è però la posa estetica del gesto distruttivo, che è qualcosa che eccede l’identità ed il riconoscimento, credo abbia più a che fare con il narcisismo (di nuovo esasperato dall’iperconsumo).
    Ma vorrei anche che la si smettesse di puntare il dito sui facinorosi (troppo comodo) e che, una volta per tutte, si cominciasse a riconoscere (di nuovo) la violenza istituzionalizzata, sistemica, che permea tutte le cose. Ben più del polemos eracliteo.
    Lo sguardo laterale su questa violenza raccomandato da Zizek assomiglia guardacaso alle tecniche filosofiche dello straniamento – il provare a guardare da fuori, l’uscire da sé (quasi impossibile come l’uscire dalla propria pelle, giusto per usare una metafora hegeliana). Ma è lo sforzo che si deve fare. Al limite della schizofrenia, perché solo abitando/resistendo ai luoghi della violenza (come dice di voler fare Bifo), non schifandoli moralisticamente, li si possono comprendere, e magari trasformare in energia che produca (non certo merci) anziché annichilire.
    Naturalmente sono pensieri sparsi, buttati lì un po’ a caso.

    (auguri per la Fenomenologia!)

  15. md Says:

    @Andrea:
    più che altro provo imbarazzo nel vedere i luoghi del “comune” (che è ciò per cui/in cui lavoro: e cioè al servizio dei cittadini) sequestrati da bande di incompetenti (quando va bene) o da cosche paramafiose.
    Oltretutto nel mio caso – dato che si tratta di una biblioteca comunale – dico proprio di lavorare “in comune”.
    Dopo di che sono d’accordo con le tesi di Negri/Hardt (e di altri) che occorre ormai pensare al “comune” al di là della dicotomia pubblico/privato. Che differenza c’è tra questi due ambiti se un imprenditore da strapazzo qualunque occupa per decenni il “pubblico” per farsi i suoi interessi privati? Non è forse questo uno stato che ha completamente perso la bussola?
    Naturalmente so bene che non siamo ancora nelle condizioni di andare “oltre lo stato”. Ma deporrei volentieri sia la statolatria sia l’apologia del privato.
    Ma questo discorso ci porta un po’ più lontano…

  16. md Says:

    Infine: interessantissimo il film “In un mondo migliore” della regista danese Susanne Bier, che prende di petto proprio il tema della violenza (ci sono incappato questa sera).

  17. xavier Says:

    La storia dello sputo nel piatto dove si mangia é irritante sia come immagine, sia per l’uso in malafede che spesso se ne fa. E’, come sempre, un’opinione mia, e vale quindi quel che vale, Comunque sia, mi suona sempre come il richiamo ammonitore ad una subordinazione incondizionata e acritica, Ebbene, per restare nella metafora, prima di mangiare penso sia sempre meglio guardare dentro il cosiddetto piatto, e se c’é roba che fa schifo non é male, qualche volta, tirarla in faccia al cuoco.

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