Ingemisco

Al netto della contingenza storica (la morte dell’amato Manzoni) e dell’afflato religioso (per nulla cattolico, data la laicità dell’autore), la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi non può non indurre alcune riflessioni filosofiche a latere – ed al netto, di nuovo, del forte impatto emotivo. Specie quel lunghissimo Dies irae, che occupa quasi metà dell’opera, e che allo sconquasso di trombe, tamburi e coro battenti – a rappresentare la furia divina del giorno del giudizio – giustappone l’annichilimento dei contriti umani.
A me ricorda, materialisticamente, l’antica (e criptica) sentenza di Anassimandro, a proposito di quella terribile “distruzione secondo necessità” che spetterebbe a tutti gli enti, proprio in quanto enti che si trovano a transitare nel territorio dell’essere, ma che quell’essere non possono trattenere oltre misura, votati come sono a ritornare nell’indeterminato (àpeiron) da cui provengono. Una danza ontologica sull’orlo dell’abisso che non può non impressionare. Secondo questa, che già ebbi a definire “cosmologia crudele“, l’esistenza diventa addirittura colpa ed ingiustizia da espiare, peraltro nell’unico modo possibile, e cioè consumandosi secondo l’ordine del tempo, e lasciando spazio ad altro:
Ingemisco tamquam reus
culpa rubet vultus meus
piango, colpevole, ed arrossisco – intona il tenore ad un certo punto del Dies irae.
L’eterno riposo non può allora che essere un eterno ritorno nell’indeterminato da parte di ogni ente.
Naturalmente rimane spazio, entro questa terrificante visione, per la pietas e l’illusione che da qualche parte ci sia qualcosa o qualcuno che ci liberi:
Libera me, Domine, de morte aeterna
in die illa tremenda
– è ora la soave voce del soprano ad intonare il canto consolatorio che conduce a conclusione l’immensa opera verdiana, confortando così il nostro animo fin qui scosso per tutto quello sconquasso e quei terribilia. Ma che di certo non avrebbero scomposto il nostro filosofo presocratico, alquanto convinto che tutto avvenga secondo ferrea necessità.

***

Il concerto di ieri pomeriggio dell’orchestra Verdi presso l’Auditorium di Milano, è stato dedicato dal maestro Aldo Ceccato – visibilmente commosso mentre lo diceva – alle vittime dell’alluvione di Genova.
A me piacerebbe ricordare anche le 500 vittime della contemporanea (anche se meno prossima) alluvione in Thailandia – poiché di fronte all’anassimandreo dies irae, ogni ente e ogni vivente è assolutamente eguale.
Ma, come ebbe a dire una volta il compianto Carmelo Bene, credo sia ancor meglio dedicare tutto ciò ai vivi, e dunque, ad esempio, a quelle duemila persone che ieri hanno dato un magnifico esempio di comune solidarietà nelle infangate strade di Genova – unico modo sensato di celebrare i morti.

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6 Risposte to “Ingemisco”

  1. Carlo Says:

    @Md
    Propongo una mia interpretazione.
    L’Esserci nel suo percorso interpersonale impatta ineluttabilmente con il senso di colpa (dimensione antropologica), che lo porta a pensare che le leggi (necessità) della “Natura naturans” (Baruch Spinoza), di fronte alla quali è costretto a piegarsi, siano crudeli ( non benevole), in quanto conseguenza delle sue intenzioni/azioni riprovevoli, rispetto alle “regole della comunità” che lo ospita.
    Si sente figlio non del Caso, ma di un padre/padrone che lo obbliga a reprimere le pulsioni biologiche e che, quindi, lo induce all’autoflagellazione e alla disperazione. Il pensiero di Nietzsche, oltrepasserà questo “stallo” esistenziale traumatico, proponendo un’antropologia nuova (superuomo), basata sull’adesione totale alla vita, anche nella sua dimensione più terrificante.
    A presto.

  2. rozmilla Says:

    .. e questa è un’altra interpretazione …

    Viviamo in un’epoca in cui la paura della morte è davvero eccessiva. È una paura storica, se così si può dire, che va di pari passo con la crescita dell’individualizzazione, la coscienza di essere unici e irripetibili, e l’aumento di amor proprio. Dal mio punto di vista ci sono cose peggiori della morte: vivere in modo indegno, o senza libertà, per esempio. O vivere come morti in vita.
    Questo sembrerebbe non aver niente a che fare con i disastri e le tragedie che accadono ogni giorno sotto i nostri occhi, che ovviamente tutti noi abbiamo il dovere di contribuire a evitare che accadano, anche se non è possibile evitare ogni male.
    Dico “sembrerebbe”, perché la paura della morte potrebbe avere anche il risvolto tragico di paralizzare, congelare l’energia vitale che, invece di essere utilizzata per vivere, e vivere bene, diventa appunto un “peso morto” che fa essere mortarelli anzitempo. E che fa sonnecchiare nel fatalismo: tanto non ci si può far niente, tanto dobbiamo morire .. e tanto vale essere già come morti in vita ..

  3. baodichan Says:

    Grande post!

    Effettivamente il massimo capolavoro verdiano evoca benissimo il mondo evocato da Anassimandro.(grande post anche quello).
    La stessa compostezza tragica del miserere, è l’appello disperato a un Dio salvifico, quasi la dike zeusiana non possa (al contrario di quella umana, che parte dalla libertà dell’errore) ammettere la legge della durata finita dell’esistere.

    Recentemente Massoni mi ha fatto notare che Nicce ha paura della morte.
    E proprio dal confronto conAnassimandro che Nicce rivendica una nuova etica per “chi vive”.
    Ecco che allora CB ineffabile allievo del filosofo, dedica la lettura dantiana non ai morti, ma “ai vivi”.
    Una sorta di ribaltamento etico, a cui la massa si stringe solidale.

    “Dove domina l’ingiustizia, ivi è arbitrio, disordine, mancanza di regole, contarddizione;Ma là dove unica governa la legge figlia di Zeus, la Dike, come in questo mondo, come potrebbe esservi la sfera della colpa, della espiazione,della condanna e, per così dire, il patibolo di tutti i condannati?”
    (la “filosofia nell’età dei greci” di F,Nicce” ed.newton compton)

    E’ da questa domanda che si perviene alla visione tragica della richiesta di salvezza di noi mortali condannati!
    Una visione cristiana (patetica) e insieme legata al valore della vita in sè (e quindi, cieca e anzi atterrita dalla morte).
    Trasfigurata e valorizzata Solo grazie alla Musica della Sommo Vate Italiano.(Per cui la cecità diventa un sentimento di sublime cordoglio).
    Insomma Anassimandro guardava nel volto il suo Destino.
    Un autore modernissimo.
    Ma noi preferiamo Giuseppe Verdi senz’altro.

  4. Carlo Says:

    @Tutti
    Esorcizzare la morte appellandosi a un Dio oppure “prender l’armi” (forza interiore) e vivere la vita fino in fondo, a viso aperto ? Dubbio amletico, quindi, a cui possiamo rispondere, scegliendo la vita. La filosofia del qui e ora, del “carpe diem”, del cogliamo l’attimo perchè del “doman non v’è certezza”, del “se non ora quando” sembra l’unica soluzione di buon senso.
    La morte può essere subita come “colpa” da espiare, anticipavo prima.Non è forse consuetudine, in punto di morte, chiedere perdono (se vuoi e sei in condizione di farlo) per i propri peccati?
    La morte di Dio e la sfida alla morte sono i capisaldi del pensiero di
    Nietzsche. Anch’egli ha paura, ma chi non ne ha? Cerca una via d’uscita e ci offre dei “panni utili”, che volendo, possiamo confezionare a nostra misura. Possiamo anche pensare (pensiero consolatorio) di essere eterni (Severino), ma, poi, quella “porta” stretta (‘A livella) dovremo comunque attraversarla. Cosa vi è di crudele nella morte? Chiedetelo al tacchino che invitiamo al nostro pranzo di Natale.

  5. md Says:

    @Carlo: grazieaddio, almeno (e solo) per quest’ultima cosa non ho più da chieder perdono, visto che son vegetariano (e ormai quasi vegano)…

  6. xavier Says:

    Credo che la paura della morte, alla fine, si risolva con il terrore della perdita di identità che ne consegue. Viene da sè che chi ha più strepitato in vita, più se la fa sotto alla resa dei conti.

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