Aforismi (ontologici) 44, 45, 46 e 46/bis

44.
Filosofare è essenzialmente ontologizzare. Ma ontologizzare è essenzialmente immaginare. Ergo…

45.
E’ la comparsa degli enti – cose, fatti, viventi, individui – ad essere definitiva, non la loro scomparsa.

46.
La mente filosofica si infrange contro le tetragone pareti dell’essere e del tutto.

46/bis.
Ma anche l’essere e il tutto si sfrangiano lungo le oscillanti pareti della mente.

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21 Risposte to “Aforismi (ontologici) 44, 45, 46 e 46/bis”

  1. Carlo Says:

    @Md
    Sul punto 44.
    Ontologia e immaginazione: una dicotomia insanabile.
    Un immagine nella nostra mente è sostanzialmente immagine di “qualcosa”. Possimo, quindi, immaginare l’ente, se ne abbiamo fatto esperienza (ad esempio un albero), ma non possiamo in alcun modo rappresentarci l’essere dell’ente. Sarebbe come prospettarci un’ idea “vuota”, senza contenuto riconducendola alla struttura dell’essere in generale. L’ontologia si propone di immaginare l’inimmaginabile. L’albero (non immaginato) era una “realta” concreta, prima che esistesse un osservatore, prima che una mente umana se lo immaginasse. L’essere dell’albero è “in sè” non immaginabile.
    La filosofia non può fondarsi su un aporia così eclatante. Deve volare più raso terra.
    A presto.

  2. md Says:

    @carlo
    non sono d’accordo; l’immaginazione è facoltà un po’ più complessa di quella che “riproduce” un ente “reale”. Non si tratta, cioè, della facoltà che consente di ri-copiare qualcosa che sta fuori dalla nostra mente, e di farsene “figura” (che è pertinenza, semmai, della percezione – ma anche sulla percezione la questione è piuttosto complicata, dato che si deve poter procedere all’estrazione/separazione di qualcosa da uno sfondo, ecc.).
    Cioè: è proprio la facoltà dell’immaginazione a consentirci di astrarre ed andare oltre il mero dato, e dunque di costruire (appunto) mondi immaginari, quali sono quelli metafisici.
    Quindi non solo ontologia ed immaginazione non sono dicotomici, ma si implicano a vicenda – non ci sarebbe ontologia (né il concetto di essere) senza immaginazione.
    Ma di questo parlerò un po’ più diffusamente in un prossimo post su cui sto lavorando.

  3. md Says:

    A proposito: la filosofia non può per sua natura volare raso terra, ma deve necessariamente volare alto.

  4. luca ormelli Says:

    E così come l’Essere è il seme della Parola nella Parola è la spina del Nulla. Un saluto, Luca

  5. Carlo Says:

    @Md
    Mi spiego meglio.
    Riporto questa affermazione : alcuni scorgono “nell’immaginazione un elemento di turbativa e offuscamento della pura conoscenza razionale tale da essere considerata alla fine inutile o dannosa per il processo conoscitivo”.
    Astrarre dal “dato”, oltrepassarlo è un operazione rischiosa perchè ci porta su un terreno in cui la realtà percepita viene ineluttabilmente marginalizzata. In cui pre-domina la costruzione di modelli mentali del tutto “ipotetici”, sempre falsificabili. In cui l’episteme sfugge sempre ad ogni verifica sperimentale.
    L’ enunciato: .. “non ci sarebbe ontologia (né il concetto di essere) senza immaginazione”, presuppone che il pensiero trovi fondamento certo nella “pura” immaginazione, mentre, in realtà, l’ontologia potrebbe essere una “pura” allucinazione.
    Nella metafisica heideggeriana si parla spesso di “spirito”, come l’ essere che costituisce gli enti, dando loro una specifica essenza.
    Quel fantomatico “spirito” a me pare un azzardo logico, che si commenta da solo.
    E poi dove scorgiamo la “natura” della filosofia? E’ un dato di per sè evidente? Severino racconta sulle origini della filosofia che il Greco iniziò a pensare in “grande”. Io, al contrario, penso che la filosofia sia un mezzo che consenta sia di volare alto che di volare basso. Ai nani, forse, non si addice la filosofia?
    A presto.

  6. md Says:

    @Carlo:
    però noi non facciamo altro che astrarre dal dato, di continuo. Che non significa marginalizzarlo, ma com-prenderlo. Oltretutto la percezione non è mai un processo passivo (come veniva intesa un tempo, per esempio da Aristotele: da questo punto di vista mi sono parse interessantissime le riflessioni di un filosofo estetico come Garroni, su cui avevo scritto qui).
    Per “noi”, poi, non intendo i filosofi, ma noi umani in genere. E lo fanno anche gli scienziati, che per comprendere quel “dato” non possono far altro che allontanarsene. Che non vuol dire costruire teorie campate in aria. A quelle ci pensa, appunto, l’immaginazione. Come ci avverte Spinoza a proposito del finalismo; o i neoevoluzionisti a proposito del “disegno intelligente”.
    Il problema è però – come sempre – di intendersi sui termini che utilizziamo: non dubito che ci possa essere una concezione “logicista” o “razionalista” che considera l’immaginazione come qualcosa di spurio e di non filosofico; però, se si va a vedere l’uso che dei concetti di immagine e di immaginazione hanno fatto i filosofi, da Platone a Peirce, c’è da dubitare che stiano parlando della stessa cosa.
    Oggi, naturalmente, dobbiamo anche fare i conti con quel che ci dicono i filosofi della mente e, ancor più, i neuroscienziati.

  7. Carlotta Says:

    devo contraddirti sul punto 45…

    45/bis.

    E’ la scomparsa degli enti – cose, fatti, viventi, individui – ad essere definitiva, non la loro comparsa.

    (è evidente:-)

  8. rozmilla Says:

    Il 45/bis (di Carla) è vero dal punto di vista empirico, mentre dal punto di vista ontologico si comprende che ciò che è comparso (ogni ente) è un “fatto” che, una volta fatto, non può essere dis-fatto.

    Meglio di me lo spiega Jiankélévitch nel “La morte”:
    “la morte distrugge il tutto dell’essere vivente, ma non può nichilizzare il fatto di aver vissuto; la morte riduce in polvere l’architettura psicosomatica dell’individuo, ma la quoddità della vita vissuta sopravvive a queste rovine. (…) Si potrebbe dunque dire che la vita eterna, vale a dire il fatto indelebile di essere stato, è un regalo che la morte fa alla persona vivente. (…) Il baleno più fragile, fragile come un fuoco fatuo nella notte, fonda la più incancellabile quoddità: se infatti la vita è effimera, il fatto di aver vissuto una vita effimera è un fatto eterno.”

  9. Carlo Says:

    @Md
    “Che non vuol dire costruire teorie campate in aria…”
    D’accordo: il dato viene “trasceso” in quanto interpretato dall’apparato “cognitivo” in senso lato (buono/cattivo). Il risultato dell’interpretazione (una specie di “a priori”), consente al soggetto che esperisce il fenomeno di pre-disporre un’azione. Quest’ultima, sottoposta a verifica ambientale, decreterà il fallimento o meno della “teoria” contenuta nella mente (campata o no in aria).
    A livello non strettamente biologico ma “umano” (vero/falso) la questione è più complicata: il soggetto senziente è l’unico arbitro della consistenza “logica” dei suoi processi mentali, che lo portano spesso su un terreni minati. L’ontologia è uno di questi.
    Il pensiero ontologico si rivolge all’essere in sé, non all’ente, immagina “l’essere” come un “dato”, sbagliando, perchè, in realtà, l’essere è un’astrazione. La conseguenza quindi è che si astrae da un’astrazione. Il che è assolutamente contradditorio. Finisce in un labirinto, da cui può uscire solo con le ossa rotte, come attestano alcuni interventi su questo Blog.
    Considero l’ontologia la malattia infantile del pensiero filosofico. un residuo del pensiero mitologico.
    A presto.

  10. md Says:

    @Carlo: concordo solo in parte; anche quando ci si rivolge all’ente si fa ontologia, l’ente è altrettanto astratto dell’essere. “Questo albero” che io vedo attraverso il vetro della finestra, e che ora sta perdendo le foglie, mentre è succosissimo dal punto di vista della sensibilità estetica, del significato affettivo, ecc. non mi direbbe assolutamente nulla dal punto di vista filosofico (ma nemmeno dal punto di vista scientifico) se io non lo inquadrassi all’interno di una teoria, se cioè non ne astraessi. Costruisco, dunque, il concetto di “albero”, e da lì proseguo a catena (o a cascata) nella costruzione di una serie di immagini astratte (o di concetti) che, inevitabilmente, mi conducono a superconcetti e superastrazioni – quali ente, essere, tutto, necessità – che nulla hanno più a che fare con i dati di partenza. Naturalmente questo processo non segue quest’ordine, e noi lo scindiamo in parti per comodità – e soprattutto tendiamo a farlo a posteriori.
    Dopo di che è chiaro che mentre un dato o un fenomeno prima sconosciuto o inosservato può mettere in crisi la teoria scientifica, per quanto concerne la filosofia prima (od ontologia) è solo il ragionamento astratto a condurre il gioco. Ma non vedo nessun problema in ciò – non è che la matematica o la logica facciano poi qualcosa di molto diverso.
    La filosofia non può non avere una curvatura ontologica, altrimenti non capisco di che stiamo parlando.

  11. md Says:

    @Carlotta
    rozmilla ha dato l’interpretazione corretta di quel che intendevo, a proposito della definitività della comparsa di qualcosa. L’elemento disturbante della morte e della scomposizione non potrà mai dis-fare l’irrepetibilità di un ente o di un vivente. Ne aveva parlato anche Spinoza nell’Etica, a proposito della differenza tra eternità ed immortalità (ne avevo parlato qui).

  12. rozmilla Says:

    Vorrei chiarire che l’idea di eternità alla quale ho accennato per mezzo della citazione, non rappresenta una consolazione dal punto di vista umano, né una fede. È unicamente la semplice ammissione e conseguenza del principio di non contraddizione, ossia: che quando (e se) una cosa “è” non può non essere.
    Difatti, non solo dal punto di vista ontologico, ma anche empirico, potremmo forse sostenere che ciò che abbiamo fatto, o vissuto, i singoli attimi, ogni sguardo, respiro, parola pronunciata, dopo essere stata fatta o espressa, scompare nel nulla? Io dico di No.
    Ne consegue che qualsiasi parola che pronunciamo e azione che compiamo, è un fatto (ente) che non scompare nel nulla appena dopo essere stata pronunciata o fatta, ma ha delle conseguenze a cascata, buone o cattive che siano.
    L’idea ideæ che ho dell’essere in generale (vale a dire che ciò che è non può non essere, oppure che ciò che è può non essere, oppure, a piacere, che qualcosa può indifferentemente essere come non essere) al quale partecipano, in qualche modo, gli enti particolari, ha delle conseguenze sulle azioni che l’ente uomo può o potrebbe non compiere: ha delle conseguenze sul fronte dell’azione e della scelta, della libertà e responsabilità.
    Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare, ovvero mi risulta, che (anche?) il fulcro dell’etica si fondi sull’idea che noi abbiamo dell’essere.
    Diversamente, mi pare esista un certo filone fatalistico che considera eterno ogni ente, anche l’ente che non è ancora comparso e ancora prima che compaia, come se ogni ente esistesse di esistenza propria indifferente alla possibilità di scelta, alla volontà e la libertà umane. Io tendo a escludere questo tipo di a-priorismo fantastico, in parte perché noi non possiamo sapere nulla di ciò che è prima che sia, e in parte perché più che inutile lo ritengo nocivo, negando in quel modo il fondamento essenzialmente umano (come “deve” essere) all’azione, e deponendolo altrove: nelle braccia di Dio o del caso, come se non fosse anche una nostra responsabilità fare o non fare che le cose accadano.
    (non so se mi sono spiegata, cercate di capire che non è facile esprimere queste astrazioni: astrazioni che però, secondo me, hanno risvolti molto concreti)

  13. md Says:

    @rozmilla
    ti sei spiegata benissimo, ed è nelle corde delle riflessioni che sto facendo sulla scorta de “La vita inaspettata” del biologo evoluzionista Pievani, che vanno ben al di là del campo di sua stretta pertinenza. Tutto sta nella differenza che passa tra contingenza (ciò che è dovuto a circostanze storiche di più o meno lunga durata e complessità) da una parte, e caso e necessità dall’altro (questi ultimi, oltretutto, si tengono).
    Ma me lo ha spiegato molto semplicemente un bambino questa mattina, quando mi ha detto qualcosa del tipo: nel caos degli inizi (o nel big-bang) la vita era possibile. Ma possiamo dirlo solo ora, che siamo vivi, e a cose fatte.
    Ma anche su questo, tornerò presto.

  14. Carlo Says:

    @Md
    Dissento, ho una visione dell’ontologia molto diversa, come ho provato a dettagliare prima.
    Quindi, non mi resta che augurarti buona giornata.
    Sic transit gloria mundi.
    A presto.

  15. md Says:

    @Carlo: è più che legittimo, se è vero che:
    “Non è facile scrivere una storia dell’ontologia. Per prima cosa, non è del tutto chiaro che cosa esattamente si debba intendere per “ontologia”, dove essa cominci e finisca”.
    Così apre l’introduzione alla sua Breve storia dell’ontologia Gabriele Galluzzo (ed. Carocci, 2011). E continua:
    “In questo libro, ho preferito non addentrarmi troppo nelle questioni relative alla natura dell’ontologia e scegliere piuttosto un punto di vista tradizionale e per certi aspetti intuitivo, secondo cui l’ontologia è la disciplina che si occupa di che cosa c’è nella realtà, di quali cose e categorie dobbiamo ammettere per dar conto del mondo che ci circonda”.

  16. luca ormelli Says:

    In merito alla differenza tra immortalita’ ed eternita’ [che rientra a pieno titolo nell’alveo della escatologia giudaico-cristiana] gia’ si era espresso quell’impareggiabile copywriter di San Paolo nella Prima Lettera a Timoteo e nella Prima Lettera ai Corinzi.
    Sull’ontologia e il testo di Galluzzo: una storia dell’ontologia e’ una tautologia rilegata. L’ontologia E’ la storia dell’essere e del suo dispiegamento. Un saluto, Luca

  17. Carlo Says:

    @Md
    Tu osservi: “La filosofia non può non avere una curvatura ontologica”: Ma se, come racconta Galluzzo, “non è del tutto chiaro che cosa esattamente si debba intendere per “ontologia”, allora mi sorge spontanea la domanda: in cosa con-siste la “curvatura”?
    La vaghezza di un enunciato, naufraga in un mare di ipotesi alternative.
    Tu sai che esistono filosofie come il pragmatismo che, cito, “sviluppatosi negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sostiene che la verità, la validità di una teoria è affidata alla sola verifica pratica. E’, quindi, pragmatico, ri-cito, ” l’atteggiamento mentale di chi privilegia la pratica e la concretezza rispetto alla teoria, agli schemi astratti e ai principi ideali.
    A questo filone di pensiero mi richiamo, non per sposarlo, ma per pro-porlo come argomento di discussione.
    La filosofia può, a buon diritto, volare “alto” (ontologia) ma anche procedere “raso-terra”, senza per questo perdere in dignità. Si può stare in-cistati nell’idelismo, oppure andare a sbattere contro un albero “altrettanto astratto dell’essere”, senza affermare che il “bernoccolo” conseguente è frutto di un’astrazione. Anche perché il male si sente e non ci sono “santi ontologici” che ti possano salvare!
    Ricondurre tutto al concreto, sciacquare i panni nella materia, ogni tanto, è un’operazione salutare che ci riconcilia con il nostro corpo e con la nostra finitudine.
    A presto.

  18. md Says:

    @Carlo
    Scrivi: “Ricondurre tutto al concreto, sciacquare i panni nella materia, ogni tanto, è un’operazione salutare che ci riconcilia con il nostro corpo e con la nostra finitudine”.
    Personalmente sono un “materialista” e dunque lo faccio sempre. Questo, però, non mi esime dal chiedermi che cosa io debba intendere con i termini “materia”, “concretezza” e “finitudine” – che sono piuttosto “astratti”. O no?
    Per non parlare di “corpo” – domanda alla quale sfido tutti – scientisti, ontologisti e pragmatici – a rispondere con facilità. Son quasi certo che non sarà meno impegnativo che rispondere alla domanda “che cos’è un’anima”.
    Ecco, queste sono domande filosofiche che non possono non avere una curvatura ontologica.

  19. md Says:

    Tra l’altro il pragmatismo è una “teoria”, esattamente come l’idealismo.

  20. Carlo Says:

    @Md
    “non mi esime dal chiedermi che cosa io debba intendere con i termini “materia”, “concretezza” e “finitudine”..”
    Il tuo è un domandare che non può con-cludere, che non trova se non risposte auto-certificate:
    Il linguaggio, entro cui tu concettualmente operi, è limitato e, quindi, non puoi chiederti cosa c’è “oltre” il concretamente “dicibile”. Un domandare che si ponga fuori dal perimetro del dicibile, fuori dal “vocabolario” è per definizione sterile. L’ultimo Heidegger (le tesi di Severino sono complessivamente riconducibili a lui) arrivò alla con-clusione che il discorso sull’essere, rispetto all’esserci (Sein und Zeit), non poteva approdare su una terra (grund) fertile.
    A presto.

  21. md Says:

    @Carlo:
    il dicibile non è un “detto una volta per tutte” – il linguaggio, come l’essere, la vita, la natura, la concretezza, la materia, sono creazione continua di significati e di relazioni. La domanda che da 2500 anni risuona apparentemente uguale a se stessa “che cosa è l’essere?” è la domanda più significativa e più “concreta” che ci possa venire in mente. Che cosa c’è di più “concreto” e vicino a noi dell’essere?
    E se poi è vero che il domandare filosofico è per definizione un domandare aperto, inconcluso, non per questo vuol dire che sia sterile, anzi, trovo poco filosofico (e utile) semmai il de-finire una volta per tutte che cosa sia l’essere in generale, o la vita, o quell’ente particolare che è l’essere umano.
    Il termine “concretamente dicibile” mi pare poi piuttosto un ossimoro. A meno che non sia la concretezza concettuale di cui parla Hegel.

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