Aforisma 47

Severi con se stessi, implacabili con chi ha potere, indulgenti con tutti gli altri.

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30 Risposte to “Aforisma 47”

  1. rozmilla Says:

    Ho aspettato un po’ ma ancora nessuno dice qualcosa su questo aforisma per il quale non riesco a trovare aggettivo appropriato: splendido, notevole, preciso, giusto, non so.
    Direi che potrebbe essere il motto ispiratore di una nuova compagnia di cavalieri. Ad ogni modo a me ispira molto, sul fronte delle norme a cui attenersi nelle interrelazioni con gli altri (poi però, magari sbaglio nella prassi, o posso essere fraintesa).

    Anche se:
    a) non so se ho abbastanza potere per essere implacabile verso ciò, o chi che ha troppo potere; per farlo non dovrei aver più potere di chi ha potere? (ma a questo punto bisognerebbe differenziare il potere rispetto alla qualità anziché unicamente rispetto alla quantità)
    b) sono in un età in cui non mi riesce neppure di essere troppo severa nemmeno con me stessa, oltre al fatto che essere troppo severi con se stessi potrebbe, per contro, anche significare il credersi infallibili, o paralizzarci per paura di sbagliare; e oltre al fatto che non so se potrò mai smettere io stessa di imparare dai miei stessi errori (ma è ovvio che qui sto mettendo i puntini sulle i, o mi sto parando, come si dice)
    c) mi sta bene l’indulgenza verso gli altri come soggetti (dove tra gli altri sarei quasi propensa a mettere anche me stessa, essendo anch’io sempre altro da me stessa) ma non verso l’errore tout court; per questo vedo l’indulgenza come modus ispirato da un fine educativo, piuttosto che reattivo verso l’errore dovuto alle circostanze. Ovviamente, oltre a cercare di attenermi a questo modus interrelazionale, mi piacerebbe che anche gli altri verso di me riuscissero nello stesso intento, ma certo non me lo posso aspettare come un diritto che mi appartiene. Ritengo che più che di diritto, in questo caso si potrebbe parlare di doni reciprochi, che possiamo attendere ma sui quali non possiamo fare affidamento. Trovo molto interessante l’analisi che ho trovato in Esposito, a tal proposito, sul fatto che una comunità possa prosperare solo tramite la libera circolazione di doni (ma forse è solo una mia interpretazione).

  2. carla Says:

    e amorevoli con chi…?
    🙂
    sono d’accordo…l’implacabilità è una dote!
    la severità un pregio
    l’indulgenza
    un dono.

    ciao

  3. xavier Says:

    Non riesco più ad essere nessuna delle tre “cose”: una vera schifezza!

  4. xavier Says:

    P.s. amorevole, poi…!

  5. mixedsources Says:

    potrebbe darsi un caso dove se sono severo con me stesso non posso essere implacabile con i potenti o indulgente con tutti gli altri o se si è una cosa si è sempre anche le altre due? e poi in base a quale sistema di regole devo essere severo, implacabile e indulgente, il mio personale quello sociale predominante o sociale minoritario? e quali azioni devono discendere, se ne devono discendere, dall’essere queste tre cose?

  6. md Says:

    @mixedsources:
    naturalmente si tratta di un “dover essere”, per di più contratto in un aforisma, dunque in una forma (e formula) fatta per colpire ed infastidire, più che per far discendere ragionamenti compiuti. Che però, se si vuole, si possono fare eccome: il “sistema di regole” di cui parli, che non è mai dato una volta per tutte ma è per sua natura diveniente, non è mai nemmeno rigidamente ripartito tra “io”, “maggioranza” e “minoranza”.
    Dal che discende anche che quel “dover essere” non può nemmeno stare solo nei cieli dei puri “desiderata” soggettivi o delle anime belle (altrimenti non ce ne faremmo niente). Diciamo che alcune radici stanno, tanto per fare un esempio, nel corpo e nella “materia” delle filosofie spinozista o roussoiana: eguaglianza assoluta di tutte le forme di vita, pericolosità di un’eccessiva espansione del “conatus” o dell’amor proprio – e, per quanto riguarda il primo punto, l’insegnamento dei miei “maestri”: non si ottiene nulla di buono se non si “fatica” e non si lavora duramente (innanzitutto su se stessi). Hegel parlava dei “cardi” della metafisica, io parlere dei “cardi” della vita in generale. Ma per “maestri” intendo soprattutto quelli che ho incontrato in carne e ossa.
    Naturalmente quel “buono” da ottenere è soggetto anch’esso a relatività (direi contingenza e storicità).
    E con questo ho distrutto il fascino della forma aforismatica…

  7. mixedsources Says:

    l’aforisma infatti mi aveva colpito e fatto sorgere numerose domande, mea culpa per aver causato la distruzione del suo fascino, ma grazie!

  8. Carlo Says:

    @Md
    Questa norma di saggezza può essere ribaltata. Severità, implacabilità e indulgenza sono “doti” a doppio taglio. Se sei severo non perdoni. Se sei implacabile non persegui la pace. Se sei indulgente avvalli i comportamenti ignobili.
    L’essere umano è sempre in bilico tra versanti (di senso) opposti.
    A presto.

  9. rozmilla Says:

    Allora, per non restare nei cieli puri dei “desiderata”, facciamo qualche esempio concreto:
    quella pubblicità che grida “l’unica regola è che non ci sono regole”, ecco, non dico che bisognerebbe dargli fuoco – anche se, persino personalmente, se fossi giovane e forte un pensierino ce lo farei – ma di sicuro bisognerebbe essere implacabili verso questo genere di oscenità. E se non altro, mi aspetto che chi ha un minimo di potere più di me prenda al più presto provvedimenti per toglierla di torno. Anche perché le regole per la pubblicità non sono molte, ma ci sono, e non ci sono dubbi che quella le viola.

  10. md Says:

    @Carlo:
    applico su di me la “norma”:
    tendo ad esercitarmi nel “perdono” solo per quel che riguarda gli altri, non me stesso;
    è il potere che, per sua natura, essendo implacabile, porta guerra, io posso essere implacabile solo virtualmente, nel denunciarne i misfatti, con il pensiero e la voce e, in casi estremi e quando serve, con un corpo pacifico e mai violento;
    l’indulgenza e l’ecumenismo non sono stupidi, conoscono bene le debolezze della natura umana, tuttavia siccome le ignobiltà si esercitano attraverso il potere, tornerebbe a vigere la norma numero due.
    Ma – e in ciò hai ragione – siamo in bilico e talvolta ci illudiamo di essere perfettibili.

  11. xavier Says:

    …Sarà, ma siccome non riesco più a prendermi troppo sul serio, mi fanno impressione tutti ‘sti imperativi categorici. E poi contraddittori fra loro, per esempio: implacabile con i potenti ma poi indulgente con i loro miserabili epigoni? Abbasso il mercante di tv, ma una pacca sulla spalla al cretino di quartiere che ne imita il modello? Severo con me stesso per coerenza a tutti i costi o perchè mi viene spontaneo esserlo? Meglio volare più in basso e prestare molta attenzione alle mille contraddizioni di cui siam fatti, senza autoassolverci ad ogni pié sospinto, certo, ma avendo sempre ben chiaro il senso della nostra (mia) limitatezza.

  12. rozmilla Says:

    Però, temo che non si possa dare una vita senza limiti e senza regole, e non dico solo le regole per la vita sociale; anche la vita individuale non può seguire solo la spontaneità.
    Siamo liberi, e civili, solo all’interno di limiti che ci siamo dati, altrimenti saremmo come selvaggi.
    L’uomo libero non è libero “da” ogni determinazione, ma in “virtù” delle sue stesse determinazioni.

  13. md Says:

    tutto giusto quel che dite, ma era “solo” un aforisma… – che dunque credo abbia raggiunto il suo scopo

  14. md Says:

    a proposito: si può benissimo essere sia severi che implacabili che indulgenti (e magari altre cose ancora) verso se stessi, tutt’assieme, con plateale dispregio del principio di non contraddizione

  15. rozmilla Says:

    già: “si può” .. come in quella canzone di Gaber …
    Si può tutto. E allora tutto fa brodo?

    Il nocciolo però a me sembra essere : cosa si vuole?

  16. md Says:

    Siamo biologicamente determinati ad affermare, in primis, noi stessi; ma la biologia si è anche inventata sistemi crescenti di simpatia con gli altri – di cui abbiamo bisogno per vivere. Questa è la torta. Tutto il resto è glassa. Ma, si sa, per gli umani la glassa è essenziale.

    @rozmilla: quella pubblicità così oscena mette il dito sul nodo dei nodi della nostra epoca, più che il relativismo etico (che è un dato di fatto storico, non certo un’invenzione dei filosofi), il nichilismo-narcisismo etico.

    Vorrei però indicare anche l’elemento materialissimo di tutto ciò, perché il nodo del “potere” va di pari passo con quello della “proprietà”.

  17. rozmilla Says:

    Quella pubblicità mette il dito sul fatto che in primis c’è la volontà di affermare il potere, un super-potere che si fa un baffo delle regole comuni, che non ci sono, o che non sono sufficienti a limitare i super-poteri privati.
    Non a caso ho scritto “cosa si vuole”, nella forma impersonale, e non “cosa voglio io” o “cosa vuoi tu” o un altro e un altro ancora: parcellazioni di una volontà che difende i diritti dei singoli soggetti, o dei gruppi che hanno maggiore potere, ancora prima dell’insieme dei diritti comuni.

    Non sono d’accordo che noi siamo determinati ad affermare in primis noi stessi. Io direi che noi diciamo, e che ci fa molto comodo dire, che siamo determinati ad affermare in primis noi stessi.
    Mentre, come uomo libero, posso scegliere di “non” affermare in primis me stesso.
    Ma se neghiamo la libertà originaria, dando più valore alla necessità dell’essere determinati, ecco che ci leghiamo le mani da noi stessi, e ci proteggiamo dietro lo scudo della determinazione. Ma è una scusa, un pretesto bello e buono per giustificare il nichilismo: questa è la vera indulgenza verso se stessi: dirsi determinati per non correre il rischio di essere liberi.

  18. md Says:

    @rozmilla: però, ci piaccia o no la determinazione c’è. La biologia non sarà un destino, ma certo è un fondamento di cui dover tenere conto. E questa non è un’idea (o un’ideologia) che ci frulla nella testa, ma sono fatti osservabili (e, soprattutto, autoosservabili).
    Così come osservabile (anche se un po’ più sfuggente) è quella che tu chiami “libertà originaria”, che io preferirei chiamare libertà che si costituisce (e modifica) storicamente – dato che di originario, per quel che sappiamo, c’era solo il morso della necessità naturale.
    Ci raccontiamo sia che siamo necessitati (e basta) sia che siamo (essenzialmente) liberi. Ed anche che siamo una mescolanza delle due cose. Mi par di ricordare che Rowlands (il filosofo americano amante dei lupi) sostiene che l’unica vera peculiarità umana è quella di “raccontarci storie”.
    Ma su tutto questo, chi legge il blog da tempo sa come la penso. E chi invece è arrivato da poco, potrà leggere a breve una “trilogia” dedicata al rapporto tra biologia, contingenza e necessità.

  19. xavier Says:

    L’ Aforisma, questo piedino appena dietro l’angolo. pronto a farti lo sgambetto mentre stai correndo…

  20. rozmilla Says:

    @md:
    Secondo me tu confondi i livelli. Non puoi mettere sullo stesso piano la determinazione biologica, col le determinazione che un uomo, o una comunità, o un legislatore, decide liberamente di darsi, o di attenersi. Anzi, è proprio solo facendo leva sulla libertà di poter superare il mero dato biologico, che si allenta la stretta della necessità naturale.
    Se è vero che ci raccontiamo in ogni caso delle storie, allora io preferisco la storia della responsabilità umana, rispetto a quella particolarmente “ignavia” dell’assoluta determinazione (biologica). Ripeto: sono su due livelli diversi. Tu dici: la torta. Io dico: c’è glassa e glassa.
    Ed infatti, se non sulla sostanza, è sulla forma che possiamo incidere modificazioni, che per quanto riguarda le nostre vite apparenti, non sono meno importanti di ciò che sta sotto.
    Questo voler dare così tanta importanza al dato biologico, lo ritengo fuorviante, alla fin fine poco utile. Sminuisce le possibilità dell’uomo, tarpa le ali, è avvilente, mortificante.
    Bisogna dire “cosa” è possibile fare, e non soltanto ciò che siamo costretti a subire.

    Poi, tu parli di libertà storica, io parlo di libertà in senso ontologico, che poco ha a che fare con la biologia, ma piuttosto con categorie come la volontà, il bene ecc.. a meno che ad un certo punto è arrivata la Santa Biologia, e le ha spazzate via tutte e buonanotte suonatori, lasciandoci in balia del nichilismo e nel vuoto di senso.

  21. md Says:

    @rozmilla: temo di non poter concordare. Non vedo cosa ci sia di svilente nella biologia – a meno che si pensi che la biologia sia solo surdeterminazione, brutale necessità, lotta per la sopravvivenza, ecc. (cose che, semmai, sono molto più presenti nella Santa Storia Umana per l’emersione spirituale dalla natura).
    Sono sempre più sospettoso nei confronti dei presunti “salti ontologici” (che peraltro richiedono giustificazione, al di là della fervida immaginazione teleologica).
    Vedo semmai molta più continuità che rottura – anche perché la storia della biologia è una straordinaria storia di contingenza (non di caso) più che di necessità. La nostra storia è parte (minuscola, anche se diventata cruciale) della storia della vita. E proprio il tentato superamento della necessità naturale (che temo sia stato più contingente che necessario) ha comportato un tale accumulo di potenza e di responsabilità – nei confronti di tutte le altre specie – da far rabbrividire. Il pericolo del nichilismo sta proprio in questo eccesso di potenza: che ne vogliamo fare?
    La libertà non è “contro” ma ben radicata “nel” bios.
    Ma su questo – come ho già anticipato – vorrei tornare con più calma.

  22. md Says:

    @xavier: vero! alcune volte passo giorni e giorni a rimuginare su qualcosa che poi trascrivo in bella calligrafia, magari lungo svariate pagine – e il risultato è un dibattito fiacco o di cortesia (o niente del tutto);
    poi butto lì una frasetta, en passant, e si scatena la più appassionata delle discussioni.
    Magnifica contingenza! (è la mia “mania” di questi giorni, si è capito?)

  23. rozmilla Says:

    @ Md:
    Nemmeno concordare su tutta la linea è necessario. Basterebbe capirsi, mentre mi sembra ci sia un’incomprensione di fondo.
    Allora vediamo. Eri partito parlando di norme – l’aforisma – che, sia che provengono dall’esterno come leggi “imposte”, alle quali possiamo liberamente aderire come non aderire, sia che siano norme che noi stessi ci diamo, sempre di regole si tratta. Siamo nel campo del diritto, e del diritto di esercitare la libertà, possibilmente nel rispetto di se stessi e degli altri. Perciò qui non vedo cosa c’entri la biologia. La biologia in molti casi è la carta che viene tirata fuori per giustificare i comportamenti umani: siamo fatti così, non ci possiamo fare niente, eccetera.
    Infatti quando qualcuno ti ha fatto notare che ci potrebbero essere complicazioni nel determinare da sé le regole a cui attenersi, allora dici: ma fate un po’ quello che volete, che tutto fa brodo.
    Ed effettivamente ognuno di noi fa quello che vuole, così come fanno quello che vogliono le multinazionali, e più possono più fanno, e noi glielo lasciamo fare. Nei piccoli come nei grandi schemi il paradigma è lo stesso, cambia solo la quantità, non l’unità di misura.
    Riguardo alla storia, poi, non dubito sia stata un tentativo di emersione dalla necessità naturale, ma a meno che tu pensi che questa storia sia finita, ci siamo sempre dentro in pieno, ed è solo ancora l’uomo con il senso di responsabilità che potrebbe fare la differenza, cambiando, disfacendo, trasformando quello che ha fatto. Forse. Di certo non la natura. La natura è indifferente e ci sopravviverà.
    D’altra parte non vedo come la scienza e la biologia non siano anch’esse una ricerca dettata dalla necessità di emergere dalla necessità naturale, e storicamente determinate, vale a dire non libere.
    Se anche la biologia dice che la libertà è radicata nel bios, ben venga. Ma non avevo bisogno delle scoperte scientifiche per sapere di essere libera di scegliere, di fare o non fare, darmi delle regole e di attenermi a delle norme. L’uomo c’era prima della scienza, e se vogliamo essere precisi, è stata proprio la volontà di potenza scientifica , insieme al danaro, a trasformare il mondo, e l’uomo.
    Ma anche l’uomo è molto più di scienza e danaro. Per fortuna. E anche più della storia.
    Comunque ci sarà modo di riparlarne, non dubito.
    A presto.

  24. md Says:

    @rozmilla: temo che tu abbia inferito più cose di quelle che io ci avevo messe dentro, in quell’aforisma (norme, diritto, regole, libertà, volontà, addirittura una sorta di anything goes anarcoide…) – del resto è legittimo, poiché anch’io, ad un certo punto, ho tirato fuori dal cappello la biologia.
    Però però: ci sono biologi e biologi, e soprattutto modi diversi di parlarne – e non mi pare di avere mai utilizzato la biologia come carta per giustificare in modo necessitante i comportamenti umani; d’altra parte mi pare un po’ troppo pretenzioso (ed altrettanto ideologico) escluderla completamente dal campo delle spiegazioni. Rousseau si era spinto ad individuare il sentimento della pietas nel cuore del vivente, come ciò che lo accomuna. La nostra pericolosa uscita dal cerchio naturale – quell’essere “liberi” e “perfettibili” senza garanzia – non avrebbe mai dovuto mettere in discussione quel carattere originario. Ma Rousseau ignorava ancora che la necessità naturale esiste poco come quella umana, e che tanto la natura quanto la storia sono frutto della contingenza – un’unica storia che mi guardo bene dal considerare passibile di fine, se non per cause, di nuovo, contingenti e dunque imprevedibili. E dunque essenzialmente “libera”. Di sicuro libera da fini predeterminati o da norme imposte dall’alto o dall’esterno.
    Quel che però filosoficamente contesto è il salto ontologico che si vorrebbe porre (ed opporre) tra natura e cultura, animalità e umanità. E dunque ben venga la biologia, se questa serve a far chiarezza su quel punto che ritengo ineludibile proprio sul piano ontologico, poiché attiene alla domanda fondamentale: che cos’è l’essere umano?
    Dire che è “libero” vuol dire ben poca cosa, se non si riempie dei contenuti di quella storia, che dura da decine di migliaia di anni (ed anzi, a voler ben vedere, da tre miliardi e mezzo di anni) – e che comprende anche le potenze della tecnica e del denaro, e tutti i tentativi fatti finora, o che verranno fatti in futuro, di contestarne eccessi e storture, alienazioni ed ingiustizie.

  25. md Says:

    Tra l’altro mi sento di poter dire – come Foucault a proposito dell’ “uomo” – che anche la “libertà” è un’invenzione abbastanza recente. Cosa che forse spiega anche il nostro modo di spiegare sia noi stessi, che la storia, che (per lo meno da Darwin in poi) il modo di funzionare della natura.
    Determinati ad essere liberi o liberi di determinare?

  26. xavier Says:

    Dici bene, caro m.d., riguardo a come può nascere e crescere un dibattito ricco e interessante a partire da una sola frase, a volte solo indovinata, ma più stimolante di un’esposizione lunga e complessa, nella quale si trovano già in buona parte molte delle domande e delle risposte stesse che potrebbe stimolare. E’ il limite, a volte comunque assai interessante, di mettere troppa carne al fuoco. Prosit.

  27. rozmilla Says:

    Va bene, Md. Comunque venerdì mi arriva il libro di Pievani, così mi metterò in pari con la tua più recente “mania” contingentistica. Vale a dire che farò il possibile per aggiungerla alla lista delle mie, di manie, che come avrai capito, in questo periodo – ma forse è sempre stato il mio chiodo fisso, e la spina – è l’etica e la possibilità di convivenza umana, eccetera.
    Secondo me, però, la consapevolezza di dover superare l’antropocentrismo, non esclude il fatto che in ogni caso siamo “umani”, esattamente come riconosciamo la differenza che in ogni caso esiste, per esempio, tra essere felini o canidi. Voglio dire che non si può far di tutt’erba un fascio.
    Quindi, dopo aver visto, senza metterlo in discussione, perché ovvio, anche se non sto a ripeterlo, mi limito a considerare il sottoinsieme umano. Oltretutto, perché proprio a causa di essere ciò che siamo, abbiamo maggiori responsabilità degli altri animali sul destino della vita su questo pianeta.
    E infatti la domanda che mi risuona non è tanto “cos’è l’essere umano?”, quanto piuttosto, “cosa può fare l’uomo per rimediare?”.

    Perciò, alla domanda, “Determinati ad essere liberi o liberi di determinare?” risponderei con : liberi ad essere obbligati ad assumersi la responsabilità di rimediare.
    Perché, questo mi sembra il nodo, se non fossimo liberi, non potremmo nemmeno assumerci la responsabilità di farlo. Ma saremmo solo necessitati a continuare quel “fare” che si è sempre fatto.
    A presto.

  28. luca ormelli Says:

    In un mio datato frammento scrivevo: l’uomo non è che la ragione della sua biologia.
    Un saluto, Luca

  29. rozmilla Says:

    Se l’uomo non fosse che la ragione della sua biologia, allora basterebbe somministrargli una congrua dose giornaliera di ossitocina.

  30. luca ormelli Says:

    Ahahahah!

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