Zingari del cosmo

Qualche tempo fa mi ponevo alcune domande circa la possibilità di una razionalizzazione di quel fenomeno sfuggente e talvolta insondabile che è il suicidio. E scrivevo:

“Chi si suicida che cosa effettivamente fa, che cosa revoca in dubbio, da che cosa si distacca davvero?
Il suicidio non è una morte come un’altra (naturale o spirituale che sia), cioè il succedersi biologico o culturale di un ordine, la sua incessante riaffermazione, l’andarsene ordinatamente di una cellula o di una tessera del mosaico per lasciare il posto alla seguente. Vuole essere semmai la rottura di quell’ordine, la ridiscesa nel caos o, specularmente, la denuncia dell’illusione dell’esistenza di un cosmo, di un ordine, di un senso”.

Ciò che, ad esempio, si è creduto per una vita – la possibilità di trasformare il mondo conferendogli un ordine più giusto, facendolo in vitale compagnia d’altri, magari con un forte senso degli affetti, dell’amicizia e della comunità – tutto ciò si infrange ai confini di un territorio che non avevamo previsto. Ci si ritrova non soltanto soli, ma esseri vaganti in un cosmo di cui non comprendiamo più il significato.
Si può far finta di niente, e procedere inerti – come richiedono la biologia o l’abitudine. Qualcuno, però, decide che ciò sarebbe per lui intollerabile. Non so dire se ci voglia più coraggio a vivere una vita degna di essere vissuta o terminarne una che non si ritiene più tale – forse le due cose si tengono e sono persino contigue. D’altra parte non mi sento neppure di promuovere una neostoica apologia del suicidio. Anche se talvolta le ragioni si assottigliano, come quando un’intera costellazione di progetti, speranze, utopie, ansie di trasformazione va scomparendo; le persone più care ci abbandonano; e persino quel “te stesso”, il compagno più fedele di una vita, sembra essersi definitivamente smarrito. Mosaico che si frantuma. Mandala spazzato via dal vento.
Serve evocare la questione della responsabilità sociale ed affettiva? Forse sì, se è vero che in ogni caso il suicidio non è mai un gesto del tutto individuale, ma ha sempre delle ricadute sociali, simboliche – anche perché in fin dei conti si viene a recidere proprio quel reticolo di legami costruiti durante tutta un’esistenza.
Sgomento ed ansia di comprendere appaiono pur sempre la cifra oscillante entro cui ci dibattiamo di fronte a quel gesto. Non se ne esce. Però, contro tutti i difensori della vita ad ogni costo, che impugnano spadoni o brandiscono croci, mi limito a sussurrare due cose: primo, scccch, fate silenzio…; e secondo, non potrete mai togliermi la consapevolezza della presenza – laggiù da qualche parte, ai confini estremi del meraviglioso groviglio esistenziale nel quale arranco, mi batto e mi dibatto – di una uscita di sicurezza. Su quella porta c’è scritto il mio nome, e spetta solo a me, eventualmente, di aprirla.

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16 Risposte to “Zingari del cosmo”

  1. Carlo Says:

    @Md
    Il suicidio é banalmente un atto di libertà. Libertà da un determinismo biologico che, rebus sic stantibus, ha meccanicamente programmato la nostra morte, in un certo giorno e a una certa ora. Sparigliare l’ordine delle carte per decidere di sè stessi, porsi di fronte al mondo come “altro” rispetto all’ordine naturale delle cose, questo è il suicidio. Un atto che evidenzia la differenza ontologica dell’uomo rispetto alle presenze insignificanti degli enti che ci circondono. L’opposto della “volontà di potenza”. Un gesto di umiltà radicale.
    A presto

  2. md Says:

    @Carlo: io però temo molto di più il determinismo socioculturale, rispetto a quello biologico (che oltrettutto è ormai sussunto da quello: basti pensare alla medicalizzazione radicale della vita).
    Non ho poi capito in che senso lo ritieni l’opposto della volontà di potenza.

  3. enricodelea Says:

    Non so che dire in questi casi,
    A me sembra, quella di Magri, una scelta di vita, e non lo dico per paradosso. Assumendo in sé la morte in fondo come il compimento della vita e non come la sua fine, si comprende tale tipo di scelta morale, prima ancora che materiale.
    Beh, credo che ci mancherà, come ci mancano Fortini, Raboni, Volponi.

  4. bortocal Says:

    @ carlo

    temo anche io che il suicidio, almeno quello razionale e consapevole, sia un ultimo gesto di volontà di potenza, piuttosto, per quanto ridotta e miserabile possa essere: il potere di decidere di noi stessi, che poi abbiamo, quando abbiamo, pur sempre fragilmente e abbastanza per caso.

  5. filosofiazzero Says:

    Io direi di guardare la cosa senza retorica e distinguendo nei casi. Momenti di disperazione di depressione di sconforto di paura di fallimento di angoscia eccetra. Si conosce anche casi di persone che si sono tolte la vita per rifiuto o della vita in se stessa o della vita come servi di un regime o come servi comunque in assoluto che siamo tutti o come sconfitti (o che si sono sentiti sconfitti)in battaglie o imprese politiche artistiche o famiglie distrutte o figlioli morti o dolori insostenibili di tutti i generi. Questo lo dico per dire che mi sembra che non sia il caso quando succede che qualcuno si toglie la vita si cominci subito coi soliti discorsi sul rifiuto sul messaggio sull’esempio o che altro. Ogni caso un caso a sé. Tutti credo, si è avuto amici, parenti, conoscenti che si sono suicididati e nessuno di noi penserebbe, io almeno no, pur con tutta la stima e l’ammirazione (e vorrei dire la solidarietà) che abbiano compiuto un atto catalogabile. Non cataloghiamo, ecco tutto.

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    In sè, il suicidio è innazitutto una possibilità.
    In uno specifico ambito culturale, il suicidio, come dice filosofiazzero, non è definibile univocamente, in quanto il suo significato sta nel contesto, nelle motivazioni vere o presunte.
    Qualunque discorso non può che rivolgersi a questo ambito. Mi pare insomma come guardare al dito indicando la luna, non è tanto importante la modalità scelta, quanto il fine, definito appunto da un contesto storico ed individuale complessivo.

    Anch’io poi non sono affatto d’accordo con Carlo riguardo al fatto che il suicidio vada contro un presunto determinismo biologico, che manco esiste, perchè sono i nostri comportamenti in ultima istanza a determinare quando moriremo, come potrebbe essere chiaramente esemplificato dal caso dell’incidente mortale.
    Anche sul determinismo culturale il discorso non può che essere preliminare, riguardare cioè il fatto in sè di avere tale situazione, e non avrebbe granchè senso applicarlo a specifiche conseguenze, quali eventualmente un fenomeno sociale di suicidi particolarmente frequenti.

  7. Carlo Says:

    @Md @bortocal
    quando hai un cancro che “determina” la tua fine nelle modalità sue proprie, sei ”libero” se puoi scegliere un’altra opzione (suicidio) che tu-stesso “determini”. La medicalizzazione radicale è l’alter ego del determinismo biologico: fanno a gara per sottrarti il diritto di scegliere. Essere-uomini vuol dire essere-contro-ogni-determinismo, disporre di quell’opzione in più che fa la differenza “ontologica”.
    Infine la scelta di morire “a modo tuo” non vuol dire sfidare la natura (volontà di potenza), ma rinunciare per sempre ad ogni potenza per affermare la propria consapevole debolezza, limitatezza e, quindi, in definitiva, la propria “humanitas”.
    Evidentemente Socrate è morto invano.
    @Vincenzo
    il caso dell’incidente mortale …
    E’ semplicemente fuori tema.

  8. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Carlo
    Ma no, riflettici e ne converrai: se un incidente può uccidermi, e l’incidente dipende da circostanze che lo stesso soggetto determina, seppure inconsapevolmente, allora sparisce il concetto stesso di determinismo biologico.
    Ora, seppure il caso dell’incidente è così evidente, non esiste in verità nessun caso in cui la morte sopravvenga in modo automatico, qualunque cosa noi facciamo, finiamo per determinare condizioni che secondo un meccanismo a noi ignoto, determinerà il momento della nostra morte.
    Tu ti riferisci non già a un vero determinismo, ma al caso abbastanza specifico della possibilità di anticipare la propria morte, magari interrompendo un certo trattamento medico, o riifutando di aspettare la fine anche tramite un comportamento attivamente suicida.
    Non mi pare che si possa dire in questo caso che hai violato il determinismo biologico, perchè in ultima istanza è la certezza della fine imminente che ha concorso a determinare la tua scelta, che tra l’altro esclude la possibilità della posticipazione.
    Purtroppo, noi vediamo scelte libere dove abbiamo solo scelte già al 99% predeterminate (come i libertari dei nostri tempi che sono aggrappati alla loro libertà di scegliere il colore della loro maglietta).

  9. md Says:

    @Carlo:
    c’è però qualcosa che non mi torna, sull’ “essere-contro-ogni-determinismo”, che mi pare oltretutto un’affermazione della volontà di potenza che tu vorresti in parte negare.
    Concordo sul fatto che l’essere umano è quell’ente che tenta di negare il suo “essere” (naturale, biologico, immobile) in favore di un “divenire” – ma non è detto che questo tentativo gli riesca. Forse basta “crederci” per avere l’illsione di quella che tu definisci come “differenza ontologica”.
    Le sfere della determinazione sono molto potenti, ma certo esiste anche una sfera (per quanto minuscola) dell’autodeterminazione. Ma in quest’ultima risiede anche la coscienza dell’illusorietà della libertà – quella che dunque ci fa stoicamente “accettare” la nostra condizione.

    E’ vero però, come sostiene filosofiazzero, che nel caso della morte e delle possibili scelte in punto di morte, c’è pur sempre un elemento di insondabilità (non catalogabilità), e dunque di drammatica solitudine. Non a caso dico che la porta d’uscita ha il mio (e solo il mio) nome inciso sopra, e solo a me spetta la decisione estrema di servirmene.
    E come Diogene vorrei poter mordere il respiro per avere l’ultima parola.

  10. rozmilla Says:

    Leggendo il commento di Enricodelea, come morte intesa come scelta morale, ho pensato che potrebbe essere altrettanto una scelta morale, decidere di andare fino in fondo, senza decidere di poter anticipare la morte, dal momento che entrambe le cose sono alla nostra portata. Eventualmente sarebbero scelte morali diverse, tutto qui. Se poi vogliamo dire che sia una scelta morale, più che una spinta in un verso piuttosto che in altro, lo possiamo dire, ma non ne sono del tutto certa. Perciò mi asterrei dal giudicare, limitandomi ad ascoltare quello che lui ha lasciato detto in proposito, sulle motivazioni di questo gesto. Però, se fossi nei panni di sua figlia, e dei suoi amici, non so se ne sarei proprio contenta. Pur accettandolo, perché non c’è dubbio che ognuno se vuole è libero di fare questo o quello, ho l’impressione che mi rimarrebbe comunque la bocca un tantino amara.

  11. Carlo Says:

    @Md
    Non “volontà” di “essere-contro …”. Semplicemente l’uomo non è un “automatismo” (stimolo-risposta). Ha gradi di libertà, in funzione delle sue possibilità di agire, dopo aver elaborato uno strategia, e, quindi, di scegliere. Scegliere, ad esempio, di morire per salvare ostaggi, in mano ai nazisti (Salvo D’Acquisto).
    @Vincenzo
    Se tu sei nel deserto, ferito, e non hai nessuna possibilità di salvarti, allora cosa fai? Accetti di aspettare la morte biologica, tra atroci tormenti, oppure, avendo una pistola, non cerchi, forse, di concludere subito? Questa è libertà assoluta. All’animale l’evento è negato.

  12. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Carlo
    Scusami, ma non capisco proprio cosa c’entri l’esempio del deserto con il determinismo biologico, ma ti dirò egualmente cosa ne penso. Mi pare ragionevole spararsi per sottrarsi a dolori lancinanti e inutili. Ti faccio tuttavia presente che anche gli animali adottano strategie per lasciarsi morire, non dispongono di pistole, ma per esempio smettono di alimentarsi. Questa pretesa di considerare l’uomo così differente dagli altri animali mi pare un’inutile ostinazione.
    Lasciamo anche perdere il determinismo biologico che semplicemente non esiste.
    Torniamo piuttosto al discorso generale, che riguarda la libertà, un tema che mi interessa moltissimo.
    Tu porti un caso estremo per fare un discorso di carattere generale, ma proprio nel tuo esempio in qualche misura finisci per contraddirti. Difatti, fai di tutto per conferire razionalità al gesto suicida. Se tuttavia finiamo col considerare ovvio il suicidarsi in tali condizioni estreme, la conclusione è che questo gesto diventa quasi obbligato, almeno per un individuo razionale.
    Se noi vogliamo riaffermare la libertà dell’uomo, dovremmo farlo portano esempi di scelte del tutto arbitrarie e talvolta perfino ingiustificabili. Del tipo, un uomo felice, amato e soddisfatto della propria vita che decide di suicidarsi. Ma questo, noi uomini lo chiamiamo follia. Potrei dire la libertà impossibile, perchè essa deve operare in tali angusti limiti che ha ben poco senso considerarla vera libertà.
    E’ il motivo per cui io parlo di una retorica della libertà, di un uso improprio e un abuso del termine libertà, soprattutto in ambito politico.

  13. Carlo Says:

    @Vincenzo
    “l’esempio del deserto” fa riferimento solo al tema qui proposto: il suicidio di Magri.

    “Questa pretesa di considerare l’uomo …” non è una mia pretesa. Siamo banalmente dei “primati” con un po’ di “software” in più. Ogni stimolo esterno/interno è un input, che viene elaborato dai neuroni per progettare un’azione conseguente (output). Semi-automatica negli animali superiori, sofisticata negl’umani.

    “conferire razionalità al gesto suicida” non è il mio obiettivo.
    Razionalità è un termine problematico. L’uomo è mosso prevalentemente dalle sensazioni (pancia) e, quindi , dalla dicotomia buono/cattivo. E, in questo, rispecchia banalmente le dinamiche biologiche. Il metodo scientifico (vero/falso) anche se più rigoroso, a sua volta, è indebolito dal relativismo e poco diffuso tra la gente comune (ovviamente anche tra di noi). La “verità/razionalità” è in ultima istanza inesorabilmente soggettiva.
    “ .. riaffermare la libertà dell’uomo ..” vuol dire riconoscere che i suoi comportamenti non possono essere dati per “scontati” e che, quindi, spesso, sono imprevedibili. Così non è “mediamente” per gli animali. L’imprevedibilità relativa (capacità di esperire nuove modalità di azione, oltrepassando il “così-fan-tutti/DNA”) è un parametro che nell’uomo si è continuamente accentuato lungo il corso della sua evoluzione. Possiamo considerarla la “cifra” che, più di ogni altra, qualifica il termine “libertà”.
    Direi, concludendo, che i termini “Homo”, “Humanitas” sono sinonimi di “libertà” (relativa).
    Definire “arbitrarie”, folli le azioni che non condividiamo significa ingabbiare entro schemi pre-costituiti la realtà in continuo divenire. Cristoforo Colombo era per molti un “folle/visionario”, la cui genialità nessuno oggi mette più in discussione. E via dicendo …

  14. filosofiazzero Says:

    Giornalisteria:
    A me non mi piace il signor “so tutto io e gli altri zitti”, come modo di fare(Travaglio) e nemmeno Flores D’arcais, un altro suo omologo:
    1) per quanto riguarda il suicidio, che uno se volesse, e fosse in grado, che si avesse a suicidarsi da sé, come uguale che fanno tra le genti comuni.
    2) fosse il caso che uno si venisse a trovare nelle grinfie degli altri, testamento biologo o senza, familiari consenzienti o contrari, legge o non legge, medici o non medici, eccetra, si troverebbe in ogni caso sempre nelle grinfie degli altri, comunque. Solo, fatto auspicabile, è di essere, allora, senza alcuna conoscenza, come uguale a un cadavere, e chiuso.

  15. xavier Says:

    ….Credo sia l’atto più personale, privato, e definitivo che riguardi l’esistenza di ognuno. Come tale continuerò a considerarlo, e a non parlarne mai.

  16. Vincenzo Cucinotta Says:

    Bene, intanto smettiamo di parlare di libertà assoluta, e questo è già qualcosa.
    Poi. smettiamo di parlare di determinismo biologico.
    Infine, io smetterei anche di divinizzare la scelta di suicidarsi, è una scelta come tante altre nella propria vita che io credo meriti di essere rispettata.
    Rimango della mia opinione sulla libertà, che il 99% di ciò che si scrive attorno ad essa sia pura retorica, e che sia assurdo basare i sistemi politici su requisiti di libertà.

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