Filosofia della contingenza – 1

La lettura de La vita inaspettata del filosofo della scienza Telmo Pievani, mi ha sollecitato una serie di ulteriori riflessioni sul significato di alcune categorie filosofiche, scientifiche (e, se si vuole, ontologiche) che spesso sono state discusse su questo blog. Ma, ancor più, sul loro uso e sulla loro applicazione alla sfera dell’esistenza umana. A tal proposito il biologo e zoologo Carlo Alberto Redi si è molto risentito – anzi infuriato – per l’uso spregiudicato del concetto di natura umana: a sentir lui, filosofi, teologi e non-scienziati in genere, dovrebbero limitarsi a parlare di condizione umana, lasciando ai biologi di occuparsi di ciò che attiene al campo della “natura”.
Non è che sia molto d’accordo con questa tesi, anche se Redi ha dalla sua che spesso si parla di questi argomenti con estrema leggerezza, e senza magari avere sufficienti elementi di conoscenza. Gli risponderei kantianamente così: una categoria senza materia prima sarebbe vuota, ma i dati senza una teorizzazione sarebbero ciechi. Trovo dunque che il punto di vista di Pievani – lungo il crinale della ricerca scientifica e della discussione filosofica – sia quello più fruttuoso ed interessante, poiché tende ad unire (non a confondere) i campi di ricerca, anziché tenerli separati.
Svolgerò pertanto, nel corso di tre articoli, un ragionamento a chiosa del suo testo, così ripartito:
1. Chiarimenti preliminari sui concetti di necessità, caso, contingenza
2. Uno sguardo ai “fatti” e alla storia della vita e della specie
3. Conseguenze sulla “condizione (o natura) umana”

Parto, molto brevemente, da alcuni concetti chiave che riguardano non solo la nostra percezione dei fatti naturali (e dunque di noi stessi e del nostro eventuale distaccarcene), ma anche dell’essere in generale. Senza addentrarmi in pericolosi labirinti ontologici, mi limito a definire, mettendoli in relazione, i tre concetti di necessità, caso, contingenza – a partire da alcune definizioni classiche della storia del pensiero filosofico (rimandando alla nota finale per ulteriori approfondimenti).
Mi servo innanzitutto di Leibniz che racchiude in poche righe della sua celebre Monadologia quel che ci serve per cominciare. Leibniz distingue tra verità di ragione e verità di fatto: le prime “sono necessarie ed il loro opposto è impossibile; quelle di fatto sono contingenti ed il loro opposto è possibile” (§33). Ciò che è necessario non può non essere, mentre ciò che è contingente può essere altrimenti o non essere affatto. Spinoza assegna alla contingenza lo statuto della possibilità, che però è tale non in sé, quanto piuttosto per un nostro difetto conoscitivo. Insufficienza che si fa integrale quando definiamo un fatto “casuale” – o perché pensiamo che non abbia cause (ma ciò costituisce un serio problema logico) o perché pensiamo che esse non siano determinabili.

Pievani ritiene che spesso la contingenza viene indebitamente confusa con il caso. Quando diciamo che qualcosa è “contingente”, non significa affatto attribuirgli lo statuto della casualità (e dunque dell’assolutà imprevedibilità, indeterminatezza, ecc.), quanto piuttosto metterne in luce la sua circostanzialità non impossibile ma improbabile: si tratterebbe in sostanza di un incontro possibile (spesso improbabile e sicuramente non necessario) di un numero n di catene causali. L’esempio classico è quello del tizio che porta fuori il cane cui cade in testa la tegola – con serie causali divaricate (la vita del tizio, l’umore del cane, la situazione stradale, la condizione dei tetti, ecc.), che convergono verso una inaspettata ed imprevedibile congiunzione fattuale. Congiunzione possibile ed eventi improbabili, che però accadono sempre, sono la norma. Ma l’intelligibilità del processo è solo data a posteriori, mai a priori; ciò vuol dire che il concetto (peraltro ansiogeno) di necessità è in realtà da riformulare e ridimensionare: non esiste una necessità a priori (se non in termini di pura astrazione mentale, dunque di necessità logica). In natura e nella realtà fattuale funziona solo una necessità a posteriori – che dunque non è nemmeno corretto definire necessità, ma piuttosto con il suo antagonista contingenza, cioè un incrocio di circostanze e determinazioni date che si producono di volta in volta, senza però una ferrea logica predeterminata o predeterminabile. Se questo è vero, la linea degli accadimenti non è A→B→C, ma: se A allora B e se A e B allora C e così via.

L’argomento classico che si oppone a questo genere di argomentazione (come succede ad esempio in Spinoza) è quello del dio o del punto di vista onnisciente: noi chiamiamo “caso”, o più propriamente “contingenza”, un fatto non determinabile per un semplice deficit conoscitivo e causale. Non conoscendo, ed anzi non potendo conoscere, tutte le serie causali, non siamo in grado di pre-vedere ogni fatto; ma se le conoscessimo… Pievani ritiene questo test di assoluta inutilità convenzionale. In effetti, derivare da questa controipotesi che una necessità ci deve essere, implicherebbe l’inferenza illogica dell’esistenza di un’intelligenza assoluta, perché altrimenti come spiegare il concetto di necessità fattuale a priori? Un’ulteriore inferenza, poi, ci porterebbe alla bestia nera (e al convitato di pietra) di tutto il discorso di Pievani: il finalismo, l’ipotesi cioè di un disegno e di un’intelligenza a priori che guidano le cose, quello spettro teleologico che per i biologi postdarwiniani potrebbe essere considerato una sorta di amante, di cui non possono fare a meno ma che è del tutto impresentabile in pubblico (La vita inaspettata, 134).
Tale tesi avrebbe dalla sua la preferenza psicologica (potentissima) travestita da argomentazione razionale, che finisce per sovrapporre fine, intenzione e razionalità: se il mondo (o la vita o la specie umana) non hanno un fine (sia esso interno od anche dettato dall’esterno), allora sono irrazionali ed inconoscibili: la contingenza è irrazionale, i fatti sono irrazionali e, di conseguenza, l’unica natura leggibile deve essere per forza quella finalistica.
Qui torna utile il richiamo allo Spinoza necessitarista sì, ma senza intenzione soggettiva, che liquida in modo secco la tesi teleologica come puro frutto della nostra immaginazione. Nell’Appendice alla prima parte dell’Etica, egli indica chiaramente la fonte di tutti i pregiudizi: “dipendono da uno solo, e cioè che gli uomini comunemente ritengono che tutte le cose naturali, e loro stessi, agiscano in vista di un fine; e addirittura si ritengono certi che Dio stesso diriga tutte le cose verso un fine determinato”. Pievani corrobora tale sospetto spinozista, smontando a sua volta il pregiudizio teleologico in questi termini: “Ciò di cui si è una piccola parte non può essere né un mezzo per sé, né un fine al di la di sé” (232).
E del resto solo un inveterato vizio antropocentrico può farci pensare che l’universo sia stato apparecchiato per noi, o che noi saremmo la ciliegia sulla torta dell’evoluzione cosmica o della vita. Però il finalismo potrebbe anche reggere senza il faro puntato sulla specie umana: potremmo cioè sempre pensare che ci sia un disegno nascosto che ci aveva previsti, senza per questo essere noi il fine ultimo di quel progetto. Resta il fatto che – almeno nell’evoluzione e, per quanto ne sappiamo, nei fatti finora osservati – di questo fantomatico disegno non vi è alcuna traccia. Pievani ipotizza che vi possa essere un circolo vizioso, che trovo molto interessante: proprio la specializzazione adattativa di homo sapiens che genera le credenze (religioni, fini, animismo, disegni, ecc.) è portata a dubitare della teoria dell’evoluzione: insomma un’evoluzione autodubitativa prodotta da quel sensore potentissimo che porta i nomi di analogia e di intenzionalità, uno straordinario cortocircuito frutto di una delle “grandi narrazioni” dell’emisfero sinistro! (213). Ma dei “fatti” che avvalorerebbero queste tesi parleremo nel secondo post.
Concludo questa parte preliminare richiamando la critica di Pievani all’aut-aut che solitamente viene addotto – l’alternativa secca caso/necessità – e che sarebbe invece fuorviante. L’opposizione tra “l’orrido abisso dell’insensatezza” e la “scialuppa di un salvataggio finalistico” in realtà si tiene: “I due corni del dilemma hanno bisogno l’uno dell’altro. Lo spauracchio del caso è funzionale all’evocazione del disegno e serve per richiamare le fantasie di soccorso naturale” (146). Il caso ci fa orrore, e allora solo un dio pare poterci salvare.
Eppure c’è una spiegazione molto più razionale del nostro essere qui, alle condizioni date: la contingenza storica. Poiché si tratta di un processo in parte influenzabile, essa è molto più impegnativa: escludere le dande della necessità o i dadi del puro caso ci carica della parola magica “responsabilità”. Ma, di questo, ci occuperemo nella terza puntata.

***

Nota logico-epistemologica
Cominciamo dal concetto di necessità, la greca anànke che equivale al “decreto inesorabile degli dèi”, e che pare alludere ad una necessità innanzitutto umana, prima di venire estesa (in particolare da Aristotele) al campo fisico-naturale ed a quello logico. Della cruciale distinzione leibniziana abbiamo detto sopra. Occorre aggiungere che la necessità logica gioca le sue carte in tutti i mondi possibili (verità che prescinde dunque da fatti e contingenza) – ma proprio per questo alcuni logici pensano che la nozione di base sia quella di possibilità (che è poi una delle quattro modalità logiche fondamentali) e che sia questa a fondare la necessità e non viceversa. Nel ‘900 si è molto discusso di necessità in termini logici e linguistici (Wittgenstein, Quine, ecc.), escludendone via via le eventuali implicazioni esterne ai processi mentali.

Sul caso si distingue in genere tra due concezioni fondamentali: quella antideterministica (assenza di cause oggettive) e quella gnoseologica (evento di cui non si conoscono le cause). Per la prima occorrenza si può anche citare il clinàmen epicureo. Interessante la posizione di Spinoza, che poiché fonda la sua ontologia sulla necessità della sostanza, ritiene che il caso non possa esistere, dato che tutto ha una determinazione (del tutto naturale ed immanente, non trascendente o extramondana), e che il deficit conoscitivo umano è dovuto all’insufficienza dell’immaginazione: in un caso si immagina troppo e male (ad esempio nel finalismo, come ricordato sopra), nell’altro troppo poco, poiché non si è in grado di estendere a tutti i modi della sostanza ed ai loro rapporti la nostra potenza intellettuale.
È il matematico francese Cournot che per la prima volta tenta di spiegare il caso in termini di catene causali (annullandone così la casualità-assurdità): il carattere fortuito deriva da linee causali indipendenti che si intersecano in maniera imprevedibile (e dunque “casuale”) – cause indipendenti ed effetti che si mescolano, come nell’esempio fatto sopra del tizio che si becca la tegola in testa. Tali tesi vengono riprese  dal poco noto filosofo italiano Roberto Ardigò, che ritiene il pensiero umano uno di questi prodotti casuali, che “si è formato per la continuazione di accidentalità infinite”.
Peirce ritiene che caso e necessità siano, presi in sé, privi di senso ed intercambiabili. Essi sono legati alle percezioni e agli interessi organici di un particolare vivente (in effetti ciò che a noi appare come necessario o casuale, non lo è mai per il nostro vecchio amico Ixodes ricinus, meglio noto come zecca). Monod scrisse un libro diventato celebre, Il caso e la necessità, che, sull’onda delle discussioni evoluzionistiche in corso, biologizzava la questione, ritenendo fortuito il meccanismo della mutazione evolutiva e però necessaria, una volta apparsa, la trasmissione genetica.

Infine contingenza: ciò che non è necessario, ma nemmeno impossibile (l’endechòmenon aristotelico, che in altro ambito conia anche il termine accidente, symbebekòs, che però attiene al rapporto con l’ousìa, ciò che è essenziale). Di nuovo occorre richiamare Leibniz, con la sua fondamentale distinzione tra verità di fatto e necessità: il contrario di un fatto è sempre possibile e non contraddittorio, mentre ciò non vale per le verità logiche.
Boutroux in epoca più recente applica in sede epistemologica il concetto di contingenza, in particolare alle leggi della natura, che sarebbero esse stesse contingenti e mutevoli. Tale visione è radicalmente antideterministica e antiriduzionistica: così come la vita non è riducibile all’ordine fisico-chimico, la libertà umana non è riducibile all’ordine biologico – e ciascun ordine non è implicato causalmente dal precedente.

(continua)

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26 Risposte to “Filosofia della contingenza – 1”

  1. filosofiazzero Says:

    “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, come non è possibile cedere a un’illusione e nello stesso tempo osservarla dal di fuori”

    E. Gombrich
    Che potrebbe voler dire, anche, forse, che siamo già dentro la padella dei presupposti (nostri) e di seguito….

  2. md Says:

    @filosofiazzero: non c’è dubbio, c’è sempre una presupposizione, ma per chi filosofa c’è sempre il tentativo di guardarla da fuori. Tentativo fallimentare – si potrebbe obiettare – perché chi filosofa lo fa già da una presupposizione e chi filosofa su chi filosofa fa altrettanto, e così via. Ma ci rimane un’altra scelta? Forse sì, quella di non filosofare. In effetti anche filosofare è figlio della contingenza…

  3. filosofiazzero Says:

    (per così dire) ma essendo comunque sempre “per così dire”
    allora è vero, è così, come dici, impossibile altro!!!

  4. rozmilla Says:

    Innanzitutto devo dire che il post è molto bello, chiaro e limpido. Lo rileggerò più tardi, ma già penso che avrò difficoltà a trovare qualcosa da obiettare.
    Per il momento mi limito a trascrivere una citazione scherzosa, in risposta all’ultimo commento di Alvise-filosofiazzero.

    “Alice rise: “È inutile che ci provi”, disse; “non si può credere a una cosa impossibile”.
    “Oserei dire che non ti sei allenata molto”, ribattè la Regina. “Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione”.” (Lewis Carroll – Alice nel paese delle meraviglie)
    – ciao

  5. filosofiazzero Says:

    Proprio così!!!

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    Se posso spendere una parola a favore di Spinoza, mi pare che tutto derivi dalla credenza non so quanto giustificata che la realtà sia governata da leggi fisiche. Se crediamo a questo, ma non lo do’ per scontato, allora ne viene di conseguenza che tutto è predeterminato senza bisogno dell’intervento di alcun Dio.
    Nello stesso tempo, ritengo questa conclusione priva di utilità. Che ci sia o non ci sia predeterminazione, a me a cui sfuggono tutte queste sequenze causali la predeterminazione non appare, mi sembra anzi di potere attivamente intervenire sull’evoluzione della realtà, e questo è ciò che conta, che l’ignoranza, beata ignoranza, mi preserva dalla frustrazione di sentirmi predeterminato.

  7. Luciano Says:

    Salve.

    Certo che puoi intervenire…tu fai parte della realtà e ne segui, che ti piaccia o no, i meccanismi. Se poi vuoi mettere in dubbio che essi siano come noi li esprimiamo attraverso il nostro linguaggio simbolico posso anche darti ragione. Ma che questi meccanismi esprimano la dinamicità della realtà è fuor di dubbio. Il problema di Dio credo sia insolubile, o ci credi o non ci credi. Pretendere con una mente limitata come la nostra di sciogliere un dilemma simile è pura follia. Puoi invocare che tutto sia avvenuto “per caso”. Io sono convinto che il caso non esista. La nostra ignoranza, quella sì, che esiste ed è sonora.

    A presto

  8. filosofiazzero Says:

    Turbano gli uomini, non i fatti, ma le idee che essi si fanno sui fatti
    (che sono anche fatti)

  9. filosofiazzero Says:

    Diecimilavoltemeglio voi (come minimo)
    Avevo, ieri, cominciato a leggere un articolo su un convegno
    sul “Nuovo realismo” promosso da”Laboratorio di Ontologia” (sic!)
    di Torino…
    Poi, quando, andando avanti, ho letto i nomi dei partecipanti (sempre i soliti) ho messo il giornale da parte.
    Centomilavoltemeglio voi (come minimo)
    Non fosse altro che perché siete “altre persone” . Cercate, per favore, di esserlo per davvero (me compreso, si capisce, vorrei riuscirci, se lo fosse possibile)
    Intanto vi segnalo un bel libro (secondo me) che forse già conoscete:
    “Montaigne, l’arte di vivere” di Sarah Bakewell, Fazi Editore.

  10. md Says:

    @filosofiazzero: sì, quel libro su Montaigne mi aveva intrigato, avevo intenzione di leggerlo ma poi è finito nel dimenticatoio – del resto ormai la pila delle mie future letture è fuori controllo…
    comunque grazie per la segnalazione e per la “preferenza” accordataci.
    A proposito di “nuovo realismo” la Repubblica di oggi pubblica nelle pagine culturali un articolo di Franca D’Agostini – articolo peraltro abbastanza noioso, tranne, forse, per la metafora di Kierkegaard con cui si apre:

    «Quando si sentono i filosofi parlare di realtà – scriveva Kierkegaard – è come quando nella vetrina di un rigattiere si vede una vecchia insegna con su scritto “qui si lava”: sarebbe inutile portarci i propri panni a lavare». In effetti, le dispute su realismo e antirealismo in filosofia assomigliano spesso a inutili controversie tra chi insiste a portare i panni a lavare dal rigattiere, e chi dopo averceli portati si lamenta di non averli indietro puliti…

  11. rozmilla Says:

    Sono contenta e piuttosto soddisfatta di come distruggi la categoria della necessità. È qualcosa che ho sempre pensato, senza saper bene come esprimerlo o scriverlo. Cosa che tra l’altro tira in campo i concetti di responsabilità e libertà umana, seppur limitata, nell’agire. Il destino, quindi l’affermarsi della necessità, si verifica a posteriori, a cose fatte. Solo dopo si può dire è “destino”, solo quando lo è diventato.
    Però a me pare che anche sostituendo la necessità o il caso, con la contingenza, alla fin fine cambia poco o niente lo stato delle cose. Sia che diciamo, per esempio, che il genere umano è stato necessitato, o determinato, o indotto da contingenze ad essere ed a agire in un dato modo, non cambia l’“ominazione” che è stata e che ancora siamo e che possiamo constatare.
    Penso che possiamo sì, eliminare con un colpo di spugna il “finalismo”, cioè la teoria che vede il mondo diretto da un fine trascendente, insito nella sostanza delle leggi fisiche e biologiche, oppure di uno spirito divino che sta dietro le quinte. Ma il bisogno di un “fine”, questo non si può togliere di mezzo, anzi io credo che sia l’unica cosa sensata che si possa ancora fare.
    Quando per esempio Severino dice che l’uomo è un credente, ebbene, io non trovo sia una cosa negativa. È un dato di fatto, e non solo siamo credenti, in questo o quello, ma abbiamo bisogno di credere in qualcosa, e non saremmo uomini se non credessimo di poterci proiettare in un futuro. Piuttosto bisogna meglio chiarire quali sono i contenuti in cui è utile e vantaggioso per il futuro dell’umanità e per il pianeta, poter credere. In “cosa” è giusto credere.

  12. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Rozmilla
    A me non pare che a posteriori si possa concludere che c’era un destino, anche allora sembra comunque un fatto di fede.
    Se però di fede (o credenza se preferite) si tratta, allora questa credenza preesiste all’evento, magari la applichiamo solo a cose fatte, ma ci credevamo da sempre.
    Insomma, dateci anche la possibilità di essere banalmente un po’ fatalisti, senza che questo debba necessariamente tradursi in un annullamento della responsabilità personale, sono due livelli del discorso differenti.

  13. md Says:

    @rozmilla:
    anch’io mi sto chiedendo se, a conti fatti, il sapere (o credere, o credere di sapere) che siamo necessitati o contingenti sposti anche solo di una virgola il destino umano.
    Se guardo alla storia, però – dunque ad uno dei principali regni della contingenza – non posso non notare che le mentalità si trasformano proprio in base alle credenze, alle fedi e allo “spirito” del tempo.
    I greci erano parecchio fatalisti (l’eimarmene era per loro cosa seria), i cristiani avevano la prospettiva della città di Dio, i moderni il mito del progresso, i postmoderni… già, che cosa caratterizza in profondità la nostra epoca?
    Credo che la sensazione di non essere poi così garantiti (dagli immutabili, come direbbe Severino) insieme a quella di una crescente e però pericolosissima potenza (tanto da mettere in discussione i fondamenti materiali dell’esistenza) siano generatrici di angoscia. Ma l’angoscia va a braccetto con la possibilità (che è il negativo della necessità) – che è dunque possibilità di fare o di non fare, possibilità di scelta. Certo, all’interno di uan condizione di finitudine che è anche biologica (possiamo simulare il volo, non volare), e dunque entro una via piuttosto stretta.
    Forse proprio la sensazione di essere fortemente necessitati (alle nostre spalle, da quel che è stato e non può essere disfatto) può tramutarsi in una controspinta che forzi quella necessità e che – ebbene sì – torni ad immaginare quella cosa un po’ fuori moda che è il futuro, e persino l’utopia.
    Ma, appunto, uno scopo che ci si dà di volta in volta, in modo parziale e provvisorio – non un megafine eterodiretto.

  14. rozmilla Says:

    @Vincenzo:
    Quando diciamo di un fatto che “era destino”, non facciamo che mettere insieme i dati circostanziali che hanno causato il fatto, per dire che non avrebbe potuto essere altrimenti di come è stato. Ma sappiamo anche che sarebbe bastato un dato coincidente diverso, per produrre un esito differente. Quindi il dire “è destino” è un atto di fede, ma una fede che non mi sembra affatto utile. Del tutto indifferente poi che preesistesse all’evento. Non vedo quale utilità possa produrre il fatalismo, se non l’utilità sentimentale di restare attaccati una categoria superflua. Secondo me è soltanto una zavorra.

    @md:
    Hai tradotto benissimo quello che volevo dire.
    Forse l’unica cosa è che non credo ci sia ancora tanto tempo per andare per il sottile, su obiettivi parziali e provvisori. O meglio, è chiaro che nella pratica i passi sono costretti a procedere nei modi che la realtà può offrire. Ma le teorie devono essere chiare. Poche idee chiare e forti.
    Per esempio io non parlerei di utopia, so cosa intendi, ma per il senso comune l’utopia è qualcosa che non si può realizzare. Mentre dobbiamo credere in qualcosa di possibile, e che debba essere realizzato. E che se anche fosse impossibile, per ora, possa essere realizzato in un prossimo futuro.

    Cosa caratterizza in profondità la nostra epoca? Forse l’angoscia? la disperazione? lo sguardo corto? e il non riuscire a credere a qualcosa di superiore? che vada oltre il soddisfacimento di bisogni momentanei? E l’aver perso la fede nel bello, il giusto e il buono? che non sappiamo più cosa sono?
    Ma chissà, mi dico, se proprio sulle salde fondamenta di un’inflessibile disperazione, non si possa iniziare a ricostruire per il futuro.

  15. filosofiazzero Says:

    Semplificazione politica:
    1) Limite di 100.000 euro massimo annuo per qualsiasi pensione
    di ogni genere (cominciando da subito)
    2)minimo sociale garantito di 1500 euro per tutti quelli che non lavorano disoccupati eccetra…
    3) dimezzamento di tutti gli stipendi politici universitari giuridici
    pubblici in genere che sfondino i 150.000 euro l’anno (salvo restando i rimborsi spese veri)
    4) tasse come si pagano in Europa (Germania, Francia, Inghilterra etc.)

  16. filosofiazzero Says:

    …e incamerare tutti i beni del Vaticano.
    Ai cosiddetti sacerdoti 1500 euro, come a tutti
    i pensionati senza pensione.

  17. baodichan Says:

    oddio ti rispondo ancora, ho iniziato all’inverso prima alla seconda parte-

    tu dici che il dott. pievani non è un riduzionista.
    mah!

    sostanzialmente prende una tesi, il finalismo dei filosofi (?).
    lo associa alla teologia paoliniana(perchè?). applica una antitesi con parecchia verve polemica: e il gioco è fatto.
    non senza prima immagino aver farcito il libro di citazioni che non può comprendere di filsofi.
    una operazione di marketing?

    nel tentativo di dargli retta tu che sei filosofo lo affossi in medio tempore però.

    la necessità greca, quella di parmenide alias, è la storia dell’essere che può solo essere.
    questa storia è l’argomento principale fino ai giorni nostri.
    è quella che carmelo bene chiama la storia della phonè-
    ovvero come agamben insegna è la storia degli shifters grammaticali e delle loro regole semiotiche.

    ora come dice pierce il simbolo è la costituzione dell’oggetto che si da all’io tramite il segno.

    dunque noi siamo semplicemente segni, in quanto non esisterebbe io senza oggetto.

    segni cioè linguaggio-

    come hai scritto tu, mi “torna” che per pierce, contingenza o causalità, non hanno alcun senso.
    dipende semplicemente dal contesto simbolico a cui fai riferimento.

    che il simbolico poi richiami per eco a qualcosa d’altro.
    è la ricerca del senso-
    per kojeve per hegel per heidegger essa è la morte.
    o meglio il dischiudersi della gettatezza sull’abisso-
    o anche: secondo te veramente tutta la nostra cultura, da juan de la cruz a tommaso d’aquino a san agostino sono semplici versioni naif della teologia paoliniana.
    veramente non vogliamo fare uno sforzo di capire cosa realmente intendevano?

    ti rendi conto vero che le illazzioni poco filosofiche (per niente tali a dire il vero) di questa gente non possono chiamarsi che riduzioniste?
    ma di che parlano?
    per loro necessità è veramente causa effetto, non hanno idea, nemmeno gli interessa capire che significa a livello metafisico e cioè filosofico.
    sputano nel piatto della causa effetto aristotelica, ma la usano tutti i giorni! a partire dalla struttura logica-

    sarebbe ovvio altra cosa se si limitassero a fornire i dati.
    e lasciar perdere la filosofia.

    bene spero di riaverti riportato dalla tua stessa parte!

  18. md Says:

    @baodichan: ti rinvio all’altro commento – tuttavia l’antifinalismo, che è la cosa che a me premeva di più, è uno degli assi portanti di Spinoza, che non era certo un riduzionista.
    Visto poi che tiri in ballo mille altre questioni, ti rinvio a qualche centinaio di post che ho scritto in questi quasi 5 anni.
    Mi interessa poco “parteggiare” per i metafisici, gli ontologi, gli scientisti o i riduzionisti. Questo sì che sarebbe “riduzionismo”. Preferisco che il mio laboratorio mentale (di cui questo blog è uno specchio) rimanga arioso e diveniente.

  19. md Says:

    @baodichan:
    una breve summa del “laboratorio” la trovi qui:
    https://mariodomina.wordpress.com/2009/12/03/quel-che-penso-davvero-in-19-tesi/

  20. baodichan Says:

    @Mi interessa poco “parteggiare” per i metafisici, gli ontologi, gli scientisti o i riduzionisti. Questo sì che sarebbe “riduzionismo”. Preferisco che il mio laboratorio mentale (di cui questo blog è uno specchio) rimanga arioso e diveniente.

    bene mi sono preoccupato per niente. 😉
    temevo parteggiassi per un contingentismo tout court!

    la “summa” la leggerò con calma domani.

  21. Riley Luperiasie Says:

    Che cosa siano il senso e il riferimento di un espressione liguistica dipende in primo luogo dal tipo di espressione linguistica.

  22. paolina Says:

    L’universo esiste in quanto c’è qualcuno che ne ha coscienza e cioè l’uomo. Possiamo ipotizzare che l’universo abbia coscienza di sé stesso? Se così fosse allora l’universo è Dio.

  23. md Says:

    @paolina: ma prima e dopo l’esistenza umana (della quale peraltro occorre dimostrare la necessità) che cos’è quella cosa che abbiamo denominato (peraltro con un po’ di supponenza) “universo”, o anche “dio” oppure “essere”?
    Le questioni che poniamo rimbalzano all’interno del nostro cervello (o della nostra coscienza), e dubito che “là fuori” qualcuno ci risponda.

  24. paolina Says:

    L’esistenza dell’uomo non è necessaria, ma non ho idea chi altri possa avere coscienza del creato. Se nessuno si accorge della sua esistenza diventa davvero una cosa banale con tutta la sua inutile immensità. Non capisco la sua doccia fredda. La mia voleva essere soltanto un’iposesi. Sarà supponenza, ma se è così sono in compagnia di Dante per cui nati non fummo per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. Può la conoscenza porsi limiti precostituiti?

  25. md Says:

    Gentile paolina, considerare le cose e l’universo dal punto di vista della contingenza può non rassicurarci (e magari essere una doccia fredda) ma personalmente il mio stupore aumenta anziché diminuire nel considerare che dalle circostanze (non dal caso, o meglio per caso) siano emerse cose come pikaia (vedi post successivo), Dante o la musica di Mahler. Non so dire se tutto ciò fosse predeterminato, ma certo valeva la pena esserci per goderne la bellezza.
    Anche la costruzione del senso è un atto libero e contingente.

  26. Quarto fuoco: dadi e dande | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] Filosofia della contingenza 1 Filosofia della contingenza 2 Filosofia della contingenza 3 […]

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