Filosofia della contingenza – 2

[Chi non vuole sorbirsi le solite menate gnoseologiche e i soliti astrusi giri di parole del linguaggio filosofico, può saltare a piè pari questa prima parte e andar subito ai “fatti”, a partire dalla lettera a)].

Sono sempre stato sospettoso nei confronti della “tirannia dei fatti”, di quell’apologia cioè della realtà e del senso comune utile a smontare la pretenziosità filosofica; d’altra parte non ritengo nemmeno possibili teorie che non siano corroborate da fatti (o ragionamenti) e che ne dimostrino pubblicamente la validità. (Insomma: un colpo al cerchio ed uno alla botte!). Saremmo altrimenti nel territorio della fede o della credenza – dove esistono fatti miracolosi, o teorie da accettare a scatola chiusa.
Pur tuttavia, nessuna delle due tradizionali forme di riduzionismo gnoseologico mi ha mai convinto: né l’idealismo né l’empirismo, sia perché il primo finge di prescindere dai fatti (introducendoli spesso e volentieri in modo surrettizio), sia perché il secondo è pur sempre una teoria, che per di più non ha dietro di sé uno o più fatti inequivocabili. La malsana ed inveterata abitudine filosofica mi ha sempre portato a sospettare che dietro qualcosa ci sia qualcos’altro, che dietro un fatto (come dietro una teoria) ci possa essere rispettivamente una teoria (o un fatto), o magari qualcos’altro ancora: immaginazione, interessi, inconscio, ideologie non dichiarate – di nuovo, fedi o credenze. A maggior ragione occorre guardare all’intero e alle sue infinite correlazioni: un fatto non è mai isolabile da un contesto più generale, né una teoria da una sua base storica e contingente.
Anche se il vero problema (che è poi, in fondo, la bestia nera del relativismo) riguarda l’osservatore dell’intero, dato che ne è parte e che dovrebbe uscire da sé per contemplarsi mentre contempla l’intero di cui non può non essere parte. (Un po’ come quella magnifica immagine che mi piace spesso citare, del barone di Munchausen che prova a sollevarsi per i capelli). Lascerei dunque gli assoluti dell’una e dell’altra specie ai fondamentalisti del pensiero o a quelli che Hegel definiva sarcasticamente “filosofi da cucina” (lui, che pure era un teologo speculativo e che aveva un po’ cialtronescamente risolto la faccenda riducendo l’intero all’osservatore – un osservatore peraltro collettivo, mai individuale).
Fatte queste premesse, sarà dunque difficile analizzare obiettivamente i “fatti” rilevati da Pievani volti a dar credito ad una teoria antifinalista e contingente dell’evoluzione biologica (e dunque antropologica). Si potrà cioè sempre obiettare che i fatti osservati vengono preventivamente visti con le lenti ideologiche della contingenza; che sotto i cieli della biologia c’è molto caos e poco accordo sulle conclusioni (da Gould a Dawkins); che di alcuni passaggi cruciali esistono solo tracce (dunque più ipotesi che fatti oggettivi), ecc. ecc. Giusto per chiarire altrettanto preventivamente quel che penso in proposito, dico subito che vorrei lasciare l’onere maggiore della prova fattuale (o meglio, controfattuale) a chi finora si è affidato a teorie che personalmente ritengo immaginarie, e davvero metafisiche nel senso più deteriore (cioè letteralmente “campate in aria”): e cioè a chi pensa che l’esito dell’evoluzione sia pre-scritto da qualche parte (nella mente di qualcuno o nella struttura logica del cosmo, non fa differenza); che ci sarebbe dunque un disegno intelligente e persino una direzione precisa, nonché un fine predeterminato; e che la specie umana sarebbe addirittura l’attore principale di questo disegno; che il suo statuto è dunque speciale, e che tutto era già stato previsto e predeterminato. Una sequela di inferenze illogicissime e nefandissime.
In effetti, a voler essere popperiani, basterebbe un solo “fatto” piazzato ad arte sotto il culo della teoria contingentista di Pievani, per falsificarla e mandarla a carte quarantotto – però mi pare che il campo avverso sia molto meno falsificabile (e dunque con un minor tasso di scientificità, sempre a voler seguire Popper), dato che dalla storia dell’evoluzione delle specie, si vedono emergere non uno ma una moltitudine di fatti sfavorevoli alla tesi necessitarista e, soprattutto, finalista. Caso (meglio, contingenza) batte necessità n a zero!
Mi divertirò quindi ad elencare alcuni di questi “fatti”, in maniera del tutto casuale e asistematica – provvedendo però di evitare o di limitare al minimo quelli fin troppo facili sul sadismo, la crudeltà, ecc. (del resto gran parte della vita è organizzata attraverso il sistema eterotrofo, e dunque prevede, per funzionare, un immane e continuo spargimento di sangue – anche se questo ci parla solo di leggi o, al più, di dèi-architetti indifferenti).

a) Il primo fatto macroscopico ci è testimoniato dalla paleoantropologia: l’evoluzione degli ominini prima e degli ominidi poi, con le relative differenze tassonomiche, non è costituita da una linea ma da un intrico di linee, qualcosa come sei milioni di anni di sperimentazioni adattative. La domanda che sorge spontaneamente è: c’è in questo groviglio una direzione privilegiata, una “freccia del tempo” che conduca a homo sapiens-sapiens? La risposta dei dati a nostra disposizione è secca: no!

b) Le modificazioni ambientali attestate dalla paleoclimatologia e i conseguenti “colli di bottiglia evolutivi” sono fatti frequentissimi della storia della vita e delle vicissitudini delle miriadi di specie (e miriadi di miriadi di colonie o individui) – un esempio per tutti è l’ “inverno vulcanico” provocato dalla catastrofica eruzione del Toba, sull’isola di Sumatra, avvenuta circa 74.000 anni fa.

c) Ma la sensazione di stupore cresce con l’ampliarsi del campo di osservazione, soprattutto in termini temporali. Quel che succede ad esempio a Burgess Shale farebbe impazzire qualunque schema teleologico: la fauna “barocca” che compare tra i 550 e i 500 milioni di anni fa è una smentita straordinaria al concetto di “cono di diversità crescente”. Sia le strutture anatomiche che quelle funzionali, così come la morfologia, rivelano semmai il contrario: di nuovo si tratta di sperimentazione evolutiva, come se si trattasse di un’esuberante esplorazione del “morfospazio” potenziale (quel che i biologi chiamano exaptation, esplorazione delle possibilità, o meglio del “possibile adiacente” – Pievani, 136). Insomma la vita evolutiva percorre più strade possibili (non necessariamente le “migliori” o le più efficaci) che poi, solo una volta intraprese, diventano vincolanti. Hallucigenia sparsa è il vivente-simbolo di questo barocchismo evolutivo, un “inaspettato zoo di forme quasi fantascientifiche”, del tutto “incomprimibile” ed irriducibile a schemi logico-evolutivi.

d) Il caso di Pikaia gracilens, studiato da Stephen J. Gould, è un altro caso emblematico, anzi sarebbe addirittura un’ “icona della contingenza storica”. Si trattava di “uno strano organismo nastriforme e segmentato, schiacciato lateralmente, lungo dai tre ai cinque centimetri, con una testa rudimentale, due protuberanze come antenne, una zona posteriore più appiattita ed espansa con la quale fluttuava in acqua” (94). In epoca cambriana i cordati erano i più sfavoriti, mentre i vincenti erano i trilobiti, gli anellidi o altri animali dotati di esoscheletro. Se tra quelle scogliere del Canada non fosse intervenuto un imprevedibile ed improbabile cambiamento, se quell’animaletto gracile denominato Pikaia non avesse afferrato il “biglietto vincente” della lotteria della vita, i cordati si sarebbero verosimilmente estinti e noi, semplicemente, non saremmo qui a raccontarlo.

e) Anche sulla progressione (necessaria) dal più semplice al più complesso i reperti fossili dicono altro (di nuovo è il Cambriano a testimoniarlo). Oltre al fatto che gli organismi unicellulari “meno progrediti” costituiscono la biomassa senza la quale quelli più “evoluti” semplicemente non esisterebbero. Ed anzi, se i primi si estinguessero questi seguirebbero a ruota, ma non viceversa. Pievani mette qui in discussione (anche se non è certo cosa nuova) i concetti classici di evoluzione, progresso, sviluppo, con il loro evidente sostrato ideologico: nel caso di Darwin, poi, il termine evolution (dal latino evolvere, con il chiaro riferimento allo srotolarsi-svolgersi lungo una direzione programmata) è da prendere con le pinze, visto che lo stesso scienziato inglese nell’Origine delle specie lo usa una sola volta, nella forma verbale, preferendo di gran lunga trasmutazione o modificazione. Sarà semmai il filosofo positivista Herbert Spencer a propagandare “evoluzione” in senso progressionista (169).

f) l’antifinalistico barocchismo evolutivo trova poi un’ulteriore conferma nella sfera genomica: il nostro sistema genetico, ad esempio, è quanto di più lontano si possa immaginare dall’idea di “piano”, “disegno intelligente” o dall’efficienza progettuale, apparendo semmai come il regno del rabbercio e dello squilibrio. Il genetista ed ecologo John Avise sostiene ad esempio che “i difetti di architettura non si contano nel nostro genoma e lo rendono una confutazione molecolare vivente di qualsiasi ‘teologia naturale’ ” (158). Insomma, bricolage più che piano intenzionale.

g) A proposito poi dell’indifferente amoralità della natura (già denunciata da Darwin), Pievani non riesce a trattenersi e, rivolgendosi ai teologi più che agli scienziati o ai filosofi, tira fuori dal cappello delle naturalistiche crudeltà due esempi: quello degli icneumonidi (una specie di imenotteri che nutre le proprie larve scarnificando un organismo ospite dall’interno), ma soprattutto la distrofia di Duchenne, che per un banalissimo errore di copiatura genetica produce in 1 su 3500 cuccioli maschi umani la progressiva paralisi e distruzione del tessuto muscolare, ed infine la morte. Quest’ultimo esempio, però, ci mostra anche uno dei meccanismi essenziali (quantomai diabolici ed anfibolici!) della macchina evolutiva, il principale combustibile senza il quale (di nuovo) noi non ci saremmo: l’accidentale variabilità genetica.

Questi sono solo alcuni ordini fattuali (esibiti peraltro in maniera piuttosto rozza e semplificata) – ma ci si aspetta da teologi, finalisti, ontologi della necessità (o della differenza) ed antropocentrici convinti, qualche esempio controfattuale che falsifichi la tesi contingentista.
Forse che questi signori non reggono la vertiginosa sensazione di sapersi così tanto post-apocalittici? Oppure la consapevolezza di essere nient’altro che mammiferi figli del caso e dell’assurdo? O figli di fiumi di basalto fuso (che permise prima l’estinzione di massa dei crurotarsi) e di un asteroide in rotta di collisione con la terra (che permise poi l’estinzione di massa dei dinosauri)? Certo, a una specie supponente come la nostra, sapere di essere dei “surfisti in bilico sulla cresta di un’onda” o impermanenti come una “iridescente pellicola di una bolla di sapone in balia del vento” (Pievani, 139), qualche leggera preoccupazione la darà pure.
Se poi ci tocca, per di più, dover ringraziare un esserino gracile gracile come Pikaia…

***

Nota: le immagini sono tratte da una splendida galleria che ho trovato casualmente in yahoo japan. Mentre ho addirittura scovato una simpaticissima Cambrian Explosion Song nel sito canadese della Burgess Shale Geoscience Foundation. Naturalmente è anche raccomandabile la lettura dell’entusiastica ed entusiasmante Wonderful Life del biologo e paleontologo statunitense Stephen Jay Gould, edita in Italia da Feltrinelli.

(continua)

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24 Risposte to “Filosofia della contingenza – 2”

  1. filosofiazzero Says:

    Tutto molto interessante, e poi…le immagini parlano da sole!!!!

  2. elio Says:

    Sono materiali affascinanti questi, che conosco bene. Mi sfugge però l’obiettivo polemico. C’è ancora di che atterrare la statua dell’uomo? Non si trova già abbastanza rotta, abbastanza nel fango? Sappiamo bene che lagnarsi della crudeltà della natura non ha alcun senso, dato che da essa ci viene tutto quanto il bene e tutto quanto il male, inestricabilmente. Anche il virus serve, eccome! Basta guardare cose come la mixotricha paradoxa: quella lurida galera di spirochete suggerisce bene da dove possano essere passate certe gloriose invenzioni che miracolosamente incorporiamo. Che poi il virus possa anche risultare patogeno, beh, anche questo sembra inevitabile come il pi-greco. Naturalmente noi ci sentiamo separati da questo immane e crudele meccanismo di produzione (anche della Bellezza che giustifica il mondo) e dobbiamo sognarci indipendenti da esso, per vivere meglio il nostro breve tratto. Questa però è pragmatica.

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    A me pare che Pievani su un piano strettamente logico-filosofico sostenga che tutte le catene causali che l’uomo ignora non esistano, per il fatto stesso che noi non le vediamo.
    E’ una tesi singolare che non potrei mai condividere, ma l’unica che possa giustificare una separazione così perentoria tra necessità e contingenza. Del tipo che se io non vedo una catena causale, allora affermo che si tratta di fatti contingenti.
    Apparentemente, di contingente c’è solo il giudizio che un osservatore nello stesso tempo distratto e presuntuoso esprime.

  4. md Says:

    @Vincenzo: non mi pare proprio che Pievani sostenga questa tesi. Lui ritiene più semplicemente che quel che accade è frutto di incroci di linee causali non predeterminabili – che non vuol dire non conoscibili, ma solamente non prevedibili: che è come dire, leibnizianamente, che la conoscenza fattuale è solo post festum, mentre quella logica è a priori e necessaria, ma non ci può dire nulla di certo ed assoluto sulla natura.
    Dall’argomento della nostra ignoranza causale non segue che esiste una necessità oggettiva, e nemmeno che tutto è assurdo e casuale: si tratta di inferenze che non trovano alcuna giustificazione, né sul piano logico né su quello fattuale. Noi siamo contingenti (sia fattualmente che metodologicamente) ed il mondo non può che apparirci come contingente.
    Quel di cui però Pievani si occupa è un campo determinato dell’indagine scientifica, quello della vita e della sua storia, e le sue tesi paiono funzionare bene in quel campo. Un’estensione in altri campi (fisico, logico od ontologico) richiederebbe un surplus di riflessione.

    @elio: però sembra che buona parte dell’umanità si comporti come se fosse la regina assoluta della terra, come se tutto quanto fosse apparecchiato per lei. Anche senza essere neocreazionisti o teologi antidarwinisti, o senza aver mai preso in seria considerazione la tesi teleologica, c’è una mentalità profonda (chissà, forse biologicamente determinata) che ci spinge in direzioni predatorie e poco rispettose delle altre specie.
    Ma proprio perché tutto ciò è contingente – “storicamente determinato”, diceva Marx – è possibile (non necessario) svoltare.

  5. xavier Says:

    Davvero siamo i più predatori? O abbiamo solo fatto troppe scelte sbagliate (saperle, quelle giuste), e adesso é un po’ tardino per ricominciare da principio, tanto ne siamo impregnati? Non é che, non rispettandoci per nulla fra di noi, siamo partiti proprio male, e le conseguenze non potevano che essere queste? Ho in mente un passo del Riccardo III, chiedo scusa se cito a braccio, ma il senso é fedele all’originale: “Non esiste belva per quanto feroce che non abbia un senso di pietà”, “Ma io sono un essere umano, e quindi non sono tenuto ad averne alcuno”. William Shakespeare.

  6. una smodata predilezione per i coleotteri | viaggio nel blu Says:

    […] subito. Avevo iniziato a scrivere sull’onda di un post di Mario Domina molto interessante. Questo. E da lì, il […]

  7. una smodata predilezione per i coleotteri | viaggio nel blu Says:

    […] subito. Avevo iniziato a scrivere sull’onda di un post di Mario Domina molto interessante. Questo. E da lì, il […]

  8. rozmilla Says:

    Sono contenta che hai segnalato l’ultimo post che ho pubblicato che, come ho detto, ho scritto sull’onda di questo tuo, molto bello. Voglio solo aggiungere che a me non dispiace affatto sapere di essere post-nipote di un esserino gracile come Pikaia. Anzi, devo dire che la cosa mi riempie di meraviglia e d’ammirazione. Non vorrei sbagliare le deduzioni, ma se la Pikaia è un “cordato”, ciò vuol dire che è il nostro antenato che aveva sviluppato la corda dorsale, e che perciò se lei non fosse riuscita a passare attraverso uno “stretto collo di bottiglia”, non ci sarebbe neppure nostra spina dorsale, con la quale, invece di strisciare o gattonare, abbiamo potuto metterci in piedi e essere potenzialmente quello che siamo. Per questo dovremmo dire “Grazie Pikaia”, altro che! Cosa ne abbiamo fatto poi però, delle nostre potenzialità, è un altro paio di maniche.
    Ma forse ci siamo dimenticati cosa vuol dire avere potenzialmente una spina dorsale flessuosa con la quale poter andare in giro belli dritti, anziché strisciare o vivacchiare. Ma forse anche la contemplazione delle meraviglie della natura potrebbe aiutarci a recuperare l’energia per prenderci cura delle sue molteplici forme. Sì, penso di sì: non potremo riuscire a cambiarlo se prima non ritroviamo l’amore e l’incanto, per questo nostro pianeta disastrato.

  9. md Says:

    @rozmilla: sono così d’accordo che prenderò a mia volta spunto dalle tue considerazioni per la terza puntata…

  10. Carlo Says:

    La contingenza, in ultima analisi, ha reso possibile il pensiero. Il pensiero, a sua volta, ha scoperto (così almeno crede) che la contingenza è la sua madre naturale. Non può, quindi, chiedere conto a lei (puro concetto astratto) del misfatto.
    Orfano senza rimedio, il pensiero maturo, avendo escluso ogni assolutismo ed ogni verità “certa”, è necessitato a brancolare nel buio. Nulla può dire che non possa essere confutato. E’, quindi, condannato dalla ragione al silenzio. Nell’Edipo Re di Sofocle Sileno sentenziava:””Meglio di ogni cosa è non essere nati, e dopo di ciò morire subito dopo la nascita”. Ovviamente questo vale anche per il pensiero (dell’uomo).
    Intoniamo il De profundis dell’Essere, visto che il pensiero è il suo padre putativo.Tolto (di mezzo) il pensiero cosa resterà dell’Essere?
    Nulla. Ha! Ha! Ha!

  11. rozmilla Says:

    @ Carlo:
    “il pensiero maturo (… ) condannato dalla ragione al silenzio”

    Emm … forse più che maturo non era già marcio? Prosit allora. E comunque, se è la ragione a condannarlo al silenzio, vorrà pur dire qualcosa. Per esempio che la ragione è ancora viva e vegeta. Bene allora. Se poi ci metti anche un po’ di cuore, tanto meglio.
    Che rimanga il nulla però non sono d’accordo. Questa è ancora una magagna del pensiero.
    Però se ci tieni …

  12. Carlo Says:

    @rozmilla
    “la ragione è ancora viva e vegeta”, ma relativizzando il pensiero (condannandolo al silenzio), lo sotto-mette ai puri aspetti pratici della vita. Lo ri-conduce alle “origini”, al “buon vivere”. Che l’ontologia si metta il cuore in pace! Non c’è trippa (le certezze del pensiero teoretico) per gatti (gli esseri umani)!.

  13. rozmilla Says:

    (Carlo, risponderò più tardi al tuo commento … 🙂 )

    ora volevo solo dire :
    … ma che simpatici i musicisti del Cambrian Explosion!

    ciao

  14. baodichan Says:

    diavolo ti lascio qualche giorno e mi diventi un violento anti-metafisico?(almeno in altri post c’era una simpatica tolleranza , a questo punto devo pensare 😦 ).
    Contingentista fra l’altro.
    Inutile dire che le teologie teleologali sono patetiche.
    Ma come non vedere nell’evoluzione un processo di continuum al di là delle contingenze.
    Un conto è dire che le contingenze, che in realtà appunto costituiscono in un errore di copiatura genetico, generano evoluzione casuale.
    Un conto è di conseguenza (con non si capisce bene quale catena causale) trarre la conclusione che non vi sia continuum genetico.
    Mi sembrava ti piacesse Damasio.
    Ma così dicendo lo contraddici, insieme a Spinoza.
    Che fine fa dunque il patrimonio genetico che HA UN FINE TELEOLOGICO: la sopravvivenza della specie.
    A volte i riduzionisti, nel folle tentativo di tirare fuori la loro verità, vanno incontro a terribili rimozioni.
    C’è chi dice per far scandalo per far colpo, per vendere insomma.
    Almeno noi filosofi (pro e amatori) radichiamo meglio la nostra coscienza del METAFISICO.
    Cosa complessa, assai astratta, che a che fare con la coscienza molto più di tanta politica.
    (Sono sempre solo al secondo capitolo di Hegel.)
    La metafisica non è forse quell’eterno indicare che affonda nella memoria, usando funzioni grammaticali chiamate segni?
    Cosa c’entra con la varietà animale?
    Interessante, certo, divertente, educativo persino.
    Ma in definitiva non-filosofico.
    Distinguere per primo!
    Metafisica non è la Metafisica Paoliniana!
    Contro quale metafisica ti scagli?(faccio finta di non aver letto la solita sfuriata contro hegel…che si di moda? fa figo dire che hegel aveva sbagliato tutto?non per agamben, il filosofo più importante italiano. Mi è bastato un libro.
    Curiosa tale reazione! sarò stato un giorno no!
    i fumighi della cachistocrazia?

  15. md Says:

    @baodichan:
    beh, non è che la “contingenza” (e il pensare, conseguentemente che il mondo, la natura, la storia, ecc. siano “contingenti”) sia così poco metafisica.
    Ogni teoria è per sua natura “metafisica” (e non è che la scienza faccia poi così eccezione). Certo, dopo Hegel (se ci pensi bene il maggior responsabile pur involontario di un pensiero della contingenza) e dopo Darwin, poiché “tutto è storia”, nessuno può più parlare con tranquillità di “immutabili”. Si chiamino essi “cogito”, “sostanza” o anche “io trascendentale”. D’altra parte è stato proprio Hegel che ha dichiarato di voler intendere la Sostanza come Soggetto, e la Verità come il divenire di se stessa.
    Forse Nietzsche è stato il più conseguente e radicale pensatore della contingenza.
    L’unico baluardo ontologico possibile, a questo punto, era davvero la nuova teologia speculativa di Emanuele Severino. Che però non può andare molto al di là di una ripetizione ossessiva dell’eternità di tutte le cose.
    Ecco, all’ingrosso, nientemeno che una summa del pensiero filosofico moderno e contemporaneo…

    Sulla teleologia genetica ti rinvio alla discussione tra Gould e Dawkins.

    Mentre sul “parteggiare” e sul “tenere i filosofi” preferisco limitarmi a pensare con la mia testa, e a ricercare quella cosa che un tempo si chiamava “verità” senza etichette o predeterminazione alcuna.
    Lo spartito del mio cammino filosofico è stato scritto solo in parte, e non so cosa mi riserva il futuro. E’, appunto, contingente.

  16. md Says:

    @baodichan, di nuovo:
    non c’è contraddizione tra contingenza e continuum. Esempio: se Pikaia, e con essa i cordati, si fosse estinta l’evoluzione avrebbe preso semplicemente un’altra strada, sarebbe “continuata” in un’altra direzione.

    Contro quale metafisica mi scaglio, mi chiedi. Mi pare di averlo detto chiaramente, e scritto in questi termini:

    “Giusto per chiarire altrettanto preventivamente quel che penso in proposito, dico subito che vorrei lasciare l’onere maggiore della prova fattuale (o meglio, controfattuale) a chi finora si è affidato a teorie che personalmente ritengo immaginarie, e davvero metafisiche nel senso più deteriore (cioè letteralmente “campate in aria”): e cioè a chi pensa che l’esito dell’evoluzione sia pre-scritto da qualche parte (nella mente di qualcuno o nella struttura logica del cosmo, non fa differenza); che ci sarebbe dunque un disegno intelligente e persino una direzione precisa, nonché un fine predeterminato; e che la specie umana sarebbe addirittura l’attore principale di questo disegno; che il suo statuto è dunque speciale, e che tutto era già stato previsto e predeterminato. Una sequela di inferenze illogicissime e nefandissime!”

    Mi sembrava di essere stato chiaro.
    Dopo di che: Pievani si muove su un terreno strettamente biologico (non ontologico), e questo può anche farne un riduzionista, ma mi interessa poco. Quel che mi interessa è cavare da queste tesi (peraltro non sue, visto che è un filosofo della scienza, ma di biologi come Gould e altri) riflessioni sul “significato” da dare all’esistenza, a partire dalla premessa (questa sì metafisica) che quel significato non è scritto né nella grammatica (o geometria, per usare un termine caro a Spinoza) del cosmo, né tantomeno nella “tecnica” del genoma.
    Con le conseguenze etiche e politiche del caso – di cui parlerò nella terza puntata, a breve.

  17. baodichan Says:

    @e cioè a chi pensa che l’esito dell’evoluzione sia pre-scritto da qualche parte (nella mente di qualcuno o nella struttura logica del cosmo, non fa differenza); che ci sarebbe dunque un disegno intelligente e persino una direzione precisa, nonché un fine predeterminato; e che la specie umana sarebbe addirittura l’attore principale di questo disegno;

    Ma è proprio così: noi siamo prescritti a sopravvivere.
    l’intelligenza è la strumento per la sopravvivenza.

    Come vedi se lo neghi vai contro Damasio.
    Probabilmente hai in mente Teologhi e Positivisti.

    @che il suo statuto è dunque speciale, e che tutto era già stato previsto e predeterminato. Una sequela di inferenze illogicissime e nefandissime!”

    la seconda parte, l’ho già detto questo, la condivido.

    ma unendola alla prima, mi sono sentito chiamato in “causa”
    ;).

    meglio separare le 2 cose.

    @riflessioni sul “significato” da dare all’esistenza, a partire dalla premessa (questa sì metafisica) che quel significato non è scritto né nella grammatica (o geometria, per usare un termine caro a Spinoza) del cosmo, né tantomeno nella
    “tecnica” del genoma.

    cadresti in errore però.

    probabilmente la frase più corretta è: ” che quel significato non è scritto SOLO nella grammatica etc…”

    Non posso credere che vuoi dimenticare il genoma.
    Sta danndo risultati sempre più evidenti che, vi siano fattori pre-coscienziali.

    Persino il contigentista gould lo ammette: http://it.wikipedia.org/wiki/Preadattamento

    Maynard Smith ha scritto che Gould “sta dando ai non-biologi un’immagine in larga misura sbagliata dello stato della teoria dell’evoluzione.”

  18. md Says:

    @baodichan: beh mi pare ci sia un abisso tra il “prescritti a sopravvivere” e il “disegno”. Sono concetti praticamente incomparabili.
    Non ho capito dove nego Damasio, ma se anche fosse così non importa, Damasio non è un dogma di fede.

    Non ho nemmeno capito dove avrei dimenticato il “genoma” – il quale, però, fa il suo lavoro deterministico in concomitanza con fattori contingenti. Il biologo Rose, ad esempio, ritiene che all’origine della vita (cito a memoria) la strada genomica era una delle possibilità. Cioè il meccanismo genetico non è nemmeno identificabile con l’intero meccanismo vitale.
    Ribadisco: tutti i fatti a noi noti (che, naturalmente, sono solo una parte dei fatti) ci dicono che la vita è contingente nella sua stessa struttura, cioè poteva anche non esserci, e comunque poteva anche essere organizzata diversamente. Il fatto che sia così com’è ci induce a pensare (fideisticamente) che non poteva che essere così com’è. Verità di ragione, non di fatto. Necessità, non contingenza. Ma la necessità è un apparire post-festum di ciò che si è andato determinando storicamente, e che poteva accadere altrimenti o non accadere affatto.

  19. federico Says:

    Scusate l’intromissione, il libro pare interessante, ma vi chiedo, dov’è che voi vedete questa massa di “teologi, finalisti, ontologi della necessità (o della differenza) ed antropocentrici convinti”?
    Non è che siete un po’ ossessionati dalle chiacchere – filosoficamente insignificanti – di qualche gruppo religioso?

    Questo impiego di epiteti appariscenti mi ricorda la cacofonia di Latouche quando accusa il mondo occidentale (la “megamacchina tecnoeconomica globale”)

    Inoltre non sono d’accordo con l’associazione necessità – finalismo, che mi sembra dovuta ad una malintesa rottura epistemologica. Infatti, affermare la necessità delle cose non significa giustificare o difendere la realtà delle cose e un loro prevedibile sviluppo futuro. La teoria di Darwin è già totalmente scevra da giudizi morali e finalisitici sull’evoluzione degli esseri viventi.

    Insomma, mi sembra che l’autore della recensione voglia politicizzare (inutilmente) il dibattito tra contingenza e necessità, il quale tocca una questione che dovrebbe rimanere abbastanza libera da problemi di ordine morale (vedere ad esempio i pedanti rinvii alla responsabilità come dottrina di un mondo contingente).

    Unire epistemologia e politica si può fare ed è sacrosanto, però, se si fa, è meglio almeno annunciarlo con chiarezza.

    Chiedo scusa anticipatamente se i miei toni danno l’impressione di essere aggressivi. Il mio intento era solo di mostrare quelli che mi sembrano i punti deboli della riflessione dell’autore.

  20. md Says:

    @federico: accolgo invece come molto interessanti le tue osservazioni.

    Naturalmente non c’è né ci può essere una massa di teologi, ontologi, ecc. – però ti chiederei di fare un esperimento “sociologico” in giro, e di chiedere quale sia il posto della specie umana nella natura e nel corso dell’evoluzione delle specie. Credo che se ne ricaverebbe che la teoria darwiniana non è stata poi così tanto metabolizzata.
    Il fatto, poi, che una grande maggioranza di umani crede in un qualche Dio (e se ne sente in qualche modo necessitata, in ingresso e in uscita) non può non essere un fatto rilevante.

    Son d’accordo anch’io che necessità e finalismo vadano distinti (ma non mi pare di aver affermato da nessuna parte che l’una categoria implichi l’altra, tant’è che cito Spinoza che afferma decisamente la prima negando risolutamente la seconda).

    Sull’inutile politicizzazione del dibattito contingenza-necessità… è, appunto, in corso il dibattito e la riflessione. Di sicuro Pievani lo fa, mentre il suo “recensore” non si è ancora fatto un’idea precisa. Anche se un “pensiero della contingenza” implica una determinata “filosofia della storia”, che dunque non può non avere conseguenze etiche e politiche. Così come il dibattito sulla “natura umana” (che non è certo confinabile al solo territorio biologico o epistemologico).

    Infine: manca la terza parte della riflessione, dove riprenderò alcune delle questioni da te sollevate. Ma non basterà certo ad esaurirle.

  21. md Says:

    Un ulteriore chiarimento: non mi ha mai convinto la tesi della “neutralità della scienza”, così come penso che non ci possa essere discorso filosofico (anche, se non soprattutto ontologico) che non abbia implicazioni immediatamente etico-politiche. E se anche ci fosse, non mi interesserebbe granché.
    Questo blog nasce programmaticamente con questa intenzione – che, ovviamente, non posso ribadire ogni volta in ogni post. Questo sì che sarebbe pedante.

  22. rozmilla Says:

    @ Carlo:
    “relativizzando il pensiero (condannandolo al silenzio), lo sotto-mette ai puri aspetti pratici della vita. Lo ri-conduce alle “origini”, al “buon vivere”. Che l’ontologia si metta il cuore in pace!”

    avevo detto che avrei risposto più tardi, al tuo ultimo commento, ma la scorsa settimana sono successi fatti che mi hanno coinvolto, molto coinvolto emotivamente …
    Ora, non penso che una mia risposta sia molto importante, ma in ogni caso … io non la metterei in modo così drastico. Perché anche se io o tu lo volessimo, l’ontologia non si metterà il cuore in pace. Che poi non è molto diverso dal constatare che continuiamo a studiare il greco o il latino anche se sono lingue “morte”, così come d’altra parte studiamo i fossili e gli scheletri dei dinosauri. Ecco, non credo che una branca di studi debba essere per forza di cose più importante di un altro, ma di certo lo è “localmente”, in certi ambienti e momenti storici.
    Per quel poco che ne so io comunque, comprendere il senso dell’essere, o il senso delle cose, è forse fra le imprese più entusiasmanti che l’uomo possa intraprendere. Oltre al fatto che è difficile dire che possa essere concluso.

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