Il logos razziale

vu cumprà – extracomunitari – extraeuropei – clandestini – stranieri – razze – etnie – diversi – negri – di colore – tutti questi albanesi – zingari – nomadi – campi – rubinetti da chiudere – vasche da svuotare – centri di permanenza temporanea – identificazione ed espulsione – rom romeni rumeni – ronde padane – sicurezza – ci stuprano le nostre donne – per mano di ignoti – fuoco – decoro urbano – impronte digitali – schedare – senza permesso – illegali – musulmani che inzuppano la terra – complotto giudaico-massone –  aiutiamoli a casa loro…

La parola filosofica arché evoca, insieme al principio, alla causa, al flusso ed alla fonte originaria delle cose – di tutte le cose – anche il comando, il potere, l’autorità. Avere questo potere significa innanzitutto nominare le cose: potere che si identifica, dunque, con il logos, la parola che è anche ragione. Al principio c’è il logos. Dio nomina le cose creandole, Adamo le ri-crea nominandole a sua volta. Anche nella lingua aramaica l’espressione Avrah KaDabra (da cui probabilmente deriva abracadabra) significa Io creerò come parlo: indica cioè il potere di fare attraverso la facoltà di linguaggio.
È dunque nelle pieghe del linguaggio e della sua potenza che si devono cercare l’arché, la causa, la ragione prima delle cose. Ma il linguaggio parte sempre da un soggetto che nomina, identifica, stabilisce – crea – gerarchie e differenze. Laddove l’oggetto è ciò che subisce la sua stessa identificazione e che dunque non ha alcuna auto-nomia, essendo definito da altri persino nel nome (che è poi a ben vedere non solo forma ma anche concetto e sostanza). Siamo noi a nominare l’altro, a definirlo, a delimitarlo, a deformarlo, a destituirlo di significato, a distruggerlo. A deciderne la visibilità o l’invisibilità. Addirittura l’esistenza o l’inesistenza.
Seguire i meandri e le pieghe del logos razziale, ricercandone l’arché al di là della fenomenologia, ci mostra la struttura logica di un assetto che è insieme sociale, economico, antropologico, culturale. In quei meandri ed in quelle pieghe scorrono (e spesso si nascondono) sia il gesto di un folle (che guarda caso teneva il porto d’armi, scriveva in rete, era iscritto a Casa Pound, faceva il ragioniere ed aveva un nome… una follia piuttosto ordinaria, mi pare), sia il senso comune che dice di sé autorassicurandosi: ma io non sono razzista! e poi non è mica colpa mia se quello era un pazzo!
Ma i Breivik, i Casseri, gli assassini difensori della razza sono tra noi, risiedono ed attingono al nostro stesso linguaggio, hanno una comune mentalità, non solo alieni venuti dallo spazio.

***

So bene che esistono altre parole ed altri linguaggi; ma se la solidarietà e la fraternità non vogliono essere forme pelose di un bene padronale e pietistico, devono cambiar pelle e tramutarsi in uguaglianza ed orizzontalità, parole antiche che alludono alla molteplicità delle nominazioni e delle significazioni, oltre che alla pluralità dei soggetti e delle loro condizioni materiali. E si potrebbe magari cominciare con il restituire loro un nome ed un volto, obliando quelli dei loro assassini:

Samb Modou
Diop Mor
uccisi nella strage di Firenze del 13 dicembre 2011
Moustapha Dieng
Sougou Mor
Mbenghe Cheike

gravemente feriti nella stessa strage
cittadini ed umani senza altra qualificazione

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31 Risposte to “Il logos razziale”

  1. egilllarosabianca Says:

    Non sono daccordo-
    Non aggiungo altro perchè non sono immune dal “perchè devo sempre parlare io mentre altri tacciono per rimanere nel gruppo”?
    A cosa serve commentare fingendo-
    Credo cioè vedo che non tentiamo di approfondire le angosce di
    alcuni bianchi anche solo scrvere Bianchi sembra un abominio
    scrivere neri invece no affatto-
    E’ presente un razzismo bianco perchè le razze esistono affascinano creano diversità –
    Egill

  2. filosofiazzero Says:

    Sì,io sono nato a Firenze, sto di casa vicino a Firenze, sono addolorato e mi vergogno di me e di noi, non siamo stati capaci, non si è voluto, alla fine, considerare queste persone che vengono da fuori come uguali (a parte che l’eguaglianza non esiste nemmeno tra noi)ma sempre li abbiamo tenuti alla larga, da parte, qualcuno ci parla, altri nemmeno, la nostra società è merda!!!
    Non siamo buoni di fare null’altro che arraffare quello che uno pole arraffare e poi via, in culo a tutti, senza faccia!!!

  3. md Says:

    @egil: in che senso “le razze esistono”?
    E poi: non minimizzo le angosce di nessuno, ma in questo momento sono dei corpi “non bianchi” ad essere stesi per terra.
    (Anche se in Norvegia erano bianchissimi, e pure a Liegi). Però la spiegazione del “folle gesto” è troppo comoda. E poi cosa spiega?
    Ed infine: l’etnocentrismo non è certo una malattia solo occidentale o europea. Ma dietro le spiegazioni solo psicologiche o “culturali” preferisco andare a vedere – come nel poker – quel che di “materiale” c’è.

  4. rozmilla Says:

    Dici “il linguaggio” e il “logos”, ma a me queste tragedie paiono frutto di un logos che è andato alla deriva, fuori dai limiti della ragione, e che probabilmente affonda le radici nella paura estrema, di solito narcisismo con necessità di rivendicazione, e che ha superato il punto di non ritorno. Il razzismo in sé è già una malattia da paura, che può svilupparsi in vari gradi e forme. Però penso sempre che all’origine di questi fatti estremi ci sia una follia patologica di un individuo che ha trovato il pretesto per dare un contenuto alla sua follia, che poi si avvita su se stessa e procede. Probabilmente è anche vero che una cosa tira l’altra, ossia che l’abitudine ad un certo tipo di pensiero aumenti la possibilità che la follia possa attecchire e svilupparsi. Ma se c’è una patologia di base, temo che in mancanza di questo contenuto, ne avrebbe trovato un altro.
    Diversamente il razzismo collettivo è un reato, e così andrebbe perseguito. Invece viene tollerato e le istituzioni non fanno niente. Ce ne accorgiamo quando accadono queste tragedie, poi tutto torna come prima

  5. md Says:

    @rozmilla: qui però c’è stato uno “sdoganamento” di stato (so che questa parola è orribile) a tutta una serie di “passioni tristi” che ribollivano nel tessuto sociale. “Clandestino” è diventato uno status che costituisce reato; al governo fino a qualche settimana fa sedevano razzisti dichiarati; e quel che le mie orecchie (e il mio naso) captano in giro non mi piace per niente.
    Non dimentichiamo che l’orrore degli anni ’30/40 è seguito ad una crisi economica mondiale che, sento dire, potrebbe diventare seconda dopo l’attuale.

  6. rozmilla Says:

    Le so queste cose che dici, Md.. Però non mi sembra nemmeno giusto dire che questo gesto folle è la conseguenza del razzismo diffuso, che esiste e non c’è dubbio. Piuttosto i fatti di domenica a Torino, sono più in linea col razzismo di gruppo fomentato dallo sdoganamento di qui parli. E a pensarci bene, forse temo di più il diffondersi del razzismo collettivo che i casi estremi, se non fosse che anche i casi estremi sono in aumento, sintomo di una follia violenta abbastanza generalizzata. Per il resto, il problema non si sposta di una virgola. Bisognerebbe fare “campagne” anti-razziali e anti-violenza, e che queste cose partissero anche dalla politica, con proposte concrete. Inoltre in tutto questo pandemonio le televisioni e le industrie cinematografiche hanno una grossa responsabilità. Ma finché gli stati si occupano solo di economia, e del Pil, invece che del benessere … ?

  7. Luciano Says:

    Salve.

    Credo che sul fatto che degli esseri umani siano stati uccisi ieri a Firenze da un altro essere umano nessuno possa obiettare. Al di là della realtà fattuale, è indubbio anche che qualcosa nella testa dell’assassino non doveva funzionare correttamente e non è questione di idee politiche. Ho sentito signore e signori che nulla avevano a che fare con Casa Pound o similari, inveire contro l’extracomunitario maleducato oppure anche soltanto presente perché a detta loro toglieva il lavoro ai propri figli o nipoti, senza che questo però degenerasse nell’omicidio di due persone. Qui il problema è un altro e cioé che quella che noi chiamiamo pomposamente cultura non ci mette al riparo da quella tendenza animale alla difesa del proprio territorio. Ma qui si parlava di logos. Certo. Il linguaggio esprime quelli che sono i nostri pensieri e i concetti su cui noi formiamo le nostre società. E quindi anche la tendenza a tenere fuori l’altro. Il problema della clandestinità e se e come debba essere considerata un reato ha più a che vedere con questo che non con il razzismo. Non è il nome che diamo (ad es. negro) a essere razzista, ma il nostro considerarlo inferiore, vuoi culturalmente, vuoi fisicamente o economicamente. Voglio dire che posso chiamare ciascuno nel modo più corretto possibile, ma se poi penso che è un essere inferiore ho risolto la forma ma non la sostanza. Un esempio è a mio avviso il termine inglese “afroamericano”. Guarda caso nessuno si sognerebbe mai di dire angloamericano per chi ha origini inglesi e vive negli USA (perché è un WASP) e nemmeno francoamericano o tedescoamericano. Però, quelli di origine italiana sono italoamericani così come ci sono gli ispanoamericani. E’ dal significato che noi assegnamo al logos più che alla sua forma che dovremmo stare attenti.

    A presto.

  8. md Says:

    @rozmilla: non mi pare di aver fatto derivare il “gesto folle” dal razzismo diffuso (se ho dato quest’impressione non è così). Mi preoccupa però sapere che il “gesto folle” è stato rivendicato ed esaltato su vari social network – e non necessariamente neonazisti. D’altro canto su questo stesso sito pochi mesi fa un bonario signore che si spacciava per “filosofo neoeleatico e pitagorico”, pur condannando il “folle gesto” (ora conclamato anche dai tribunali norvegesi) di Breivik, indicava nella società “multirazziale” la vera fonte di tutti i nostri attuali problemi di convivenza. E non è certo l’unico a pensarlo: quel che mi preoccupa è proprio il cortocircuito – e la possibile saldatura “logica” – di tutti questi diversi fenomeni.

    @Luciano: non credo tu abbia colto l’elemento portante del mio discorso. Il linguaggio “corretto” non è mai deciso altrove in maniera neutrale, ma da chi decide cosa conta e perché, cosa esiste e cosa non deve apparire, cosa è importante e cosa no. Sono “io” a definire qualcuno “afroamericano”, non lui a definirsi tale. E se anche lo fa è “costretto” a farlo dalla mentalità (dal logos) dominante.

  9. md Says:

    E aggiungo: so anche che l’altro definisce me diversamente da come mi definisco io. “Noi” (tutti in blocco) siamo “gagé” per i rom e i sinti (e per la lingua romanì).
    Ogni etnia ha storicamente considerato l’altro selvaggio, barbaro, diverso, ecc. – colui che non parla la propria lingua, che non adotta il proprio stile di vita. In alcuni casi addirittura non-umano.
    Naturalmente qui il discorso si farebbe lungo, ma chi anche solo di striscio si occupa di antropologia queste cose le sa. L’etnocentrismo pare sia un fenomeno universale. O magari gli basta guardarsi in giro.
    Tutto questo, però, si lega ad assetti sociali, economici e materiali che se non fondano tout court il discorso “razzista”, senz’altro lo supportano e ne amplificano la pericolosità.
    Vorrei non scindere mai questi due lati – che, tra l’altro, mi suggeriscono che in questo momento sono i milioni di “gagé” ad essere pericolosi e ingombranti nei confronti delle poche migliaia di miserabili rom e sinti…

  10. rozmilla Says:

    “il “gesto folle” è stato rivendicato ed esaltato su vari social network”
    Non lo sapevo, ma se è così è follia galoppante, altro che!
    Però quando mi trovo davanti queste cose e pensieri e comportamenti, sono indignata e nello stesso tempo mi cascano le braccia, perché è difficile capire cosa fare, persino come parlare, cosa dire a queste persone. Perché se questi hanno in mente questi pensieri prepotenti e violenti, è tutto inutile, non c’è parola o ragionamento che li possa muovere di una virgola. Sono ossessioni. Anche in casi lievi, capisco da quali argomenti una persona sceglie di parlare, visto che fra tutti i problemi che ci sono nel mondo, mette in primo piano quello della società multirazziale, come fosse il male assoluto. Hanno bisogno di un obbiettivo, un capro espiatorio sul quale scaricare la loro violenza, insoddisfazione, rabbia, e lo hanno individuato in quello. Probabilmente è l’obiettivo più facile da scovare, e non riescono andare più in là. Probabilmente è anche di carenza intellettiva. Miseria intellettuale e carenza di cultura “alternativa”. Dopodichè? Cosa ci si può fare?

  11. rozmilla Says:

    … che so.. dar vita ad incontri multiculturali nei comuni, dove ci si possa incontrare, conoscere la cultura dell’altro ecc.. A Modena mi sembra abbiano fatto dei bei passi avanti sul problema integrazione. Dovremmo prenderla come spunto, modello …

  12. xavier Says:

    Ma via, ragazzi, se non il coraggio abbiamo almeno la forza di guardarci allo specchio per vedere ciò che siamo davvero. Con le dovute eccezioni, che confermano soltanto la regola, la media degli abitanti di questo paese, e non l’italiano medio, come si usa cretinamente dire, é quella che si esprime con le parole e le frasi citate (ahimè, purtroppo) alquanto parzialmente da m.d. Ed é linguaggio di forma e di sostanza allo stesso tempo, le cui radici appartengono ad una tragica storia recente, con la quale però non si é mai voluto chiudere i conti in modo limpido e definitivo. Poeti santi e navigatori, forse, ma con dio patria e famiglia a farla da padroni, e con il senso della propria bottega da proteggere prima di ogni altra cosa. Generosi anche, ma nei singoli e con i singoli, e alla fine, nella maggior parte, ancora fortemente anche se magari inconsciamente, fascisti.

  13. nic Says:

    Le “razze” esistono solo in quanto specchio delle relazioni di potere.
    Detto questo, invio un mio contributo.
    Un abbraccio

    Italiani: brava gente?
    Riflessioni all’indomani della strage di Firenze

    Come tante altre compagne e altri compagni antirazzisti o immigrati, sono profondamente ferita dalla strage avvenuta a Firenze il 13 dicembre. Una strage in cui ci hanno lasciato la pelle due uomini di origine senegalese – Diop Mor e Samb Modou – e altri tre rischiano di lasciarcela nelle prossime ore – Dieng Moustapha, Mbengue Cheikh e Soucou Mor. Una strage il cui autore, Gianluca Casseri, ha un perfetto pedigree fascista: ideologo razzista, antisemita e negazionista, frequentatore di Casa Pound, …
    Ma, oltre che ferita, sono anche profondamente schifata dalla viscida ipocrisia che, ancora una volta, si manifesta dopo l’ennesima strage razzista in Italia e a pochi giorni dall’ennesimo raid contro un campo rom. Chi si sbraccia a dire che si è trattato di un folle, chi a dire che il gesto di uno non rappresenta l’Italia e altre simili quanto inutili “amenità”. Peccato che il razzismo sia una pratica quotidiana in questo paese, come possono testimoniare tutte le donne e tutti gli uomini approdati qui dai paesi impoveriti.
    Sociologi ed “esperti” vari strabordano oggi sui quotidiani, ma fra tutte queste lacrime di coccodrillo nessuno – dicasi N E S S U N O – che nomini nemmeno lontanamente il nesso che c’è tra l’esistenza dei lager per immigrati in Italia – i Centri di identificazione ed espulsione – e la violenza razzista.
    Forse perché la violenza razzista è di destra e antidemocratica, mentre i Cie-Cpt sono stati creati dal centro-sinistra con la legge Turco-Napolitano, dunque sono democratici per sillogismo?
    Eppure ci sarà un nesso tra l’esistenza di questi lager di Stato e chi si sente legittimato a dare fuoco a un immigrato che dorme su una panchina o a un campo rom o ad ammazzare dei senegalesi al mercato, no?
    Da oltre dieci anni in questo paese si è tornati a convivere con i campi di concentramento (già visti nelle colonie italiane così come in Italia); di decreto in decreto la reclusione in essi si è prolungata – prima due mesi, poi sei, ora siamo a quota un anno e mezzo… – confermando ancora una volta il ruolo che svolgono nella gestione del mercato del lavoro migrante. E se si convive con i campi di concentramento o con le quotidiane stragi di migranti in mare e alle frontiere, perché non si dovrebbe convivere anche con queste altre stragi razziste?
    Ditemi: che differenza passa tra chi ha votato la creazione dei lager durante il governo Prodi per poi piangere sui morti di razzismo e Casa Pound che, oggi, ha mandato all’ambasciatore senegalese le proprie “sentite condoglianze” per i morti della strage? Ma ditemelo schiettamente, per favore, e senza farci ricamini intellettuali né salti mortali.
    Io, come altri/e compagni/e sono stata denunciata per essere andata sotto ad uno di questi lager senza chiedere il permesso a nessuno. Letteralmente “per aver promosso una manifestazione non autorizzata nei pressi del CIE di via Mattei predisponendo un impianto per la diffusione acustica […] e prendendo la parola” – così suona l’avviso di conclusione delle indagini. Eh già: volevamo comunicare con donne e uomini segregati nei lager della democrazia, far sentire loro la nostra vicinanza a fronte di una reclusione fatta di umiliazioni e violenze quotidiane. Che grave reato in questa democrazia, in questa Italia che “non è un paese razzista”!
    Non racconto questo per vantarmi né per vittimizzarmi. E’ solo un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che a Bologna siano stati portati a processo – con l’accusa di “associazione per delinquere” 27 tra compagne e compagni per le lotte condotte contro i Cie, oltre che contro lo sfruttamento e le nocività. E prima che a Bologna era già successo a Lecce e a Torino. Ci avevano provato anche a Milano. Insomma, è prassi consolidata.
    E vi dirò di più, perché il disgusto è ormai tale da farmi vomitare. E allora è bene vomitare quello che si ha sullo stomaco da mesi.
    Premetto che parlo di me non per egocentrismo – come qualche anima stronzetta potrebbe magari pensare – ma perché il femminismo mi ha insegnato l’importanza del partire da sé, ovviamente senza poi fermarsi a sé (quello sì che è narcisismo!). Dunque parto da me per parlare con cognizione di causa.
    Chi mi conosce ricorda bene quanto mi sia impegnata sulla questione delle violenze di genere all’interno dei Cie. Ora aggiungo un tassello che ci riporterà in un baleno all’argomento di questa mia riflessione.
    Pochi giorni prima che si riuscisse, dopo una lotta estenuante, a far finire l’odissea di una donna nigeriana rinchiusa in uno di questi lager, uno strano personaggio ultracinquantenne viene ad abitare nel medesimo casale isolato in cui mi ero trasferita da un anno, sull’appennino emiliano. Nel momento stesso in cui si presenta mi racconta di essere un ex appartenente a Gladio, e di aver abitato a pochi metri da casa mia a Milano – che scherzi fa il “caso”, eh?! Di lì a poco, con un pretesto, mi mostra la sua pistola.
    Non vi sto a raccontare quanto siano stati sereni i mesi successivi. Basti dire che stava nel casale 24 ore su 24, e sulla sua pagina Facebook aveva messo una foto in cui si ritraeva armato di tutto punto e specificava che la sua “attività” era “duce”. Qualche giornale sicuramente lo definirebbe “depresso e isolato”, dato che prendeva anche psicofarmaci…
    Chi si occupa da anni di servizi deviati, fascisti e golpisti mi ha poi spiegato che, intorno a quel genere di strutture, hanno sempre gravitato – pur senza comparire nelle liste “ufficiali” – dei personaggi esaltati e “fuori di testa” – appunto: “depressi e isolati” – che magari tornavano utili per certi lavori “sporchi”.
    Circa un anno più tardi ho dovuto lasciare di corsa quella casa per mettere in salvo me e le mie gatte, dopo che “ignoti” si erano introdotti in casa mia per ammazzare una delle gatte e farmela trovare nell’armadio al mio rientro.
    Se c’è bisogno di prove per dire chi abbia ucciso la mia gatta, bastano certi verbali di polizia per dire che le lotte antirazziste cui da sempre partecipo danno assai fastidio.
    Il 12 dicembre scorso, anniversario della strage di Piazza Fontana, nonché giorno che precedeva la strage razzista di Firenze, con le compagne e i compagni sono ritornata sotto al Cie di Bologna. Come sempre la polizia si è schierata con scudi e manganelli.
    Ancora una volta leggi fasciste (773/1931) e leggi razziste (40/1998) si sono ritrovate a braccetto per cercare di impedire la solidarietà antirazzista. Sinceramente, non m’importa che mi arrivi un’altra denuncia per aver “osato” portare un saluto a donne e uomini segregati, ma vorrei almeno potermi risparmiare l’ipocrita piagnisteo di chi, di fronte all’ennesima strage razzista, ancora vuole difendere questa democrazia che costruisce lager e accetta, come è avvenuto recentemente a Cuneo, la costituzione in parte civile di Casa Pound in un processo contro alcuni antifascisti. Un processo in cui, fra gli imputati, ci sono anche dei nipoti di partigiani.
    Sullo sdoganamento istituzionale e “bipartisan” dei gruppi neofascisti negli ultimi vent’anni ci sarebbe tanto da dire, ma qui mi fermo. Per ora…

  14. egilllarosabianca Says:

    Specchio delle relazioni di potere-
    Vedere cosa c’é nel piatto-
    Su questo bisognerebbe continuare a riflettere –
    Dietro a questo il potere a cui nulla importa del mondo che lascerà
    ai ragazzi ai loro figli –
    Il razzismo é pilotare gli altri costringerli a confermare una visione
    del mondo pena essere escluso emarginato-Sto dicendo che é
    solo una facciata persino pacchiana il colore della pelle –
    La globalizzazione cancella tutte le culture ci renderebbe più
    deboli esposti operai senza ricordi o tradizioni-
    Tutto é in vendita chiamarlo fascismo o no non cambia la sostanza
    Egill

  15. Luciano Says:

    Salve.

    @MD:Sono assolutamente d’accordo con quanto dici. Non l’ho scritto perché ritenevo che fosse implicito che i gruppi di potere determinano il modo comune di pensare attraverso i comportamenti e anche il linguaggio. Infatti l’esempio del termine afroamericano riportava all’esistenza della categoria sociale (leggi gruppo di potere) WASP. E questo potere sta proprio nel perpetrare il passaggio da logos a comportamento comunemente accettato e giustificato quando non addirittura apprezzato. Come ebbi modo di dire una volta, qualunque legge, anche la peggiore, può essere modificata. Un modo di pensare no (ci vuole decisamente più tempo).

    A presto.

  16. xavier Says:

    Direi invece che le connotazioni contano e che se pure il generale spiega il particolare, con quest’ultimo si fanno i conti quotidianamente più da vicino e nell’immediato. Tutto é in vendita, é vero, ma “il potere” (pessimo conio di un lessico che fu, ma che ancora é) non si presenta come un demone imprendibile senza forma e senza scampo. Ha scopi, strategie, tattiche, nomi e cognomi, singoli o collettivi che siano. Così come nomi e cognomi, appartenenza, e “ragione sociale” hanno gli assassini di Norvegia e di Firenze, e le leggi e le istituzioni che ne hanno permesso l’impunità. Mettere tutto a cuocere nel calderone della globalizzazione é fare una sintesi un po’ ttroppo semplice e sommaria. Vivo in un paese che in 42 anni non ha saputo ancora trovare e condannare i colpevoli di una strage avvenuta a Milano nel 1969, pensata, ordita e messa in atto proprio quando cominciava a intravvedersi una tenue possibilità di cambiamento e di speranza per il futuro della mia generazione. Cambiano spartito e suonatori, ma la musica é purtroppo la solita marcia funebre.

  17. baodichan Says:

    mmm sinistre coincidenze.
    dicevo che gli atti vandalici a roma, erano la conseguenza di un bisogno di autoaffermazione.
    il che presupponeva la disattenzione alla costruzione di un io
    forte capace di valutare contesto e fine.
    fenomeni isolati.
    il razzismo secondo jung è l’incapacità di vivere con le proprie ombre.
    ormai è da mesi che sento la gente incazzata sopra i livelli di attenzione.
    ovviamente siamo in cachistocrazia e si lascia fare.
    ma secondo lo jung psicologo, è prorio nel razzismo che sfocia una malattia sociale, esso ne è il anche il sintomo più evidente: chiaro il pericolo vero?
    immediato il richiamo dell’ONU all’Italia.

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    Forse dovremmo imparare ad affrontare il razzismo dilagante nella nostra società senza attendere tragici avvenimenti,
    Il rischio è che tutti noi finiamo col giocare il ruolo di una eco dell’ondata mediatica del giorno, ne parliamo oggi per quanto avvenuto avantieri, e dopo ritornerà il silenzio. E comunque, è vero, quanto accaduto a Torino, proprio per la sua dimenisone collettiva, mi inquieta assai di più.

  19. luca ormelli Says:

    Quaestio: da quando la tolleranza è assurta a dogma?

  20. xavier Says:

    Etimologicamente considero il termine “tolleranza” un’equivoco sinonimo di “sopportazione”, e trovo entrambi insopportabili:

  21. md Says:

    Sì, esattamente come l’espressione “accettare l’altro” – che sa più di ospedale, quando non evoca il volerlo fare a pezzi…

  22. baodichan Says:

    la tolleranza non è un dogma ma un mezzo per la coesione sociale.
    http://www.lestorie.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-59f9a78e-d637-41b8-b201-1601581509a8.html
    come zoja insegna, la paranoia è una malattia assai contagiosa.
    troppo veloce la risposta razzista. Non trovate?

  23. rozmilla Says:

    “Quaestio: da quando la tolleranza è assurta a dogma?”

    A me non dispiace questa domanda di Luca. Oppure abbiamo smesso di farci domande?
    Un mondo bello buono e giusto, dove tutti si rispettano e amano? E quando mai? Questo fa parte dei desiderata di qualcuno o di qualche gruppo; la realtà, sappiamo, è diversa. E diversificata. E poi, l’intolleranza verso gli intolleranti, che cos’è? È chiaro che ognuno prende posizione, da una parte o dall’altra, ma è pur sempre guerra.
    Ma anche questo fa parte delle contingenze. O no? Ma poi, queste “contingenze” che di volta in volta apparse, non assumono a tutti gli effetti lo statuto di necessità? Necessità post-festum, chiaro.
    Per questo io direi sarebbe meglio non festeggiare troppo, né in un senso né nell’altro, né da una parte né dall’altra. Non infervorarsi troppo, essere più moderati, non guasta. Troppo festa, troppa bagarre. Nel mio piccolo, mi è più facile sentirmi addolorata.
    E comunque, senza sottilizzare troppo sulla parola tolleranza, che chiaramente in un mondo perfetto non avrebbe senso di esistere, condivido la definizione di Bao.

  24. rozmilla Says:

    “Nella mente non c’è nessuna volontà assoluta, cioè libera; ma la mente è determinata a volere questo o quello da una causa, che del pari è stata determinata da un’altra, e questa ancora da un’altra, e così all’infinito”. Spinoza – proposizione 48 – Etica

  25. rozmilla Says:

    quando inizieremo a interrompere la catena dell’odio?

  26. Luciano Says:

    Salve.

    Ma qui si parlava di logos e di potere. Ovvero di potere del logos e logos del potere. L’uomo è un animale gerarchico, quindi mi risulta facile immaginare che da questo derivi anche una gerarchizzazione del linguaggio, non già in quanto facoltà cognitiva, quanto proprio come forma di comunicazione. Se volete un esempio è la quasi incomprensibilità di alcuni metodi di comunicare che a mio avviso servono proprio per garantire una sorta di potere tra parlante e ascoltatore e che a me piace anche legare alla nascita e persistenza di taluni ordini professionali che sono legati ad un qualsiasi potere, economico, politico e persino di conoscenza, quali ad esempio quelli giuridici (avvocati, notai) o medici.

    A presto.

  27. Luciano Says:

    Salve.

    Ovvero, il potere garantisce la sua sopravvivenza contingentando l’accesso alla conoscenza, rendendola così esoterica.

    A presto.

  28. rozmilla Says:

    @ Luciano: il potere del logos, va bene. Come avevi fatto notare in un prec. commento, io potrei dire che qualcuno è “cinese” o “senegalese” o “siriano” o “marocchino” senza per questo considerarlo inferiore, perché l’aggettivo definisce solo il paese di origine, così come potrei dire che i miei genitori sono di origine bergamasca. Ma persino il mio essere di origine “bergamasca” potrebbe essere disprezzato da chi ha una pessima opinione sui bergamaschi, magari senza neppure conoscerli. Quindi non è tanto la parola in sé, il problema, ma come viene usata, e i sentimenti che ci sono dietro al discorso.
    Forse sarebbe più corretto dire soltanto “uomo”, “donna”, “giovane”, “vecchio”, “alto”, “basso”, ma se ci pensi potrebbero essere discriminanti anche l’una o l’altra di queste definizioni. Perché il problema è il giudizio di merito che diamo ad ogni categoria. Poiché generalmente l’alto vale più del basso; il giovane vale più del vecchio; l’uomo vale più della donna; ecc..
    Siamo abituati (malamente) a dare un valore diverso alle cose come alle persone. Mentre dovrebbe diventare superfluo dire che le persone sono sì diverse, ma che il loro valore è uguale.

  29. rozmilla Says:

    Sempre nel tuo prec. commento, dicevi “un uomo ha ucciso due uomini”, senza specificare il colore della loro pelle. Mentre quando nei giornali e in televisione si raccontano fatti criminali o incidenti, se sono degli stranieri ad essere coinvolti l’accento viene messo proprio su questo. Come se la “causa” prima di un fatto generico (non mi riferisco a quello appena accaduto) fosse da imputare all’etnia di appartenenza. E a furia di sentir parlare di questi fatti in questo modo, aumenta nell’opinione pubblica l’idea di una sorta di colpa collettiva legata all’etnia. Di qualsiasi etnia si parli, beninteso. Così ho sentito dire anche frasi del tipo “gli italiani sono razzisti”, Ma è vero questo? A me danno fastidio i luoghi comuni, i clichè e gli stereotipi di qualsiasi genere. Tirare in ballo il razzismo, poi, a me pare molto spesso pretestuoso, che forse lo scopo più cogente è il tener fuori l’altro, come anche tu dicevi. Ma ho anche sentito dire “gli italiani in fondo sono fascisti”, così come “i comunisti mangiano i bambini”. E il logos qui va di pari passo.
    Comunque, negli Stai Uniti ad un certo punto avevano fatto una legge che vietava ai media di specificare l’etnia delle persone coinvolte in incidenti e fatti criminosi, perché questo fomentava la guerra tra etnie rivali.
    Ora, a me interessa relativamente sapere di chi è la “colpa” dello stato attuale delle cose qui nel piccolo paese, anche perché so bene chi ha la responsabilità di aver aumentato questi problemi. Mentre sarei più interessata a trovare dei rimedi.
    Non so se c’è qualcosa di esoterico in questo. Però avere i mezzi, per poter aver accesso ai cambiamenti, di certo è più complicato. Diciamo che è più facile essere contro qualcosa in modo fumoso che proporre leggi per i cambiamenti?

  30. Francesco Says:

    Sia il termine “tolleranza” che il termine “sopportazione” mi sembrano parole che rivelano l’incapacità di comunicare con l’altro, di entrarci veramente in relazione. Mi viene in mente l’immagine di mondi che non comunicano. Monadi che si passano a fianco senza conoscersi. E allora mi pare questo il nodo. Gli incontri multiculturali cui fa riferimento rozmilla, mi pare siano una buona idea. In ogni caso bisogna lavorare in direzione della comunicazione, perché finché non si arriverà a capire che l’altro, questo sconosciuto, è più o meno come noi, non si giungerà a nessun progresso significativo sulla strada del miglioramento delle relazioni tra le persone.

  31. md Says:

    … e seguendo il filo di questo ragionamento – giusto per fare un esempio che vivo e ho sottomano ogni giorno – i luoghi naturalmente deputati a questo scambio proficuo sono quelli che definirei gli ultimi baluardi del “comune”: scuole e biblioteche. Chiuse o privatizzate o mercificate le quali, non rimane che l’arena dell’homo homini lupus a farla da padrone.

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