Titaniche metafore

Ahi serva Italia, di dolore ostello
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Purg., VI, 76-8)

È fin troppo facile (ed anche un po’ perfido) utilizzare la tragedia della nave Concordia per esercitarsi in metafore, che se da una parte potrebbero apparire tutt’altro che azzardate, finirebbero comunque per essere stucchevoli. Eppure quel che è accaduto l’altro giorno all’isola del Giglio – e che va accadendo in questi giorni nel dantesco “bordello” delle nostre città – costituisce uno straordinario analizzatore socio-antropologico.
Ne cito in modo sparso e disordinato – come del resto la realtà appare in sé – i principali fenomeni, lasciando che ciascuno stabilisca per proprio conto legami e nessi causali, ed eventuali sintesi.

Alla base il gigantismo imperante. Nel suo delirio di onnipotenza
Il turismo di massa, altrettanto delirante.
L’eterno carattere italiota della fuga di fronte alle responsabilità.
La funesta ed inveterata abitudine italiota alla demonizzazione.
E subito dopo alla beatificazione. O vili  o eroi.
Insomma il repentino passaggio dagli applausi ai forconi (tornati ora di moda in una terra che non ne ha fatto buon uso), senza soluzione di continuità.
La ricerca del capro espiatorio, il dagli all’untore! – quello funziona sempre, ed è tranquillizzante per la coscienza popolare (oltre che per il potere).
Il baratro ecosistemico ed ambientale. Crepe che scricchiolano, mementi inascoltati.
Tutt’attorno: la livorosa conflittualità corporativa.
Lo smarrimento di ogni bussola che riguardi l’interesse (non dico la roussoiana “volontà”) generale.
[Ma su questo torneremo presto, in modo meno abborracciato].

La nave che il nocchiere ce l’ha eccome, ed ha la faccia gelida e sorniona del tecnocrate al servizio di quello stesso capitalismo che dietro l’anonimia – ed in nome della sua elefantiaca avidità – ci porterà ad affondare presto tutti quanti.
Non accadrà il 15 aprile, come per il Titanic ormai centenario.
Né tantomeno a fine anno, come prevede il calendario Maya.
Il crollo ha bisogno dei suoi tempi tecnici. Ma non bisogna dimenticare che Crono era un titano, e che divorò i propri figli…

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2 Risposte to “Titaniche metafore”

  1. Pierantonio Brezhoneg Says:

    … e così sia….

  2. xavier Says:

    Cosa suonerà l’orchestra della nave allorchè staremo affondando? Probabilmente qualche stornello consolatorio tipo “ma che ce frega, ma che ce importa”, o un diversivo incoraggiante come “con le pinne, il fucile e gli occhiali, mentre il mare é una tavola blu”. E il capitano (un autentico tecnico della navigazione!) allora, che fine avrà fatto? Forse, sulla tolda, cercherà di convincerci con la calma dei forti che “il naufragar ci sarà dolce in questo mare”.

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