Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità

Bombardato dalle quantità tabellari e dal serioso chiacchiericcio economico che imperversa per ogni dove da qualche tempo, ho provato a domandarmi se tutto ciò non corrisponda forse ad una qualche fondamentale tendenza della natura umana. Se cioè la dittatura del quantitativo e i relativi miti che lo accompagnano, non siano da ricondurre ad una qualche inveterata ed insopprimibile passione, e se dunque la loro maschera iperrazionale (fatta appunto di numeri, tabelle e ragione calcolante e strumentale) non sia in realtà il camuffamento di una qualche banalissima pulsione biologica e paraanimale. Insomma, scimmioni implumi (e non sempre) incravattati e impomatati, che compilano i loro grafici e giocano con i loro rating. Ho allora deciso di rivolgere la domanda direttamente ad uno dei miei analisti preferiti delle passioni, che con poche parole e con geometrica precisione ha provato a disegnarle in alcune celebri pagine del suo testo più importante – sto naturalmente parlando del maestro Baruch Spinoza e della sua Etica.

Mi sono però preventivamente chiesto se quella tremenda passione sia caratterizzabile in termini  di un positivo o di un negativo, cioè di una passione triste o del suo contrario; e poi, se per caso non stessi cercando qualcosa che in quel testo non poteva esserci (per motivi storici) o che vi si troverebbe in realtà sparso qua e là, oppure dissimulato da altro. Se cioè non si tratti di passione nuova, o di passione geneticamente modificata o di passioni intrecciate tra loro. Anche perché l’analitica spinozista delle passioni deve per forza di cose (se non altro per chiarezza espositiva) giustapporre ed elencare i vari affetti, ma è chiaro che essi si succedono vorticosamente e contraddittoriamente sulla scena, mescolandosi in maniera disordinata – visto che il corpo, che è un insieme di corpi, non può che supportare parallelamente un insieme (caotico) di passioni, che solo la ragione può tentare di dirimere e separare e descrivere come se si trattasse di una dissezione da laboratorio.
Ma proviamo a chiarire meglio la domanda: esiste un affectus, un impulso interno alla natura umana che si ponga a fondamento o che giustifichi quel processo che ha finito per assumere la forma ideologica e quantitativa del mercato e, soprattutto, della indefinita crescita ed espansione delle ricchezze, dei beni, delle proprietà, degli oggetti, delle merci? E’ possibile cioè stabilire una precisa corrispondenza tra natura umana e sovrastruttura ideologica nella nostra epoca ipercapitalistica? E se sì in che termini?

Ho così riletto alcune pagine dell’Etica, con questa nuova ottica, e pur avendo trovato qua e là affetti adatti allo scopo (superbia, invidia, avarizia e simili – insomma, i soliti noti), ho dovuto riconoscere che l’intero impianto della teoria spinozista delle passioni – con la sua dinamica profonda del desiderio – costituisce (e non poteva essere altrimenti) il fondamento ultimo di quella ideologia: se è vero che proprio il conatus essenziale di tutti gli esseri – lo sforzo vitale – sta tutto in quell’aumento o crescita di sé e della propria potenza, che va ben oltre i limiti della autoconservazione. Conservarsi è ovvio e scritto nella legge naturale che regola ciascuna forma di vita, ma aumentare la propria potenza di esistere procura gioia (laetitia) – laddove diminuirla dà tristezza (tristitia), e dunque tutte le nostre azioni sono naturalmente volte a conseguire indefinitamente quella crescita. Ma proviamo ad analizzare meglio alcuni passi dove questa tesi viene esposta.
Dopo aver connesso il conatus – lo sforzo vitale di ogni essere – alla volontà, Spinoza definisce l’appetito (appetitus) vera “essenza dell’uomo”, ciò da cui “derivano necessariamente quelle cose che servono alla sua conservazione”. Se l’appetito è il lato inconscio di questa pulsione innata, la sua manifestazione conscia è il desiderio (cupiditas). – “il Desiderio è l’appetito unito alla coscienza di sé”. Sappiamo poi che gli affetti primari, oltre al desiderio, sono la letizia e la tristezza – e questa triade muove l’intera configurazione degli affetti e delle pulsioni umane, sono la base naturale imprescindibile per comprenderne i motivi dell’agire. Tutto il meccanismo pulsionale porta il corpo non solo a voler conservarsi in vita, ma ad espandersi indefinitamente: si desidera e si ama ciò che consente l’espansione e che procura gioia, si odia ciò che al contrario diminuisce la propria potenza vitale e procura tristezza – e ciò finisce per costituire la geografia umana del bene e del male.
Ma vediamo cosa succede quando questo desiderio diventa smodato, senza misura: affetti come l’ingordigia, l’ubriachezza, la libidine, l’avarizia, l’ambizione – ma anche la superbia, che è una specie di delirio – sono tutti esercitati attraverso l’infatuazione per gli oggetti. Essi sono potentissimi e tra l’altro non hanno affetti contrari che possano moderarli – non essendo la temperanza, la sobrietà, la castità, ecc. a rigore degli affetti, ma “potenza dell’animo che modera tali affetti”. Il desiderio smisurato rischia cioè di non avere alcun contrappeso pulsionale, se non quello contronatura della ragione.
L’ambizione, poi, pare un moltiplicatore – una sorta di droga ulteriore – poiché si tratta di un “desiderio dal quale tutti gli affetti vengono potenziati e rafforzati”, e perciò a stento dominabile. Gli è che tutti questi affetti – generati dalla naturale brama di autoaffermarsi – fanno parte della linea gaudente, sono affetti gioiosi, recano letizia, non certo tristezza. Hai voglia, dunque, a reprimerli!

Sembra quindi che un unico filo tenga insieme natura umana e cupola speculativa, e che il mito della crescita indefinita renda anzi quel filo una robusta fune che avvinghia le società contemporanee – ormai non solo occidentali. Il conatus spinozista pare aver preso il potere sull’intero pianeta, in forma di banche, fondi, cricche monetariste e aristocrazie neocapitalistiche. E senza il contraccolpo della ragione (nella sua forma saggia e lungimirante, la potenza e libertà dell’intelletto evocate nella parte V dell’Etica), ma solo di quella tabellare e strumentale, che pare ancor più asservita al desiderio di quanto questo non sia asservito al corpo.
Tutto ciò comporta alcune pericolosissime conseguenze, ma è bene trarle con onestà: uno degli elementi centrali della critica marxiana al capitale (che assumo integralmente), è volta proprio a denunciarne il carattere naturale. Il capitale spaccia sé come naturale, e dunque eterno. Marx gli obietta giustamente che esso è storicamente determinato, e dunque sottoposto al dominio del tempo e della trasformazione (oggi noi sappiamo che anche ciò che è naturale è storico, diveniente e contingente – pur con tempi più dilatati). Tuttavia ciò che Spinoza identifica come natura umana – con tutto l’annesso catalogo delle passioni, il modo cioè di funzionare dei nostri corpi, della nostra specifica forma di vita – si mostra con una faccia deterministica e necessitante (molto più di quanto la mente o l’immaginazione o la ragione non possano liberamente determinare). Il capitale sfrutta proprio questa apparenza: sa bene che l’avidità è la nota dominante e ne ha fatto un giacimento energetico che pare inesauribile. Molto più delle risorse che stanno nascoste sotto terra, sono quelle che si nascondono sotto pelle a fare la differenza.
Tanto Spinoza quanto Marx, pur da differenti posizioni storiche e teoriche, contano sulla ragione per rimediare alle storture dell’elefantiaca avidità umana. Ma quella ragione è pur sempre anfibolica: come ben denunciato da Schopenhauer, la volontà è così potente da sottomettere l’intelletto, facendogli credere di dominare ed usandolo per i propri scopi (si veda in particolare il § 27 del Mondo) . Che è poi esattamente quel che il capitale fa: usare contemporaneamente la leva pulsionale e quella razionale. Desiderare e calcolare. Una bocca resa smisurata da straordinarie protesi tecniche. La domanda resta sempre la stessa: come spezzare questo dannatissimo (e dannosissimo) circolo vizioso?

Ça va sans dire che i processi di espansione non sono mai magnifici e progressivi per tutti: una crescita qua è una decrescita , un aumento in un punto è una diminuzione in un altro, l’arricchimento di qualcuno comporta l’impoverimento di qualcun altro (sempre – in termini relativi; molto spesso – in termini assoluti, e comunque questa seconda modalità comparativa ha quasi sempre evitato di portare lo sguardo al di là del qui e dell’ora della dinamica produttiva, derogando dal calcolo degli effetti sulle altre specie, sull’intera ecumene e sulle future generazioni) – tutto questo vale anche per il titanismo tecnologico che abbiamo apparecchiato sul pianeta per farci spazio e star comodi (anche se non tutti allo stesso modo).
L’autoconservazione in forma umana travalica così i propri limiti naturali per farsi innaturale processo di espansione senza più alcuna logica o conduzione razionale. Pare quasi che la sostanza voglia autofagocitare se stessa.

***

(E pure questo mio pezzo, che era nato con una domanda che forse aveva già in sé la risposta, è cresciuto a dismisura, risultando così affetto anch’esso da elefantiasi e bulimia, e contravvenendo implicitamente al nuovo stile che intende evocare e sposare – uno stile che dovrebbe promuovere l’attività del tagliare, del decrescere, dell’asciugare, del ridurre, del ritrarsi, e però insieme del concentrare e dell’essenzializzare. Calcare il pianeta più leggeri che si può. Anzi, smettere di calcarlo. Negando quindi, almeno in parte, la legge naturale di Spinoza – e gioire di quella negazione).

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5 Risposte to “Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità”

  1. aeroporto2 Says:

    Partendo da un punto di vista pscichico (etico) di mera funzione psichica, ci si riferirsce io credo solamente ad una economia che è oramai passata. Questa è stata soppiantata da un economia di sistema in confusione. Il problema non è il rapporto dei fattori produttivi, (qui valide le vecchie teorie, anche quelle etiche) ma nell’economia sistemica vi è come fattore primario il controllo dei fattori produttivi, iniziando dal costo esagerato delle materie prime (bolla speculativa sulle materie prime, una delle cause principali che hanno dato vita allo stato di crisi europea).

    E’ in realtà quindi un problema demografico, sentito in modo particolare nel continente asiatico, si pensi all’India e alla sua crescita demografica. Semmai queste realtà apparentemente drammatiche spingono al credere a soluzioni etiche, semplicisticamente etiche. I problemi etici si risolvono con cognizione psichica, quelli demografici e di bisogno non sono risolvibili eticamente. (anche questo è naturalmente un chiacchiericcio, piacevole lettura la mia, qui) Una buona giornata.

  2. md Says:

    @aeroporto2: certo, la questione demografica è di grande importanza, però non ho capito in che senso essa esuli dall’etica. In verità credo che tutti i termini della questione si tengano: produzione e ri-produzione, livello etico-politico (relazioni interumane e interspecifiche), psicologia sociale (desideri, immaginario, ecc.), Ma il discorso è naturalmente lungo e non affrontabile in poche righe.
    Buona giornata a te!

  3. aeroporto2 Says:

    Ti rispondo limitandomi, ossia quantifico.
    Nella quantità, (mi riferisco alla forza dirompente della quantità), contano gli asiatici con i loro per ora modesti bisogni, ma già sufficienti ad essere dirompenti, per la nostra economia (materie prime). Tendiamo a pensare, continuiamo a pensate invece con la nostra visione centripeta, che sia questione qualitativa, ma è questione quantitativa. Nella qualità, ossia nell’etica (passami questo volo), posso organizzare una società con forme comode, sempre secondo il modello dominante naturalmente: uomo (maschio), urbanizzato, adulto. Ma il controllo a monte dei fattori produttivi, impone una rottura di tale modello per una questione che chiamiamo problema quantitativo, che ha poco o nulla a che fare con il nostro divenire qualitativo anche se solo uniformato a queste tre semplici categorie: maschio, urbanizzato, adulto. Apparentemente un bel progresso di comuni intenti. Le masse campagnole vogliono il progresso cittadino ed i cittadini si pongono nel frattempo domande qualitative, per mancanza di cognizione del problema o rudemente per mancanza (o alti e proibitivi costi) dei beni agognati. Quindi è un problema oggettivo, che implica un comportamento e questo passa per l’idea di un nuovo modello di valori, più sobrietà risparmio, ecc, financo una nuova estetica imposta dalla quantità bisognosa… Passami questa risposta frettolosa ed apparentemente non aderente alle questioni etiche. non vi è in gioco la richezza o e cupidigia dei pochi a discapito dei molti, ma vi sono i molti, la quantità che impongono nuove regole, diciamo così…

  4. xavier Says:

    Le regole, purtroppo o meno, non sono mai imposte dai molti o dai pochi, ma da coloro che sanno imporsi. Quanti sanno stare un passo avanti agli altri, anticipandone e orientandone i desideri e le scelte, stabiliscono anche i margini entro i quali esercitare il diritto alla piena coscenza di sé, senza mai sconti e concessioni ad alcuno. Quando il capitale appare “in difficoltà” significa soltanto che si sta riorganizzando; quando i suoi antagonisti sono in difficoltà, significa che il sogno é tornato ad essere lontanissimo.

  5. Sugel Says:

    La giusta educazione poggia sulla conoscenza delle leggi di sviluppo della natura umana.

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