JJR 1 – L’illuminazione di Vincennes

“Non appena lessi questo, vidi un altro universo e divenni un altro uomo […] I miei sentimenti ascesero con la più inconcepibile rapidità al tono delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni furono soffocate dall’entusiasmo per la verità, la libertà, la virtù, e la cosa più sorprendente è che questa effervescenza si mantenne nel mio cuore per più di quattro o cinque anni, a un livello così alto, come non è mai stata nel cuore di un altro uomo”.

Lo stile e lo spirito di Jean-Jacques Rousseau stanno tutti in questo brano delle Confessions, tratto dal libro VIII, che descrive l’esperienza della cosiddetta “illuminazione di Vincennes”.
Nell’estate del 1749 Diderot venne arrestato e rinchiuso nella torre di Vincennes, alla periferia di Parigi, subito dopo la pubblicazione della Lettera sui ciechi. Rousseau ne rimase molto impressionato, e non mancò di far visita all’amico enciclopedista, intraprendendo talvolta lunghe ed estenuanti marce sotto il sole estivo. Fu durante una di queste camminate che lesse per caso, sul Mercure de France, il quesito dell’Accademia di Digione: Se il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a corrompere o a migliorare i costumi. Venne così preso da quell’entusiasmo al limite del delirio, di cui avrebbe poi parlato nelle Confessioni: una tonalità emotiva che avrebbe contribuito a fondare un nuovo modo di pensare e di concepire la filosofia.
L’estremismo roussoiano, che è stato descritto come un “pensare per paradossi”, ma che è prima di tutto un sentire, si rivela fin dall’inizio in forma di una inedita radicalità filosofica: non solo il pensiero, ma ogni fibra dell’esistenza ne risulterà scossa. Pochi altri filosofi prima di lui – penso a Socrate, a Diogene, a qualche stoico, a Giordano Bruno, e in verità non è che me ne vengano in mente molti altri – intesero così fortemente la compenetrazione di vita e pensiero, biografia e filosofia, sentimento e ragione.

Nel Discorso sulle scienze e sulle arti (noto anche come Primo discorso) si trova già l’incipit sinfonico di tutto il “sistema” roussoiano, il grande tema della naturalità dell’essere umano. L’idea fondativa sta tutta in quella aberrante opposizione che Rousseau scopre esservi tra lo scintillio delle apparenze, che è in realtà la miseria di uno snaturamento empiricamente constatabile, e l’essenza primigenia della natura umana che dietro quelle, nonostante l’oblio, ancora si nasconde:

“Un abitante di qualche lontana contrada, che cercasse di formarsi un’idea dei costumi europei fondandosi sullo stato delle scienze fra noi, sulla perfezione delle nostre arti, sulla decenza dei nostri spettacoli, sulla cortesia delle nostre maniere, sull’affabilità dei nostri discorsi, sulle nostre continue dimostrazioni di benevolenza e su questa gara tumultuosa di uomini di ogni età e di ogni stato, che sembrano affaccendati dal levar dell’aurora fino al tramontar del sole a rendersi servigi reciprocamente; questo straniero, dico, intuirebbe dei nostri costumi esattamente il contrario di quello che sono”.

Lo stratagemma del guardarsi da fuori – una vera e proprio torsione dello sguardo – attraverso occhi stranieri o alieni per meglio osservare le nostre fattezze (e storture), non ha solo il fine dell’obiettività, ma anche quello di mostrare le assurdità dell’esistenza umana e di mettere il dito sulla piaga – in primis l’alienazione, che per Rousseau è innanzitutto snaturamento e degenerazione. Nel Discorso sulle scienze e sulle arti si trova già tutto in nuce il discorso roussoiano sull’ambiguità e duplicità del progresso umano: l’avanzamento della ragione e l’arretramento del sentimento (quel che viene qui definito bontà naturale). E solo un filosofo – che dunque elegge la ragione a “canone” primo e misura di tutte le cose – può assumere su di sé questo paradosso e sopportare il peso di una tale contraddizione, tentando di svolgerla e di superarla.
Essere “usciti dalla natura” ha portato più vantaggi o svantaggi? – questa la domanda di fondo, la cui risposta può però risultare oziosa visto che: 1) non c’è più la possibilità di un controesempio, poiché, come Rousseau sapeva bene, indietro non si torna; 2) si vorrebbero misurare e comparare fenomeni che forse non lo sono; 3) non è nemmeno ben chiaro se qualcosa come l'”uscita dalla natura” sia avvenuta davvero; 4) e, non ultimo, va meglio chiarito il concetto di natura, e, in particolare, di natura umana.
Come si può notare, Rousseau pone una serie di problemi che ancora ci attanagliano e che sono ben lungi dall’essere risolti.
Qualcuno potrebbe anche pensare che questo primo Discorso, con il suo tono ispirato, a tratti poetico e nostalgico, non sia dopotutto nient’altro che la solita perorazione retorico-morale sull’età dell’oro e sulla ormai perduta età felice degli antichi e delle loro virtù. Ma c’è un termine del problema che spariglia le carte: la denuncia del lusso (fatta qui e in alcuni scritti a latere per rispondere alle critiche), che Rousseau non si limita a fare in termini moralistici, ma anche e soprattutto in termini socioeconomici:

“Il lusso mantiene cento poveri nelle nostre città e ne fa morire centomila nelle nostre campagne: il denaro che circola tra le mani dei ricchi e degli artisti per procurar loro il superfluo, è sottratto alla sussistenza del contadino; e costui non ha abiti precisamente perché gli altri bisognano di galloni”.

Rousseau, insomma, pone già qui le basi di una potente quanto radicale critica sociale ed antropologica. Egli ha ben chiaro come la povertà, così come il lusso, siano socialmente determinati, e delinea, anche se solo intuitivamente, una genealogia storico-antropologica, assegnandosi il compito di chiarire i nessi tra la dialettica servo/padrone, le parole “mio/tuo”, la storia della “proprietà privata” e gli epifenomeni che riguardano lo sviluppo delle scienze e delle arti – sviluppo che, evidentemente, non può riguardare tutta la società. Il nodo dell’origine della disuguaglianza è già posto, ma sarà solo nel secondo, celeberrimo, Discorso a farsi avanti con maggior chiarezza e determinazione.
Le catene al libero pensiero del povero Diderot rinchiuso a Vincennes, furono così le involontarie complici e gestatrici di una vera e propria rivoluzione filosofico-politica a venire.

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4 Risposte to “JJR 1 – L’illuminazione di Vincennes”

  1. lordbad Says:

    Un saluto da Lordbad

    Vongole & Merluzzi

  2. Giuseppe Savarino Says:

    Si, è vero: la risposta alla domanda se l’uscita dalla natura ha portato vantaggi o svantaggi è un po’ oziosa.
    Oggi l’individuo di fatto è “fuori dalla natura” sconfitta dalla tecnica e dalla scienza.
    Semmai la questione è come possa difendersi da questo processo ineluttabile e per certi versi alienante.
    Tra le tematiche di Rousseau, oltre quelle indicate, suggerisco quella spesso – ingiustamente – trascurata dell’educazione, che ne fa uno dei primi pedagoghi, assieme a Comenius e a Locke.
    A proposito, mi permetto di segnalare, a chi fosse interessato all’argomento, un mio articolo:
    http://letturecritiche.wordpress.com/2011/12/01/rousseau-educatore-emilio/

    Saluti

  3. md Says:

    @Giuseppe: grazie per la segnalazione.
    Non mancherà senz’altro, in questo ciclo che si inaugura con questo post, una riflessione sul Rousseau educatore e sull’Emilio-sauvage.

  4. Luciano Says:

    Salve.

    Ma perché l’uomo è così maledettamente convinto di essere altro dalla natura? La scienza non è altro che la formalizzazione della sua interazione con l’ambiente che lo circonda, sintetizzata in un modello che descriva “come” l’ambiente stesso si comporta…stesso dicasi per la tecnica che semplicemente riproduce, potenziate, le capacità umane di interazione con l’ambiente stesso. Dobbiamo finirla di considerarci speciali…abbiamo la stessa struttura genica, la stessa simmetria strutturale esterna e anche interna….noi siamo solo animali tra gli animali. Mi si dirà, l’uomo ha la cultura, è quella la “nostra” animalità. Quel che deve interessarci, invece, è come smettere di distruggere l’ambiente che ci circonda.

    A presto.

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