Trilogia filosofico-letteraria – 1. Delitto (senza) castigo

Ho letto tutti i grandi romanzi di Dostoevskij tra i 16 e i 18 anni. L’ho fatto con la passione e il furore adolescenziali che, nel caso dello scrittore russo, vengono favoriti da una scrittura febbrile, visionaria, estrema e totalizzante. Li leggevo ovunque: a casa, per strada, in biblioteca, nei giardini – pure a scuola, di nascosto sotto il banco, tanto che un mio professore aveva preso a chiamarmi “Karamazòv”.

Li ho poi riletti, con una cadenza grosso modo decennale, ogni volta scoprendovi nuovi tesori – e nonostante la maggiore consapevolezza, quel marchio originario del furore si è sempre ripresentato. Forse perché l’alto tasso di filosoficità di Dostoevskij non è mai disgiunto dal furore passionale ed esistenziale dei suoi personaggi: dio, la vita, la morte, il senso dell’esistenza, l’angoscia sono sempre intrecciati alla tonalità emotiva e ai sentimenti (spesso forsennati) degli individui in carne ed ossa che popolano quelle pagine fitte di umanità.
La recente rilettura (per la terza volta) di Delitto e castigo me ne ha dato ulteriore conferma.

Non intendo certo addentrarmi in un’analisi del romanzo (su cui molti tomi sono stati scritti). Mi limiterò solo a schizzare due o tre ideuzze che mi sono balzate alla mente durante quest’ultima immersione nel mondo dostoevskijano.
Comincio subito da quella che sono solito definire tonalità emotiva. Raskòl’nikov è emotivamente scorticato, una sorta di caleidoscopio ambulante – quasi senza pelle e con i nervi scoperti, come in preda ad un permanente stato morboso e di alterazione. Dostoevskij ce lo mostra già immerso, fin dall’attacco della narrazione, in questo stato turbinoso, insieme tetro ed allucinato. È come se vivesse su un altro pianeta, e fosse del tutto alienato rispetto al piano della realtà: dopo il delitto, non riesce più nemmeno a guardare in faccia l’amico Razumichin; gli è intollerabile ogni faccia a faccia; talvolta gli pare di essersi “staccato, come con un colpo di forbici, da tutti e da tutto”.
Due sono i gesti fondamentali che lo contraddistinguono: il girovagare fantasmatico in una Pietroburgo anch’essa alienante ed alienata; e l’ossessivo ed ostinato girarsi verso il muro della sua stanza. C’è ad un certo punto una pagina che narra di Raskòl’nikov su un ponte, contro il parapetto, che comincia a guardar lontano, macchinalmente, verso il tramonto, le case e l’acqua che si infiammano: “infine ebbe negli occhi come un turbinio di circoli rossi, le cose ondeggiarono, i passanti, il lungofiume, le carrozze, tutto prese a girare e a danzare attorno a lui”. Dopo di che gli si affianca una donna che comincia a guardarlo fisso, ma senza veder nulla o distinguere nulla, e d’improvviso scavalca il parapetto e si getta nel canale. Mi pare una scena quantomai anticipatrice delle atmosfere munchiane, quasi nel dettaglio: il ponte, i visi smunti, l’alienazione, l’angoscia…

Prima di passare all’elemento cruciale – il delitto – vorrei ricordare di sfuggita il rapporto di Raskòl’nikov con il denaro (che è poi l’elemento che lo correla ed insieme disgiunge da quasi tutti gli altri personaggi, in particolare dagli antagonisti Luzin e Svidrigajlov: incarnazione il primo dell’arrivismo ed opportunismo borghese, della turpitudine e della malvagità allo stato puro il secondo): il denaro che passa per le mani di Raskòl’nikov viene gettato, abbandonato, scialacquato, ripudiato, donato – come qualcosa di impuro o di assolutamente inessenziale. L’assassino dell’usuraia non si perita nemmeno di verificare quel che ha rubato (o quel che avrebbe potuto rubare), e finisce per nascondere e quasi abbandonare la refurtiva sotto un sasso. Certo, quel denaro gli potrebbe essere utile per realizzare un qualche scopo, per beneficare gli altri o la società – insomma, potrebbe essere messo al servizio dell’idea. Ma quello di Raskòl’nikov rimane un idealismo senza sbocco, inficiato com’è  dall’assurdità del gesto. Un gesto che vorrebbe avere una sua logica, una qualche giustificazione razionale (persino “morale” o “giuridica”), e che costituisce il rovello mentale del protagonista fin dalle prime pagine del romanzo, e che però non trova soluzione.

E veniamo così all’ultima riflessione circa l’essenza del delitto commesso – l’omicidio premeditato di Alëna Ivanovna (lasciamo per ora sullo sfondo il secondo delitto, quello della sorella della vecchia, l’innocente Lizaveta, frutto del caso, ma forse proprio per questo ancor più intollerabile ed ingiustificabile). Dostoevskij ci mostra qua e là, nel corso del romanzo, il lavorìo mentale di Raskòl’nikov a tal proposito. Ma mi pare che la vera natura dell’omicidio venga svelata ad un certo punto della narrazione, durante un passaggio che rivela il dispositivo essenziale che lo regge: “migliaia di buone azioni” contro “un solo minuscolo delitto” – ma questa contabilità etico-ideale è ancora insufficiente, dev’esservi un ulteriore salto, messo a nudo dalla seguente domanda: “la vecchiaccia tisica, stupida e malvagia” conta forse “più della vita di un pidocchio, di uno scarafaggio”? La risposta che l’idealista (giacobino, cosmico-hegeliano e superomistico) Raskòl’nikov si è dato è un secco no, anzi Alëna Ivanovna è ancora più dannosa di quei dannosi insetti, ed è pertanto “indegna di vivere”.
Occorreva esattamente questo passo a Raskòl’nikov per mettersi nelle condizioni di uccidere: l’animalizzazione ed inferiorizzazione dell’altro. Sarebbe a questo punto necessario aprire il capitolo della gerarchia e della sacrificabilità degli esseri viventi, di volta in volta per i fini più diversi (dalla sopravvivenza al bene comune, dal tornaconto personale a quello collettivo, dall’utilità alla bieca accumulazione, non esclusi il gioco e il piacere – lo spettro è piuttosto variegato). Ma è a partire da una precisa gerarchia, da una scala di valore verticale degli esseri viventi (scala del tutto arbitraria, soprattutto laddove non è la cosiddetta necessità naturale ad agire, per quanto sia stata storicamente invocata anche questa a giustificare taluni abomini tutt’altro che necessari e naturali), insomma solo un dispositivo gerarchico predeterminato può consentire l’eliminazione dell’altro senza colpa.

Dostoevskij ha indagato questo meccanismo servendosi della mente, del tormento e della vicenda di Raskòl’nikov – ne è così emersa una ricca fenomenologia psicologica ed antropologica del “delitto”. Direi che quel che non gli è proprio riuscito (e che chiude in modo piuttosto sbrigativo il romanzo) è la parte del “castigo”, non tanto nelle sue modalità esteriori (il processo, la condanna, la galera – il dispositivo della pena), quanto nei suoi risvolti interiori e psicologici: Raskòl’nikov non si è “pentito”, anche perché non sembra aver raggiunto quel grado di consapevolezza a proposito del dispositivo che lo ha fatto agire. C’è in lui semmai stizza e rabbia per non aver sopportato le conseguenze del delitto, ed aver ceduto costituendosi: non poteva per questo aver ragione, né dunque aver avuto il diritto di commettere l’omicidio. Vige qui una sorta di blocco emotivo, dove è ancora l’angoscia a regnare nella mente del protagonista, che vorrebbe entrare nella fase del pentimento, senza però riuscirci. Il tramite diventa così esteriore: Sonja, la malattia, il vangelo sotto il letto.
È come se Dostoevskij lasciasse questo punto – questo passaggio esistenziale ed emotivo così cruciale – in sospeso, chiudendo il romanzo con quella che a me pare una frettolosa resurrezione (che invece Tolstoj saprà analizzare più finemente nell’omonimo romanzo, un ventennio dopo, pur in un contesto molto diverso). Del resto ha l’onestà di ammettere che “qui comincia una nuova storia”, e la rigenerazione – il passaggio da un mondo all’altro – è materia per un nuovo racconto. Cosicché noi lasciamo Raskol’nikov – quello vero – ancora in preda al delirio lungo i ponti di Pietroburgo.

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

8 Risposte to “Trilogia filosofico-letteraria – 1. Delitto (senza) castigo”

  1. luca ormelli Says:

    Di questo capolavoro dostoevskijano, tra le altre, esiste una rilettura filmata che mi sembra abbia “compreso” appieno la sradicatezza quasi weiliana di Raskol’nikov cui accenna Mario ed è quella compiuta da Aki Kaurismäki nel 1983, agli albori della sua produzione. Consigliata la visione a dispetto dell’acerbità del regista.

  2. Vincenzo Cucinotta Says:

    Stavolta, voglio davvero solo ringraziarti per aver detto sicuramente meglio di come io avrei potuto fare, ciò che penso.
    Intanto, anch’io sono un lettore precoce di Dostojevski (ma ho anche cominciato circa un anno prima di te…), poi anch’io li leggevo con una sorta di furore che mi impediva di interromperne la lettura tranne che per le più urgenti esigenze fisiologiche (però avevo l’accortezza di leggerli nelle vacanze estive).
    Condivido anche l’analisi, e così mio malgrado non posso sollevare obiezioni di nessun genere 😀

  3. md Says:

    @luca: non ne ero a conoscenza, provvederò senz’altro a visionarlo

    @vincenzo: accidenti! è davvero raro che tu non abbia obiezioni da muovere – se non altro abbiamo scoperto una comune passione

  4. xavier Says:

    Me lo sono perso F.D, dopo che, incautamente, ne tentai un inizio di lettura verso gli 8/9 anni. Le conseguenze furono che rimandai l’approccio a tempi più propizi, che chissà come o perchè furono sempre rinviati. Nel frattempo, preso da Tolstoj, da Cechov, Turgenev e compagnia cantante (mi si perdoni la rozzezza) finii col trascurare questo tutt’altro che trascurabile appuntamento, mentre più volte mi accadeva di leggerne la critica e l’analisi, correndo il rischio di “poterne parlare” per sentito dire, che è il peggio del peggio per ogni argomento serio. Quando mi decisi ad una prima lettura convinta inciampai ne “Il giocatore”, che a onor del vero mi lasciò indifferente, ed ecco che ancora oggi la mia dostojevskità soffre di enormi lacunosi crateri. Dinanzi alla splendida esposizione di m.d. (complimenti per l’essenzialità dei concetti e del linguaggio: Citati potrebbe giovarsene leggendoti) continuo a ripetermi, come da tempo immemorabile, “cosa mi sono mai perso”, ma chissà, forse si tratta dei misteri dell’inconscio,o della stupidità, come più spesso accade. Ma non é detto, forse un giorno, da vecchio e cieco, troverò come in “Farhenait 751” un giovane lettore che mi reciterà a memoria l’opera omnia di D., e finalmente potrò apprezzarne appieno la grandezza. P.S. : avrei voluto dire “una giovane lettrice” piuttosto che “un giovane lettore”, ma ho preferito evitare maschilistici equivoci. Saluti a tutti.

  5. xavier Says:

    ….Ho aumentato di 300 gradi i 451 con i quali brucia la carta. Spero che Dostojevski e sopprattutto Farhenait ovunque si trovino non mi stiano commiserando troppo…

  6. md Says:

    ah ah! pensare che quando ho letto il commento ho letto proprio 451, l’ortografia visiva è sorprendente almeno tanto quanto la creatività dell’errare…

  7. bortocal Says:

    ho letto Delitto e castigo in un solo giorno di simile furore, ma opiù adulto, senza mangiare senza bere senza riuscire a staccarmi dalla pagina, senza quasi neppure respirare, avendo abbandonato moglie e bambini a se stessi, perduto in un modo di leggere di cui qui ritrovo la traccia in una condivisione che mi fa sentire meno bizzarro. grazie della testimonianza.

  8. carla Says:

    io di Dostoevskij ho letto solo *il giocatore*
    e devo dire che come lui sa tracciare la personalità psicologica del protagonista
    (e del giocatore)
    nessuno lo supera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: