Trilogia filosofico-letteraria – 2. Le strade stranianti di McCarthy

“Come McCarthy riesca a ripetere lo stesso schema narrativo per un intero romanzo senza stancare e stancarsi a sua volta (o impazzire) è un mistero” – ricevetti questo messaggio del mio amico Marco in spiaggia, l’estate scorsa in Sicilia, proprio mentre mi sciroppavo la Trilogia della frontiera.
Credo che lo “schema” in questione possa essere tradotto visivamente in quel lungo nastro fatto di polvere e orizzonte a perdita d’occhio, di fronte al quale prima o poi ciascun personaggio mccarthyano viene a trovarsi: «Disse che stava andando lì dove lo avrebbe condotto la strada» – qui è un cieco incontrato da uno dei giovani della Trilogia a parlare. Ma è già l’incipit del primo romanzo – Il guardiano del frutteto – ad annunciare un programma narrativo mai più abbandonato per quasi mezzo secolo: «Era da un po’ che non passava nessuno, e la strada era ancora bianca e arroventata nonostante il sole stesse già tingendo di rosso il cielo a occidente».
È insomma vero che lo schema dei romanzi di McCarthy è sempre lo stesso – o per lo meno, per quel che conosco e ho finora letto, tutte le narrazioni ed i loro protagonisti sono riconducibili ad un unico filo conduttore: umani erranti gettati (heideggerianamente) nel mondo, o, appunto, nella strada – siano questi sopravviventi alla giornata come Suttree (la cui strada è un fiume), o i giovanissimi fuggiaschi e cavalieri della Trilogia della frontiera, oppure il padre e il figlio sopravvissuti alla catastrofe: in quest’ultimo caso lo schema narrativo si palesa icasticamente fin nel titolo.
La strada è metafora della vita – o magari, rovesciando prospettiva, è la vita ad essere metafora ed epifenomeno della strada. La strada è la scena, la cornice entro cui le forme di vita – umane animali vegetali – od anche i muti paesaggi, le rocce, i paesi, gli oggetti – insomma ogni ente, sporge. L’occhio umano vaga da un capo all’altro della strada – come se si trattasse dell’indefinita sfera dell’essere – e non ci si raccapezza. La strada dà forma e de-forma – quasi apèiron anassimandreo. L’ente umano è, come si diceva poco fa, gettato nella strada e qui deve soggiacere al gioco del destino e delle forme. Non tanto o non solo perché si deve sempre stare all’erta (poiché sopra-vivere è un duro mestiere, e all’orizzonte si stagliano sempre figure ed ombre minacciose, siano esse nuvole che portano devastazione o cavalieri neri) – ma perché la vera condizione esistenziale può apparire solo in essa. Solo sulla strada si fa esperienza dello straniamento che ci rivela l’assurdità del mondo e la vera condizione umana.
Da questo punto di vista i protagonisti delle storie di McCarthy sono, a loro insaputa, veri e propri eroi filosofici; nel loro affannarsi quotidiano, reiterare gesti, arrabattarsi nel normale commercio con il mondo, finiranno prima o poi per sostare su di un’altura e gettare lo sguardo tutt’attorno, al di là dell’orizzonte, o nel fitto di una misteriosa notte stellata, chiedendosi silenti se ciò significhi poi qualcosa – ma l’unico significato della strada sta nel percorrerla senza farsi tante domande. Andare come andare – che è un essere come puro essere. Gli eroi banali di McCarthy – che è poi la radicale banalità di cui ciascuno di noi è fatto – sono in realtà meravigliose creature ontologiche.

Lo straniamento, però, non impedisce loro di relazionarsi agli altri raminghi della strada. Intersezioni e segmenti – frammenti di socialità e di affettività – vengono accolti a braccia aperte, pur con quel tipico tono sommesso ed asciutto, quasi rassegnato che aleggia in tutti i romanzi di McCarthy, e che oltre a caratterizzare lo stile essenziale, ne costituisce la cifra esistenziale; essi sono piuttosto disillusi,  perché sanno bene che quegli incontri non basteranno a salvarli. La strada è ancora laggiù, oltre tutto ciò, e non si sa dove porti. E neppure se porti da qualche parte. Nella strada è ogni giorno preparato un bene e un male – le parole sagge ed incomprensibili di un oracolo, le braccia di un’amata o di un amato, oppure la follia di un assassino che ti aspetta al varco o che ti insegue come la tua ombra fino al calar del sole – sul limitare delle tenebre.
Ed anche al mattino, quando il sole torna a sorgere ad oriente, dietro le spalle del viandante che ora riesce a veder meglio dove i suoi passi sono diretti – l’alterità del mondo, la sua ostilità è ancora tutta lì, intatta anche dopo aver esperito il conforto di un pasto caldo, di un sonno ristoratore o di uno sguardo complice. Certo, la pietas rimane l’unico balsamo, insieme al piacere dell’andare (magari sussurrando amorevolmente all’orecchio di un cavallo), contemplando in silenzio le ampie vallate e i vasti orizzonti che sempre si aprono alla vista. Ma rinviano pur sempre ad altra strada. L’unico nostro destino è lei, anche se non sembra esserci alcun tracciato predeterminato, né tantomeno una meta. Si nasce e si muore e si vive lungo la strada – di nuovo un si molto heideggeriano.

Concludo esemplificando con la storia che forse più di tutte mi ha emozionato, quella di Billy, il protagonista di Oltre il confine (il secondo dei romanzi della Trilogia), e che mi pare paradigmatica di quanto ho sopra esposto. Non mi dilungo qui sul suo perenne vagabondare a cavallo della frontiera tra Messico e New Mexico (nel primo romanzo la frontiera era quella texana, con altri giovani protagonisti): la sua storia con la lupa, il rapporto con il fratello, gli immensi paesaggi nei quali si perde e ritrova di continuo, la poesia delle gru in cielo, le lacrime desolate accanto ai resti profanati del fratello e al cavallo ferito – tutto ciò non può essere narrato e visualizzato se non attraverso una lettura diretta del testo (ma ciò non vale forse per ogni romanzo?).
Billy viene avvertito fin dall’inizio del suo viaggio, non a caso da una donna: “Disse al ragazzo che pur essendo huérfano avrebbe dovuto smettere di vagabondare e trovarsi un posto nel mondo, perché quel vagabondare sarebbe diventato per lui una passione e tale passione lo avrebbe estraniato dagli uomini e quindi anche da se stesso”. Ma come si può guarire dalla passione della strada che è la passione stessa della vita? E se la vita non è che una malattia – un  patire, appunto – dove sta la cura?

***

Nota: la foto riproduce uno dei tipici (fin troppo celebrati e banalizzati) scenari americani della strada che si perde nel paesaggio. Spazi immensi, quasi sempre desertici, colline e montagne sullo sfondo, orizzonti a perdita d’occhio – forse senza tutto questo alcuni dei romanzi più belli di McCarthy non sarebbero stati nemmeno concepibili. (Ma del resto, senza i ponti o le strade alienate di Pietroburgo non sarebbero sorti nemmeno gli allucinati romanzi di Dostoevskij). Nella fattispecie, la foto è stata scattata in California, nei dintorni del Joshua Tree National Park. Sul lato destro, lungo il ciglio della strada, si intravvede una figura dimezzata di ramingo, che nulla sapeva all’epoca di McCarthy, ma che già aveva percorso un buon tratto di strade stranianti.

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11 Risposte to “Trilogia filosofico-letteraria – 2. Le strade stranianti di McCarthy”

  1. luca ormelli Says:

    Di McCarthy segnalo la pièce “Sunset Limited”. Spogliato delll’orizzonte degli eventi così peculiare della sua opera rimane un McCarthy ridotto all’osso della teodicea. Quasi dostoevskijano. O camusiano, si licet.
    Stilisticamente avrei preferito, con reminiscenza beat: “umani erranti gettati (heideggerianamente) nel mondo, o, appunto, sulla strada”. Ma tant’è.
    Un saluto, Luca

  2. filosofiazzero Says:

    vorrei anche suggeririre la lettura (ma di sicuro li avrete già letto) di “Meridiano di sangue”e di “Figlio di Dio”…..
    Umani erranti garantiti!!!

  3. md Says:

    ottimi suggerimenti – quello che letterariamente ho trovato straordinario è Suttree, dove, al di là delle vicende del protagonista (il solito quotidiano arrabattarsi), McCarthy rappresenta per 500 pagine fitte un continuo disfacimento del “paesaggio”, degli oggetti, delle cose, degli ambienti, un loro perenne logorarsi – costruendo a fronte di un mondo così grigio, logoro e desolato una lingua sorprendentemente ricca. Quasi a dire che il logos è l’unica salvezza possibile.

  4. filosofiazzero Says:

    By filosofiazzero
    “…antichi muri di pietra sbiecati dalle intemperie, resti di fossili incastonati nelle strie, scarabei calcarei increspati sul fondo di
    questo scomparso mare interno, esili alberi scuri oltre le cancellate laggiù dove i morti presidiano la loro piccola metropoli, curiose architetture di marmo, stele e olbelischi e croci e minuscole lapidi erose dalla pioggia dove con gli anni sbiadiscono i nomi, terra satura di casse da morto di ogni tipo, ossa polverizzate e seta marcia, sudari macchiati di carogna, là fuori sotto la luce azzurra della sera che viene
    i binari del tram corrono verso l’oscurità, oltre i muri ondulati del vecchio deposito, lungo stradine sabbiose dove auto fracassate occhieggiano torve tra zoccoli di calcestruzzo, attraverso grovigli di sterpi e di rovi e cespugli che costeggiano i dissestati terrapieni della ferrovia, rampicanti grigi-neri, erbacce cresciute dal rosticcio dei mattoni, un’escavatrice che svetta in solitario abbandono contro il cielo ormai buio, qui, dalla riva fangosa, i campi si estendono verso il fiume dove affiorano resti alluvionali e orrendi rifiuti, relitti di casse e preservativi e scorze di frutta, vecchie latte e barattoli e oggetti domestici rotti che costellano il pantano fecale come pietre miliari nelle forre inaccessibili della dementia praecox. ”
    Da “Suttree”

  5. filosofiazzero Says:

    Interessa più Dostoewskij che McCarty, mi sembra, o no?
    Ubi maior…

  6. filosofiazzero Says:

    Ubi maior….col punto interrogativo

  7. md Says:

    @filosofiazzero: bé, forse perché Dostoevskij ha avuto un secolo in più per penetrare nel nostro immaginario…
    Ma quanto viene letto oggi, al di là della ristretta cerchia dei soliti intellettuali?

  8. filosofiazzero Says:

    Chi sarebbero essi?

  9. alberto Says:

    complimenti mario, pezzo molto bello.

  10. md Says:

    grazie alberto.

  11. E la nave va | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la […]

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