Trilogia filosofico-letteraria – 3. Promesse violenze

“Ché del dolore ce n’è,
sto per dire, un po’ per tutto”

Romanzi duri e violenti, com’è dura e violenta la strada. Quella allucinata di Raskol’nikov, quelle stranianti (e persino apocalittiche) di McCarthy, ed ora quelle degli umili e dei potenti di Manzoni. Anche qui strade, fin troppo note, interrotte: quella dell’ignavo Don Abbondio che incontra i bravi; le strade dei due sposi promessi che si divaricano; il viottolo di Renzo che incrocia l’ampia strada della storia; quello di Lucia che s’imbatte in alcuni straordinari ritratti del male, della violenza e della sopraffazione (da Gertrude all’Innominato, passando per Don Rodrigo).
Non comincio nemmeno ad affrontare le tematiche classiche del mondo di Manzoni, la storia, la provvidenza, la fede, ecc. (ne ho già avuto abbastanza a scuola e all’università). Ma siccome ora sono libero di rileggere il grande affresco manzoniano senza tener conto di criticoni ed azzeccagarbugli, dico un po’ quel che mi pare.
E dico che I promessi sposi possono esser letti anche come una raffinata e però dura fenomenologia della violenza e della sopraffazione. Una struggle for live neodarwinista e sociobiologica ante-litteram. Non può cioè non colpire come la cifra tragica rimanga quella dell’Adelchi: “non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / Dritto”.
A farla da padrone è insomma il sistema Azzeccagarbugli, quello dell’essere forte con i deboli e deboli ed accondiscendenti con i forti (non ricorda qualcosa?). Certo, lo so: la Provvidenza raddrizza talvolta i torti (ma lo fa solo per chi ci crede, sennò è caso oppure contingenza, e allora non vale). A noi, dunque, non resta che affidarci a quella – sembra chiosare fin troppo spesso don Lisander.
Ci sono in verità anche i resistenti: padre Cristoforo; oppure Renzo, giovane ribelle cui ribolle subito il sangue di fronte alle ingiustizie (non metterei però tra i resistenti l’oleograficissimo, troppo perfetto e stucchevole cardinale Federigo Borromeo – peraltro costruito da Manzoni per via di omissioni, se non di falsificazioni). Ed è proprio sulle strade di Renzo Tramaglino che vorrei focalizzare l’attenzione.

Ricordo che molti anni fa, tra i numerosi saggi critico-letterari che fui costretto a macinare – alcuni dei quali davvero indigesti e al limite della comprensibilità – ve ne fu uno che mi colpì per le nuove prospettive che apriva (mi pare che l’autore si chiamasse Giordana, purtroppo non ho più la copia e google non mi è stato d’aiuto per verificarlo): ad ogni modo il critico distruggeva la figura di Lucia – improbabilissima contadina del ‘600 e, a suo dire, figura troppo meccanica e costruita, con quel rossore continuo ed insopportabile, quasi un tic ideologico dello stesso Manzoni; d’altro canto tale Giordana salvava, ed anzi esaltava, la figura di Renzo, come colui che entra a pieno titolo nella Storia.
Tutto questo è tra l’altro detto sottotraccia anche da Manzoni nel “sugo della storia” (che in verità assomiglia più ad una brodaglia insapore): i guai vengono a cercare Lucia, mentre è Renzo che va loro incontro a braccia aperte; ma quei guai sono, appunto, il corso largo ed infiammato dell’accadere storico. Dai tumulti per il pane alla peste, l’occhio di Renzo è quello del viandante attento e partecipe, che non scansa “i guai”, ma tenta di comprenderli ed affrontarli. Certo, il sovraocchio (o il super-io) manzoniano lo guarda con ironica sufficienza, lo bolla di ingenuità, lo confonde e lo mette in fuga – le paterne braccia della Provvidenza sono ben più consolanti…

Due parole, infine, sulla parte forse più interessante del romanzo, lo straordinario affresco della peste, non a caso attraversata di nuovo da Renzo. Le strade degli umani si infrangono tutte nella catastrofe del contagio – persino il sistema-Azzeccagarbugli deraglia, e il mondo viene messo sottosopra (la Provvidenza persegue i suoi imperscrutabili piani sbaragliando quelli umani – ovvero, leopardianamente, la Natura e il fato incedono ciechi ed impietosi, ammassando cadaveri). Dunque la violenza umana pare dover cedere di fronte ad una violenza più alta ed intensa – divina o naturale – che tutto inghiotte (non è un caso che anche i potenti vengano decimati dalla peste).
La strada di Renzo attraversa tutto ciò da cima a fondo, alternando orrore e pietà, costernazione e generosità, e sempre con un afflato ed una partecipazione che ce lo fanno apprezzare ancora di più – fino alla pioggia liberatrice e alla corsa notturna che lo riporta fuori Milano (la storia s’avvia a conclusione) – quando il cuore e il cervello paiono confliggere, indecisi tra sollievo e recente dolore, e però la gioia finisce per mettere le ali ai suoi piedi. Il corpo bagnato di Renzo è il corpo mondato di tutti i mali, così come il mondo che pare rinnovarsi e ricominciare – ma è di nuovo lui a muoversi, sia fisicamente che psicologicamente: è lui a crescere, en dynamis, ed è lui a sfuggire (appena può) alle ideologiche dande dell’autore.
Che poi, però, finisce per rimettere ordine, quasi che il tic ideologico mondelliano debba sempre saltar fuori come un irreprimibile pupazzo a molla: meglio starsene quieti, a coltivare l’orticello come il Candido di Voltaire – conclude don Lisander. La strada di Renzo torna ad essere un placido viottolo di campagna.

***

Nota. Quel poco di irriverenza e di dissacrazione non inganni sull’essenziale: a dispetto dei detrattori – e persino del pur valido argomento gramsciano circa l’aristocraticismo antipopolare del Manzoni o la sua abissale distanza dai grandi romanzieri russi (è pur vero che mentre quello impiegava decenni a far risciacquature in Arno, un Dostoevskij in meno di 15 anni infilò uno dopo l’altro Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov);  ad onta anche del talvolta insopportabile fideismo e paternalismo – insomma, mettendo tutto ciò tra parentesi, I promessi sposi resta un grandissimo romanzo, che è bene di tanto in tanto rileggere.

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28 Risposte to “Trilogia filosofico-letteraria – 3. Promesse violenze”

  1. filosofiazzero Says:

    Peccato che il “romanzo” non riesca a funzionare, non riesca a essere, appunto, romanzo, ma solo una grosso sforzo per fare in modo che lo sia, e sempre, questo, si vede e disturba.
    Basta pensare agli altri “grandi” romanzi della letteratura europea
    contemporanei o quasi a Manzoni che uno non può non vedere la differenza,, sarà la risciacquatura in Arno che non ha funzionato, sarà che la lingua italiana di allora proprio non ce la faceva, strutturalmente (che vuol dire?).
    Gadda amava Manzoni, noi Gadda.

  2. filosofiazzero Says:

    Mi scusi tanto Sig. Domina, ma mi accorgo che non ho fatto che ripetere quello che ha già detto lei!!!

  3. rozmilla Says:

    Non so bene come dirlo, md, ma non sono molto d’accordo sulla teoria che la storia si faccia sulla strada … o che la si incontri e la si faccia “solo” sulla strada.
    Trovo che in questa teoria nasconda una contrapposizione tra esterno ed esterno, come se esista davvero una simile separazione.
    Voglio dire, non è nemmeno necessario essere “sulla strada” per incontrare la storia, perché la storia entra tranquillamente nelle nostre case, le case non sono un riparo che ci tiene al sicuro dalla storia. Anzi, la storia è già da sempre nelle nostre case.
    Ad esempio: la monaca di Monza, non era di certo sulla strada quando ha dovuto far esperienza della legge del padre, e piegarsi a quella. Avrebbe potuto resistere? Opporsi? Non so, non è così facile.
    Comunque la legge del padre non era “sulla strada”, ma era ben protetta e arroccata nel “suo palazzo”, e da suo palazzo dettava legge nella casa (dentro) per estendersi al di fuori.
    D’altra parte vediamo che sebbene Renzo entri “a pieno titolo nella Storia”, come dice Giordana, non mi pare abbia potuto far molto per cambiarne il corso. Ne è stato travolto, come tutti, sia dentro che fuori.
    Perciò sono tentata di ribaltare la teoria nel suo opposto, e dire che è nel chiuso delle case, e non solo pubbliche, che si prepara la storia. Le case sono le “costruzioni” umane, le teorie, il nostro modo di intendere il mondo e le cose e le relazioni fra umani e umani, come lo interpretiamo e lo raccontiamo. Da lì si prepara e quindi si crea il mondo e la Storia (il futuro). Da lì ha inizio e procede, e da lì si può (si deve) cambiare – non di certo sulla strada. Sulla strada si incontra quello che è già fatto, già destino – il fiume in piena.

  4. md Says:

    @rozmilla:
    interessante quel che dici. Naturalmente le metafore hanno il difetto di essere imprecise, e di dire troppo o troppo poco. Che è quel che succede alla “strada”, che può essere un vuoto o un pieno, qualcosa che partendo da un luogo conduce in un altro luogo oppure che è nessun luogo, nel quale si è semplicemente gettati.
    Certo che Renzo non combina granché pur avendo incontrato la “storia” (nel suo caso a contare è l’impatto con la città, cioè con il luogo per eccellenza della politica e del potere): però, è quel suo sentirsi parte della moltitudine a colpire. Lui è lì e sa di esserlo. E’ Manzoni a decidere che questo suo essere lì conta poco o nulla, visto che è altrove che il destino degli umani viene deciso.
    C’è poi l’altra questione, cruciale, che sollevi: uno degli slogans classici del ’68 – sui quali anch’io mi sono formato – aveva proprio a che fare col rapporto tra “pubblico” e privato”, un discrimine che, a ragione, veniva giudicato inconsistente. Che cosa c’è di più pubblico dei ruoli familiari e dei rapporti di potere all’interno della “privatissima” famiglia?
    Chissà, magari Giordana alludeva a questo: Lucia simbolo del privato (la quotidianità che non viene messa in discussione), laddove Renzo è il tentativo di uscire da questa logica facendosi qualche domanda in più. Ma è l’interpretazione di un’interpretazione – di un testo che, tra l’altro, non ho più sottomano.
    Però rimane il fatto che Lucia è una figura troppo ingessata dall’ideologia manzoniana, laddove Renzo si muove un po’ più liberamente – libero anche di errare e di sbagliare strada.

  5. rozmilla Says:

    Ah, di sicuro … il personaggio di Lucia sembra un ectoplasma uscito dalla mente del Manzoni. Messa così la figura femminile può giusto vantarsi degli spilloni che ha in testa, nell’acconciatura dei giorni di festa. Quindi … e bravo Renzo …
    Però mi è parso strano che nel tuo articolo non fai mai menzione della monaca di Monza, che secondo me è il personaggio più problematico della storia. Certo non si può prendere in considerazione tutto, si sceglie di osservare qualcosa e si tralascia altro.
    Di lei, direi che sebbene non sia sulla strada, le occasioni per sbagliare non le sono mancate, anche se le domande se le faceva eccome. Anche se le risposte erano sempre le stesse: che sapeva benissimo dove si trovava, anche non poteva essere che lì, dove già stava, e che non poteva andarsene. E d’altra parte sarebbe inverosimile, e infatti non succede, che possano aprirsi le porte del convento e che possa avere una vita al di fuori di quello. Bisognerebbe fare il gioco del finale aperto, inventare un’altra storia, un po’ più fantasiosa, attraverso la quale possa uscire da lì. Che so … mixare i Promessi sposi con Fuga da Alcatraz …

  6. md Says:

    @rozmilla: certo, tra le “promesse violenze”, forse la più dura, brutale e al contempo “raffinata” (nel senso del dispositivo sociale che vi sta dietro) è proprio quella che subisce Gertrude.
    La cui storia è un romanzo nel romanzo, ben più riuscito di quello di altre figure celebri (Innominato o Federigo Borromeo). E che costituisce chiaramente un atto di denuncia da parte dell’illuminista (non solo cattolico) Manzoni.

    E però – rispondendo un po’ anche a filosofiazzero – mi sento di spezzare una lancia in favore del Manzoni raffinato psicologo. Magari l’insieme è un po’ disomogeneo, la lingua un po’ troppo costruita (del resto quella c’era, o meglio non c’era) – però la capacità di Manzoni di scendere nei meandri oscuri della natura umana è davvero notevole per l’epoca. Così come – da non dimenticare – la sua ironia. E poi sono un grande estimatore delle sue celebri similitudini. Non basta tutto ciò a farne un grande romanziere come i russi o i francesi? Boh, non saprei. Certo, a quel tempo il compito ed il merito principale dello scrittore era di “mettere”; forse oggi (McCarthy per tutti) è innanzitutto quello di “togliere”.

  7. filosofiazzero Says:

    “la capacità di Manzoni di scendere nei meandri oscuri della natura umana è davvero notevole per l’epoca” …(sic!!!)
    (anche per l’epoca) (forse per l’epoca italiana, considerato che non c’era , si può dire, nient’altro, a parte gli Zibaldoni e le Lettere di Jacopo Ortis, eccetra)ad ogni modo proverò a pensarci sù. Quanto tempo mi rimane?

  8. md Says:

    bé, però sugli “Zibaldoni” ci andrei cauto e Freud addavenì…

  9. rozmilla Says:

    Mi sono chiesta se sarà proprio vero che il personaggio di Lucia è ingessata nell’ideologia manzoniana.
    Piuttosto direi che “per l’epoca” più o meno quello era il modello della vergine fanciulla, semplice e pia, secondo i canoni dell’epoca. E ha una sua bellezza ottocentesca che non disprezzerei senza pensarci due volte. Però direi anche che il giudizio del Giordana esprime soltanto (soltanto?) come nella nostra epoca quel modello di vergine fanciulla non è più idoneo a rappresentare le ragazze di oggi.
    Comunque, si parla sempre di modelli visti e interpretati da uomini: come gli uomini vedono le donne, o come vorrebbero vederle o non vederle. Se non addirittura come le donne devono adeguarsi, per essere amate o ammirate, per corrispondere a un ideale.
    Credo che è soprattutto per questo, che Renzo è più libero. Non vorrei sbagliare troppo, ma mi sembra che dove Renzo più semplicemente “è” e può essere, Lucia “deve” essere. E’ più obbligata ad essere in un certo modo.
    Mi pare che nel corso dei secoli, se si può dire che esista un modello di uomo, non è cambiato molto, è abbastanza omogeneo, uguale a se stesso. Mentre il modello donna ha subito molte variazioni, che ho dei dubbi che provengano dalla donna stessa. Il suo apparire nel mondo è molto più legato alle mode, alla “moda”, a dei canoni estetici creati dalla cultura maschile. Il suo essere, abita soprattutto la sfera dell’apparire, e quindi di un non-essere.
    Le butto lì, ma sono solo ipotesi …

  10. filosofiazzero Says:

    Ma il romanzo moderno è “proprio” il portarsi fuori dal romanzo psicologico, (basta, per tutti Don Chiscotte) Innominati, monache, frati, porporati, e intanto la storia (provvidenza) che segue il suo corso niente altro che bozzetti lunghe tirate didascaliche, eccetra…
    Intanto, negli stessi anni Gogol scriveva “Le anime morte” e poco dopo Melville “Moby Dick”, per esempio…
    Lasciamo perdere Manzoni

  11. Vincenzo Cucinotta Says:

    A me hanno insegnato al liceo che ne “I promessi sposi” manca il dramma, che consiste appunto nel fatto che i protagonisti hanno tutti ragione.
    Manzoni invece mette in campo i suoi personaggi con i buoni che sanno di essere buoni e i cattivi che sanno di essere cattivi, e quindi non parlerei di fine analisi psicologica…
    Ciononostante, non posso convenire sul fatto che il suo romanzo sia scritto in un brutto italiano, tutt’altro direi, ma soprattutto si tratta di un’opera in cui l’autore ha uno scopo didascalico, e mi pare che riesca molto bene nel compito che si è dato. D’altra parte, un testo che suscita critiche anche espre ha raggiunto il proprio scopo, credo.
    Ad ogni modo, leggerlo collettivamente in classe come stimolo alla discussione è stata per me un’esperienza vitale fondamentale.
    Poi, naturalmente, come letteratura classica, preferisco quella russa e quella francese, come quasi tutti immagino…

  12. filosofiazzero Says:

    Diciamolo pure (come si direbbe di un quadro). è una patacca!!!
    Non se ne salva due righe!!!
    La sua assidua presenza (purtroppo)uggiosa e grigiastra per generazioni di alunni (disgraziati!)delle scuole statali è comunque indiscutibile!!! Naturalmente rimane il reperto storico, a testimonianza della incapacità della nostra lingua alta (cosiddetta)di quell’epoca di essere impiegata nel romanzo. Noi romanzi zero.

  13. filosofiazzero Says:

    ROMANZIZZERO!!!

  14. md Says:

    @filosofiazzero: chissà, magari è quel che gli spagnoli pensano del Don Chisciotte, i russi di Anna Karenina e i francesi dei Miserabili (però non so dire che uso scolastico si sia fatto dei vari romanzi nelle rispettive tradizioni nazionali).
    D’altra parte, tranne forse Dostoevskij, il romanzo ottocentesco in genere non può non risultare per certi aspetti prolisso e indigesto. Qualche esempio di lettura personale (da prendere dunque come tale): ricordo di essermi annoiato mortalmente con Stendhal e di non aver provato granché leggendo Balzac. E pure Melville, non è che le decine e decine di pagine sulla tecnica di caccia o le procedure per ricavare l’olio di balena fossero una delizia…
    Eppure questo ci fa concludere che si tratta di pataccari?

  15. md Says:

    (comunque non avevo dubbi che “il” Manzoni avrebbe animato la discussione)

  16. rozmilla Says:

    Mah .. io non ho letto i promessi sposi di recente, giusto qualche stralcio per far memoria. Che allora sto parlando di reminescenze che hanno a che fare con la versione televisiva che dobbiamo aver visto un po’ tutti, della nostra generazione. E in genere i romanzi mi annoiano, soprattutto i polpettoni. Pensare di dedicare ancora del tempo col naso infilato tra le pagine di un libro, di un romanzo soprattutto, classico o no, pagine pagine pagine, mi passa la voglia prima ancora. Ci vuol troppo tempo. Avevo iniziato a leggere guerra e pace due estati fa, quando ero ancora in vena, poi riccardo si è rotto la gamba ed morta lì. Però ho letto La strada, e Carver mi piace rileggerlo, quello sì. Comunque la mia memoria fa cilecca, non ricordo più cosa ho letto. Melville: Chiamatemi Ismaele. Splendido inizio. Arrivare fino in fondo però gli è dura.
    Ieri sera ho preso in mano Memorie del sottosuolo, mi ha fatto venire la nausea, m’intristisce, mi mette di cattivo umore. E poi mi arrabbio perché mi accorgo che basta una lettura per condizionarmi l’umore. Però il brano, Due per due cinque è una cosetta proprio graziosa, quello m’ispira. Fra quello e il monologo di Molly nell’Ulisse non saprei cosa scegliere. Forse sempre Molly. Un due per due cinque in azione

  17. filosofiazzero Says:

    Una pietra sopra!!!

  18. filosofiazzero Says:

    …e dedicarsi tutti, invece, alla lettura, esclusivamente, di Severino che ha riempito due paginone di giornale per dire: si crede di usare la tecnica e ne siamo usati, capitalismo finanziario incluso, Due paginone!!!
    (senza entrare in merito)(solo il computo “metrico”)

  19. filosofiazzero Says:

    …si crede di usare la ruota e ne siamo usati.

  20. xavier Says:

    Quanta carne al fuoco, e di che buona qualità (il quasi vegano m.d. non me ne voglia)! La cottura, invece, non mi convince molto, la trovo un po’ affrettata e spiccia, tipo fast food, per intenderci. Fuor di metafora, alcune considerazioni e giudizi mi sembrano un po’ tranchant, o quanto meno categorici. Non coltivo a tutti i costi il mito della letteratura dell’ottocento, che conosco in minima parte, e che trovo spesso troppo “ottocentesca” (originale, eh?) per riuscire ancora ad appassionarmi. Restano alcuni giganti senza tempo, quelli che, come si sa, tornano a sorprenderti ogni volta che li rileggi. Come per il cinema, altro linguaggio, prossimo, ma non poi così tanto alla letteratura come si vorrebbe, io credo che valga il principio di immedesimazione: nei personaggi, nei contesti della storia, nel procedere del suo sviluppo. Il linguaggio, parte essenziale ma non decisiva, non é sufficiente a reggere da solo tutto l’impianto del racconto. E se non é affatto necessario avere protagonisti eroici a tutto tondo, é pur vero che quando quasi tutta la galleria degli interpreti é così meschinamente mediocre come quella dei Promessi Sposi, sia pur dipinta con grande abilità linguistica, resta sempre la sensazione di qualcosa di estraneo. O forse ci dà fastidio doverci specchiare nella mediocrità antieroica di due quasi ottusi babbei come Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella?

  21. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Come hai potuto non citare Guy de Maupassant?
    Non mi vorrai dire che è noioso. Le novelle poi sono strepitose.
    Balzac ed Hugo in verità, sì un po’ pesantucci, soprattutto il secondo. Non facciamo dell’ottocento un unico mazzo, mi raccomando, ogni autore merita di essere considerato separatamente, mi pare il minimo che gli dobbiamo.

  22. md Says:

    @Vincenzo Cucinotta: di fatti io stavo parlando “solo” di Manzoni, per quanto fossi ben cosciente dell’inevitabile giochino comparativo che sarebbe seguito…
    Certo, il migliore Maupassant sta proprio nelle novelle. E credo sia molto più difficile scrivere un buon racconto che un buon romanzo – ma non vorrei scatenare altre diatribe critico-letterarie.

  23. rozmilla Says:

    È vero, varrebbe la pena di cuocere ancora un po’ questi benedetti promessi sposi.
    Non so perché, mi sono accorta di una cosa a cui prima non avevo fatto caso, ossia, che ancor prima di tutti gli intrecci, si racconta di due donne che sono rimaste sole, una madre e una figlia, come sappiamo. E c’è una promessa di matrimonio fra due giovani. Non sarà proprio un caso, mi son detta, che non ci sia un padre in carne ed ossa, ma solo un giovane ragazzo che forse lo sarà. E ugualmente una giovane ragazza che forse diventerà madre a sua volta. A guardar bene, l’unico padre possibile “all’epoca” era rappresentato nella figura di Fra Cristoforo, che stavo per dire San Cristoforo, visto che gli è di un’eccellenza fuor di discussione. Oppure c’è l’altro, don Abbondio, l’ignavo. Ma entrambi i “padri” sono rappresentanti dell’unico padre Dio. Le altre figure maschili, don Rodrigo, l’Innominato, Azzeccagarbugli eccetera, lasciamole da parte, ora non c’interessano. Che fra tutte, certo Renzo è l’unico umano che possa dar da sperare. Che dico, potremmo persino scommettere che potrà essere anche un buon padre, in carne ed ossa, oltre che un buon marito. Idem Lucia, madre e sposa. Fra tutte le difficoltà della vita, che di dolore ce n’è per tutti, si spera comunque che seguiranno una mezza dozzina di bimbetti rosei e felici.
    Sullo sfondo del romanzo, della storia e degli intrecci, si vede benissimo, mi pare, che c’è un’idea ben precisa di “matrimonio” di unione di un uomo e di una donna, in questo caso “semplici” contadini, come necessità non messa in discussione. Certo si parla di matrimonio cattolico, il contesto non può essere diverso. Ma com’è questo matrimonio, seppure cattolico? A me pare un’unione che, seppur tracciata sulla necessità di mettere al mondo dei figli, è fondata sulla solidarietà dei due. Due giovani che s’incontrano e si fanno una promessa. Ci saranno ostacoli a contrastare l’unione, come sappiamo, ma gli ostacoli saranno soltanto esterni, non interni alla coppia. Ma questo, si sa, era nell’ottocento. Ora dove siamo?
    Devo dire che mi faccio queste domande, oggi, me le faccio soprattutto come madre, non certo per me stessa, che il mio tempo è già stato per queste cose. Però quando guardo i nostri ragazzi, mi pare che i rapporti fra loro, non solo la vita in generale, sia sempre più difficile. Ma se la vita è difficile là fuori, piena di ostacoli, nelle case private non va meglio. Molto spesso non c’è neppure più questo luogo rifugio. E non so che umanità crediamo di coltivare, in questo modo, fra le macerie delle case che furono.
    La nostra generazione ha messo in discussione quel tipo di matrimonio, non perché quel matrimonio non funzionasse, ma perché noi non funzionavamo più dentro di esso. Ci stava stretto per molti motivi, che ora non sto ad elencare, e che di certo sono molto complessi. Però, mi dico, abbiamo distrutto il matrimonio all’antica, ma forse, guardandomi anche un po’ in giro, mi sembra che non siamo riusciti a generare delle tracce di senso per un nuovo modo di stare assieme fra uomini e donne. E dubito persino sia possibile farlo, in un mondo che costruiamo sempre più lontano dalla natura.
    Leggevo qualche giorno fa una frase della Arent che mi ha molto colpito: “Il rimedio all’imprevedibilità della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse”, diceva.
    Mi capita purtroppo di constatare che spesso non si è più in grado di fare e mantenere promesse, perché prima di ogni promessa all’altro, c’è io e sempre io, il mio narcisismo, il mio piacere e il mio interesse prima di tutto. Giovani che si mettono insieme “per caso”, senza aver elaborato un “noi”, una solidarietà reciproca, magari sulla spinta di pulsioni istintuali, o perché così fan tutti. Non ultimi i celeberrimi tre metri sopra il cielo, Harmony o Sex in the city. Forse sì, abbiamo sostituito un discutibilissimo romanzo ottecentesco con della paccottiglia.
    Scusate se mi sono dilungata, e come sempre sono solo ipotesi. Poi è chiaro che ogni mazzo ha almeno quaranta carte, e a scala quaranta sono ottantaquattro, mi pare, compreso i jolly.

  24. filosofiazzero Says:

    104

  25. filosofiazzero Says:

    …più i jolly!!!

  26. rozmilla Says:

    Non sono brava in aritmetica e nemmeno in molto d’altro, a dire il vero …
    Però oltre a quelle che hai contato, ce ne sono quelle due extra, dove son scritte delle regolette che non leggiamo mai, incomprensibili, che non si sa bene di quale gioco si tratti

  27. filosofiazzero Says:

    Io non sono bravo a nullla….

  28. rozmilla Says:

    in questo sei più bravo di me… allora

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