Feroce equità

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questo governo cosiddetto “tecnico” è in realtà un feroce governo di destra (molto più di destra della macchietta berlusconiana): è un governo che fa dell’ideologia liberista la sua bandiera, in rappresentanza di un vero e proprio comitato d’affari della borghesia interna ed internazionale. Il fatto che le borghesie, gli interessi economici costituiti (o costituendi), le vecchie e nuove agenzie globali e transnazionali siano (o appaiano) in conflitto tra loro, non deve ingannare: il nocciolo duro del programma economico è di sottomettere il lavoro al capitale, possibilmente in maniera definitiva, sotto la pietra tombale del profitto. È il linguaggio che accomuna i vari Rajoy, Merkel, Sarkozy, Monti, insieme alla cricca di banchieri, monetaristi e speculatori globali.
Secondo la logica di questa cupola, non solo non devono esistere diritti indisponibili, ma i diritti dei lavoratori sono soltanto variabili del tutto dipendenti dal sistema finanziario, bancario e produttivo. E non inganni nemmeno l’apparente divario interno a tale sistema (tra finanza e produzione, tra speculazione ed economia reale): esso piuttosto si tiene e fa lega laddove l’obiettivo comune è quello di sottomettere il lavoro.
Il profitto è il dio indiscutibile, la fede indiscussa cui ogni entità politica (stati, società, classi, partiti, sindacati) deve piegarsi. È questa una forma di monoteismo (e di credenza al limite della superstizione) ben più potente e diffusa delle tradizionali forme religiose.
Il governo Monti, con la sua cricca di ricchi tecnocrati per bene, rappresenta esattamente questa ideologia e questi interessi (molto ben sintetizzati dai modelli Marchionne e Alta velocità). Anche Berlusconi avrebbe potuto e dovuto essere il rappresentante direttissimo di quegli interessi (non a caso Confindustria gli si era prostrata più volte) – senonché l’ideologia dura del liberismo era annacquata dal populismo, deviata da quella commistione tutta italiana di familismo paramafioso, razzismo e corporativismo che non poteva funzionare nel nuovo millennio.
Il passaggio dal governo di nani e ballerine a quello serio ed “europeo” dei tecnici costituisce un riequilibrio ideologico del tutto in linea con le destre europee, ma ancor più con gli interessi del capitale (cui frega poco che al governo ci sia una qualche “sinistra”, purché non faccia per davvero la sinistra). Che, dunque, con l’alibi degli equilibri finanziari statali faccia digerire qualsiasi cosa al mondo del lavoro: soprattutto una definitiva resa e messa in scacco dei “diritti” e della rappresentanza.
L’appoggio del PD al governo tecnico è il capolavoro politico-ideologico della manovra in corso: tutto quel che non sarebbe passato col ridicolo ed impresentabile governo Berlusconi (paralizzato soprattutto dalle lotte intestine della maggioranza che lo sosteneva) passerà ora con Monti: tutte le amare pillole verranno indorate, addolcite e digerite dal corpo sociale. Il conflitto verrà catalogato come devianza e problema di ordine pubblico (vedi No Tav) o come disperazione individuale (vedi l’inverno al gelo al binario 21 della stazione di Milano).
Mario Monti ha dalla sua la “serietà” ed il rigore borghese (direi quasi calvinista). Egli sa anche che la sua operazione avrà più credibilità solo se riuscirà a raddrizzare alcune intollerabili storture del sistema e a razionalizzare uno stato disastrato e inefficiente, tentando al contempo di elevare la borghesia nostrana al livello centro e nord-europeo (missione quasi impossibile). Ma dietro la maschera dell’equità (ad esempio in tema di evasione fiscale o di sobrietà della classe politica o dei boiardi di stato) rimane il nocciolo duro di una ideologia ferocemente capitalistica, dove la struttura di classe della società, la divisione delle ricchezze e della proprietà, le sempre più profonde ingiustizie non solo restano là dove sono, ma vengono giustificate come necessarie per lo sviluppo, la ripresa economica, il futuro dei giovani e tutte le solenni minchiate che quotidianamente ci tocca di sorbire. Ed è proprio l’ideologia dell’equità (acriticamente sposata anche a sinistra, magari raccontando la favoletta delle opportunità) a rivelare la sua totale inconsistenza, proprio perché funzione di una razionalizzazione sociale che nulla toglie, e che anzi conferma ed approfondisce le ingiustizie e le sempre più massicce forme di alienazione.
Vien quasi il sospetto che la genesi immediata dell’attuale governo (“tecnico” solo per i polli) – e cioè il deragliamento della politica e il fallimento dei partiti, con il rischio del fallimento del bilancio statale – sia stato costruito ad arte per permettere l’accelerazione dei processi e delle dinamiche in corso. Per lo meno, la confluenza di una serie di concomitanze dovrebbe dar da pensare.

Come se ne esce? Semplice: non se ne esce – a meno che non ci sia una forte, generalizzata, creativa ripresa del conflitto sociale. Forte: cioè non sporadica e corporativa; generalizzata: cioè non confinata geograficamente alla Spagna alla Grecia o a Manhattan; creativa: cioè non fossilizzata su vecchi schemi e vecchi slogans.
È il vampiro ad avere ancora e sempre in mano tutte e tre le carte – forte, universale e ipercreativo com’è e come appare (anche perché il succhiasangue sa come spremere e far fruttare l’intelligenza e l’energia sociale, molto più di quanto questa non sappia fare autonomamente). Ma esso mostra parecchie crepe sulla propria maschera: non bisogna permettere che belletti e cosmesi le ricoprano.

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13 Risposte to “Feroce equità”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    La cosa che mi sembra più interessante, è lo stile dogmatico delle affermazioni del premier-professore, e un dogma su tutti, le capacità taumaturgiche del mercato, e questo contro ogni più elementare evidenza sperimentale.
    Rimane da capire come possa la gente bersi queste baggianate, e fino a che livello di indigenza sia disposta a farsi trascinare.
    Nel nostro piccolo, non ci rimane che gridare “il re è nudo”, che è poi l’unico messaggio davvero eversivo.

  2. filosofiazzero Says:

    D’accordo su tutto e con tutti (dissentire equivarrebbe a fare non solo una figura di merda, ma da fascista).
    Una cosa, però, vorrei dire, che mi sembra, qui dentro, almeno, che ci sia tutte persone che lo abbiano vissuto, alle poppe dello Stato, in un modo o in un altro (me escluso)o che abbiano fruito del “mercato fiorente” anche solo di riflesso, quando fu mai fiotrente. e ora che siamo (o non siamo, dicono in molti) con le toppe nel culo ecco le lamentazioni etc.
    Si capiusce che molti di voi questa posizione contro al capitale l’hanno sempre avuta, di fondo, ma allora mi chiedo che fare?(Lenin)
    O la rivoluzione bolscevica, la lotta armata, la presa del potere
    o le riforme l’aumento degli stipendi la riforma dell’assistenza pubblica a tutti e più sostanziosa. Questa seconda possibilità lascerebbe al mercato il compito (se lo sarà mai possibile)di rimpinguare le casse (oltre naturalmente al pagamento coatto delle tasse per tutti i ricchi)?
    E questo sarebbe sufficiente? O fondamentale cambiare tutto? E come?
    Gridando che il re è nudo? E poi?

  3. Omnia Ficta Says:

    I problemi di oggi nascono con la caduta del comunismo e l’estensione del “mercato” a tutte le economie del pianeta, sotto la direzione di un’oligarchia di multinazionali (in maggioranza private ma anche pubbliche). Il manifesto politico di questa nuova “visione” capitalistica è la “strategia di Lisbona” del 2000. L’aziendalizzazione dei servizi pubblici, della scuola e della sanità rientra in quel disegno perverso che mirava a indebolire ogni istituzione pubblica con una propria cultura. Gradualmente, tutto diventa “azienda”, infine anche le persone devono farsi “aziende”. Tutto appare di una sconvolgente coerenza e chiarezza. Ma pochi se ne accorgono perché sono più di 20 anni che vengono diffusi valori e ideali piegati alle esigenze di un disegno di dominio e di profitto.
    La cosa stupefacente però è che nessuno degli obiettivi della strategia di Lisbona è stato raggiunto. L’alleanza tra mercati e politica appare così come la struttura più inefficiente che si sia mai vista. Se ne accorgeranno anche i cinesi, prima o poi. O forse no (sono “comunisti”, dicono).

  4. luca ormelli Says:

    «Siamo stati catapultati in un’epoca in cui tutto è provvisorio. Le nuove tecnologie cambiano le nostre vite quotidianamente. Le tradizioni del passato non possono essere recuperate. E al tempo stesso, sappiamo poco di ciò che il futuro ha in serbo per noi. Siamo costretti a vivere come se fossimo liberi» [John Gray, “Cani di paglia” citato da Slavoj Žižek in “Dalla tragedia alla farsa”].

  5. md Says:

    @luca: interessante quel “siamo costretti a vivere come se fossimo liberi”; proprio pochi minuti fa ho letto in tal senso alcune pagine di Ferraris dove appare evidente come il discrimine tra “automa” e “anima” sia piuttosto problematico. Forse giochiamo in entrambi i campi, in maniera opportunistica – ma ciò non fa altro che rinviare il problema: è l’automa o la coscienza ciò che ci muove a quel gioco?

  6. luca ormelli Says:

    Mi muoverei – seguendo l’analisi di Žižek – più nell’ambito del capitalismo “cognitivo”. Se la totalità della struttura bioeconomica più che biopolitica del Mercato – anche a Treviri si devono aggiornare! – induce desideri e bisogni fomentando la pervasività delle nozioni la capacità di discrimine, di sguardo d’insieme e dunque di generare conflitto va a farsi benedire. E non a San Pietro.

  7. md Says:

    @Omnia Ficta: concordo. Si partiva dal dogma che azienda=efficienza e stato=inefficienza, a prescindere. L’assunzione di tale dogma in un manifesto politico è poi una contraddizione in termini, significa semplicemente che la politica deve sparire dalla scena.
    In effetti la cosa più grave è l’interiorizzazione dell’aziendalismo. E l’avere infilato a tutti un cellulare in tasca, e subito dopo connesso tutti in rete, è stato un risultato davvero straordinario – l’azienda non è solo il luogo di lavoro ma anche la casa, la strada, le relazioni, la camera da letto. Con l’illusione che tutti si sia più liberi e intelligenti e comunicativi, oltretutto.
    E non rassicura nemmeno il fatto che il giocattolo non stia funzionando granché bene.

    @filosofiazzero: già, che fare? Non ho idee chiare in proposito, se non una resistenza minima e quotidiana, da tutti i luoghi in cui ci si trova, al limite individuale (dunque del tutto infruttuosa).
    Di sicuro occorre riabilitare a tutti i costi la politica, il fare politica. Altro non saprei dire.

  8. filosofiazzero Says:

    @mario domina: nemmeno io.

  9. Vincenzo Cucinotta Says:

    Che ogni società elabori un suo pensiero unico, chiamato comunemente ideologia, mi pare un fatto scontato. Di conseguenza, non dovrebbe meravigliare osservare come sia difficile uscire da questo universo simbolico storicamente determinato in cui siamo rinchiusi.
    Rimane allora da individuare dove stia la specificità dei problemi in cui ci troviamo oggi.
    A me pare che alla gente comune non dobbiamo chiedere troppo, che anzi quando li si fa esprimere liberamente, come è successo appena l’anno scorso nelle elezioni a sindaco e nei referendum, la gente mostra in maniera univoca la sua voglia di cambiamento.
    Bene, questa voglia di cambiamento però deve stare all’interno di un progetto politico, il quale a sua volta richiede altri due elementi, una elaborazione teorica adeguata, e il termine intermedio, l’aggregarsi di un’avanguardia che fornisca quell’elemento organizzativo senza cui le proteste rischiano di essere vane, come indignados e movimenti occupy di tutto il mondo dimostrano.
    La mia personale opinione è che elementi di elaborazione teorica esistano, così come esiste una diffusa consapevolezza di dovere procedere a cambiamenti politici drastici, e che quindi ciò che realmente manca è questa capacità di un certo ceto intellettuale di sistematizzare e radicalizzare quelle critiche che pure manifesta quotidianamente nella vita di relazione. Io credo che in assenza di una sede di crescita collettiva in grado di costituire una microcomunità alternativa, sia estremamente difficile, se ancora possibile, riuscire ad essere alternativi, ma la stessa ideologia dominante tende a polverizzare la società impendendo quello spirito di coesione su uno specifico progetto che costituisce l’unica via per il cambiamento.

  10. federico Says:

    “dissentire equivarrebbe a fare non solo una figura di merda, ma da fascista”

    “non ci rimane che gridare “il re è nudo”, che è poi l’unico messaggio davvero eversivo”

    Dogmatismo e incapacità di risolvere problemi: questo, è senza dubbio quello che NON bisogna fare.

  11. Vincenzo Cucinotta Says:

    @federico
    A patto di avere un metodo obiettivo di definizione di quale sia il problema e di cosa si debba intendere come sua soluzione, sennò allora sì che siamo in pieno dogmatismo

  12. xavier Says:

    Così come per le stagioni, non ci sono più gli intellettuali di una volta! O meglio hanno fatto quasi tutti un salto di qualità (economica) che non vale la pena mettere a repentaglio in nome di utopie di alcun genere, Ma il dramma non finisce qui. Temo si stia perdendo il senso di appartenenza ad un genere, quello umano, sostituito ormai da tempo con un “io” rassegnato a sopravvivere, e incline, di conseguenza, alla sottomissione. Da qui a considerare la vita propria e di seguito quelle altrui come prive di valore, il passo non é molto lungo. Con tutte le conseguenze del caso.

  13. filosofiazzero Says:

    Si va tutti alla deriva
    Senza forza intellettiva….

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