JJR 3 – Rousseau reazionario

“Commencez par resserrer vos limites
(J.J.Rousseau, Sur le gouvernement de Pologne)

Accanto ad un Rousseau rivoluzionario (quello del secondo Discorso e di alcune idee contenute nel Contratto Sociale) c’è un Rousseau altrettanto convintamente reazionario. Se ne trovano tracce un po’ in tutta la sua produzione filosofica e letteraria – ma direi che il testo che più rappresenta questo suo aspetto è il romanzo epistolare Giulia o la Nuova Eloisa, che fu tra l’altro un vero e proprio best seller per l’epoca.
Al di là della vicenda (abbastanza noiosa) ci viene descritta una comunità che nella mentalità di Rousseau assume caratteristiche archetipiche: quello di Clarens è un vero e proprio modello insulare di convivenza e di risoluzione delle controversie umane. A metà strada tra il naturalismo sauvage e il familismo patriarcale, Rousseau pare qui alludere al sogno di una convivenza fuori del tempo, autarchica, più Gemeinschaft (comunità, appunto) che Gesellschaft (società atomizzata), un idillio più che un progetto politico, una presa di distanza dalle affollate ed insensate capitali per immergersi nella ciclicità della vita rurale. Proprio per questo occorre un rigido ordine gerarchico: ruoli, riti sociali, differenza di genere, apologia del lavoro – tutto comporta una quotidianità pacificata, ed una tonalità reazionaria talvolta imbarazzante.
Continua a leggere “JJR 3 – Rousseau reazionario”

Il silenzio dei chiostri

Da dove viene l’impulso (o meglio il bisogno intellettuale) di far silenzio intorno a sé, dentro di sé, o quello parallelo di staccare, di-staccarsi, togliere anziché aggiungere, azzerare, fare terra bruciata, isolarsi?
Si parte sempre da un pieno, ci deve essere preliminarmente (ontologicamente) qualcosa che ingombra la vita percettiva e spirituale: un essere, degli oggetti, un rumore, una luce, delle relazioni – per poter poi desiderare che si crei un vuoto, un nulla, un silenzio, un buio, un deserto, una condizione di solitudine. Per togliere qualcosa questo qualcosa dev’esserci già, il togliere è un gesto successivo, secondario. Ma perché questo desiderio? Come mai ad un certo punto, passeggiando oppure sedendosi su una panchina, trovandosi ad alta quota o all’ombra di una quercia, od anche nel mezzo di un affollato luogo metropolitano – sorge quel desiderio? O meglio: perché, proprio nel mezzo del pieno, sorge il desiderio di trovarsi in mezzo a quel vuoto?
Tanto più che sappiamo bene che qualcosa come il vuoto, il nulla, il silenzio – in termini assoluti – non possono darsi mai, o per lo meno non sono esperibili dal nostro corpo, un corpo che è un essere sensibile e percettivo per definizione, già da sempre immerso in un pieno di corpi – fatto di volumi, di materie, di rumori, di colori, di sensazioni (foss’anche il lieve sibilo della circolazione sanguigna, nel momento in cui dovessimo riuscire a sigillare l’esterno), sensazioni non toglibili – se non togliendo se stessi e la facoltà percettiva.
Continua a leggere “Il silenzio dei chiostri”

L’anima? Nient’altro che un grafema!

[Sommario: New Realism – Dualismo immaginario – La lettera e lo spirito – Mente-tabula – Lo spirito in un iPad – Il corpo di Spinoza – La macchina di Cartesio – L’automa di Leibniz – Homme machine – L’osso hegeliano – Scritture essoteriche]

Ho letto con molto interesse Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Mi è piaciuto innanzitutto il tono ben poco accademico, non so dire se per le eventuali contaminazioni popsophiche o per quel piglio militante che fa dell’autore uno dei più convinti assertori del cosiddetto nuovo realismo in filosofia (so che è uscito in questi giorni per Laterza il suo Manifesto del nuovo realismo, i cui contenuti essenziali si trovavano già in un articolo comparso su La Repubblica dell’8 agosto 2011 ). Il costante riferimento a pratiche sociali, linguaggi audiovisivi, film, letteratura, canzoni, fatti di cronaca e aneddoti rende piacevole la lettura, anche se immagino possa far storcere il naso a certi filosofi un po’ ingessati, nonostante l’eventuale professione di postmodernismo. Comunque mi interessa poco dare etichette o valutare le mode filosofiche del momento, e dunque vado subito al nocciolo.
Le tesi di fondo – per lo meno quelle che mi sembrano più interessanti e in sintonia con le questioni più volte discusse in questo blog – sono almeno due, che è poi una soltanto, e che si può inscrivere nel dibattito su che cosa si debba intendere per natura umana, e, conseguentemente, sulla peculiarità spirituale delle produzioni umane:
Continua a leggere “L’anima? Nient’altro che un grafema!”

S’io fossi pietra

Busso alla porta della pietra.
– Sono io fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò ed uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra. –
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Continua a leggere “S’io fossi pietra”

Vivere all'(ultima) giornata

Seppure non si tratti di un tema originalissimo (specie in ambito letterario), è un vero peccato che Andrew Niccol abbia mancato l’obiettivo di realizzare una grande opera cinematografica sul tema del tempo – pur avendo, visti i precedenti, tutte le carte in regola per riuscirci. Poteva scegliere tra due modelli di sceneggiatura: quella raffinata e dalle atmosfere rarefatte di Gattaca (film che ritengo uno dei capolavori insuperati della Bioepoca) o in alternativa la via più facile del thriller adrenalinico, con il rischio però di scadere in una trama dall’intreccio banale e scontato. Ha purtroppo optato per la seconda strada e In time è così diventato un film dalle grandi promesse e premesse, in gran parte tradite. Anche se forse non sarà lo stesso per l’esito commerciale.
Ciò non toglie che se ne possa ricavare una qualche considerazione filosofica a margine, anche perché, al di là della realizzazione filmica e della mancata riuscita artistica, i temi sollevati sono comunque tutti di grande rilievo. In particolare quello, di ascendenza bergsoniana, della spazializzazione del tempo, assurta nel mondo immaginato da Niccol ad unico metro di misurazione della vita umana, unica moneta di scambio, unico valore. Tempo mercificato dunque, ma soprattutto vita umana integralmente quantificata attraverso un radicale rovesciamento di quel che si crede od immagina che sia l’essenza costitutiva dell’umano, e cioè l’indeterminata potenza di esistere – libertà ed insieme possibilità. Che era poi il nodo essenziale di Gattaca, e il discrimine tra i validi (gli umani programmati e predeterminati) e i non-validi (gli umani nati sotto l’antica legge del caso).
Continua a leggere “Vivere all'(ultima) giornata”

Arto fantasma

“Facciamo sempre i gradassi quando ci confrontiamo con i computer e con gli animali. Ci rappresentiamo come perfettamente autodeterminati, autocoscienti, liberi, pensanti e interpretanti. Ma, per l’appunto, quando dobbiamo giustificarci non troviamo affatto disdicevole recitare la parte degli automi o degli animali. E paradossalmente c’è della verità in quelle scuse, in effetti molta della nostra vita è davvero condizionata, incosciente, non pensata né esaminata.
In questo senso, la libertà e la coscienza potrebbero benissimo rappresentarsi come un arto fantasma. Cioè, anche in questo caso, come qualcosa che possiede una piena evidenza fenomenologica, ma che non ha alcuna realtà ontologica.”

(M. Ferraris, Anima e iPad)

Un giorno questo straniamento ti sarà utile

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano”
(Lucio Dalla)

Gli adolescenti mi danno da pensare. Forse perché cerco di ricordarmi com’ero io all’epoca e provo un certo disagio nel figurarmi goffo, inadeguato, inadatto – sempre in conflitto con un mondo pronto indifferentemente ad assorbirmi o a stritolarmi. “Quante balle si ha in testa a quell’età […] a vent’anni si è stupidi davvero“, cantava Francesco Guccini – anche se i suoi 20 anni corrispondono ben poco a quelli di oggi, e tantomeno a quella fascia del tutto aliena che va dai 14 ai 18.
Mi vien però da dire che se i bambini sono naturalmente disposti alla filosofia – dato che si fanno tante domande e chiedono in maniera petulante ed asfissiante “perché?”, allora lo sono anche gli adolescenti, magari per ragioni diametralmente opposte, dato che non si chiedono un bel niente (o sono indotti a non farlo), e quando per avventura si fermano a chiedersi qualcosa, lo fanno da una posizione di radicale straniamento. Lo esemplifico con tre scene – due di vita vissuta, una di vita fittizia e rappresentata. Continua a leggere “Un giorno questo straniamento ti sarà utile”