Arto fantasma

“Facciamo sempre i gradassi quando ci confrontiamo con i computer e con gli animali. Ci rappresentiamo come perfettamente autodeterminati, autocoscienti, liberi, pensanti e interpretanti. Ma, per l’appunto, quando dobbiamo giustificarci non troviamo affatto disdicevole recitare la parte degli automi o degli animali. E paradossalmente c’è della verità in quelle scuse, in effetti molta della nostra vita è davvero condizionata, incosciente, non pensata né esaminata.
In questo senso, la libertà e la coscienza potrebbero benissimo rappresentarsi come un arto fantasma. Cioè, anche in questo caso, come qualcosa che possiede una piena evidenza fenomenologica, ma che non ha alcuna realtà ontologica.”

(M. Ferraris, Anima e iPad)

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40 Risposte to “Arto fantasma”

  1. Giuseppe Savarino Says:

    Credo che nel rapportarci ai computer o agli animali non ci sia solo questo approccio, quasi di onnipotenza.
    A volte c’è anche l’opposto.
    Basti pensare a come si rapportano ancora oggi uomini o donne di una certa età (e anche fascia sociale) alla tecnologia: timore, paura di non capire, riverenza.
    Sull’illusione di essere liberi ci sarebbe tanto da dire; mi viene in mente quanto sostiene Alain Laurent come spunto di riflessione:
    “Dovremmo interrogarci, in un senso più profondo, se tutti gli esseri umani hanno la vocazione di diventare indipendenti e di esercitare e godere della propria sovranità e se tutti vogliono davvero evitare le sabbie mobili della massificazione edonista”.
    In questo interrogarci “paradossalmente c’è della verità” perché la risposta, purtroppo, molto spesso è: “no, non tutti lo vogliono”.

    Per chi è interessato ad Alain Laurent mi permetto di segnalare un mio commento al libro “Storia dell’individualismo”: http://letturecritiche.wordpress.com/2011/10/24/individualismo_alain_laurent/

  2. filosofiazzero Says:

    Cosa vuole dire “realtà ontologica”?

  3. md Says:

    @filosofiazzero: tautologia? pleonasmo?

    @Giuseppe
    in effetti estrapolata così la frase non restituisce il suo senso più pieno, che è quello della pseudodualità automa/anima – pseudo perché si tratta molto più di una credenza di quanto non sia una “realtà ontologica”. Cioè saremmo molto meno scissi (e anche molto meno spirituali) di quanto in realtà non crediamo.
    Affetti da automatismo compulsivo, salvo rappresentarci per lo più come esseri liberi ed autocoscienti. Tanto che, quando ci chiedono che cosa significhi essere “liberi” e dove questa famosa “libertà” abbia sede, non è che sappiamo bene cosa rispondere. Se non fantasie. Fantasmi. Atti (e arti) fantasmatici.

  4. md Says:

    Mi permetto poi di obiettare, in prima battuta, ad Alain Laurent che dovrebbe preliminarmente spiegarci che cosa sia “volere” – non vorrei che si trattasse di una petitio principii…

  5. filosofiazzero Says:

    Mario Domina:
    non lo so se è pleonasmo o tautologia, non è questo che importa.
    Ma cosa vuole dire? Che c’è “reltà” ontologiche e altre “non-ontologiche” e quali sarebbero le une e le altre?

  6. md Says:

    @filosofiazzero: non so, bisognerebbe chiedere a lui; ma nel caso specifico credo intenda dire – da “neorealista” qual è – che non è ben chiaro che cosa stia dietro quei “fenomeni” che noi denominiamo “libertà” o “coscienza”. La “realtà ontologica” della tastiera su cui sto scrivendo è piuttosto definita; non è tutto sommato difficile nemmeno risalire all'”oggetto” statuale (la costituzione, le leggi, ecc.) – ma le manifestazioni che attengono all'”anima” rimangono piuttosto spettrali.

  7. rozmilla Says:

    Mi sembra scontato che non si possa dire dove la libertà, e perciò l’anima, abbia sede. L’anima, o coscienza, non ha “corpo”, non ha peso. Eppure esiste come possibilità, come una punta di spillo, in ognuno.
    Per questo per libertà, preferisco parlare di “foro interiore” del possibile (come dice Jankélévich), che è un vuoto, anziché un pieno: la sfera delle cose che “possono essere potute”. Ma possono essere potute, quindi scelte, volute, solo prima di essere agite. Dopo, subito dopo, sono fatti eternamente compiuti, ossia destino.
    Sotto questo aspetto, la mia/tua/nostra volontà e libertà di volere, è inesistente, non appare, mentre compaiono benissimo le cose (o i fatti) che essa ha fatto, o prodotto.
    D’altra parte non esisterebbe neppure “la tastiera” se qualcuno in un dato tempo non l’avesse voluta fare, costruire. E non esisterebbe questo commento che state leggendo se, giusto o sbagliato che sia, non l’avessi voluto scrivere.
    Che l’abbia scritto in modo automatico, in parte è vero, ma in parte non lo è. Forse ognuno di noi è spinto dal bisogno di affermare di non essere un semplice automa, seppure nel farlo molto spesso ci si comporta proprio in tal modo, ricalcando schemi, clichè, eccetera. Ma anche fra la gamma di schemi e clichè, anche lì si dà la possibilità di scegliere. Per cui siamo sempre in bilico fra attività e passività, fra autonomia e incoscienza.

  8. md Says:

    @rozmilla
    sono abbastanza d’accordo (tanto più che sono un apologeta della possibilità da sempre), ma voglio fare l’avvocato del diavolo: quel gruppo di enti che definiamo in termini di “libertà”, “coscienza”, “volontà”, “spirito”, “anima”, ecc. – e che dunque non hanno, per definizione, “corpo” – acquistano senso solo ed esclusivamente quando assumono corpo (diventano cose, tracce, scrittura, opere, ecc.). Mi interessa però capire cosa sono un attimo prima di diventare “corpo”: perché qualora si trattasse di quel gruppo di enti che definiamo “istinto”, “impulso”, “desiderio”, “conatus”, ebbene saremmo di fronte ad uno scenario eminentemente corporeo. Che è come dire che nulla è se non in forma di “corpo” – tutto è corporeo, comprese le cose più astratte. E che è solo la nostra antica (ma non necessaria) abitudine a duplicare/riflettere/riprodurre/speculare che ci induce a moltiplicare gli enti, e a edificare un ordine extracorporeo.
    Per quanto rimarrebbe ancora da chiedersi preliminarmente che cosa “è” (prima di che cosa “può”) un corpo. Cui forse hai già risposto con la tua condivisibile (ed in bilico) conclusione.
    Insomma è un po’ come il tempo, chiarissimo nel suo “fenomeno” ma inafferrabile nella sua “realtà ontologica”.

  9. filosofiazzero Says:

    io credo basterebbe non usare più le parole ontologico,ontologia e simili. Si comincerebbe, almeno, a intendersi meglio.

  10. md Says:

    @filosofiazzero: sì, si potrebbe anche fare quel che il tuo pseudonimo suggerisce, tabula rasa in filosofia. Ma poi bisognerebbe riedificare un neolinguaggio, che comunque taglierebbe fuori qualcuno, per scelta, disinteresse o incompetenza.
    Tra l’altro, il Ferraris che utilizza “ontologico” nella frase citata, nel libro in oggetto è ben poco gergale, direi anzi piuttosto “divulgativo”. “Alto” e “basso” circolano abbondantemente nel suo discorso, così da mettere in discussione i loro reciproci ruoli.

  11. filosofiazzero Says:

    Mario Domina.
    Sì, è verissimo quello che dici, non se ne esce!!!
    Ma, proposito di corpo e anima, libertà (cosiddetta)
    e determinismo animale, materiale e consimili, un esempio visibile, come mai noi siamo spinti (credo) a penetrare la donna e la donna a farsi penetrare dall’uomo e così è anche se ci sembra che si decida noi il da farsi?Non c’è una forza che è dentro (o fuori) di noi o inconscia o/ molecolare (chiedo scusa per lo “e/o”!)o chissà?
    (e così anche per tutto o invece no?)
    Ci vorrebbe Aristotele? O Severino?

  12. rozmilla Says:

    Certamente non c’è niente che non passi attraverso il corpo, e nulla che non parta dal corpo.
    “Nel corpo e per corpo il mondo viene al mondo” – diceva l’altra sera Sini all’apertura del Filosofarti a Gallarate, (lezione sulla “verità del corpo”)
    Ha iniziato dicendo che il corpo è una “cosa”, una cosa del mondo – ma è anche ciò che per essenza non può diventare un oggetto.
    Però il corpo è anche la “soglia” del mondo, fra dentro e fuori – anche se è chiaro che “dentro” non ci sono che le cose che ci sono “fuori”, e anche se dentro e fuori sono costruzioni mobili.
    Tu dici che la nostra antica abitudine di duplicare/riflettere/riprodurre/speculare non sarebbe necessaria? Può darsi, ma di fatto lo è – visto che non possiamo uscire e guardarci dal di fuori, e nemmeno guardare il mondo dal di fuori, ma soltanto da dentro di noi, poiché ognuno di noi è già da sempre dentro il proprio corpo. Mondo e corpo sarebbero macrocosmo e microcosmo che si rispecchiano, sono uno in relazione con l’altro, e li conosciamo entrambi attraverso questa relazione.
    Ma anche il corpo è attivo e passivo, nel senso che agisce e subisce. Eccetera.
    aggiungo il link, se può interessare, della 1°parte:

  13. rozmilla Says:

    @Filosofiazzero: guarda che comunque non è la regola fissa.
    Infatti magari basterebbe cambiare qualche verbo … tanto per mettere in discussione i loro rispettivi ruoli, attivo e passivo. Per esempio, invece di “farsi penetrare” una donna potrebbe “accogliere”, e un uomo “essere accolto”.
    E visto che oggi è l’8 marzo, un piccolo sforzo in tal senso si potrebbe fare. (Solo per oggi, neh, poi tutto come prima)

  14. md Says:

    @rozmilla: molto alchemiche le tue considerazioni…

  15. Carlo Says:

    “molta della nostra vita è davvero condizionata, incosciente, non pensata né esaminata.”
    Questo ci consente di vivere bene dentro al nostro corpo. Per fortuna, visto che, quando ci interroghiamo, nascono un’ infinità di problemi esistenziali, di malesseri mentali, di interrogativi senza risposta.
    “la libertà e la coscienza … possiedono una piena evidenza fenomenologica, ma … non hanno alcuna realtà ontologica.”
    Esistiamo in prima persona solo (solipsismo) nel mondo astratto delle idee, che il nostro cervello produce, in origine, per adattarci meglio all’ambiente, attualmente per di-vagare e perderci nelle teorie per “quel che resta del giorno”.

  16. md Says:

    @Carlo: curioso che tu usi (ma credo non si possa fare diversamente) l’espressione “vivere dentro al nostro corpo” – come se, appunto, non fosse questo a vivere ma un altro.
    Ad ogni modo, condivido la tua conclusione sul di-vagare, ma temo sia il “destino” che ci siamo scelti.

  17. filosofiazzero Says:

    Sì, rozmilla, hai ragione, mi sono espresso male, ma “accogliere” “essere accolto” “accoglienza” eccetra
    sono tutti vocaboli divenuti abusati dalla pretesa del parlare giusto, mentre invece penetrare penetrazione essere penetrati/e almeno hanno il vantaggio della non ipocrisia (ammesso sia possibile esista)

  18. Vincenzo Cucinotta Says:

    Chissà poi cosa non va nel verbo penetrare, mi pare abbastanza appropriato. Non è che, criticando il verbo, si voglia criticare l’azione corrispondente?

  19. rozmilla Says:

    Filosofiazzero: Dipende dai punti di vista. Non trovo sia una pretesa, quanto piuttosto sono convinta che cambiando il linguaggio, il modo di dire le cose, cambiano anche le cose. A meno che vogliamo trincerarci nei soliti luoghi comuni, e nel linguaggio che è linguaggio chiaramente maschile.

    Vincenzo, non è niente che “non va”.
    È solo un modo diverso per descrivere una stessa cosa. Ma descritta così, come puoi notare, vengono ribaltati i ruoli. Quando diciamo l’uomo penetra, e la donna è penetrata, l’uomo è attivo e la donna passiva. Inoltre l’azione descritta è del tutto oggettuale. C’è un oggetto che penetra e un altro che viene penetrato. Inoltre dà l’idea di grandi lavori di scavo, trincee, fosse, tunnel , trafori, oppure di penetrare in un paese straniero, che di solito è un’operazione ostile.
    Se invece diciamo la donna accoglie, l’accoglienza diviene azione attiva, per l’uomo che può essere accolto. Inoltre l’azione va ben oltre l’oggettualità, perché si è accolti nell’interezza – e non soltanto il pene. Che poi in fondo ci si accoglie insieme.
    Non so, per la mia sensibilità, descrivere la cosa in questo modo mi sembra decisamente più umano e carino. Non c’è nulla di premeditato, è stato il comm. di Filosofiazzero che mi ha fatto venire quest’idea. Ma credo che provare a pensare le cose in modo diverso possa cambiare il paesaggio, le atmosfere.
    O forse trovi che hai qualcosa da perdere se invece di penetrare vieni accolto? Pensaci …

  20. Carlo Says:

    @Md
    Molti (anoressici, bulimici, psicotici and company) non ascoltano il corpo, non lo abitano come una “dimora naturale”, ma si auto-sfrattano, si dis-locano altrove, credendo, in tal modo, di marcare, al meglio, il senso (distorto) dell’umano.
    Non credo che il destino possa essere scelto. In genere viene patito, “obtorto collo”.

  21. filosofiazzero Says:

    Rozmilla:
    Sì, hai ragione, ma è difficile per me pensare in termini di “accoglienza”, anche reciproca, considerato che non succede mai che a nessuna venga voglia di accogliermi…
    Ho paura che nel mio caso sia più giusto penetrazione, purtroppo…
    Ovviamente non per gli altri.

  22. xavier Says:

    …..Questa faccenda della penetrazione sì/penetrazione no mi sta mandando in crisi. Che cosa succederà se dovesse venirmi in mente al momento…sbagliato? Capace che tutto quanto vada all’aria, rimettendo in circolo sensi di colpa e affini, sempre in agguato dagli anni settanta in poi e, cari interlocutori, anche voi ne sareste indiretti responsabili!

  23. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Rozmilla
    Accogliere non credo sia abbastanza chiaro e ne scosiglierei l’uso come anche tu faresti se non per un pregiudizio.
    Che importa se la forma attiva del verbo riguarda il maschio o la femmina, non scambieremo la grammatica per l’azione…
    Nei fatti, si tratta più di una compenetrazione che di una penetrazione.
    L’importante mi pare sia quello di comprendersi.
    Ora, se ti dicessero che una donna ha accolto un uomo, tu cosa penseresti, che ha avuto un coito con lui? Non credo, penseresti solo che gli ha consentito in entrare a casa sua magari: pensa i ragazzini come si potrebgbero vantare delle loro conquiste femminili citando i casi in cui l’hanno accolto… -D
    Mi spiace fare il pignolino della situazione, ma credere di cambiare il ruolo sociale di uno che non ci vede, per fare un esempio, chiamandolo non-vedente invece che cieco lo trovo di un’ipocrisia spaventosa, si entra in una spirale da cui non si esce più: pensa soltanto a cosa è successo del vocabolo “handicappato”, tanto che il suo uso prima proposto è stato abbandonato per quello di “portatore di handicap” e così via.
    Pensare di risolvere lo stato dei rapporti interpersonali cambiando le parole mi pare una cosa perfino controproducente.

  24. md Says:

    Come ci ricorda xavier è vexata quaestio (bruciante fin dagli anni ’70) – ma mi pare ovvio che il linguaggio non sia affatto indifferente, né che denunciarne le eventuali ipocrisie cambi la sostanza del problema: “penetrazione” non è né neutrale né scientifico (né, d’altra parte, esiste un linguaggio neutrale, nemmeno in ambito scientifico) – e il linguaggio allude sempre ad una determinata configurazione di pratiche e di modi di intendere le cose, di dispositivi. Decostruire il linguaggio è decostruire (e chiedere conto) di queste pratiche – una delle quali, mi pare, è proprio un modo a dir poco riduzionistico e genitale di intendere la sessualità. Si sente in giro (anche tra i più giovani) ancora troppa aria di “cazzi” e “fighe”, e maschi conquistatori e femmine (finte) prede, per non preoccuparsi. Oltre, soprattutto, ad una spaventosa ignoranza sulla conoscenza di sé e del proprio corpo, oltre che del corpo dell’altro/a.
    Il problema è, come sempre, insieme formale e sostanziale, linguistico e pratico-esistenziale.
    Dopo di che lascerei l’uso del termine “penetrare” (e simili) a qualche vecchio e nostalgico romanziere.

  25. Luciano Says:

    Salve.

    Una prima considerazione: l’uso dei verbi rispetto all’azione è indifferente, non lo è affatto rispetto ai parlanti. Nel secondo caso infatti se ne da una valutazione che nel primo manca dato che è soltanto una descrizione meccanica. Azione nel primo caso e sensazione/emozione nel secondo ma stesso evento in entrambi i casi.

    Per quel che riguarda poi collocazioni più o meno appropriate dell’anima mi sento di dire che l’uomo non riesce a collocarla per il semplice fatto che essa è al di fuori delle proprie percezioni. Non sa com’è fatta, che forma ha…quindi non può dire dove sia perché pure se ce l’avesse davanti non la saprebbe riconoscere. E come si fa a collocare un oggetto che neanche si sa che forma abbia?

    A presto.

  26. rozmilla Says:

    Ringrazio md e Luciano per il contributo a questa vexata questio.
    Condivido quando Luciano dice che se “l’uso dei verbi rispetto all’azione è indifferente, non lo è affatto rispetto ai parlanti”. Infatti non nego che tutto sia partito da una mia personale irritazione nel sentire definire la passività femminile con quel “farsi penetrare”. Come se avessi sentito una nota veramente stonata. In realtà non mi sembra neppure sia un modo di dire molto usato. Ma soprattutto non credo proprio che una donna possa pensare a se stessa, anche rispetto all’azione, come soggetto – o oggetto – atto a farsi penetrare. Senza contare che da lì proseguono vari modi di dire, come “mi son fatto”, ma anche “mi son fatta”, seppure più raro.
    Inoltre temo che, se ancora esistono, immagino che solo gli uomini potrebbero descrivere la passività femminile in questi termini, a discapito della sua azione attiva nella faccenda – anche nel caso non fossimo d’accordo col termine che ho proposto, che chiaramente devia dalla descrizione scientifica per approdare su un piano sentimentale e privato.
    Ribadisco, se ce ne fosse ancora bisogno dopo l’esauriente spiegazione di Md., che come noi nominiamo le cose … eccome se cambia le cose. Altro che!
    Poi è chiaro che ognuno può continuare a nominare le cose come fa o ha sempre fatto o sentito dire, per abitudine. Oppure può cambiarle.
    D’altra parte anche rispetto al destino, abbiamo almeno tre possibilità di scelta: subirlo, accettarlo, o cambiarlo.

  27. filosofiazzero Says:

    Rozmilla:
    Sì, hai ragione, è non solo un linguaggio da “uomini”, ma perdipiù,
    se usato a bella posta, come anche può succedere, da frustrati. Io ho paura di appartenere a questa categoria frustrata.
    Maledetto destino!!!

  28. rozmilla Says:

    Mi dispiace, Filosofiazzero, ma non preoccuparti, che per questo siamo tutti un po’ frustrati … soprattutto quando ci rendiamo conto di quanto siamo condizionati. (scusa anche la rima)
    Qualche giorno fa leggevo dei test linguistici proposti dalla Irigaray a dei bambini/e di una terza classe elementare (Parma), dai quali si nota come fin dall’infanzia ci siano delle differenze, fra maschi e femmine, nel relazionarsi tra loro e con le cose. Me ne ero trascritta una parte: se Md. mi dà il permesso, la invio. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.
    Questo arto fantasma, ci sta facendo faticare … sarebbe bello che fosse almeno come nella miniatura, solo un po’ ferito o ingessato. Ma data la mia recente esperienza con gli arti (o le arti) spezzati, so che ci vuole un certo tempo prima che tornino in sesto.
    Ma, come si dice, finché c’è vita c’è speranza … o no?

  29. md Says:

    permesso accordato, rozmilla

  30. md Says:

    segnalo questo corto geniale:

  31. Vincenzo Cucinotta Says:

    Vedo che la discussione si è andata allargando e richiede un approfondimento ben maggiore di quello che avevo presunto.
    Appena posso, ne farò un post sul mio blog e vi darò il link corrispondente. Qui aggiungerò solo brevi note.
    La questione fondamentale non è se le parole influenzino i parlanti, su questo Luciano sfonda una porta aperta, ma il modo in cui ciò avviene. Se bastasse sostituire un termine ad un altro per indurre un cambiamento culturale, tutto sarebbe più semplice, ma le cose sono maledettamente più complicate, e me ne diovrò occupare in maggiore dettaglio.
    Sulla specifica questione, non ho davvero capito quale soluzione propongono coloro che trovano penetrazione un vocabolo retrivo.
    IN quanto ad attivo e passivo, avevo tentato di mettere in guardia quando avevo raccomandato di nonn confondere grammatica ed azione, ma evidentemente invano.
    Se ad esempio io osservo un attore che recita, mi pare che l’attore svolga un ruolo più ben attivo pur essendo osservato rispetto allo spettatore che osserva.
    Come tentavo di argomentare, il problema non sta nel verbo, ma nella mancata accettazione dell’asimmetria sessuale per cui il maschio svolge un ruolo più attivo della femmina dovendo avere l’erezione. E’ un problema generale del femminismo, che rivendica la differenza, ma poi pretende di negarla, un paradosso senza apparente soluzione.

  32. filosofiazzero Says:

    …l’erezione inattiva, forse, come un Priapo pietrificato?

  33. filosofiazzero Says:

    ,,,il “corto geniale” rende bene l’idea!!!

  34. Luciano Says:

    Salve.

    In effetti tutta la questione gira intorno al sistema valoriale dei parlanti, voglio dire che quello che rappresenta il punto cruciale è il “modo di pensare”. Se la logica che sottostà al parlante è di becero maschilismo anche la locuzione “la donna accoglie e l’uomo è accolto” si vestirà degli stessi panni con cui lui vede la donna e lo stesso dicasi per il punto di vista femminista che risentirà della propria concezione dell’uomo. Certo il ruolo dell’uomo è a prima vista più attivo perché decisamente più eclatante fin dalle fasi iniziali, ma anche quello della donna, sebbene più intimo e discreto, è assolutamente attivo nel creare le condizioni favorevoli senza le quali ogni nostro sforzo di presunta virilità sarà come una strada a senso unico, percorribile in un sol verso e per questo del tutto inutile.

    A presto

  35. rozmilla Says:

    Come dicevo, ho letto alcuni libri di Luce Irigaray, che tra le altre cose ha fatto degli studi sul linguaggio; in uno di questi – Oltre i propri confini – riporta i risultati di alcuni (diciamo) test linguistici, che mi hanno molto colpito; sono stati svolti da un gruppo di bambini, maschi e femmine, di una terza elementare di Parma. Ha chiesto loro di comporre delle frasi con le parole “io”, “tu”, “io …tu/te”, “io… lui”, “io … lei”, “con”, “insieme”, “amare”, “condividere”, “desiderare” ecc.
    E sentite cosa hanno scritto:

    Io
    – la ragazza: “Io amo Dilan”
    – il ragazzo: “Io amo il baseball”

    Tu
    – la ragazza: “Tu ami Gian Michele”
    – il ragazzo: “Tu odi le femmine”

    Io … tu/te
    – la ragazza: “Io e te abbiamo gli stessi gusti”
    – il ragazzo: “Io odio te”

    Io … lui
    – la ragazza: “Io e lui ci amiamo”
    – il ragazzo: “Io e li giochiamo con il Game Far”

    Io … lei
    – la ragazza: “Io e lei amiamo lo stesso ragazzo”
    – il ragazzo: “Io e lei ci odiamo”

    Con
    – la ragazza: “Con Marco io parlo”
    – il ragazzo: “Con la mazza io batto la palla”

    Insieme
    – la ragazza: “Insieme a Marco facciamo un figlio”
    – il ragazzo: “Insieme a loro gioco sempre” (nel contesto della frase, “loro” rinvia a dei maschi)

    Amare
    – la ragazza: “Io amo Gianpaolo alla follia”
    – il ragazzo: “Io amo il basketball”

    Condividere
    – la ragazza: “Io condivido con Dilan anche se non l‘ho mai conosciuto veramente”
    – il ragazzo: “Io condivido il computer con mia mamma”.

    Ovviamente questi sono solo alcuni esempi indicativi, ma è chiaro che dietro c’è un rapporto vasto ed analizzato; e anche altri test con adulti; ma questo basta per notare come fin dall’infanzia si configurano delle differenze “relazionali” fra maschi e femmine. Per questo lei parla proprio di una differente “identità relazionale”
    Infatti (lei conclude) si può osservare che i ragazzi privilegiano : il rapporto soggetto-oggetto; la relazione fra simili; la configurazione uno-molteplice; la gerarchia e la relazione parentale.
    Mentre le ragazze privilegiano: la relazione fra soggetti; la relazione nella differenza; la relazione a due; un rapporto orizzontale con l’altro.

    Curioso, no? Che ne dite?

    Come sempre è chiaro che le sue conclusioni si riferiscono ad una maggioranza significativa, mentre nel particolare immagino possano esistere differenze molecolari.

  36. filosofiazzero Says:

    Sembra parecchio preso da Laing, l’autore de “L’io diviso”
    “Ti amo” “Nodi” eccetra…
    Interazioni, Sopraffazioni, Frustrazioni, Fissazioni….

  37. filosofiazzero Says:

    …correggo: “Mi ami?”

  38. rozmilla Says:

    Non saprei quali nessi con Laing, che leggevo negli anni ‘80, ma che purtroppo non ricordo più.
    Negli anni ‘90, invece, le “Istruzioni per rendersi infelici” di Paul Watzlawick, le ho trovate molto istruttive … e in quelle mi ci sono applicata … 🙂

    Comunque, amerei moltissimo che qualcuno mi spiegasse il video, che riesco a vedere a singhiozzo solo per i primi 50 secondi – che mi spiegasse in cosa consista la genialità, voglio dire.

  39. md Says:

    @rozmilla: probabilmente con c’è nulla di originale nel rappresentare un uomo che dice solo “man” sempre con la stessa espressione di fronte a una donna che tenta di uscire dal copione e di trovare forme un po’ più varie e mutevoli; però la forma visiva, il linguaggio cintematografico utilizzato, i pochi minuti di sceneggiatura che narranno millenni di antropologia (oltre all’estrema semplicità della scenografia, un banale su-e-giù) – è questo che ho trovato geniale. Ma proprio perché la forma qui è tutto, devi vederlo per intero, altrimenti non arriva nulla.

  40. rozmilla Says:

    Grazie Mario. La tua spiegazione ha confermato quello che avevo intuito. Innanzitutto avevo notato che prima ancora che uomo ripeta in modo ossessivo “man”, che io gioco stesso, così com’è strutturato, è già di suo un gioco obbligato – un doppio legame, direbbe Laing. Un saliscendi meccanico, gioco-forza meccanico di leve.
    Una curiosità: ricordo che detestavo in particolar modo quel gioco, quand’ero piccola. Nei parchi giochi era sempre occupato, non riuscivo mai a salirci. Poi quando si è liberato è stata un delusione, perché, siccome ero più leggera, ero costretta a subire il saliscendi imposto dal più forte e pesante. Giuro che m’è bastato una volta sola: non ci sono più salita -:)
    buon fine settimana.

    ciao

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