Vivere all'(ultima) giornata

Seppure non si tratti di un tema originalissimo (specie in ambito letterario), è un vero peccato che Andrew Niccol abbia mancato l’obiettivo di realizzare una grande opera cinematografica sul tema del tempo – pur avendo, visti i precedenti, tutte le carte in regola per riuscirci. Poteva scegliere tra due modelli di sceneggiatura: quella raffinata e dalle atmosfere rarefatte di Gattaca (film che ritengo uno dei capolavori insuperati della Bioepoca) o in alternativa la via più facile del thriller adrenalinico, con il rischio però di scadere in una trama dall’intreccio banale e scontato. Ha purtroppo optato per la seconda strada e In time è così diventato un film dalle grandi promesse e premesse, in gran parte tradite. Anche se forse non sarà lo stesso per l’esito commerciale.
Ciò non toglie che se ne possa ricavare una qualche considerazione filosofica a margine, anche perché, al di là della realizzazione filmica e della mancata riuscita artistica, i temi sollevati sono comunque tutti di grande rilievo. In particolare quello, di ascendenza bergsoniana, della spazializzazione del tempo, assurta nel mondo immaginato da Niccol ad unico metro di misurazione della vita umana, unica moneta di scambio, unico valore. Tempo mercificato dunque, ma soprattutto vita umana integralmente quantificata attraverso un radicale rovesciamento di quel che si crede od immagina che sia l’essenza costitutiva dell’umano, e cioè l’indeterminata potenza di esistere – libertà ed insieme possibilità. Che era poi il nodo essenziale di Gattaca, e il discrimine tra i validi (gli umani programmati e predeterminati) e i non-validi (gli umani nati sotto l’antica legge del caso).
Insomma, argomenti piuttosto cari a Bergson – tanto per fare un nome illustre della via spiritualistica ed antimeccanicistica (ma non antiscientista) della filosofia novecentesca. Il fatto che noi si sia corpo e materia non implica necessariamente una spiegazione deterministica della vita e della sua evoluzione – così come del concetto di tempo.
Ed è appunto un tempo ossificato, gerarchizzato, unificato in tempo di lavoro (che è anche tempo di vita) quello della società (paradossalmente anacronistica ed intemporale) di In time, che non lascia più alcuno spazio alla libertà umana. Tutto sommato Niccol estremizza quel che già è in essere, prefigurando solo una versione tecnologica da incubo di una strutturazione gerarchica della società e delle risorse che tende sempre più a spostare ricchezza e valore sul fronte delle merci immateriali e più impalpabili: il tempo, lo spazio, lo spirito – ma soprattutto il bios, la vita stessa in quanto astratta durata.
Era stato Enzensberger, in un suo pamphlet degli anni ’90, a identificare nel tempo il principale bene di lusso delle società postmoderne (e forse postconsumistiche). E del resto, se non si ha tempo per consumare a che scopo arricchirsi? E non si tratta solo di quantità di tempo (e di vita), ma anche di qualità: solo l’uscita dalla logica meccanica del tempo determina il vero lusso – ignorare quanto tempo ho, perché ho tutto il tempo a disposizione.
Il paradosso è evidente: per vivere appieno la durata – l’élan vital bergsoniano – occorre prima condurre a termine il processo di meccanizzazione della temporalità, proprio perché solo così se ne può sfruttare ed estrarre l’intero valore. E di fatti stampigliare nel corpo il tempo di vita residuo di alcuni (o meglio, della maggior parte) è solo funzione della durata (che può diventare illimitata) di altri. Naturalmente c’è pur sempre il lavoro al centro di tutto il sistema – tempo di lavoro che viene a coincidere con il tempo vitale. Tempo che viene integralmente vampirizzato. Tempo libero che viene assorbito, quantificato, monetizzato in attimi spendibili ed accumulabili fino alla frontiera degli eoni. (Ma dov’è la fantascienza in tutto ciò, se è vero che oggi lo 0,5% della popolazione mondiale possiede 69 trilioni di dollari contro il 68% che ne possiede 8 trilioni?).
Di nuovo, come in Gattaca, fa capolino il tema dell’immortalità, che si presenta come nuova frontiera della perfezione. Un’immortalità che non è ovviamente quella di una senescenza indeterminata – un crepuscolo che può diventare un incubo, come per gli Struldbrug descritti da Swift – quanto piuttosto quella beata di un’eterna giovinezza. E di fatti i volti e i corpi di In time sono tutti bloccati e congelati all’età dei 25 anni, frontiera oltre la quale comincia la ferocissima struggle for time, che però è in gran parte scritta e pre-determinata.
Eppure c’è sempre la possibilità che un granello inceppi l’ingranaggio e mandi in tilt il sistema – l’inserzione del caso e della contingenza può incrinare la tetragona ed apparente necessità. Chi vive all’ultima giornata (e all’ultima frazione di tempo), dopotutto, non ha nient’altro da perdere che le proprie catene. Catene umane, troppo umane, per credere che siano davvero naturali ed infrangibili. Purché si cominci a credere il contrario. E a praticarlo.
Certo, la vita reale e sociale non è un film ad alto tasso adrenalinico dall’esito scontato…

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Una Risposta to “Vivere all'(ultima) giornata”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Come promesso, qui di seguito il link al mio blog relativo alla discussione iniziata su questo blog:

    http://ideologiaverde.blogspot.com/2012/03/la-battaglia-delle-parole.html

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