L’anima? Nient’altro che un grafema!

[Sommario: New Realism – Dualismo immaginario – La lettera e lo spirito – Mente-tabula – Lo spirito in un iPad – Il corpo di Spinoza – La macchina di Cartesio – L’automa di Leibniz – Homme machine – L’osso hegeliano – Scritture essoteriche]

Ho letto con molto interesse Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Mi è piaciuto innanzitutto il tono ben poco accademico, non so dire se per le eventuali contaminazioni popsophiche o per quel piglio militante che fa dell’autore uno dei più convinti assertori del cosiddetto nuovo realismo in filosofia (so che è uscito in questi giorni per Laterza il suo Manifesto del nuovo realismo, i cui contenuti essenziali si trovavano già in un articolo comparso su La Repubblica dell’8 agosto 2011 ). Il costante riferimento a pratiche sociali, linguaggi audiovisivi, film, letteratura, canzoni, fatti di cronaca e aneddoti rende piacevole la lettura, anche se immagino possa far storcere il naso a certi filosofi un po’ ingessati, nonostante l’eventuale professione di postmodernismo. Comunque mi interessa poco dare etichette o valutare le mode filosofiche del momento, e dunque vado subito al nocciolo.
Le tesi di fondo – per lo meno quelle che mi sembrano più interessanti e in sintonia con le questioni più volte discusse in questo blog – sono almeno due, che è poi una soltanto, e che si può inscrivere nel dibattito su che cosa si debba intendere per natura umana, e, conseguentemente, sulla peculiarità spirituale delle produzioni umane:
a) la priorità dell’elemento dell’automa su quello dell’anima, insieme alla considerazione che tale dualismo è più immaginato di quanto non sia reale, ma soprattutto praticato: ne consegue che saremmo più determinati di quanto non siamo in grado di determinare;
b) la ricerca e l’identificazione del “luogo” della spiritualità nei pressi dell’istituzione (o tecnica o dispositivo) della scrittura e (biologicamente) della memoria: da tal punto di vista, dopo la riduzione ed il superamento del dualismo anima/corpo si pone anche quello di spirito/lettera (e, a cascata, vivo/morto, organismo/automa, ecc.). Detto con un gioco di parole: lo spirito è, alla lettera, nient’altro che lettera.

Diviene dunque prioritario far fuori il dualismo – o meglio il suo spettro (derivante da un antico vizio logocentrico), poiché Ferraris lo ritiene più un autoinganno di quanto non si sia davvero realizzato: “malgrado l’insistenza di facciata sul dualismo che sarebbe caratteristico della civiltà occidentale, quella che emerge è, piuttosto, una cooperazione tra i due termini, tra la lettera e lo spirito così come tra il corpo e l’anima al punto che si direbbe che il dualismo sia un semplice autoinganno ideologico” (p. 30).
Dunque, quella cosa che chiamiamo “anima”, e da cui facciamo discendere i succedanei impalpabili e però costitutivi dell’umano di libertà, coscienza, attività, autodeterminazione e simili, avrebbe in realtà sede, o meglio finirebbe per coincidere con la memoria, funzione che si rende visibile attraverso la scrittura. “Scrittura” è qui da intendere in senso lato: ogni attività umana può essere ricondotta alla scrittura, proprio perché è il modo di funzionare della mente.
Ferraris utilizza con icastica efficacia l’iPad (e tutta la fenomenologia digitale degli ultimi due decenni) come emblema della mente-tabula su cui si iscrivono tutti i dati di conoscenza (inscindibilmente legati alla memoria): senza memoria non c’è conoscenza, così come senza scrittura (reale o virtuale, poco importa) non c’è anima. Il tablet, la tabula – di cui l’iPad è al momento la versione più evoluta – altro non è che il simbolo del modo di funzionare dello spirito umano. E lo spirito non può costituirsi né evolversi – sarebbe dunque inerte – senza l’automatismo della scrittura o senza la meccanica della memoria. O, ça va sans dire, senza la tecnica, coessenziale allo spirito umano, a tal punto da rendere impensabile un’umanità priva di tecnologie e di macchine, presenti peraltro fin dentro la costituzione corporea.

Al di là dell’etichetta neorealista o dell’opzione riduzionistica, quel che mi preme di più è l’esito materialistico dello scenario proposto da Ferraris. L’anima e lo spirito possono anche non essere considerati a rigore dei corpi, ma semplicemente non esisterebbero senza un corpo che non solo li fonda ma li regge ed alimenta di continuo. E’ il corpo l’arché, non l’anima (o spirito o idea). Non solo: la tesi della precipitazione grafica di ciò che intendiamo come “anima” o “spirito” – tracce, incisioni, iscrizioni, istituzioni, dispositivi – rende corporeo ciò che altrimenti risulterebbe evanescente e incomprensibile.
Domanda: la libertà o l’ispirazione o le idee o l’immaginazione sarebbero dunque banalmente dei corpi esattamente come la tastiera su cui sto scrivendo, o le dita con cui sto scrivendo o il cervello grigiastro che dà i comandi, e che i neuroscienziati ci mostrano illuminarsi e colorarsi ad ogni modificazione omeodinamica del nostro equilibrio psicofisico?
Risposta: beh, perché no? (e tra l’altro non c’è nulla di banale in un corpo). Ne diminuirebbero forse il valore o la nostra capacità di comprenderne origine e dinamiche? Ci sentiremmo così sminuiti dall’essere nient’altro che un modo (uno tra i tanti) della materia? Spinoza denunciava ancora nel XVII secolo una profonda ignoranza dei corpi: “In effetti, che cosa propriamente possa il Corpo, nessuno l’ha ancora determinato” – così scriveva nell’Etica. Qualche secolo è passato da allora, e siamo ormai giunti a rovistare fin dentro l’ultimo ganglio o gene o particella, per quanto non sappiamo ancora bene se questa cellulare ed infinitesima e pertinace investigazione della realtà – del suo zoccolo duro, al di là di ogni pellicola ideologica o postmoderna – avrà mai fine o ci farà davvero capire come siamo fatti o di che pasta è fatto l’universo, né quale segreto od essenza misteriosa si nascondano eventualmente dietro le superfici barocche o le linee sfuggenti del mondo. Ma temo che la risposta stia paradossalmente nel libro della Genesi: polvere eri e polvere ritornerai.

***

Annoto qui sotto qualche breve considerazione sulla figura dell’automa, così come viene trattato nella filosofia moderna – da considerarsi come appunti di studio, materiali per il prosieguo della ricerca. Avrei voluto aggiungere qualcosa sull’altro tema cruciale – la memoria – ma, data la sua complessità, ho preferito lasciar perdere e rinviare ad altra occasione.

Naturalmente occorre partire da Cartesio (responsabile principale del dualismo immaginario di cui sopra), e dalla sua teoria del corpo come macchina. Non è un caso che l’opera intitolata a L’uomo si apra proprio con il capitolo “La macchina del corpo”, e che Cartesio immagini che Dio, affinché possa formare dei corpi umani funzionanti, non faccia altro che assemblare parti: “Devo descrivervi prima il corpo e poi l’anima separatamente; infine devo farvi vedere come le due nature devono essere unite e congiunte“. Il corpo viene assimilato ad una statua (sarà poi Condillac a riprendere la similitudine), ad una “macchina di terra” – ma si parla anche di macchine artificiali semoventi: orologi, fontane, mulini. Se si scorrono i 5 capitoli del saggio, dell’anima razionale non si fa quasi menzione, se non per rinviarne la trattazione: l’impressione è quella che la macchina umana funzioni benissimo in maniera automatica, senza alcun bisogno di res extensa: “vi prego poi di considerare che tutte le funzioni da me attribuite a questa macchina […] derivano naturalmente dalla sola disposizione dei suoi organi, né più né meno di come i movimenti di un orologio o di un altro automa derivano da quella dei contrappesi e delle ruote“.

Anche Leibniz accennerà nella Monadologia a tale automatismo dell’essere umano: “Così il corpo organico d’ogni vivente è una specie di macchina divina o di automa naturale, che sorpassa infinitamente qualunque automa artificiale”, ma la differenza più che nell’anima starebbe nel fatto che ogni parte di un corpo vivente è a sua volta una macchina, irriducibile a qualcosa di semplice ed inerte. (Mon. § 64). Ragionamento che si conclude con una vera e propria apologia del vivente, culminante in una concezione cosmico-organicistica della materia, al punto che ogni porzione di essa “può essere raffigurata a un giardino pieno di piante e a uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo di una pianta, ciascun membro d’un animale è ancor esso un simile giardino, un simile stagno” (Mon. § 67). Ma questa concezione pulsante e cellulare della materia può essere interpretata, nonostante l’evidente spiritualismo del pensiero leibniziano, anche in assenza di un’anima del mondo (o dei singoli corpi): armonia prestabilita, organismo, sincronismo sono concetti più che sufficienti a spiegare la vita sia psichica che meccanica.

Questa linea, opportunamente depurata da ogni riferimento al concetto (peraltro ambiguo) di anima, porterà dritto al materialismo illuministico e all’Homme machine del medico francese Julien La Mettrie, che assimilerà gli umani agli animali-macchine di Descartes (bête machine), differenziandoli solo per questioni di carattere organico-fisiologico: la specie umana ha soltanto un’organizzazione corporea più complessa e raffinata, ma quella cosa che chiamiamo “anima” o “spirito” sono pure variabili dipendenti da fattori fisiologici. Cosa per cui, è bene ricordarlo, il libro fu mandato al rogo a Parigi nel 1748, mentre l’autore dovette fuggire per evitare la stessa fine.

Infine Hegel, il più spiritualista e idealista dei filosofi, che mai e poi mai accetterebbe un’assimilazione naturalistica degli umani agli altri esseri viventi: eppure, anche nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche si fa chiaro riferimento all’elemento automatico e meccanico della vita, senza cui la fioritura spirituale sarebbe impossibile. La ripetizione delle determinazioni e l’abitudine (“meccanismo del sentimento di sé”), esattamente come la memoria (“meccanismo dell’intelligenza”), consentono all’anima e allo spirito di esprimersi liberamente: addirittura l’abitudine è “la cosa più essenziale all’esistenza di ogni spiritualità nel soggetto individuale“.
Certo, Hegel non sottoscriverebbe mai una riduzione dell’organico al meccanico, dello spirituale al naturale – della ragione ad osso (come viene ad esempio denunciato nella Fenomenologia dello spirito là dove si parla di frenologia, la “scienza del cranio” – critica che farebbe facilmente supporre quale giudizio il filosofo tedesco darebbe oggi sulle neuroscienze).
Ma chissà che cosa penserebbe della riduzione di tutta l’attività spirituale a “scrittura” (e “memoria”), lui che, tutto sommato, ritiene lo stato (le istituzioni, le leggi) il dispositivo cardinale dello spirito oggettivo, e la filosofia (che però si sostanzia in una storia necessaria, dunque in una diveniente scrittura di testi e di teorie) il vertice dello spirito assoluto! Storcerebbe così tanto il naso – come faceva l’esoterico Platone con la scrittura, colpevole di depotenziare e mandare nell’oblio il pensiero, ossificandone la vita in una tabula esterna – lui che invece fa l’apologia dell’essoterismo, dell’esternazione chiara e distinta del concetto? E cosa c’è di più chiaro ed essoterico di un’opera esposta sistematicamente in forma di scrittura? Magari resa più ordinata e spirituale (e però, nel contempo, spettrale) da quella tabula mnestica ed infernale chiamata iPad?

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8 Risposte to “L’anima? Nient’altro che un grafema!”

  1. Carlo Russo Says:

    Tutto condivisibile: Si deve però spiegare in modo inverso la narura monistica dell’ESSERE, dell’esistere come Mente-Anima.
    La persona Mente ,E’ esiste nella sua memoria. Ma la materia è inclusa nella mente come pensiero ipotetico deduttico o costruzione cibernetivca virtuale.
    La conoscenza o informazione giunge alla Mente sia nelle forme astratte che in quelle presunte materiali ,con la stessa sequenza di giudizio scientifico sineterico,necessario,universale e immutabile.
    In parole povere la MENTE Universo include le menti umane come sottoprogrammi ,che leggono le informazioni della propria coscienza e quelle della coscienza universale ,nello stesso modo sineterico. Nel dettaglio ,nella Mente Universo ogni punto dello spazio tempo fa emergere valori non materiali ma astratti di Massa, Spin e Carica elettrica ,che danno luogo ad uno spazio mentale universale, necessario ed immutabile di valori decidibili. Nel quale UNIVERSO i nostri pensieri possono leggere movimenti materiali finti e simulati sui punti continui di traiettorie fisiche immaginarie.
    Questo è il monismo corretto : La materia è inclusa nella Mente come pensiero ipotetico deduttivo. Non è vero il contrario ,ossia che la materia una volta resa complessa inizia ad essere una mente ,una memoria che pensa.

  2. md Says:

    @Carlo Russo:
    Cosa sono, nell’ordine: la persona Mente, la costruzione cibernetica virtuale, il giudizio sineterico eccetera, la MENTE universo (quelle maiuscole mi fanno un po’ paura), lo “spazio mentale universale” – per non parlare del conclusivo definitivo ed inappellabile “monismo corretto”?
    Com’è che in questo commento sento aria di déjà vu? Mica ricomincerà la filippica della genìa (quella sì monistica, nel senso monomaniacale del termine) dei Russo?

  3. md Says:

    signore e signori, vi annuncio ufficialmente che il sedicente filosofo neoparmenideoeleatico eccetera Vincenzo Russo è tornato a commentare su questo blog (questa volta si spaccia per Carlo Russo, ma è proprio lui, lo certifica l’antispam di wp).
    Se avete voglia di misurarvi con la sua mente eccelsa e sineterica, liberissimi di farlo, io per parte mia ho già dato.

  4. rozmilla Says:

    Bisognerebbe capire cosa cambia, considerare l’uomo un automa o un essere dotato di anima, sul modo in cui trattiamo e sia i corpi umani e non, che “la natura”.

    D’altra parte se i mezzi tecnologici, iPad ecc., sarebbero, come dire, il supporto per esercitare e sviluppare l’anima, considerando come si sono evoluti e diffusi, e quale posto occupano nelle nostre vite, verrebbe da dire che più si va avanti più si diventa “animosi”. Diventeremo tutti delle “grandi anime”, insomma. Mentre il corpo scomparirà, prima ancora di diventare polvere.
    E la cultura della parola e della lettera, dei numeri e del “verbo”, alla fine ce l’avrà fatta in ogni caso. Sotto il naso.
    In generale, però, che un nuovo realismo si aggiri per l’Europa, non mi dispiace.

    (ah, grazie per aver messo davanti le “signore” 🙂 sorboli)

  5. xavier Says:

    …A volte tornano, anche se potevano restarsene dove stavano. In quanto sottoprogramma della mente universo non avrei quindi molte chances come autonomia di pensiero, ergo di agire non programmato, e perciò addio a sogni e speranze, pure e semplici illusioni di ogni essere che da creatura/creata vuole ergersi a creatore. Della serie: non allargarti mai troppo, c’é qualcuno che sta più in alto e che ha già organizzato ogni cosa.Meglio ancora, non é che sei piccolo tu, é lui che é più grande, amen: che tristezza! Nel corso degli anni la mia macchina umana si é inceppata più volte, e non posso negare che anche la mia anima, o quel che ne sia, ne abbia riportato qualche conseguenza, ma ciò che più mi sorprende, nel tempo, é il senso di appartenenza a questo corpo, di cui non tenevo gran conto in giovinezza, e che forse avrebbe meritato più rispetto. Così che ora mi piace osservare anche negli altri questa combinazione mente/corpo, che spiega a volte più di quanto non si creda su ciò che diciamo, o pensiamo, e che (invece) siamo.

  6. filosofiazzero Says:

    Ma , anima a parte, riguardo alle questioni sull’art. 18, ma, invece di farla tanto lunga, non si potrebbe concentrarsi su questo:
    se uno è licenziato usufruisca della disoccupazione, uguale allo stipendio, fino a che non ci sarà ancora lavoro. Le risorse?
    Decuratzione dei vitalizi, delle pensioni mastodontiche, eliminazione parassiti statali recupero tasse etc.
    Sennò è una presa per il culo!!!

  7. filosofiazzero Says:

    Jean Meslier (Mazerny, 1664 – Étrépigny, 30 giugno 1729) è stato un presbitero e filosofo francese, curato in un piccolo paese di campagna, ma “precursore del secolo dei Lumi” col suo materialismo ateo ed anche anticipatore del socialismo.
    La vita di Meslier fu priva di eventi particolari, ma egli divenne improvvisamente noto dopo la morte, avvenuta nel 1729, per l’apertura del suo testamento intellettuale in cui (leggendo dal lungo titolo dello stesso): «si dimostrano in modo chiaro ed evidente le vanità e le falsità di tutte le divinità e di tutte le religioni del mondo».
    Inoltre, nel suo testamento spirituale, il sacerdote chiedeva scusa ai propri fedeli per quanto di falso aveva predicato in tutta la vita, per aver mentito nell’esercizio di una professione di prete non consona alle sue convinzioni filosofiche.
    Il suo nome fu inciso su una lapide tra quelli degli ispiratori e fondatori del socialismo, fuori dalle mura del Cremlino. Egli è infatti il primo pensatore a porre le basi del comunismo sociologico, della comunione dei beni e della distribuzione del reddito in base ai bisogni.

  8. md Says:

    @filozofiazzero: a suo tempo lo avevo incrociato; grazie per averlo rievocato

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