Anfibolie della memoria

“Spero ma mi fa soffrire. Non spero e divento triste. Che fare? E la storia non migliora le cose. La storia è un peso. Diciamo sempre che impariamo dal passato, ma se si ripete, ovviamente non impariamo niente. Forse la speranza è male. Forse dimenticare è meglio di ricordare. Io lancio questi pensieri contro il muro e guardo come vanno in pezzi.” (Shalom Auslander)

C’è questo termine che mi piace assai – anfibolia – e che ogni tanto tiro fuori (ne avevo parlato qui). Non è per far bella mostra o per fare il difficile, è solo che rende molto bene una situazione di ambivalenza, equivocità, incertezza, come quando ci si trova ad un bivio (o, peggio, ad un trivio o quadrivio) e non si sa bene che direzione prendere; oppure si è presi tra due fuochi, e si rimane bloccati o paralizzati.
Non credo ci sia niente di più anfibolico della memoria – e in particolare della memoria storica. Anche di questa ho parlato molte volte su questo blog (vi è una delle categorie che si intitola così), ma sempre sento il bisogno di ritornarvi. Magari per ribadire e confermare (per non perdere il filo), ma anche per cercare dell’altro e del nuovo – qualora ve ne fosse.
Naturalmente occorre sempre partire dalla plasticità/plasmabilità della memoria (che corrisponde alla plasticità/plasmabilità del cervello umano, che alcuni scienziati considerano la caratteristica più importante della specie). Forse è proprio per questo che proliferano giorni della memoria, ricorrenze e anniversari – con il risultato paradossale di ingessare e seppellire ciò che viene evocato affinché se ne mantenga vivo il ricordo.
L’anfibolia si presenta in questo caso in quel genere di memoria che qualcuno ha definito incendiaria, e che può scatenare le guerre più atroci. Come quella di Bosnia, di cui in questi giorni si ricorda il ventennale dell’inizio. Ri-memorare quella guerra – così come i conflitti precedenti che covavano sotto le ceneri e che sono stati riattizzati ad arte – è maledettamente anfibolico: è necessario farlo, per guardare bene in faccia Medusa in tutto il suo orrore, e per urlare “mai più!” a tutte le generazioni future; ma in quell’urlo c’è anche il rischio della proliferazione e dell’infezione: le vedove e gli orfani potrebbero anche invocare vendetta, o semplicemente offrire argomenti a chi vorrebbe usare i torti subiti per scopi tutt’altro che degni (c’è infatti qualcuno – come ad esempio Rumiz – che sostiene che dietro quella guerra c’erano principalmente bieche ragioni di ladrocinio, e che finì solo perché non c’era più niente da rubare).
L’ambiguità di questo genere di memorie sta tutta in quella pace terrificante che talvolta ne consegue: la Bosnia è oggi pacificata, ma tutt’altro che in pace – e del resto, cos’è mai la pace, se non un’astrazione? – e le linee della separazione, le ferite, i traumi individuali e collettivi sono ben lungi dall’essersi rimarginati. Ricordare quel che accadde vent’anni fa brucia – troppo cupe furono le vampe – e allora c’è da chiedersi cosa fare perché le braci non si riattizzino, ma nello stesso tempo non si spengano, e affinché stemperino in qualcosa che assomigli ad un consapevole e condiviso voltar pagina.
Eppure proprio la memoria dell’orrore – in primis Auschwitz e il vulnus irrichiudibile che ne è seguito – è un elemento costitutivo della “civiltà”: affermare la memoria contro i negatori è una questione di vita o di morte, e sta forse qui uno dei nodi cruciali  circa l’essenza del nichilismo (ne scriverò a breve a proposito della negazione che aleggia intorno ai campi di sterminio).
Si può continuare a vivere ricordando ogni cosa, soprattutto i misfatti e i torti subiti? Si può vivere rimuovendo l’ingiustizia e il dolore (individuali e collettivi)? Forse non si tratta né di ricordare tutto (sarebbe una vita rancorosa ed impossibile) né tantomeno di obliare tutto (saremmo come automi svuotati e senz’anima) – ma di impastare i ricordi con la vita, di riplasmare la vita sulla base delle memorie (soprattutto quelle dolorose), ma anche di riplasmare le memorie sulla base della vita.
Nietzsche dedicò la seconda delle sue Considerazioni inattuali proprio a questo tema, criticando gli eccessi di storia e di storicismo della sua (e ancora nostra) epoca, affetta da malattia epigonale e “idolatria del fatto”. È  impossibile vivere senza oblio: la tirannia del passato soffoca “la forza plastica della vita” e indebolisce le potenzialità creatrici dell’essere umano. Non si deve tuttavia dimenticare che il titolo della critica nietzscheana parla chiaro: Sull’utilità e il danno della storia per la vita – di nuovo ci troviamo in presenza di un’anfibolia bella e buona. E di fatti, avverte Nietzsche, occorre guardarsi dal carattere negativo della storia critica, che presume di poter recidere il passato “con il coltello”. Salvo scoprirci sradicate (e sradicabili) erbe di campo.

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