Negazione della negazione

Al di sotto (o al di qua) del piano ontologico e dell’argomentare circa il non essere del nulla, o l’essere dell’essere – o dei mondi che mondeggiano – c’è quel che sulle carni dell’umanità s’incide, e della cui traccia – nonché del suo eventuale non lasciar traccia – occorre farsi carico. La negazione della negazione non sempre  comporta una nuova posizione – tantomeno un porre che contiene ciò che è stato posto e che lo tras-pone nel cerchio più ampio di una sintesi più comprensiva, e persino progressiva. Succede anzi che negare ciò che è negato diventi una seconda inesorabile incinerazione. Ad onta del potente argomento ontologico, l’essenza del nichilismo si manifesta così nella definitiva distruzione della memoria di ciò che – già distrutto e  nullificato – si voleva tener fermo sulla scena, affinché non più accadesse.
Ciò che è stato può accadere di nuovo, per quanto assurdo e irrazionale; ma proprio questa assurdità congiura nel far sì che appaia come un mai accaduto. Il nulla – che pure si pretende non esistere e non poter esistere – ha risucchiato per la seconda volta ciò che già aveva tolto di mezzo in maniera contingente. Il negativo del negativo  – il qualcosa che è un determinato cominciamento – precipita piuttosto in una distruzione della distruzione, una definitiva incinerazione dell’incinerazione: là dove c’erano i campi – tutti i campi di  tutte le storie ingiuste e contingenti, ma raddrizzabili proprio perché contingenti – non c’è nemmeno più la polvere delle ultime ossa. Il nulla ha vinto. È questo il vero incubo di Primo Levi – e ho il sospetto che dietro il suo suicidio (il drammatico tacere della parola che inchiodava tutti i carnefici) aleggiasse la consapevolezza della possibilità dell’impossibilità – del trionfo del nulla.

Ecco perché la voce che Donatella Di Cesare lancia oggi contro il negazionismo è quantomai preziosa. Ed ecco perché è necessario ritornare sul luogo della ferita novecentesca più dolorosa – affinché non venga mai richiusa. E occorre farlo al di fuori degli schemi e dei riti memoriali che rischiano di non dire nulla. E proprio da qui si deve ripartire, dal nulla. Da questo concetto così esiziale per la filosofia e per la storia occidentali. Il nulla è l’orrore e lo scandalo teoretico da cui Parmenide volge atterrito lo sguardo, dopo averlo indicato come un’impossibilità. Il nulla è l’orrore e lo scandalo praticato e costruito dai nazisti e dai loro epigoni nel mezzo dell’Occidente e nel luogo stesso dell’evocazione filosofica e spirituale che sembrava doverne costituire il culmine.

Il nulla è la cifra di Auschwitz e del campo di sterminio, da qualunque punto lo si guardi. E guardare questo nulla, così come si guarda Medusa – dunque una sorta di impossibilità logica ed epistemologica – è ciò che ogni volta deve essere faticosamente fatto, a costo dell’impazzimento. La distruzione di un popolo  che è stato radunato appositamente per quest’unico scopo (un popolo che messosi di traverso tra le nazioni e le geopolitiche europee, faceva del suo essere un non-popolo  una condizione di diversità ed irriducibilità, e che però diventa popolo per essere distrutto) – un annientamento che è dei corpi ma anche delle parole, se è vero che i primi negazionisti furono proprio i nazisti, i quali tentarono di operare la cancellazione preventiva del crimine nella “notte e nebbia” (NN – Nacht und Nebel) della lingua: Sonderaktion (azione speciale), Endlösung (soluzione finale), NN-Häftlinge (prigionieri NN)…

Trasversalità del negazionismo e strane alleanze. Ciò che impressiona è proprio questo lungo e variegato elenco – così come variegata vorrebbe essere la qualità della negazione, che si ammanta di “discussione”, “relativizzazione”, “documentalità”, “revisione storica” e quant’altro – ma che ha il comune denominatore dell’incinerazione degli incinerati. Risollevare un velo di cenere sulla cenere di quei corpi distrutti. Una strana e santa alleanza che fa davvero impressione: negazionisti duri e puri, storici revisionisti, cattolici, nazi-islamici, antisemiti – in ciò piuttosto cosmopoliti…

(Da qui discende l’imbarazzo di alcune aree della sinistra che sempre più spesso si trovano in compagnia di personaggi e luoghi da cui farebbero bene a prendere le distanze. E non si tratta solo dell’antica distinzione tra antisemitismo ed antisionismo – spesso più recitata come un ritornello trito che meditata. In verità vi è un problema di contiguità ed inestricabilità tra questi due termini. Al di là del giusto e sacrosanto diritto dei palestinesi ad esistere, vi è il nodo dell’autoctonìa, o meglio della sua inconsistenza: mi è sempre piaciuto pensare che per negare una patria sarebbe bene prima averla, ma, come scrive Di Cesare “forse è venuto il tempo di pensare alla possibilità di un nuovo abitare”, ricordandoci che sulla terra siamo tutti “ospiti temporanei” o “stranieri residenti”).

Vi è infine la faccenda della singolarità, unicità, archetipicità, ecc. Anche i luoghi di questa discussione sono scivolosi ed imbarazzanti – ma l’imbarazzo dovrebbe essere ontologico: come è possibile che l’umanità – e l’occidente, che di questa umanità si sente esimio rappresentante – covi qualcosa come la logica dello sterminio? Anche qui confusioni e ritornelli, senza alcuna riflessione dietro: basti vedere la querelle sul totalitarismo, sui gulag, oppure la riduzione della shoah in confronto ad altri genocidi (da quello amerindio a quello cambogiano e via orrorificomparando). Come se non si trattasse di genocidi tutti da condannare, a prescindere.
Ma il problema è comprendere, anche se non tutto può essere compreso; qualcosa finisce sempre per sfuggire: l’unicità di Auschwitz sta nella sua paradossale assenza di strumentalità, pur in presenza di tutti i luoghi della strumentalità. Mi spiego: non c’è scopo nello sterminio se non quello dell’annientamento per l’annientamento, del nulla per il nulla (non si dà, cioè, un fine che i nazisti vogliono perseguire al di fuori del mondo judenrein) – ma tutto questo avviene utilizzando il vertice della ragione strumentale. Ovvero il dispositivo anonimo e industriale, applicato alla produzione della distruzione (che già di per sé appare un ossimoro): produrre e progettare il nulla, questa la vera cifra di Auschwitz. Che è anche memento per noi, laddove il dispositivo biopolitico (o thanatopolitico) è ancora in piedi, non è stato per nulla distrutto: “lo sterminio degli ebrei era il progetto di annientare lo stesso annientamento” –  distruggerli e, insieme, non lasciare alcuna traccia della distruzione. Progettare il male e distrarre lo sguardo. Che cosa è stato? Nulla…

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24 Risposte to “Negazione della negazione”

  1. Carlo Says:

    Certificare che la “natura naturans” (la natura che si auto-produce) sia assurda e irrazionale (a dispetto di ogni “ratio” umana) è compito del filosofo. Quest’ultimo, sempre distratto da suo ombelico, spesso non scorge che la “natura naturata” , cioè necessitata ad essere quello che è, veste i panni osceni del nichilismo allo stato puro.

  2. luca ormelli Says:

    @ Carlo:

    La natura non è affatto irrazionale. E’ la ragione ad essere innaturale. Il tuo prender atto dell’apparente nichilismo intramondano è viziato da irriducibile euristica antropocentrica. Quanto a me prediligo altri vizi.

  3. Carlo Says:

    @luca ormelli
    La ragione (espressione dell’attività di un organo fisico) è un attributo della natura. Ergo (in base al tuo enunciato): la natura è innaturale oppure la ragione è irrazionale. Tertium non datur.

  4. luca ormelli Says:

    @ Carlo:

    Il mio enunciato è forzato dalle tue premesse euristiche. Non intendo affatto negare la matrice biologica dell’apparato cognitivo. Ma la discriminante è: la ragione è necessariamente riducibile alle sue sinapsi intese quale approdo dell’evoluzione neuronale? Se accogli il mio distinguo è quell’eccedenza di “ratio” che rende all’animale umano la vita incomprensibile perché priva di teleologia. Per conservarlo e condurlo alla procreazione sarebbe stato sufficiente uno stadio evolutivo cerebrale alquanto inferiore. Più che sufficiente; auspicabile.

  5. filosofiazzero Says:

    …ucci , ucci, sento odor di pensierucci!!!

  6. filosofiazzero Says:

    GRECIAAAAA!!!!!

  7. Vincenzo Cucinotta Says:

    Naturalmente, in ultima istanza, tutto è natura, ma se volessimo arrivare a questa conclusione, il termine natura perderebbe qualsiasi utilità ed infine anche qualsiasi significato. Io credo, anche se non pretendo di poterlo dimostrare, all’utilità della distinzione tra natura e cultura.
    Ora, il linguasggio è appunto la manifestazione più tipica della cultura, e tutte le nostre argomentazioni, affermazioni, enunciazioni, tutto ciò sta inevitabilmente nell’universo linguistico, e quindi appartengono di necessità alla cultura.
    Ora, se ammettiamo che noi uomini tra l’altro siamo dotati di ragione, ciò certo implica che la ragione sia parte della nostra natura. Ciò tuttavia non dovrebbe farci concludere che quando utilizziamo la nostra ragione all’interno di un discorso restiamo all’interno di un ambito naturale. Ovviamente, visto che la nostra ragione si esercita all’interno dell’universo lionguistico, i syuoi prodotti sono definitivamente prodotti culturali.
    Bene, allora, non capisco cosa ci sia da stupirsi se notiamo sempre uno iato tra realtà e i nostri discorsi sulla realtà: è la conseguenza inevitabile del fatto che queste due cose stanno in due universi differenti.
    Io ritengo che questa sia una conclusione tra le più importanti della filosofia contemporanea, i limiti che il linguaggio, come prodotto culturale, ha nei confronti della realtà, per chi, come me, crede che una realtà esista. Ciò ha delle implicazioni formidabili nei confronti delle filosofie che precedono queste conclusioni, ma apparentemente, ancora tanti, troppi filosofi contemporanei sembrano non aver appreso questa lezione.

  8. Carlo Says:

    @luca ormelli
    Lo stadio evolutivo cerebrale è un prodotto delle selezione naturale. Noi possiamo solo “auspicare”, mentre la natura opera a suo piacimento. La ragione è necessariamente riducibile alle sue sinapsi ? Probabilmente si. Dobbiamo solo farcene “una ragione”.

    @Vincenzo Cucinotta
    Natura e Cultura. Queste due cose stanno in due universi differenti ? Il dualismo platonico lo affermava, il realismo, terra terra, le porta ad unità. A noi piace l’idea di essere “altro” e di stare “sopra”, ma in realtà, siamo ineluttabilmente sotto-messi alle leggi di natura, come l’ultimo dei lombrichi, che striscia nel terreno, inghiottendo il terriccio e digerendone le componenti organiche.
    Non esiste la realtà in sè, ma solo i nostri “discorsi” su una “fantomatica” realtà. Lo iato poggia su un solo lato. Il nostro.

  9. luca ormelli Says:

    @ Carlo:

    Biologismo riduzionista. A margine un veloce e necessario ripasso di logica – atteso che hai menzionato il PdnC aristotelico. Affermare che “La ragione (espressione dell’attività di un organo fisico) è un attributo della natura” si traduce in: natura = A, ragione = b. b e’ elemento di A e non viceversa. Non si può inferire che la natura [A, cioè insieme] sia caratterizzata dall’attributo di un elemento in esso contenuto [la ragione, b]. Cosi’ come non si può metaforicamente sostenere che una bottiglia di vetro contenente acqua e’ acquea per la sola ragione di contenerla.
    Saluti, L.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    Beh, Carlo, secondo me la pensiamo in maniera simile, e non riusciamo a comunicare.
    Ad esempio, non capisco come tu possa considerarti realista e non credere che esista una realtà in sè, mi pare una contraddizione evidente.
    Io penso che esista una realtà e che noi tramite il linguaggio e la cultura in generale, in definitiva una forma di adattamento ambientale, tentiamo disperatamente di conoscerla, ma questo tentativo non può mai raggiungere del tutto il suo scopo, il linguaggio può solo sfiorare la realtà, soprattutto nella poesia, ma mai davvero afferarla.
    Non credo di potere essere accusato di platonismo, perchè il punto con Platone non sta nell’affermare i due distinti universi, questa per me è un’evidenza, o almeno possiamo definirla uno strumento di conoscenza quasi indispensabile, ciò che davvero conta in Platone è l’affermare che il mondo in cui viviamo è una copia imperfetta del mondo delle idee.
    Così, mi pare che io sia più distante di Platone di quanto non lo sia tu, perchè io credo che il nostro intendere la realtà sia sempre inadeguato e quindi è il mondo delle idee ad essere la copia imperfetta, capovolgo cioè l’ordine che Platone aveva stabilito.
    Tu invece dai sempre troppo importanza al “discorso”, a ciò che diciamo, credi che un discorso logico sia per ciò stesso reale, e quindi ancora una volta dai priorità al nostro mondo simbolico, e a me non pare la forma ottimale di realismo.

  11. Carlo Says:

    @luca ormelli

    “non si può metaforicamente sostenere che una bottiglia di vetro contenente acqua è acquea per la sola ragione di contenerla.”
    Infatti: la natura non contiene la ragione, semplicemente l’ha prodotta, avendo selezionato i neuroni del cervello con le loro attività elettro-chimiche. Con i logicismi astrattii (di cui siamo troppo fieri) si può andare fuori strada, cioè auto-snaturarsi.

    @Vincenzo Cucinotta

    “Tu invece dai sempre troppo importanza al “discorso”.
    Fondamentalmente sono un relativista e, quindi, non propendo per nulla di con-clusivo.
    Uso la ragione, ben sapendo che non descrive fatti ma solo una loro rappresentazione antropocentrica.
    Concordo con Marx là dove sostiene che è il biologico a creare le ideologie.
    Platone era solo un personaggio che si guardava allo specchio e che nell’immagine riflessa credeva di vedere “altro”. Un mitomane.

  12. md Says:

    @Carlo: beh, dubito fortemente che si possa liquidare Platone dandogli del mitomane (anche se si può sempre far propria la tesi che “anything goes”) – visto che tra l’altro, ci piaccia o no, è uno dei fondatori del nostro modo di parlare di realtà e di linguaggio, tanto che si potrebbe pensare che quel che segue (compreso Aristotele) sia un infinito commento (rovesciamenti compresi) dei suoi scritti.
    Per quanto concerne il presunto “biologismo” di Marx, anche qui sarei più cauto – non credo che quel che lui intende per “natura” o “materia” sia riducibile al biologico, o per lo meno credo si tratti di un biologico molto più diveniente e plasmabile di quanto dal tuo discorso non emerga.
    Naturalmente tutto ciò c’entra poco con il tema specifico lanciato nel post, ma moltissimo con l’infinita discussione sulla “natura umana” che impegna questo blog dalla sua nascita.

  13. luca ormelli Says:

    @ Carlo:

    Sostenere che fai uso della ragione e, secondariamente, che la ragione ti induca a postulare che tutto ciò che è “reale” è irrazionale [sebbene il “reale” posto com’è tra virgolette non sia un reale assoluto ma un reale relativo; prospettiva o via di fuga su cui concordo] caratterizzano il tuo esito come un approdo ad un idealismo di segno negativo, ad una dialettica del negativo che però non è corroborato dalla logica che è proprio ciò che rende “reali” le astrazioni mediante le quali “informiamo” la nostra porzione di realtà. Ora, enunciare ricorrendo alla ragione che la ragione è fallibile ed imperfetta [scetticismo che peraltro condivido] è un cortocircuito logico perché collocato all’interno del medesimo quadro di riferimento “formale” che si vuole razionale. Il solo principio logicamente accoglibile al quale la ragione deve conformarsi [poiché ed in quanto da essa formulato] è il principio di indeterminazione di Heisenberg, sorta di traduzione fisica delle “conclusioni” wittgensteiniane. Atteso che il “presupposto” di ogni Logos è lo spazio del mistico/indiciibile così come inteso da Wittgenstein e ripreso da Agamben e Cacciari. Lo scettico è tale quando dubita anche del suo scetticismo.

    @ md:

    In ambito logico, sia esso sintattico ovvero algebrico, la potenza di una negazione [e dunque l’operazione di moltiplicazione per se stessa> negazione della negazione] si risolve in una affermazione.

  14. md Says:

    @luca ormelli: nel mio post prescindevo del tutto dall’ambito logico, ed anzi ponevo una frattura tra questo e l’ambito della comprensione storica – così come ho dei seri dubbi sul voler “ridurre” l’ontologia a logica (a meno che non ci si ponga sul terreno dell’hegeliana “scienza della logica”).
    Non ho poi molta simpatia per il mistico/indicibile – di cui, proprio perché indicibile, non so che dire, e che dunque lascio volentieri al terreno dell’esperire extrafilosofico. Dopotutto esiste o no un “mondo della vita” al di là della filosofia? Senonché, la ragione filosofica per sua natura è irresistibilmente attratta da ciascun “buco nero” o zona d’ombra, che vorrebbe ridurre a sé – al suo chiarificare, od anche intricare: l’unico terreno che ammette è quello della razionalità – tanto che, come anche tu dici, lo scettico non può non finire per dubitare del suo proprio scetticismo: ma così non nega se stesso? Posizione (per quanto ri-posizionantesi) che è una negazione della negazione? Temo che quel supponente di Hegel finisca sempre per aver ragione…

  15. Carlo Says:

    @Md
    Platone non può essere liquidato, ma semplicemente reso inoffensivo.Ha sospeso l’uomo tra terra e cielo, in una dimensione innaturale. L’ironia non si addice a Platone? E’, dunque, lesa maestà? L’dealismo platonico ha innervato il pensiero religioso occidentale ed ha favorito le visioni fondamentaliste della realtà (spirito di una nazione, destino di un popolo, governo degli illuminati, ecc).

    @luca ormelli
    Non so cosa replicare

  16. luca ormelli Says:

    @ md:

    Caro Mario, insegnami a prescindere “del tutto dall’ambito logico”! Te ne sarei enormemente grato.

    @ Carlo:

    Non cercavo repliche Carlo. Ma consanguinei. Mi farebbe piacere conoscerti meglio. Se ne avessi piacere anche tu il mio indirizzo email è: lormelli@hotmail.com

  17. rozmilla Says:

    Pardon, Luca …
    ma …. cosa intendi per consanguinei? gruppo A, B, 0, RH positivo o negativo?

  18. luca ormelli Says:

    @ rozmilla:

    Mi risulta tu abbia lasciato un commento su di un blog di discussione filosofica. Se cercavi il form per le audizioni di Zelig temo tu abbia sbagliato indirizzo.

  19. Andrea Says:

    Tutti i commenti al post iniziale non c’entrano nulla col tema, che è Auschwitz e la sua negazione. Si parla d’altro, anche con grande acume speculativo, ma d’altro. Eppure, terribilmente, il parlare d’altro c’entra con la negazione di Auschwitz, è la negazione stessa che si perpetua nei commenti filosofici che immancabilmente eludono l’argomento.
    Tu, md, l’hai notato di sfuggita. Ma forse c’è da rifletterci sopra.

  20. rozmilla Says:

    @Luca:
    E invece trovo molto filosofico sdrammatizzare, qualche volta.

    Anche se, pensando alla con-sanguineità pensavo a qualcosa che purtroppo è stato all’origine delle teorie razziste. Ti sarà noto, immagino, che la dottrina razzista asserisce che l’identità etnica e nazionale di un popolo viene definita dal “sangue”. Ma certo anche ritenere una cultura superiore o inferiore ad un’altra, non lo è di meno.
    E forse si potrebbe partire da questi problemucci per cominciare a parlare del tema proposto da Mario.

  21. md Says:

    Sì, molto strana e ondivaga (con qualche punta aspra qua e là) questa discussione – tanto che non so dire quale sia il suo tasso di coerenza e logicità. D’altra parte il mio intento – né coerente né logico anch’esso – era quello di creare imbarazzo attorno a quell’espressione (che per anni ho coltivato, talvolta acriticamente) – “negazione della negazione” – avvicinandola al discorso del libro di Donatella Di Cesare.
    Si potrebbe anche provare a definire meglio che cosa sia “negare” e cosa “logico” – e se questo “negare” e questa “logica” siano oggettivi o soggettivi, se sono pure operazioni mentali o afferiscono al corpo della realtà (naturale?)… ma con questo la comprensione di Auschwitz e della thanatopolitica insita nella modernità non verrebbe nemmeno sfiorata.

  22. Luciano Says:

    Salve.

    Ho letto alcune cose che, seppur al di fuori del tema di questo post, sono interessanti.

    1) La razionalità o meno della natura. Questo è quanto di più antropocentrico andiamo declamando da sempre. La natura è quel che è, e noi siamo ingrado di percepirla attraverso i nostri apparati percettivi e formarcene una rappresentazione. E’ il nostro punto di vista, null’altro, ma noi pretendiamo che la realtà sia il nostro punto di vista.

    2) Esistenza o meno di una teleologia nella vita umana. Mi chiedo, e lo chiedo al laico, che prove avete che non esista? Ora al credente, che prove avete dell’esistenza di questa teleologia? Entrambi, a ben guardare, assumono un atteggiamento, che non mi vergogno di chiamare religioso, di abbandono a un Dio delle certezze che per il laico è il caso e per il credente (leggi cristiano) è Dio. La conclusione è che l’uomo non può rimanere nell’incertezza, non ha il coraggio di dire “non lo so”.

    3) Il linguaggio è la più tipica manifestazione della cultura. Naturalmente questo è vero se parliamo dell’insieme dei simboli (sonori, grafici, gestuali..) con cui comunichiamo, perché se ci riferiamo a esso come facoltà cognitiva le cose cambiano. In ogni caso la cultura è il modo della specie Homo Sapiens di esprimere la propria animalità. Continuiamo a crederci speciali perché indossiamo dei vestiti, parliamo, produciamo utensili, etc, etc. Ma a ben vedere siamo proprio animali tra gli animali. La tecnica non è altro che la riproduzione “migliorata” delle nostre caratteristiche fisiche, le ragioni che ci spingono a fare le cose che facciamo sono niente altro che la convenzionalizzazione di quel che fanno tutti gli altri animali. Senza parlare del fatto che questo pianeta le altre specie lo rispettano e noi lo stiamo distruggendo. Mi chiedo quando apriremo gli occhi e capiremo chi siamo veramente….

    A presto.

  23. xavier Says:

    Non credo proprio che, almeno per ora, gli umani siano in grado di distruggere il pianeta. Distruggere la nostra possibilità di viverci sopra, invece, questo invece é possibile. Non ancora probabile del tutto però.

  24. silver price Says:

    Su tale punto è stato tutto detto ed è convenevole guardarsi dal patetico. Tuttavia, non ci si meraviglierà mai abbastanza che tutti vivano come se nessuno “sapesse”. Il fatto è che, in verità, non vi sono esperienze sulla morte. In senso proprio, non abbiamo sperimentato che ciò che è stato vissuto ed è stato reso cosciente. In questo campo, tutt’al più, si può parlare di esperienza della morte altrui; ma si tratta di un succedaneo, di una vista dello spirito, di cui noi non siamo molto convinti. Questa malinconica convenzione non può essere troppo persuasiva. In realtà, l’orrore viene dal lato matematico dell’avvenimento, e se il tempo ci spaventa è perché ci fa la dimostrazione, mentre dopo viene la soluzione. […] Nessuna morale, nessuno sforzo sono giustificabili a priori davanti allasanguinante matematica che regola la nostra condizione. Ancora una volta, tutto ciò è stato detto e ridetto. Mi limito qui a fare una classificazione rapida e ad indicare codesti temi evidenti, che ricorrono in tutte le letterature e in tutti le filosofie. La conversazione di ogni giorno ne prende nutrimento; non si tratta dunque di inventarli di bel nuovo. Bisogna però accertarsi di queste evidenze per farsi più tardi la domanda sulla questione iniziale. Ciò che mi interessa non sono tanto le scoperte assurde, quanto le loro conseguenze. Se si è sicuri di questi fatti, che cosa bisogna concluderne? Fin dove bisogna arrivare per non eludere nulla? Bisognerà morire volontariamente, o sperare, nonostante tutto? È necessario operare prima lo stesso rapido spoglio sul piano dell’intelligenza.

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