JJR 4 – Sulla volontà generale

Meglio avrei fatto a non spingermi
tanto in là con lo sguardo.

Il problema della volontà generale in Rousseau deriva dal fatto che non ce ne viene fornita una definizione precisa. Nel Contratto sociale se ne parla a più riprese, come se però fosse una categoria di per sé chiara, autoevidente. Né il suo autore si preoccupa di analizzare i concetti che la vanno a comporre: anche in questo caso Rousseau deve aver pensato che i due termini presi singolarmente non avessero alcun bisogno di essere discussi.
Non possiamo quindi far altro che ricavarne obliquamente e allusivamente – o per differenza – il significato. Certo, il contesto risulta ben chiaro: il bene comune in contrapposizione ai singoli interessi privati, il generale contro il particolare, il sociale prima e più dell’individuale.
Ma è il termine “volontà” ad inquietare, dato che potrebbe apparire una sorta di metabasi in altro genere, il trasferimento cioè di un concetto in un ambito differente da quello per cui è stato coniato.
(Per quanto Schopenhauer andrà ben oltre, metafisicizzando la volontà in una sorta di forza primordiale che agita la materia e superagisce le individualità).
Qual è dunque il soggetto che vuole, nell’ambito della sovranità politica? E come può questo soggetto determinare ciò che vuole in modo definito? Ma soprattutto: che cosa ci garantisce che voglia il bene universale?
Io so bene cosa voglio – innanzitutto vivere, conservarmi, godere, ampliare la mia sfera vitale (si veda a tal proposito l’imprescindibile Spinoza). Ma cosa possono mai volere uno stato o una comunità? La risposta che dà Rousseau è piuttosto semplice: il bene comune – che dovrebbe poi essere il vero bene dei cittadini che si associano.
Senonché si corre il rischio che l’evidenza biologica – il conatus espansivo e conflittuale – finisca per diventare la reale misura di quel bene, e che dunque lo “stato” diventi, come l’individuo in natura, ciò che vuole vivere ed ampliare la propria sfera vitale ad ogni costo. Si comincia cioè con il “bene comune” e si finisce con l’hitleriano Lebensraum. Anche perché non è chiaro se e come le diverse volontà generali dei diversi stati e comunità siano a loro volta sintetizzabili in una volontà ultra-generale dell’umanità (che, comunque, potrebbe essere in rotta di collisione – come di fatto è – con le altre specie).

Ma torniamo al testo e al contesto rousseauiano: “vi è spesso molta differenza tra la volontà di tutti e la volontà generale” (C.S., cap. III, libro II). Ma dove sta la differenza? Come si ottiene la sintesi? Anche l’opzione conflittuale (purché non sia corporativa o settaria), che Rousseau esalta in linea con la tradizione “repubblicana” e “moltitudinaria”, non sembra costituire una risposta certa, né tantomeno una garanzia.
(Sarà poi – pari pari – il problema marx-leninista del rapporto tra lotta di classe, rivoluzione, partito e stato – rimasto irrisolto, e che ha trovato applicazioni storico-pratiche da incubo).
Anche perché rimane da stabilire com’è che una parte dei cittadini possa convincere l’altra parte a ritenere generale il proprio punto di vista – a meno che, come spesso accade, non intenda semplicemente imporlo.
Credo che Rousseau prediliga la via della sintesi moltitudinaria (per quanto le sue moltitudini siano ristrette e a portata di voce), mettendo in secondo piano gli organismi interni al super-organismo statale e proponendo una soluzione differenziale: “togliete da queste volontà il più e il meno che si distruggono a vicenda, resta quale somma delle differenze la volontà generale”. Frase non chiarissima (soprattutto per quel più e meno) che sembra alludere ad una sintesi del molteplice depurato dai suoi elementi distruttivi – una somma che non è un insieme aritmetico (ché altrimenti sarebbe volontà di ognuno e dunque di tutti in ordine sparso), ma una modificazione del punto di vista di ciascuno, una torsione dall’amor proprio al bene comune. In nota, Rousseau chiarisce: “l’accordo di tutti gli interessi si forma con l’opposizione a quello di ciascuno”. Ed aggiunge: “se non ci fossero interessi diversi, a stento si sentirebbe l’interesse comune, che non troverebbe mai ostacoli” – ma allora non ci sarebbe nemmeno bisogno dell’arte politica!
Si può allora pensare che Rousseau utilizzi il termine volontà perché attribuisce all’ambito politico un forte elemento di soggettività e di attività – senonché in un altro luogo del Contratto sociale esprime i suoi dubbi circa l’effettiva possibilità che ciò avvenga (“a prendere il termine nella sua rigorosa accezione, non è mai esistita una vera democrazia, né esisterà mai. È contro l’ordine naturale che la maggioranza governi”, e che dunque sia parte attiva e non passiva nel compito di reggere le sorti dello stato).
Tuttavia non si dà volontà generale senza che il popolo sia “sufficientemente informato”, o che “ogni cittadino non pensi che secondo il suo giudizio”. Volere il proprio bene non implica vederlo con chiarezza o evitare di essere ingannati in proposito (gli esempi abbondano e si moltiplicano nel presente). Rousseau parla poi della necessità di una vera e propria mutazione antropologica (“cambiare la natura umana, trasformare ogni individuo […] alterare la costituzione dell’uomo per rafforzarla” – C.S., cap. VII, libro II).
Ma proprio questo interessante e quantomai illuministico riferimento alla coscienza individuale, dovrebbe mettere in discussione alla radice un’interpretazione totalitaria della volontà generale. Certo, il fatto che il terrorista Robespierre – pura incarnazione di quel genere di volontà – avrebbe brandito 30 anni dopo di fronte alla Convenzione una copia del Contratto sociale, non solo non ci tranquillizza, ma anzi ci induce il gesto automatico di verificare che il collo sia ancora attaccato alla testa. Così come ci dovrebbero inquietare gli hegeliani individui cosmico-storici – siano essi a cavallo o veggenti o segni dello “spirito nascosto, che batte alle porte del presente”. Di siffatti personaggi abbiamo avuto una triste sequela fino alla novecentesca statolatria nichilistica, una riedizione della volontà generale così assolutizzabile da finire spesso per rovesciarsi in distruzione generale. Che è poi quella libertà universale che Hegel definisce nella Fenomenologia dello spirito “operare negativo” e “furia del dileguare” (die Furie des Verschwindens).
Rousseau ammette a denti stretti che la democrazia sostanziale è cosa troppo perfetta per gli umani; sarebbe anzi più adatta agli dèi (riecheggiando forse l’aristotelico zoon politikon, intermedio tra il bestiale e il divino). Quel che è certo è che se da una parte si sente la necessità di ridefinire la categoria di comune e di bene comune – magari per differenza dai modelli totalitari e mercantili imperanti – dall’altra non credo si possa avere alcuna nostalgia dei paradisi promessi in terra o dei fini universali da raggiungere. Specie se tali figure provengono dalle bocche e dalle menti bacate dei nuovi capipopolo mediatici.
La volontà generale – così come ciascun individuo libero e perfettibile – è diveniente e tutt’altro che assoluta. E qualora non lo fosse sbarazziamocene pure, non credo che Rousseau se ne avrà a male.

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23 Risposte to “JJR 4 – Sulla volontà generale”

  1. filosofiazzero Says:

    Sotto tutte queste considerazioni filosofico-politiche, che leggo appassionatamente da un po’ di tempo,c’è sempre, presupposta, e presupponente, questa idea: siamo in mano alle forze rconomico-plutocratico-finanzial-massonico-fasciste le quali attraverso il controllo di tutto e di di tutti, (anche i nostri cervelli attraverso i mezzi di comunicazione e la biochimica,) hanno asservito la massa dei miserabili che non solo si sta sempre più ingrossando di numero e di miseria, ma anche etc.etc…..Quella che ci viene SPACCIATA per democrazia non è, in realtà possibilità delle genti di decidere, ma le decisioni sono sempre, OVVIAMENTE; in mano ai politici i quali sono in mano ai cripto-clerico-massonico-liberal-fascisti. E questo lo sapevano digià bene Marx Lenin e Mao Tse Tung, con la differenza che ora quello che loro sapevano si è ancora di più inciprignito, nel senso dellla massima concentrazione del potere nelle mani di pochi e dellla tendenza al minimo vitale per la massa dei servi. Unico rifugio le trasmissioni di RAi3. MicroMega, il manifesto (quotidiano) e i gruppi anarchico insurrezionali delle valli alpine e del profondo sud.
    Testi base: Rousseau, Marx, Severino e Spinoza.

  2. md Says:

    @filosofiazzero: stavo cercando di immaginare un anarcoinsurrezionalista che brandisce La struttura originaria di Severino mentre si arrampica su un traliccio della Val di Susa…
    (mi intriga quell'”inciprignito”, termine che non conoscevo ma che fotografa bene la situazione)

  3. filosofiazzero Says:

    mariodomina:
    …potrebbe andare benissimo la figura che hai messo insieme alla citazione di Wittgenstein!!!
    Si può anche pensare, non so perché, a un uomo che sale su una sedia per mettersi il cappello.
    Tutto questo, che dico ogni tanto, riguarda i metadiscorsi, cosiddetti.

  4. Carlo Says:

    @filosofiazzero
    Azzerare la fiolosofia per rifugiarsi nella poesia e nel sonno privato è pur sempre una filosofia. Demolire le visioni del mondo che si occupano degli ultimi presuppone una presupponenza aristocratica che non si vuole calare nella realtà comune (lacrime e sangue). il post si interrogava sul concetto di democrazia e sulla sua fattibilità. Entrare nel merito, vuol dire, forse, sporcare la cattiva coscienza (falsa percezione di sè)? Comunque, buon sogno!

  5. rozmilla Says:

    Il bene comune è un concetto ambiguo. Il bene comune, è una bella parola.
    Ma: il bene comune di chi, esattamente?

    Il bene comune che sacrifica la parte per l’intero, ad esempio?
    Come il bene comune dell’Europa che vuole la TAV in contrasto col bene comune della popolazione che abita il territorio. Ecco un esempio chiaro in cui viene sacrificata la parte per l’intero. Ma ce ne sarebbero a bizzeffe di esempi.
    D’altronde cosa significa “più Europa”? significa meno stato (e meno stato sociale) e meno diritti territoriali.

    Addentrandosi nel modo in cui siamo entrati nell’euro, ad esempio, la cosa certa è che siamo stati raggirati da una classe politica incompetente. Dire incompetenti è poco: meglio dire imbecilli ignoranti: che ignorano le elementari leggi dell’economia – che dire asini sarebbe offensivo per gli asini.
    Persino una fruttivendola con due conti sul sacchetto della frutta l’avrebbe capito …

    “L’euro non è stato fatto per rendere felici tutti, ma per rendere felice la Germania, e l’aspirazione francese all’eguaglianza è incompatibile con le aspettative tedesche di egemonia. “

  6. filosofiazzero Says:

    Carlo:
    La fattibilità di che se le cose stanno come è stato detto (dai pensatori)che stanno? Certo, essere fuori dalla merda è molto meglio che esserci dentro, ma da che parte rifarsi? Dalle regole della democrazia stessa? (che è già stato detto che non è)O dalla presa del potere?(sic!)
    Sarò forse aristocratico, ma non mi sento di ripetere discorsi a voto, di constatazione della constatazione.

  7. rozmilla Says:

    a proposito di TAV, per caso vi era giunta notizia che il Portogallo ha rinunciato al progetto?
    Non so, forse mi sono distratta, ma non mi pare che la notizia sia passata dai tg.

    http://www.notav.info/senza-categoria/tav-addio-al-corridoio-che-non-e-mai-esistito/

  8. filosofiazzero Says:

    Carlo:
    non scrivo poesie.
    Cazzate sì, poesie no!!!

  9. filosofiazzero Says:

    Anche sogni zero.
    Solo vita di merda.
    C’è chi sta molto peggio.
    Io ho avuto culo.
    Per ora.

  10. Carlo Says:

    @filosofiazzero
    Sei un poeta, inconsapevole:
    “Anche sogni zero.
    Solo vita di merda.
    C’è chi sta molto peggio.
    Io ho avuto culo.
    Per ora.”.
    Complimenti!. Un verista “trucido”.
    Abbai alla luna, ma con stile.
    “Da che parte rifarsi? dalla parte di “chi sta molto peggio”.
    Se si spreme il tubetto, forse qualcosa esce.

  11. filosofiazzero Says:

    Quale tubetto?

  12. Carlo Says:

    @filosofiazzero
    il tuo.

  13. filosofiazzero Says:

    Carlo:
    sì hai ragione, un tubetto.

  14. rozmilla Says:

    … una scatola con un gran numero di tubetti, uno per colore, dal giallo al violetto …

    … limone e di cadmio, arancio e rosso di cadmio chiaro e scuro, cremisi di alizarina, rosa permanente, lacca porpora o di garanza, malva, viola diossazina, oltremare, blu cobalto e ceruleo, turchese, blu intenso e di prussia, verde intenso o veronese, smeraldo, verde hooker o vescica, terra di siena naturale e ocra gialla, terra d’ombra naturale e di siena bruciata, rosso indiano, terra d’ombra bruciata e bruno Van Dyck, seppia, indaco grigio payne, nero avorio e bianco cinese …

    Inoltre si possono mescolare tra loro per farne diverse sfumature …

  15. filosofiazzero Says:

    Rozmilla.
    …ma queste sono cose che io non ho, né tubetti, né colori, solo il solito tubetto strizzato, chiaroscuro, sbiadito,lo so anche da me!!!

  16. rozmilla Says:

    Filosofiazzero, non fare il bambino.
    Ce li hai qualche euro? Allora: vai in un colorificio e compratene qualcuno! Anzi, fatti una scorta, non si sa mai: possono sempre tornar buoni …
    ciao

  17. filosofiazzero Says:

    Rozmilla.
    non è questione di bambino o di andarli a comprare…
    Non li saprei proprio usare, i colori!!!

  18. rozmilla Says:

    È meglio non tirar troppo per le lunghe la faccenda dei tubetti e dei colori (che se no Md. ci manda difilato nell’altra stanza, quella del fumo, che non è stata frequentata da parecchio e chissà quanta polvere c’è, assieme a ragni ragnatele e scolopendre).

    Però, tubetti a parte, mi sa che ognuno possa fare giusto quello che può.

    Anche perché “non si è ancora visto un filosofo che possa sopportare pazientemente il mal di denti”
    (William Shakespeare, Molto rumore per nulla.)

  19. filosofiazzero Says:

    Rozmilla:
    proprio così, nel nostro piccolo, possiamo anche levare il dente,
    ma quale dente, basterà uno solo, o levare ogni cosa, e come?
    “giusto quello che uno può” etc.

  20. filosofiazzero Says:

    …ora, forse, con la venuta di queste “nuove” forze politiche che si vede farsi avanti?

  21. maria pia lippolis Says:

    yes!

  22. las artes Says:

    Rousseau parla di tutto ciò nel contratto sociale, sua opera principale; parla della società come corpo morale e collettivo che, attraverso un patto (progetto artificiale), può raggiungere il suo io comune. Rousseau, ragionando in questi termini, teorizza un nuovo modo di concepire la società, rifondata razionalmente, con una volontà generale che superi le disuguaglianze e le ingiustizie, basata su un’anima collettiva.

  23. maria pia lippolis Says:

    vedasi il Contratto sociale di Rousseau, da collegare alla teoria dell’inconscio collettivo di Jung, miti leggende racconti di sciamani ed altro più il famoso Emilio di Rousseau ( trsmiss tv ahi ahi ahi se faccio un figlio ahi ahi ahi lo chiamo Emilio……..e bla bla bla).
    Perchè, come diceva Einstain : per esser genii, non occorre molto, basta pensare 10 minuti al giorno tutto l’opposto di ciò che comunemente si pensa.
    Seguire le tracce del Film Sui ponti di Madison Country.
    Bye bye……..come un’antica canzone che cantavo con la Consuelo Orsingher: Bye bye Blackbird….che ancora spesso canticchio…al momento opportuno
    yeahhhhhhhh!!!!!!!!!!

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