Cattivo infinito

1. Al pensiero greco, in generale, ripugna il concetto di infinito. L’idea che qualcosa si reiteri o si espanda indefinitamente, che non abbia limiti o confini e che sia smisurato, fa a pugni con la ragione filosofica, con il tentativo cioè di imbrigliare l’essere e di comprenderlo. E proprio l’essere, che potrebbe intendersi kat’exochèn come infinito – non essendoci nulla di pensabile o di tangibile oltre ad esso – viene invece de-finito da Parmenide attraverso l’immagine di “una sfera perfettamente rotonda”: l’essere racchiude in sé tutte le cose, le circoscrive, non le rinvia al di là di sé, in una zona del tutto indeterminata.
(Rilevo en passant come tale discorso richiami, almeno in parte, una differenza concettuale che l’attuale astrofisica opera nei confronti dell’universo: noi non sappiamo ancora se esso sia infinito, ma sappiamo per certo che è illimitato, un po’ come la superficie di una sfera, percepita da chi la dovesse percorrere come uno spazio indeterminato e senza confini).
Già il nome greco di infinito – che ha però un’accezione profondamente diversa dal concetto corrente, soprattutto matematico, oltre che da quello medioevale e cristiano – ha una connotazione essenzialmente negativa: l’àpeiron è ciò che non ha termine, nel senso però di incompiuto, dunque di imperfetto. Sono inoltre propenso a sovrapporre questa caratterizzazione dell’infinito con quella dell’irrazionale: lo smisurato è anche ciò che non può essere determinato/pensato, ciò che non ha forma e che dunque sconfina nell’insensato.
Prendiamo due grandi pensatori degli inizi del pensiero greco: Anassimandro ed Eraclito. Il primo fa dell’àpeiron un concetto-chiave del suo pensiero, ma in negativo: l’informe, l’incompiuto, l’indeterminato è lo sfondo caotico su cui si stagliano le forme, le cose, il senso della determinazione; ma soprattutto Eraclito, ci parla della misura come di un concetto cardine per il funzionamento del mondo e delle cose: “Quest’ordine universale […] fuoco sempre vivente, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne” (fr. 30) – ribadito con forza nel frammento 43: “Bisogna spegnere la dismisura più di un incendio“; e persino “Il Sole non oltrepasserà la misura; altrimenti le Erinni, ministre della giustizia, lo scoprirebbero” (fr. 94).
Con l’eccezione della teoria materialistica di Democrito, il pensiero greco, sia filosofico che scientifico, opera insomma una vera e propria forma di ostracismo nei confronti dell’infinito; gli stessi pitagorici, che pure lo ricomprendono nella lista dei dieci contrari, lo posizionano dalla parte del male, dell’imperfezione, dell’oscurità, del negativo.
In sostanza, come sottolineato di recente anche da Costanzo Preve e da Diego Fusaro, il pensiero greco mette al centro il concetto di limite e quello correlato di finitezza: in questi c’è senso e ragione, mentre nei loro opposti – l’illimitatezza e l’infinito – c’è follia e irrazionalità, dismisura, caos.

2. Hegel parla del cattivo infinito [das Schlecht-Unendliche] in più luoghi della sua opera. In particolare, in una lunga Nota della Scienza della logica, dove mette sotto accusa l’alta opinione che si suole avere del progresso all’infinito: “questo continuo sorpassare il limite, che è l’impotenza di toglierlo e la perenne ricaduta in esso”. Sarebbe meglio quindi non guardare a questo tipo di infinito come ad un oggetto sublime o di culto, laddove di fronte ad esso, semmai, “il pensiero soccombe, si finisce colla caduta e le vertigini”, generate dalla “noia della ripetizione”. Hegel trova addirittura insulsa la meraviglia suscitata dalla “smisurata moltitudine di stelle”, e capovolge il discorso trovando semmai motivo di meraviglia “per i rapporti di misura e per le leggi, che la ragione conosce in tali oggetti e che costituiscono l’infinito razionale a fronte di quella infinità irrazionale”.
Si snoda qui tra l’altro un dialogo fitto con Kant, e con tutti i pensatori moderni dell’infinito, compresi quelli che si occupano dell’ormai vexata quaestio del calcolo infinitesimale, ed Hegel, che non è mai molto tenero con la matematica (o meglio con le sue pretese filosofico-conoscitive) si dilunga mostrando di conoscere piuttosto bene l’argomento. (Si veda il Libro I, sez. II, Quantità, cap. II, Il quanto).
Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sui paradossi zenoniani (picchi forse mai più raggiunti dal teorizzare umano sull’infinito, oltre che documenti di un inequivocabile horror vacui ac infiniti), con tutto quel che ne segue in ambito matematico: le “serie convergenti”, i transfiniti di Cantor, il paradosso dei quadrati di Galileo, le teorie logiche del continuo – e così via… ad infinitum.
Ma proviamo a distogliere per un momento lo sguardo dalle luccicanti stelle e dai profondi abissi che ci si aprono dinanzi ogni volta che si affrontano questi algidi discorsi, per dedicarci piuttosto al piatto e volgare materico-sociale…

3. La società del capitale e dell’iperconsumo, con la sua logica accumulatrice e di progressus-regressus in infinitum, è una società del tutto irrazionale e destinata all’autodistruzione (con il rischio della collaterale distruzione del suo “corpo inorganico”, cioè della natura). La dismisura, il desiderio smisurato (un pozzo senza fondo), l’espansione indeterminata del valore e delle merci, il continuo superamento del limite – tutto questo è cattivissimo infinito. L’ideologia della crescita e dell’aumento incondizionato del Pil, si inscrivono perfettamente in quella cattiva logica dello smisurato.
Occorre allora abbandonare lo schema della linea retta (che è poi quello del precipizio retto), per tornare alle figure più ragionevoli della circolarità, del ciclo e del ri-ciclo, del corso e del ri-corso. Non tangenti ma interni alla natura. Non irrelatezza, astrattezza, esteriorizzazione (Entäusserung), ma correlazione e misura. Che è poi il cuore dell’infinità propugnata da Hegel: un’infinità relazionale, non seriale, interiore non esteriore, immanente non trascendente.

4. S’insinuano tuttavia in questo discorso almeno due dubbi, che ne generano poi un terzo (il rampollare del pensiero comporta, ahimé, il rampollare dei dubbi, con il rischio congenito, anche qui, di un regressus indefinito). Si tratta in realtà di dubbi circoscritti alla natura umana, e dunque di poco conto nell’infinita economia dell’universo (ma l’ultraspiritualista Hegel non sarebbe d’accordo).
Il primo attiene alla pericolosità del carattere della perfezione implicito nel concetto greco di péras: il rischio è quello di cadere dalla padella dell’illimitatezza alla brace della compiutezza, facendo così fuori la categoria di possibilità (e di incompiutezza che la caratterizza), e tornando all’antica concezione della natura umana tutta d’un pezzo. O di un qualsivoglia modello ideale prefissato e preconfezionato da raggiungere.
L’altro dubbio rinvia alla dialettica interna alla natura umana tra ragione e passione, mente e desiderio – e, per altri aspetti, a quella tra corpo e spirito: non è forse nella nostra natura sbirciare sempre oltre il limite, varcare la soglia, innalzarci dalla terra (finita) al cielo (che si presume infinito)? La hybris – il fuoco dell’illimitatezza e della dismisura che ci incendia l’anima – può essere domata infine dalla ragione? E tutto ciò non ha forse un suo proprio imprescindibile valore estetico? (Basti, per tutti, l’esempio della siepe leopardiana oltre la quale “interminati spazi” il pensier si finge).
Col che si genera il grave dubbio finale, a proposito della stessa categoria di vita (contigua a quella di natura): non è forse la vita stessa ad essere affetta da smisurato e cattivo infinito? Lo deduco dalla definizione che ne dà Erwin Schrödinger nel suo celeberrimo saggio Che cos’è la vita? – nient’altro che un “solido aperiodico” che va “facendo qualcosa”, e questo qualcosa si riduce ad un perenne e ripetitivo riprodursi e metabolizzare. Ora, noi che siamo null’altro che una propaggine, più o meno cosciente ed intelligente, del processo vitale, saremmo inevitabilmente ammalati, a nostra volta, di cattiva infinità, con l’aggravante di un’accelerazione dovuta alla potenza tecnica che, a partire dagli apparati vitali, siamo in grado di scatenare.
Ma qui si aprirebbe un altro vastissimo capitolo del ragionamento, che preferisco chiudere in maniera secca e lapidaria: il dito che schiaccerà il pulsante che farà detonare l’ “esplosivo incomparabile” immaginato da Svevo nella parossistica conclusione della Coscienza di Zeno, è lo stesso che può anche congelare la mente dello scienziato pazzo e disinnescare la bomba. Lo smisurato non è necessario, può anche essere posto sotto controllo. È una scelta (etica e politica), non un ineluttabile destino biologico.

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6 Risposte to “Cattivo infinito”

  1. luca ormelli Says:

    Solo una mia impressione o tra le righe [«Occorre allora abbandonare lo schema della linea retta (che è poi quello del precipizio retto), per tornare alle figure più ragionevoli della circolarità, del ciclo e del ri-ciclo, del corso e del ri-corso. Non tangenti ma interni alla natura»] avverto echi del Melandri de “La linea e il circolo”?
    A margine: laddove scrivi che «proprio l’essere, che potrebbe intendersi kat’exochèn come infinito», chiosando di seguito che Parmenide ne offre una de-finizione come di «“una sfera perfettamente rotonda”» sembri volontariamente disconoscere tutto quell’amplissimo segmento di filosofia che da Parmenide prende le mosse [parlo ovviamente del neoplatonismo] e che sul “Pensare l’Uno” [per citare un eccellente contributo storiografico proposto da Werner Beierwaltes] ha speso ben più di un ingegno.
    Un saluto, L.

  2. md Says:

    @luca ormelli
    purtroppo non ho ancora letto “La linea e il circolo” di Melandri, ma grazie per la segnalazione, ne terrò conto (visto poi che Agamben ne parla come di un capolavoro filosofico);
    nel mio post non intendo disconoscere nulla, dato che si tratta solo di una scheggia infinitesima di ragionamento, che in questo spazio non può che operare per omissioni.

  3. luca ormelli Says:

    @ md

    è un testo, quello di Melandri, che ho letto a stralci ma lampeggia di genio a mani basse. Non so dirti se sia più un capolavoro filosofico [mi attengo anche io al giudizio di Agamben – ubi maior] o una follia colossale ma di certo non lascia indifferenti. Certo è singolare che tu abbia adottato quella metaforica geometrica d’ascendenza platonica in misura analoga [tema portante de “La linea”] a quanto fatto da Melandri.

    μηδεν ἀγαν.

  4. Marco Says:

    Riprodursi e metabolizzare. tra i due mi pare che il punto dolente sia ‘metabolizzare’, va per caso inteso come trarre esperienza, in senso positivo (?), da ciò che si è visto-vissuto-fatto? quindi ciò che si intende con il riconoscere un fenomeno, gli effetti, la loro portata su di noi e, condizione per poter agire e scegliere, e conoscere il nostro ruolo di soggetti che possono scegliere. Ma non è proprio ciò che nega la compiutezza finalistica alla scelta individuale che ci prescinde, sempre a livello individuale, l’utilità del poter-scegliere e quindi di essere morali? al contempo mi pare che proprio la “compiutezza” degli effetti delle mancate scelte – non scelte o scelte a sè non utili- ci porti a quotidiani soprassalti di moralità e imperativi categorici. La questione del superamento del limite si pone pertanto solo alla luce di una ‘svista’ che rende perfetto, l’imperfetto equilibrio tra il non essere più qualosa e il non essere ancora qualcos’altro, la compiutezza del non essere e l’incompiutezza perenne dell’essere.
    Questa svista, da punto di vista economico, non si può dire che trovi oggi un moltiplicatore in questo sistema economico? ( si potrebbe anche dire che è questo che un moltiplicatore perch è sorto su quella, coincidendo ‘quella’ con la – una delle?- natura umana).
    E questo sistema economico non porta a sviluppare, moltiplicare una separazione spaziale-temporale-morale tra tra le azioni e le conseguenze, e quindi il cd. feed-back, sia a livello individuale e collettivo?.. lo spaesamento a cui è sempre più portato il singolo in questo sistema economico, e sociale che ne discende, non incide sulla moralità?.. in un ciclo “a regredire”?..
    ma allora dovremmo essere coscienti del nostro ruolo di soggetti morali-incompiuti, sapendo che abbiamo tutti i mezzi per “perdere tutto” a livello individuale e collettivo, ma che la scelta ‘in positivo-consapevole’ di sicuro ci è preclusa a livello individuale, presentandosi piuttosto come ‘possibilità di scegliere’, e probabilmente ( proprio per natura umana che riconosce solo ciò che vede, e plasma in tale ottica paritaria i termini reali tra i quali operare una scelta) ci è preclusa anche a livello di specie.

  5. filosofiazzero Says:

    E “il Melandri” di “Amici miei”?

  6. md Says:

    @Marco: ho letto il tuo commento più volte, ma non credo di avere capito bene il tuo ragionamento. Soprattutto non ho capito se utilizziamo i medesimi termini nella medesima accezione.
    In particolare, la tua conclusione a proposito dell’ “incompiutezza” nel campo della scelta morale (che mi pare si risolva in una irresolutezza, se non in una paralisi), ha il carattere della ineluttabilità, ciò che io vorrei contestare. Cioè – se non ho capito male – la “possibilità di scegliere” rimane tale, essendoci preclusa (ma non capisco per quale motivo) la sua traduzione effettuale. Il destino biologico l’avrebbe comunque vinta? Ma allora perché preoccuparci di costruire spazi di agibilità politica, etica o morale? O meglio, perché illuderci ancora che servano a qualcosa?
    Temo, però, che indurci a credere ciò faccia il preciso interesse di qualcuno degli attori in campo – e questo qualcuno non è certo madre natura…

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