VerditudoSymphonia

(dedicato a F.R.)

Arriva lemme lemme, senza farsi notare, con una mise a dir poco anticonvenzionale. Niente giacca, niente abito nero, niente scarpe di vernice, persino la bacchetta non c’è. Niente di niente. A seconda della stagione calza dei sandali, oppure delle vecchie scarpe infangate. Sale sul podio – una sporgenza naturale – chiude gli occhi e comincia a dirigere. Nessun applauso, nessuna cerimonia, nessun violino che s’accordi con l’oboe, nessuna stretta di mano beneaugurante. Solleva la mano, punta il dito al cielo, e la musica comincia.
Laggiù, dal nulla, sorge il suono del clarino, poi un contrappunto con il fagotto e, a seguire, il lieve sufflare di un flauto. (Un flauto dagli occhi verdi). Gli archi entrano timidamente, poi cominciano a vibrare accavallandosi, fino a tessere la trama dell’incipit sinfonico – mentre lui muove il capo soddisfatto. Come punta il dito le note vengon fuori. Si volta, e da lontano una fanfara di trombe sale in diagonale; poi si gira di scatto e al suo comando anche la sezione ritmica prorompe – timpani, tamburo, piatti, triangolo – solo il gong resta muto, per ora.
L’orchestra è arrivata ad un punto in cui tutti gli strumenti suonano all’unisono, anche se è solo a metà della potenza – se questa potenza si potesse misurare; è ancora presto per il parossismo sonoro. Dalla tasca spunta un fazzoletto bisunto, se lo passa sulla fronte, ed è pronto per il secondo movimento. Due arpe dialogano con un pizzicato di viole e violoncelli – le sue dita disegnano lievi linee nell’aria cristallina, e catturano la traiettoria di una farfalla celeste che procede come se nulla fosse.
Quando si scatena lo scherzo – un’infernale danza sabbatica – il suo corpo prende a girare come se si trovasse in bilico su una trottola. Le dita, gli occhi, le mani, i gomiti, persino le ginocchia e i calcagni danno indicazioni appena accennate, ma sicure, alle migliaia di strumenti disposti sulla scena tutt’attorno. Brevi gesti quasi mai nervosi, sempre misurati e appassionati.
Ma il meglio deve ancora venire. Il quarto movimento s’apre con l’annuncio di un corno – qualcosa di nuovo sta per sorgere – reso poi robusto da un basso continuo di tuba e contrabbassi, un suono che sembra provenire dai precordi del sottosuolo. La terra trema e da ogni albero o foglia spunta un suono, che mira dritto in cielo. Se ci fosse Dio risponderebbe anche lui da lassù – ma il nostro direttore non si fa distrarre da dispute teologali, e procede contorcendosi e facendo scorrere fiumi di sudori, sia caldi che freddi, che bagnano la terra, i fili d’erba, i fiori rinati e tutti gli animaletti curiosi che si son disposti attorno ad ascoltare.
Ora, dopo un momentaneo calo d’intensità e una pausa riflessiva, chiama a raccolta con un gesto impercettibile l’immensa orchestra per il finale. Tutte le energie devono essere volte a quello scopo, per il quale occorre la massima concentrazione. Chiude gli occhi ancora una volta e finalmente…
… esplode il silenzio di questa sinfonia muta, per nessuna orchestra e nessuno spartito, e, soprattutto, nessun uditore. Così che nemmeno gli applausi, dopo il finale al calor bianco, turberanno con quel loro scrosciare plebeo questa moltitudine di suoni e di gesti inespressi.
A gesticolare solo lui, il direttore di nessuna (e di tutte) le orchestre, di nessuna (e di tutte) le sinfonie, ora immobile ed imperscrutabile di fronte ad una meravigliosa ondeggiante verditudine, su cui non ha nemmeno il coraggio di gettare un ultimo sguardo. Solo lacrime di pietra, che non vogliono scendere.
Si volta e se ne va, lento e misterioso, così come era venuto.

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