L’eco della cinciallegra

(Da qualche tempo mi frulla per la testa l’associazione tra filosofia e teatro: la discussione filosofica come drammatizzazione teatrale; il dilemma circa la verità come gioco di ruolo e delle parti; l’illusione puramente rappresentata di giungere a una qualche verità – ovverosia, la sua messa in scena; l’uscita da teatro come un ritorno filisteo alla vita che mediamente arranca; ed infine la vita stessa, come la filosofia, che è sogno. Teatro nel teatro…)

Mi ritrovo a Bose, senza sapere chi e di che cosa si parlerà. Mi ci ha trascinato un amico, che c’era stato tempo fa, il quale ha evidentemente ritenuto che dovessi andarci almeno una volta.
Massimo Cacciari era l’ospite d’onore – il grand’attore della messa in scena – invitato a parlare del senso epocale del cristianesimo (e dunque della sua possibilità). Enzo Bianchi, il generoso padrone di casa (il regista, suppongo).

Il dramma va subito in scena con un Cacciari che parla di epoca, di paradossalità, di trascendenza, di quell’incredibile e fondamentale, a suo dire, unum sumus del vangelo di Giovanni – l’unum come alterità che contiene già da sempre la pluralità/moltitudine. (Che tanto ha fatto incazzare il castigatore di filosofi Odifreddi). E che dunque confermerebbe il non-monoteismo della religione cristiana (vecchia storia, del resto). Che a rigore non è nemmeno una religione, e che nel momento in cui si positivizza ed istituzionalizza nega la propria essenza. Da cui discende, dico io, la sua stessa impossibilità. Cosa ce ne facciamo di una cosa impossibile?
Niente! – pare concludere infatti il teosofo che veste ora panni piuttosto mistici e quasi ieratici – il Lògos (su cui dice molte cose, alcune ombrose) non è solo ciò tramite cui si interroga e ciò che viene rivelato (o svelato), ma anzi è soprattutto la parola che interroga e che rinvia oltre, al trascendente: è lui a domandare “chi sono?”, come in un gioco speculare. E se il lògos è fondamento del filosofare, al contempo rinvia anche all’alterità del domandare ben oltre i confini della logica e della razionalità – il mistero, l’ineffabile, ciò che sfugge ad ogni definizione categoriale. Filosofia e teologia sembrano incontrarsi, pur provenendo da fronti opposti, sul terreno dell’indagine ultima ed estrema, metafisica ed ontologica, circa il senso più radicale del domandare. Chi sono? Che cosa è l’essere? Esiste una verità assoluta?
La sto raccontando in maniera sparsa e frammentata, anche perché non ho preso appunti e son passati alcuni giorni – ma credo che il succo sia quello. E che il dramma essenziale che comincia a consumarsi stia proprio nella scandalosa paradossalità del cristianesimo (che è poi anche quel che Kierkegaard aveva messo in luce).
Di tanto in tanto compare sulla scena un convitato di pietra: il discorso politico, e soprattutto la crisi radicale della categoria stessa di politica. Ma non è ben chiaro come si connetta con il cristianesimo – se non come un’ulteriore ed epocale impossibilità, dato che legge, positività e giuridicizzazione del peccato (che diventa delitto) scombinano le carte e creano solo problemi alla purezza cristologica (quell’irrazionalissimo ed impossibile io sono la via, la verità, la vita).
Il regista Bianchi chiosa e commenta a latere, anche se con linguaggio ben più digeribile rispetto al suo amico filosofo; però dice cose pesanti ed indigeste quando evoca – senza nominarlo – Nietzsche, utilizzando la metafora della terra bruciata lasciata alle spalle e il “nostro” (di chi? umani o cristiani?) trovarsi in mare aperto senza meta (con la differenza che Nietzsche esalta questa condizione di sradicamento e di nomadismo:  “finalmente possiamo di nuovo scioglier le vele alle nostre navi”, scrive nella Gaia scienza); non solo,  Bianchi parla anche di quell’inquilino ingombrante della nostra epoca che è l’indifferenza, al che non può non venire in mente l’ospite inquietante più di ogni altro, ovvero il nichilismo.
Fa poi un discorso, che mi pare possa ricollegarsi all’interpretazione non positiva della religione che aveva dato prima Cacciari: l’istituzionalità fotte il cristianesimo (naturalmente lo dico alla mia maniera). Che è come dire che è la chiesa stessa, con tutti i suoi dogmi e le sue immani cazzate etiche, a doversi sciogliere se vuole che il cristianesimo ri-diventi possibile. Ma può il cristianesimo esistere solo nel cuore dei singoli, senza farsi  ecclesia, comunità? Può limitarsi alla sfera della responsabilità individuale rinunciando ad essere communitas? Ciò rinvia, naturalmente, al nodo esiziale del potere, dell’auctoritas, dell’imperium, ecc. – od anche alla funzione frenante del katechéo. (Senonché qui comincio davvero a pensare che si stia parlando di aria fritta – ma è solo un momentaneo sbandamento, dopo di che rientro nella mia parte di zelante spettatore).

Annoto infine una boutade di Cacciari – la tipica sparata del gran filosofo, che però non è mai (con buona pace di Odifreddi) del tutto campata in aria: se oggi Giovanni riscrivesse il suo evangelo, indicherebbe nella rete il nuovo Anticristo. Laddove la croce era il simbolo della comunicazione terra-cielo, della verticalità, della trascendenza, ecc. – il simbolo epocale della rete toglie oggi di mezzo ogni spessore, profondità, altezza. Naturalmente occorrerebbe qui riflettere sulle connessioni tra questi simboli e le rispettive concezioni del tempo – e qui si ritornerebbe all’iniziale riflessione sul  concetto di epoca.

Il teatro s’apre ora alle domande e agli interventi – troppo pochi viste le centinaia di persone presenti e il poco tempo.
Continua ad aleggiare una mestizia vagamente apocalittica – consci come sono (o dovrebbero essere) gli astanti, del dramma epocale irrisolto che si va consumando di fronte a loro, e della sottile angoscia che tutt’attorno promana. Ma l’azione teatrale si svolge con grande pacatezza, gesti lenti e studiati, voce ferma e mai sopra le righe. Un’inquietante tranquillità. Più dubbi che certezze in giro, nonostante la fede massicciamente diffusa, e magari la sotterranea convinzione di essere nel giusto e anche un poco privilegiati – visto che siam qui e possiamo permetterci il lusso del pensiero, pur se venato d’angoscia. Un’angoscia che non sempre fa i conti con la dura materialità dell’esistenza – quella che magari non si chiede nulla di interessante, perché non ha il tempo o l’occasione di farlo.
Poi il regista conclude con un vero e proprio coup de théâtre – ringraziando, oltre all’attento pubblico, la cinciallegra che dalle solide capriate poste in cima alla chiesa, era intervenuta durante la discussione con il suo petulante cinguettio. Una nota poetica – una lontana eco paradisiaca – è forse la mossa migliore per chiudere il dramma.
Ora possiamo andare in pace.

(Io e il mio amico Sandro lo facciamo tuffandoci  – qualche ora dopo – nelle acque quiete e tiepide di un lago. Ad un pensiero crepuscolare corrisponde un bagno crepuscolare, anche se un po’ più ristoratore dell’altro. E mentre a forza di bracciate gioiose ritempro il mio corpo, la mia mente giunge alla conclusione che il cristianesimo – e le religioni in generale – sono “passioni” tristi, molto tristi).

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13 Risposte to “L’eco della cinciallegra”

  1. filosofiazzero Says:

    Nihilismo, oramai, non più inteso nel senso del disvalore assoluto di tutto, della impossibilità dei (cosiddetti) metadiscorsi, eccetra, ma già essendo inerente ai discorsi in se stessi, eseguibili, come essendo risibile ogni fosse pensiero, qualsiasi, no soltanto filosofico, normativo, o che altro, ma in quanto in se stesso, di suo. La scemenza assoluta totale pervadente di fatto no soltanto ogni singolo intento ulteriore, ogni singolo “altro” pensiero che lo fosse ancora (preteso) quale “altro” pensiero, ma egualmente la massa comune dei pensieri possibili, o banali, o anche meno(se lo fosse possibile). Ogni quanto, comunque, soltanto, da subito, parodia di pensiero, in quanto parodia di se stesso, in quanto in se stesso, automatico, e basta, finito.

  2. xavier Says:

    Caro m.d., ho apprezzato il tuo interessante resoconto sulla “disputa di Bose”, e le intelligenti riflessioni che ne hai tratto, e convengo con te che a conclusione del tutto non poteva non esserci che un bagno ristoratore, e perchè no, anche purificatore, dati i termini del dibattito. D’altra parte ho avuto occasione di ascoltare i relatori in questione più volte e separatamente, senza particolari entusiasmi (eufemismo), ma tutti insieme dev’essere davvero un bello sforzo. Non c’ero, e quindi non posso averne tratto un’impressione diretta, ho solo qualche piccolo disagio (?) da trattenere ogni volta che mi capita di riascoltare il mantra del cristianesimo con o senza ecclesia o communitas che sia, e l’eterna (per la pazienza di chi se la deve sopportare) sua rappresentazione istituzionale tra fasti e impunità d’ogni genere. Che dire, sarò un’anima semplice, ma non riesco proprio a mandarla giù. In compenso ho trovato molto spiritosa la boutade sul nuovo Anticristo e il web, spiritosa e aggiornata coi tempi, perchè prendersela ancora con il juke-box non sarebbe certo più alla moda. Purtroppo, invece, non esiste ancora un metodo per tradurre nel linguaggio degli umani il significato del cinguettio delle
    cinciallegre, quello sì mi interesserebbe moltissimo.
    @ Filosofiazzero: a questo proposito, se non ti fosse troppo d’incomodo, non mi dispiacerebbe avere un manuale di grammatica e di sintassi del tuo linguaggio, così potrei cominciare a studiarmelo un po’, dato che quando ti leggo il più delle volte non ci capisco un’emerita cippa. Buon lunedì a tutti.

  3. filosofiazzero Says:

    xavier:
    …. hai ragione, nemmeno io!!!

  4. rozmilla Says:

    Splendido titolo, che ancora una volta mostra il dono nella sintesi, e della bellezza.

    (per il resto, il discorso purtroppo scotta ancora.
    Ma, riservandomi di aggiungere qualcosa in seguito, per il momento faccio caso alla massima di Spinoza che hai postato in esergo, che auspica la concordia e la possibilità di convivenza tra gli uomini, anche se hanno opinioni diverse)

  5. Sandro Says:

    Almeno tu vuoi farti capire. Anzi almeno tu cerchi di farti capire da chiunque! Poi capire o perlomeno essere esauditi dalle risposte be…. E’ altra cosa.

  6. offshore bank account Says:

    Solo se recuperiamo questi dati, quali l’inconoscibilità di Dio nella sua essenza, e se ci spogliamo di un’interpretazione illuministica ed esclusivamente razionale del «conoscere» biblico, possiamo vedere appieno la grandezza della rivelazione, cioè che Dio in Gesù Cristo si è voluto far conoscere. Ciò che gli uomini non potevano vedere rimanendo in vita ora invece lo possono contemplare e adorare: la Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza (1 Gv 1,2).

  7. md Says:

    interessante che un link che risulta come “offshore bank account” – finito nell’antispam – e che rinvia a non so bene che sito di Panama, parli di Dio e di rivelazione. Del resto si tratta di contiguità monoteistiche…

  8. filosofiazzero Says:

    …ora pro nobis!!!

  9. xavier Says:

    …Dev’essere la bank di Marcincus..

  10. G. G. Says:

    Ciao Mario! Eravamo a Bose assieme. Ho apprezzato la tua sintesi della giornata, ma mi sembra che mancasse una parola. Una parola che forse quel giorno non è stata pronunciata o quanto meno non è stata esplicitata. una parola che, usata al gerundio, nel senso comune fa rima con una funzione corporale, ma che nella sua essenza è il motore di ogni trasformazione. Parola che è energia creatrice che permette di immaginare, di figurarsi qualcosa che non c’è, ma che ……: “SPERANZA”

  11. rozmilla Says:

    In verità, in verità … vi dico, che il vero motivo per cui non ho ancora inviato un commento pertinente al tema, è che quando mi son messa a scriverne ne ho scritto 1200 parole circa; così, quando me ne sono accorta mi son fermata e, a differenza della cinciallegra, ho deciso di darmi dei limiti.
    Questa mattina però stavo pensando che persino il mongolo e sanguinario Gengis Khan aveva decretato la libertà di culto, ossia che ogni uomo era libero di aderire a questa o l’altra religione …
    Posta la libertà di credere, mi sembra purtuttavia scontata la libertà di non credere ad alcuna.
    Si dirà, che ogni uomo ha in un certo senso bisogno di credere in qualcosa: purtuttavia questo qualcosa potrebbe, per alcuni o molti uomini, non essere contemplato in una o l’altra religione.

  12. md Says:

    caro G.G., su quel termine ondivago ed ambiguo, insieme inconsistente e necessario che hai citato, ho forse smesso di ragionare da tempo, oppure è rimasto troppo sottotraccia nei miei pensieri (o magari comincia a starmi stretto per ragioni anagrafiche, chissà).
    Da marxiano (un po’ affascinato dal principio-speranza di Bloch e dalla sua proiezione utopica – e dunque, inevitabilmente, un poco messianica, anche se materialissima) non posso prescinderne; poi però penso anche che tra lo sperare, il disperare e il temere non è che ci sia poi tutta questa differenza (confinano troppo con quell’essere gettati incerto e quasi impossibile da reggere psicologicamente); mi aggrappo allora, piuttosto, al principio-responsabilità, che mi pare più serio e ragionevole. E forse meno dannoso.
    Ma noi umani non siamo riducibili ad esseri ragionevoli – e ci piace pensare che non tutto è pre-determinato, e che la necessità non l’avrà vinta – per lo meno non interamente. Ed è proprio in quel margine terrifico di incertezza che si annida Nostra signora possibilità…

  13. istruzioni per (non) credere in chi crede | viaggio nel blu Says:

    […] dopo aver letto l’eco della cinciallegra  (splendido titolo) ero andata al link di Odifreddi , e mi sono impressionata per l’interesse […]

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