Tessiture epocali e capocchie di spillo

(si tratta di un post che riprende molte delle cose già dette e discusse sull’annosissima questione ontologica – dunque non è un numero 2, che segue all’amore spinozista, ma un numero ‘n’; apparirà pertanto un po’ involuto ed ellittico agli occhi di chi quelle discussioni e quelle riflessioni non ha seguito; e poi non ho voluto tirarla troppo per le lunghe; l’essere – non la mia capocchia di spillo – si scusa per l’eventuale disagio mentale)

Vorrei provare a ragionare sulla tessitura degli enti (cose, fatti, eventi) a partire dalla base ineffabile dell’essere: ciò che potremmo intendere come nuove relazioni e nuovi intrecci – trame impreviste ed imprevedibili nella loro totalità dalla mente temporale (e qui bisognerebbe riflettere sulla inaggirabile conformazione temporale della sfera umana, nonché su quello che Heidegger chiama Dasein, esserci – ma dopotutto su Heidegger e sulle sue gettatezze e deiezioni possiamo anche soprassedere).
Il non-essere è (e qui mi dovrei fermare, perché come fa il non-essere a essere qualcosa?) – dicevo, il non-essere è a ben vedere questo non-ancora emerso dal mondo relazionale, dagli incroci contingenti dei modi e delle forme dell’essere. Noi possiamo fingere che ci sia un punto di vista assoluto: chiamiamolo occhio di Dio (ne abbiamo evidentemente facoltà), un ente immaginario che sappia prevedere quelle trame (o che addirittura le abbia già tutte scritte), e che può anche prendere le sembianze dei tradizionali concetti di fato o destino, che poi in ambito logico denominiamo necessità. Laddove quella trama che sorge – l’incessante e multiforme tessitura dell’essere – proprio in quanto sorgente e fluente è dominata dal regno della possibilità.

L’insuperabile finitezza umana può fingere ipotesi circa l’infinito (anzi, è proprio la coscienza della sua natura mortale ad indurre quelle che appaiono come necessarie finzioni) – chiamandolo di volta in volta Dio, Sostanza, Lògos, Ragione, Uno, Assoluto, Eterno: cioè quel dispiegarsi logico di tutte le trame possibili (la struttura dell’essere) – ma il suo occhio è e rimane un occhio prospettico che può solo immaginare quel che accade oltre la propria prospettiva. È da questa potente facoltà immaginativa che sorge il discorso metafisico, e tutta l’attività dell’ontologizzare. È la capocchia di spillo a filare ontologie, laddove l’essere immaginato se ne risente replicando che la capocchia di spillo, innanzitutto, è. Come se fosse un soggettone in grado di dire o replicare qualcosa, e non invece il contenuto di un pensato. Ma anche un pensato è – circolo viziosissimo, serpente che torcendosi ingoia la propria coda, ed anzi se stesso per intero.
Ma l’occhio prospettico, per quanto s’allarghi, non può comunque uscire dal proprio fondamento corporeo: noi siamo menti montate su (e limitate da corpi) – modi, daccapo, della sostanza. È proprio il confine del corpo (e l’illusione di potervi andare oltre tramite la mente, bloccando la morte in maniera immaginifica, e talvolta spassosa: basti pensare alle immani cazzate su trasmigrazioni, vita dopo la morte, immortalità, ecc.) – proprio quel confine indica l’epochizzazione intrascendente di ogni discorso ontologico che si voglia fondato in maniera razionale.
Occorre infine spendere due parole sul termine greco epoché, da cui epoca deriva – facendo epoché (sospensione) proprio sul suo significato fenomenologico (Husserl e compagnia bella).
Certo, il significato di epoché è in primo luogo quello di “sospensione, interruzione, fermata, arresto”; ma è il verbo epéchein a dirci qualcosa di più: a parte il significato primario di “avere, tenere, posare”, epécho sta per “estendersi su, signoreggiare, ricoprire, dominare”. E dunque epoca assume proprio questa caratterizzazione del non poter uscire da, del sentirsi in trappola, dell’intrascendibilità – che tanto ricorda la metafora hegeliana della pelle (non si può uscire dal proprio tempo più di quanto non si possa uscire dalla propria pelle).
Torniamo così, finalmente, ad epochizzazione. E mi servo di Luciano Parinetto che, proprio nel riferirsi al rapporto dialettico uomo/natura (mente-corpo/essere), parla di “invalicabili presupposti di epochizzazione“: l’essere umano è, cioè, ciò che pone se stesso e la possibilità della propria storia, a partire da quel tutt’uno (dialettico) che egli fin da sempre (ontologicamente) è, in unità con la natura (essere, sostanza o quel che si vuole) di cui è parte. Una capocchia di spillo che pensa l’epocale tessitura di cui è egli stesso parte, non potendone mai uscire. Naturalmente vi è qui presupposta una de-essenzializzazione di tutte le pompose categorie della metafisica e dell’ontologia – a partire da quella, trascendente ogni ente o epoca, di Dio.
Ma con Dio ce la vedremo alla prossima puntata.

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3 Risposte to “Tessiture epocali e capocchie di spillo”

  1. filosofiazzero Says:

    Sentenza sulla circoncisione in Germania:
    Per giudici lesioni illegali che violano integrita’ persona.
    Che ne pensano i filosofi?

  2. md Says:

    @filosofiazzero: mah, bisognerebbe chiederlo a loro… e poi, siamo sicuri che i filosofi debbano avere sempre sempre un’opinione su tutto tutto?

  3. filosofiazzero Says:

    …non dovrebbero, ma vorrebbero

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