Il mio ultimo corpo a corpo con Dio

(in verità è un corpo a corpo piuttosto impari, visto che siamo noi che abbiamo inventato lui, non lui noi, come tra l’altro si potrebbe evincere persino dal sancta sanctorum dell’arte sacra, se non fosse che quello di Adamo è un dito troppo languido; una disfida che dunque, alla fine, diventa il mio corpo a corpo con me stesso, non avendo di meglio da fare in questa fine di luglio)

1. Il filosofo della scienza Ludovico Geymonat nella sua monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico soleva indicare dio in minuscolo. Per un certo periodo l’ho fatto anch’io – e c’è chi ogni tanto lo scrive così, del tutto legittimamente. Senonché, trattandosi qui del dio-persona, della sua invenzione e della sua recisa negazione, preferisco renderlo con la maiuscola: Dio. Certo ogni religione (monoteistica) tende a chiamarlo con un nome proprio, ma sgombrerei il campo dalla spinosa (o spinoza) questione del nome di Dio. Dunque, si parlerà soltanto del Dio personale della teologia cristiana. Io sarò il Signore Dio tuo, eccetera eccetera.

2. A proposito del signore-dio-tuo-eccetera, una cosa che mandava in bestia Jahvé era che il suo popolo adorassse altri dèi, oggetti, idoli, ecc. Ora, il verbo adorare m’intriga non poco. Ma nasce subito un problema: come si fa ad adorare (alias: pregare, venerare, amare con trasporto, prostrarsi, considerare con passione, ecc.) qualcosa che non sia una persona, un individuo, un soggetto? L’adorazione implica cioè un’estrema soggettivizzazione del rapporto, oltre che una sua caratterizzazione emotiva, ben più che razionale. Va da sé che adorare l’essere, provare trasporto o passione per un concetto così astratto (per quanto implicante la totalità) può risultare improprio, se non folle.
D’altro canto la questione può benissimo essere ribaltata: come si fa ad ad-orare così esclusivamente un soggetto vastissimo (anzi il più vasto, perfetto, eccetera) costruito sul calco di una persona? Non è, questo sì, folle? Ed allora bisogna forse pensare che l’unica adorazione possibile – un’adorazione tutta intellettuale (con un’eventuale coda mistica) – è proprio quella che riguarda l’essere. Ma adorare l’essere in sé sarebbe funambolico, se non ci fossero i suoi variopinti enti-modi a semplificarci il compito. E qui, più che la filosofia, direi che l’arte e la poesia sanno bene come adorare questo essere multiforme. Ecco perché il fenomeno religioso è interessante solo quando rap-presenta l’essere in forme misticheggianti (poetiche, emotive, artistiche); mentre è un disastro quando si mette a normare e comandare, re-legare gli umani ad un codice, metterli sotto il tallone della morale. O, peggio ancora, quando intende consolarli con le infinite sciocchezze sulla vita dopo la morte.

3. Dell’epochizzazione ho già detto (epoca, come la pelle hegeliana, come le pareti del nostro complesso mentale-corporeo da cui ci è impossibile debordare) – applichiamola ora a Dio: noi, in quanto finiti, naturalmente non creiamo il mondo, ma tutte le spiegazioni possibili sul mondo (tutte, nessuna esclusa) stanno nella nostra testa, non fuori. Dio è nella nostra testa, non fuori. L’essere è nella nostra testa, non fuori. Fuori è nella nostra testa, non fuori. Ma la nostra testa dov’è? Si può rispondere in modo tautologico: nella nostra testa. Ma saremmo sempre fermi alla noiosa querelle medievale tra nominalisti e realisti, e a tutti i suoi moderni e contemporanei succedanei.
Cosa resta fuori, allora? Nulla. Ma nulla non può essere, se non, daccapo, nella nostra testa. “Fuori” è la finzione che la nostra mente produce fintanto che non riesce a liberarsi una volta per tutte di tutti i pregiudizi antropocentrici (e teocentrici).
Pur tuttavia un mio docente marxista piuttosto dogmatico (forse proprio perché dogmatico) trovava geniale la prova ontologica dell’esistenza di Dio di Anselmo d’Aosta, che tra l’altro non dispiaceva nemmeno a Hegel, suppongo giusto per polemizzare con Kant. Id quo maius cogitari nequit, ciò di cui non è pensabile il maggiore. Sarà…

3/bis. Credo di aver commesso anch’io il peccato originale – denunciato dall’iperrealista Maurizio Ferraris – di confondere ontologia e gnoseologia. Testa ed essere, insomma, che invece van tenuti ben distinti. Confesso, però, di non essere molto convinto, o meglio, so bene che ontologia e gnoseologia son cose diverse, così come la mia testa su cui adesso batto le nocche e il concetto “dio” che sotto la calotta cranica, da qualche parte, si va formando… ma siccome era di Dio che stavamo parlando, rinvio la discussione su questo specifico punto ad altra occasione.

4. Ed è proprio Dio, lui in persona, a tagliare il nodo gordiano, poiché se c’è lui la questione ontologica (e, soprattutto, quella inerente al senso dell’essere) si dissolve come neve al sole. Inutile indagare oltre.
E di fatti – per converso – l’argomento più potente e dissolvente nei confronti della questione teologica, si pone su un territorio radicalmente alternativo a quello filosofico tradizionale. Non si tratta, cioè, di mostrare o dimostrare l’esistenza di Dio (prova ontologica, Abelardo, Tommaso, Cartesio, Hume, Kant e compagnia bella) – ma di mostrare l’impossibilità del concetto stesso di Dio, la sua incompatibilità con la posizione umana. Ed in questo ha ragione Dostoevskij, quando nei Fratelli Karamazov, presentando la figura di Aleksej, sostiene che «il socialismo non è solo la questione operaia, o il cosiddetto quarto stato, ma è principalmente la questione dell’ateismo, la questione della forma che l’ateismo assume oggi, la questione della torre di Babele costruita senza Dio, non già per raggiungere il cielo dalla terra, ma per portare il cielo sulla terra».
Più avanti si parlerà, in più di un luogo del romanzo, della celeberrima questione della liceità in assenza di Dio o della credenza nell’immortalità (questa è anzi la prima formulazione: se l’uomo nega l’immortalità nega ogni legge morale, cioè tutto è permesso – ma è evidente come l’immortalità e Dio si implichino a vicenda, sia in un verso che nell’altro, anche se mi pare che funzioni solo la spiegazione secondo cui l’uomo inventa Dio proprio perché non accetta la propria mortalità, mentre se pure Dio esistesse non si capisce perché mai dovrebbe discenderne automaticamente l’immortalità umana. Per non parlare della sua moralità. Ma meglio, per ora, fermarsi qui, su queste quisquilie).

5. E comunque è il Marx letto da Luciano Parinetto a dissolvere ogni ombra di dubbio in proposito. Scrive infatti Parinetto nel saggio L’ateismo di Marx: una leggenda: «Uomo e natura sono dunque i termini (non reciprocamente disarticolabili ed isolatamente assolutizzabili, bensì connessi in inscindibile dialettica) oltre i quali il pensiero umano non può spingersi, sia che parli di una divinità in sé che di una natura in sè». È proprio quell’in-sé a costituire la frontiera non superabile (perché  contraddittoria, assurda, irrazionale) della ragione umana – “invalicabili presupposti di epochizzazione”, appunto.
Dimensione spinoziana dell’immanenza e concezione marxiana dell’autoproduzione (storicamente determinata) concorrono qui in un felice connubio: non esiste, come vorrebbe la religione, un “uomo” dato una volta per tutte (e soprattutto dato dall’esterno, da un trascendente che è potenza estranea e padrone assoluto), così come non vi è una “natura” (o un “essere”) contrapposta adialetticamente all’uomo. L’essere umano è colui che pone se stesso e la possibilità della propria storia, a partire da quel tutt’uno che egli fin da sempre (ontologicamente) è, in unità con la natura di cui è parte.
Tale “autoposizione” è la lettura corretta dell’ateismo marxiano, che a rigore è un non-ateismo, la «constatazione della non-ponibilità logica del problema di dio». Dio non si pone proprio, e dunque non può nemmeno essere negato: né teismo né ateismo – proprio in quanto è l’essere umano ad autoporre se stesso. Se poi, in questo porre, pone anche un sé traslato e fittizio (una proiezione à la Feuerbach), è bene che se lo chiarisca una volta per tutte, anche perché il risultato è un’ulteriore scissione (come se già non bastassero quelle che lo affliggono).
Insomma: essere umano è autotrascendimento, autoprogettazione, automovimento – autonomia in senso radicale. Il nòmos – ed il nome – non è dio (né Dio), ma produzione dialettica del corpo a corpo con la natura e con se stesso.
Dio – o dio, o gli dèi – possono tranquillamente essere espunti, cancellati, rasi al suolo, rimossi. Meglio ancora: non-posti ab origine. Non siamo figli loro, siamo figli di noi stessi – e del caso cosmico. Ci terrorizza questa evidenza razionale? Ci angoscia sapere di essere un segmento finito dell’essere, che si autoconclude in sé e che non rinvia a nulla al di fuori di sé? Ci mozza il respiro l’idea della morte e l’impossibilità logica ed ontologica dell’immortalità? Ci arrovella e devasta la questione del senso della vita?
Facciamocene una ragione – ma non deleghiamo a nessun padre-padrone (né madre consolatoria) quel che non può per sua natura essere demandato ed emendato.
Tutto qui – tutto è qui.

(p.s. Trovo fantastico, oltre che del tutto casuale, che questo post sia il numero 666… incredibile, nevvero?)

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40 Risposte to “Il mio ultimo corpo a corpo con Dio”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    A mio parere, non credere in Dio significa accettare di vivere nel mistero, quello che non vedo nel tuo articolo, ancora così disperatamente alla ricerca del famoso punto fermo che tuttavia non può esistere.
    Per questo, molti atei dichiarati mi sembrano in verità più fideisti dei musulmani più fondamentalisti, sempre di fondamentalismi si tratta, e non è che la fede sia solo in un Dio, la fede è l’atteggiamento mentale di chi non accetta la propria dimensione umana senza radici ferme a cui ancorarsi.
    Così, o la filosofia serve a darci questa maturità, oppure temo che non sia così dissimile da una religione, anche se con nome mutato.

  2. elio Says:

    > non deleghiamo a nessun padre-padrone (né madre consolatoria) quel che non può per sua natura essere demandato ed emendato

    Mi sembra plausibile che per alcuni questa delega possa rappresentare la “soluzione” più economica e soddisfacente, o l’unica accessibile. A me piace come tratta la faccenda William James ne “Le varie forme..”.

  3. md Says:

    @Vincenzo: “non credere in Dio significa accettare di vivere nel mistero”, c’è qualcosa che non mi torna. A parte il fatto che non è che io non creda in Dio, ma semmai ritenga del tutto fuorviante averlo posto (Dio è il figlio immaginario della non accettazione della propria mortalità e finitezza). Dal che non consegue necessariamente l’accettazione di vivere nel mistero.
    La filosofia, per sua definizione, non può essere una fede poiché tende a dissolverle tutte, compresa se stessa qualora fosse così intesa.
    Che non vuol dire che gli umani possano non credere in alcunché, anzi – direi che la dimensione della credenza è parte fondamentale della loro natura.

    @elio: interessante consiglio di lettura e spunto di discussione

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    E’ una questione nominalistica la tua? Se sostituiamo fede con credenza, tutto torna a posto?
    Non credo, la questione che ponevo riguarda l’ontologia, che a mio parere travalica la possibilità di conoscenza, richiede inevitabilmente un atto di fede e quindi l’ontologia non dovrebbe far parte della filosofia. Capisco che la tradizione vorrebbe al contrario che l’ontologia sia la vera filosofia, il suo “core”, ma oggi, dopo tutto ciò che è stato elaborato sul linguaggio e su suoi limiti, questo punto di vista mi pare sia stato messo profondamente in crisi.

  5. md Says:

    @Vincenzo: sai che su questo non ci siamo mai trovati d’accordo; così come sul fatto che le questioni filosofiche, nel momento in cui vanno in crisi, sarebbero superate da non si sa bene quali più moderne e risolutive teorie. La filosofia analitica avrà chiarito parecchie cose sul funzionamento del linguaggio, ma non ha nemmeno cominciato a scalfire la questione del senso dell’essere – che è del tutta interna al discorso filosofico.

  6. md Says:

    E del resto credo che i filosofi del linguaggio e i neopositivisti liquiderebbero come del tutto insensata e priva di costrutto la tua allusione al problema del “mistero”. Che cos’è “mistero” se non una parola piuttosto vacua e fumosa?

  7. Vincenzo Cucinotta Says:

    Ma difatti, io non mi riferisco a costoro che si sono fermati a mezza strada, mi riferisco come tante volte ho detto all’ultimo Wittgenstein, anche se giungo a conclusioni differenti da lui.
    Naturalmente, Wittgenstein non ci sarebbe potuto essere senza il circolo di Vienna e la scuola di Cambridge, e per questo il mio era un discorso complessivo sulla filosofia del linguaggio.
    Naturalmente, non ignorerai che i frutti del lavoro di Wittgenstein sono molteplici e senza creare una vera e propria scuola, i suoi stimoli e suggerimenti hanno trovato molti epigoni seppure non ufficiali.

  8. md Says:

    d’accordo, su Wittgenstein ci possiamo intendere… 🙂

  9. luca ormelli Says:

    Constato con soddisfazione che Mario ha salutato provvisoriamente il disimpegno estivo e che, di conseguenza, il numero dei commenti al suo post si è accresciuto.
    Per rispondere collateralmente a Vincenzo Cucinotta: Mario è un hegeliano impenitente per cui, come dice Bataille [ne “L’esperienza Interiore”] di Hegel, che toccò l’estremo e poi costruì il suo sistema per non impazzire e così si mutilò [“Il sistema è l’annullamento dell’abisso scorto da Hegel”], Mario, che non è Hegel come di certo provvederà a puntualizzare, è soggiogato a tal segno da Dio da doversi cimentare in un corpo-a-corpo con Lui come uno gnostico ebionita. Hegel stesso era uno gnostico sui generis. Non rammento più [forse Giametta] che Hegel era talmente ossessionato dalla natura che la cacciò dalla porta del suo sistema per vedersela tornare indietro – ah la circolarità! – dalla finestra sotto forma di colera….

  10. luca ormelli Says:

    Correggo: Non rammento più chi disse , [forse Giametta] ecc…

  11. md Says:

    @luca: per certi aspetti il filosofare è un continuo esercitarsi nei corpo ai corpo con i giganti su cui poggiamo. Di certo Hegel è un padre-padrone piuttosto autoritario ed ingombrante da cui è difficile liberarsi – occorrerebbe forse un colera spirituale per farlo.
    Ma l’immagine del “corpo a corpo” mi piaceva soprattutto per la sua icastica fisicità, specie nei confronti dell’umbratile abissalità dell’avversario…

  12. luca ormelli Says:

    @ md:

    «umbratile abissalità dell’avversario…». Con cui identifichi Dio a Satana – etimologicamente almeno? Una autentica trasvalutazione!

  13. md Says:

    In effetti, al di là dell’assoluta convinzione logica e personale che enti quali “dio” o “satana” siano solo produzioni della mente umana; o anche ammettendo la soluzione marxiana dell’autoposizione e del non-ateismo – non si può non considerare con un certo (dis)interesse antropologico le faccende religiose.
    Come del resto tutto ciò che appare – non ha forse la filosofia la pretesa di occuparsi di tutto? (ma forse era “il” tutto, che è altra cosa).
    D’altra parte gli umani arrancano nel trovare soluzione alla questione bene/male – cercando di trasferirla nei cieli o negli abissi, che in effetti sono del tutto speculari. Nulla dopotutto garantisce che il loro Dio perfetto ed onnipotente non sia un Dio assolutamente perfido e maligno – un vero e proprio principe delle tenebre che si fa beffe di quei barocchi creduloni…
    (e poi, come ho osservato con stupore divertito a fine post, wp mi segnala che si tratta proprio del fatidico numero 666…)

  14. rozmilla Says:

    Sono lieta di leggere che questo è il tuo ultimo corpo a corpo con Dio, md …
    E a quando le danze cheek to cheek?
    🙂

  15. md Says:

    @rozmilla: urka, sai che non so cosa sono le danze cheek to cheek?

  16. rozmilla Says:

    Guancia a guancia, md …
    (sperando che Dio si sia rasato per benino, claro)

    Qui la foto effettivamente è un po’ statica, ma le voci … vale (e spero che si apre)

  17. rozmilla Says:

    Ah, poi .. i numeri sono delle entità fantastiche. Bando alle superstizioni, se capovolgi il 666 diventa 999. La somma di 666 è 18, e quella di 999 è 27, ma sommati i risultati di nuovo danno entrambi 9. Se moltiplichi entrambi al quadrato e poi al cubo, di nuovo per entrambi il risultato finale è nove.
    Che dire … ci siamo: è la prova del nove.
    Ci ri-provo:

  18. rozmilla Says:

    E allora … come non approfittare del commento numero 18?
    (anche perché devo porre rimedio ai commenti qui sopra, che sennò Md. mi fulmina 🙂

    C’è che nella mia testolina, l’idea di Dio è legata stretta a quella di amore. E anche se tolgo Dio, l’idea di amore rimane, e non è pensabile la maggiore.

    Lo so che la parola amore è fin troppo abusata, ma anche la parola Dio non scherza. Ed è anche vero che se si vuole ci si può aggrappare di volta in volta a Dio, come ai baffoni di Nietzsche, ma tenere insieme l’universo forse può farlo solo l’amore – che a livello energetico potrebbe essere la tendenza ad armonizzare le cariche di energie opposte. Ma naturalmente questa è solo una mia opinione.

  19. xavier Says:

    Tutto qui, conclude il nostro benefattore,come se niente fosse, dico io! Certo forse sarà il caldo e quindi la stagione poco propizia al peso degli anni, ma questo “caso Dio” é bello tosto da digerire tutto così in una volta. Intanto il verbo adorare, il cui senso mi è sempre sfuggito, o al più mi é sempre parso ridicolmente esagerato, sia riferito a persone, che a supposte divinità o al gelato alla pesca. E poi, che Dio o dio sia amore, o terrore, o mistero (che mi pare anche la più divertente), o che “non” sia, o “sia” pura invenzione consolatoria o, alla fine, una questione che non si pone, beh detto in termini profondamente filosofici, chissenefrega? In quanto all’immagine dell’arcinoto dipinto, neanche lì mi ci ritrovo molto: i due languidi mollaccioni non mi ispirano alcuna alcuna emozione. Sarà che col passar del tempo non si può che peggiorare.

  20. md Says:

    Uno xavier molto in forma è tornato tra noi!
    Al momento tralascio il resto, ma concordo pienamente sull’ultima tua considerazione: quelle dita che si toccano sono troppo costruite per poter ispirare una qualche emozione.

  21. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Xavier
    Non so se ti sei ispirato al mio commento, ma, tanto per chairire, io non ho detto che Dio è un mistero, come tu mi fai dire, ho detto qualcosa di ben più radicale, che se tentiamo di addentrarci nell’ontologia, cioè indaghiamo sull’essere, ci ritroviamo in insanabili contraddizioni, e tutto ciò è dovuto ai limiti del linguaggio, unico strumento che abbiamo per filosofare.
    Mi parrebbe pertanto più saggio ammettere che il linguaggio è uno strumento artificiale, creato dall’uomo per l’uso quotidiano, e che quando prendiamo questo attrezzo e tentiamo di utilizzarlo per fini ben differenti, esso non può che generare problemi a volte insanabili.

  22. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Luca
    Sono tanto d’accordo con te che mi spingo fino a dire che proprio il sistema hegeliano è il più dogmatico che possa esserci, in quanto relativizza tutto il sapere, salvando, guarda caso, solo lo stesso suo sistema.

  23. md Says:

    @Vincenzo: veramente il linguaggio è un attrezzo multiplo, non mi risulta che ci sia solo un suo “uso quotidiano”, lo usiamo anche nei dì di festa;
    che Hegel sia sistematico non c’è dubbio, ma dogmatico proprio no. E questo non vale solo per l’ebbra e bacchica Fenomenologia dello Spirito (nella cui Vorrede si parla, tra l’altro, proprio del dogmatismo), ma anche per la Scienza della Logica. Che poi egli pensasse che il “suo” sistema fosse il migliore poco importa (tutti i filosofi tendono a pensarlo), certo si è trattato di uno dei più poderosi tentativi di narrare processualmente (e dialetticamente) la storia umana. Ma quello stesso sistema, proprio per il modo in cui Hegel lo intende, non può che essere, a sua volta, sottoposto a processualità e al “travaglio del negativo” – con buona pace del suo ispiratore, che infatti sostiene che il singolo (e dunque anche il filosofo) non è che conti poi molto nell’economia del mondo.

  24. xavier Says:

    Ma no, caro Vincenzo, molto più terra terra il mio riferimento era rivolto a quella sorta di universo fatto di “misteri della fede” che alla fine mi rinviavano più a un tipo come Zorro che a un supposto creatore di tutto e di tutti. Per quanto riguarda il linguaggio, ebbene trovo anch’io che si tratti di un attrezzo, come tanti, tantissimi altri di cui ci siamo…attrezzati. Ciò detto, finchè altro non si trova, questo é quel che abbiamo. Trovo comunque che la scrittura offra almeno il vantaggio di un minor rumore.

  25. luca ormelli Says:

    @ Vincenzo Cucinotta/md:

    sul linguaggio e la logica ha preso “corpo” una accesa discussione qui:

    http://invecediniente.wordpress.com/2012/07/12/dellinfondatezza/

  26. md Says:

    @luca: troppo lungo e troppo nero lo sfondo, magari ci torno dopo l’estate…

  27. luca ormelli Says:

    @ md:

    sul nero mi accodo Mario. Non agevola – volutamente? – l’avventurato lettore.

  28. md Says:

    @luca: se penso che il primo anno ho scritto il mio blog su fondo nero… era elegante, ma ben poco leggibile; ora poi, che all’alba dei 50 mi sta pure calando la vista…

  29. luca ormelli Says:

    @ md:

    anche io avevo optato qualche mese addietro per lo sfondo nero. Mi piaceva una proposta grafica che ribaltasse le consuetudini ma ho dovuto riconoscere che le critiche mossemi – scarsa leggibilità, difficoltà di lettura prolungata – erano più che fondate.
    Se mi è lecita una considerazione sul tuo calo di vista: una buona opportunità per circoscrivere le letture all’indispensabile – e qui ci sarebbe da ponderare a lungo… Dostoevskij, comunque la si voglia vedere, farebbe di certo parte del lotto.

  30. md Says:

    @luca: non ho inteso in che lotto hai collocato Dostoevskij, spero si tratti delle letture indispensabili – comunque, perché sia chiaro, per la mia formazione Dostoevskij è più importante di Hegel, e non c’è cellula del mio corpo e della mia psiche che non contenga qualcosa di suo.
    Sono alla quarta rilettura dei Fratelli Karamazov e qualcosa mi dice che non sarà l’ultima…

  31. luca ormelli Says:

    @ md:

    Dostoevskij è più che indispensabile. E’ esiziale. Ancorché io preferisca “I demoni” e “Delitto”. Certo mi domando perché si acquistino romanzi pretenziosi come quelli di Piperno senza magari aver mai letto una riga de “L’idiota”… ti dirò: talvolta mi domando perché si leggano romanzi punto. Ma, mi ripeto, Dostoevskij è fuori concorso.
    Capisco perfettamente che Dostoevskij ti sia più importante di Hegel. Come narratore Hegel lascia alquanto a desiderare. Meglio Schopenhauer direi..

  32. md Says:

    bene, per quanto concerne Fedor siamo intesi; mentre sui narratori filosofici, per quanto “Il mondo” mi abbia molto affascinato, continuo a preferire Hegel… anche se so bene che quel termine – “preferire” – lo farebbe molto incazzare.

  33. luca ormelli Says:

    @ md:

    perdona la mia cripticità involontaria. Scrivendo «narratore» non mi riferivo al narrare la «mondità» del mondo – all’«essere» filosofo diciamo – ma all’eleganza della lingua, alla «bellezza» della stessa. Converrai con me che tra Hegel e [o Heidegger che ritengo in questo più realista del re] e Schopenhauer il divario è incolmabile.

  34. md Says:

    @luca: eppure la Fenomenologia dello spirito ha un fascino unico; Il mondo è come un lago di montagna, limpido e profondo (la metafora è del suo autore), mentre la Fenomenologia è una cavalcata tra le rupi dello spirito, dura e faticosa fin che si vuole, ma ispiratissima proprio sul piano linguistico.
    La lettura di Heidegger, invece, mi nausea.

  35. luca ormelli Says:

    @ md:

    concordo con te sul fascino unico della PhG. Ma per la necessità di ripensare l’interità [la Ganzheit che menzioni nel tuo intervento pro Parinetto], piega la lingua, la sottopone a delle torsioni che nemmeno Arno Schmidt – per rimanere in ambito “narrativo” germanofono. Schopenhauer ha una chiarità – opportuno il tuo richiamo – , una politezza di parola da non sfigurare accanto ai migliori prosatori tedeschi ottocenteschi. Neppure Nietzsche. Leggere Heidegger come espressione della nausea avrebbe inorgoglito Sartre! Ti confesso invece che io fatico a leggere Deleuze, particolarmente quando in coppia con Guattari…

  36. Vincenzo cucinotta Says:

    @md
    Quotidiano non significa feriale (anche festivo, senza dubbio…) 😀

  37. elio_c Says:

    > ma tenere insieme l’universo forse può farlo solo l’amore – che a livello energetico potrebbe essere la tendenza ad armonizzare le cariche di energie opposte

    queste “energie opposte” mi ricordano la ritmica armonia fra mandibola e mascella, in fondo amore è desiderio di assimilazione dell’Altro 🙂

  38. RobySan Says:

    “…La lettura di Heidegger, invece, mi nausea.”

    La lettura di Heidegger, a voce alta, è un fantastico esercizio respiratorio.

  39. md Says:

    @RobySan: in tedesco o tradotto?

  40. RobySan Says:

    Tradotto. In bresciano secentesco. O anche in brindisino moderno.

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