Sazio di giorni

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
Mentre è proprio quel risuonare dello spirito, dell’anima di qualcuno (e, di nuovo, ribadisco che poco m’importa definire quale oggetto queste parole indichino: la loro riduzione neuroscientifica a parti di cervello o a reazioni chimiche, mentre individua una base materiale, nulla o poco ha da dire sul grattacielo che su quella base si viene ergendo nel corso di una biografia) – dicevo, è proprio quella infravoce che sentiamo risuonare nella nostra testa ad essere l’elemento peculiare dell’assenza/presenza dell’altro o altra non più tra noi. Io posso sentire ancora la sua voce, il suo modo tranchant o ironico o sarcastico o comprensivo o affettuoso o severo di esporre un’idea, darmi un consiglio, esternare un giudizio sul mondo.

(che tra l’altro è una straordinaria modalità dell’amore, come quando si desidera condividere idee, interessi, sentimenti – si rimugina tra sé e si pensa all’altro/a assente, e se ne presentifica il fantasma proprio in funzione di questa condivisione, e non si vede l’ora di vederlo/a per mettere in atto questo desiderio – anche se si potrebbe pensare che il momento puro e magico dell’amore rimane quello sorgivo, in assenza dell’altra persona…)

La fibra del suo essere spirituale si è una volta per tutte intrecciata alla mia. Io sono anche il risultato di quell’intreccio di fibre. Io sono un figlio di morti che dialoga con loro. La vita si intreccia fittamente alla morte – l’una è un lato imprescindibile dell’altra. Ovvietà, certo, ma credo sia l’unico modo di gestire e di sopportare quel fenomeno cui siamo da sempre destinati, una volta comparsi sulla scena.
Oltretutto, il Socrate morituro rappresentato da Platone nel Fedone, allude abbastanza chiaramente al significato di anima, indicandolo in qualcosa che non è mai riducibile al corpo, e che però non è nemmeno dislocato in un al-di-là. A Critone, che gli chiede le modalità del suo seppellimento, risponde col sorriso sulle labbra: “Non riesco, o amici, a persuadere Critone che io sono Socrate, questo qui che ora sta ragionando con voi e ordina una per una tutte le cose che dice” [115c] – l’anima di Socrate sta tutta in quel dialogare fitto, qui e ora, che sarà sempre un qui e ora, e che potrà eternamente risuonare nelle anime dei suoi amici.

Ma visto che ho esordito con la raccolta su Parinetto, ne approfitto per aprire una riflessione intorno ad un’espressione da lui utilizzata in un breve saggio degli anni ’70 che mi ha molto colpito: in Morte e utopia egli parla più volte di “sazietà di giorni”. Parinetto critica radicalmente la concezione mortifera e necrofila del Capitale e, insieme, la produzione di vite alienate il cui unico (ed insensato scopo) è quello di riprodurre indefinitamente il meccanismo dell’accumulazione; insiste poi su un punto di fondamentale importanza, tanto più oggi in piena “bioepoca”: la pulsione all’immortalità, che contraddistingue tanto la religione quanto il capitale, si fonda sulla egoistica voluptas a perpetuare se stessi, in qualità di monadi irrelate (anime) o di alienati lavoratori-accumulatori-consumatori, la cui morte viene interpretata come “insensata interruzione di accumulazione”.
Nella società capitalistica non può allora esistere “morte naturale”. Solo nella prospettiva di una società disalienata, in cui si faccia avanti un modello umano davvero onnilaterale, la morte potrà essere “rinaturalizzata”: una morte dislocata nel futuro disalienato è una morte altra, non più scissa dalla vita, non più violenta, non più insensata. Una morte qualitativamente diversa, che, al limite, può presentarsi come autosuperamento e non-morte, poiché “a questo punto, l’uomo attuato [l’uomo della Ganzheit, dell’interezza non più scissa, della pienezza e della riappropriazione di sé], sazio di giorni, nietzschianamente «maturo», potrebbe anche scegliere autonomamente di morire”.
L’espressione “sazietà di giorni” rivela un carattere innanzitutto qualitativo – ché, altrimenti, si dovrebbero usare gli anni come misura: sono sazio qui e ora, per il modo in cui vivo, non per la quantità di tempo o di cose che ho a disposizione. Si dovrebbe cioè trattare di un’esistenza piena e soddisfatta (più che soddisfacente), degna di essere vissuta senza riserva alcuna – qualcosa che si avvicina pericolosamente alla qualificazione di “vita felice”. Un ferrovecchio della filosofia antica che pare oggi, in piena epoca cinica, piuttosto inservibile. E che di fatti viene collocata da Parinetto in zona utopica.
La domanda che ora sorge – visto che la nostra è l’epoca dell’uccisione impietosa di ogni utopia (e futuro e speranza e affini) – è la seguente: è mai possibile concepire e persino praticare un’esistenza che si voglia sazia di giorni, senza dover attendere l’avvento della società utopica, il mondo nuovo, il sol dell’avvenire, l’uomo-donna nuovi, e tutte quelle belle figure che tanto hanno fatto battere il cuore a tante moltitudini negli ultimi due secoli? È cioè concepibile una tale esistenza individuale senza un radicale mutamento del contesto comunitario nella quale si va dispiegando?
Che cosa direbbe l’amico Luciano a tal proposito?
E torniamo così alla questione iniziale posta da Nicoletta, o se si vuole al destino dell’anima di Socrate: se è vero, come nel De Anima sostiene Aristotele, che “l’anima è in qualche maniera tutte le cose”, non possiamo che concepirla (e concepire la nostra identità) come con-fusione con gli enti, gli amici, i viventi e, appunto, tutte le cose. Vista così, semplicemente, la morte non esiste.
Non vi ho convinti, vero?

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6 Risposte to “Sazio di giorni”

  1. filosofiazzero Says:

    …grandissima espressione biblica!!! Morire sazii di avere fatto, pensato, vissuto, (davvero?) (autenticamente?) (che vuol dire?)insomma. Ma non è così in fondo che è (o dovrebbe essere?)per tutti, in ogni caso, che ci siamo ritrovati a errare su questo pianetucolo? O che si dovrebbe fare sennò? Vivere da antiberlusconiani? da uomini giusti? operosi? sinceri? onesti? e poi uno potrebbe ( a ragione?) sentirsi sazio?

  2. md Says:

    è vero, ho omesso di dire che l’espressione si trova in Genesi, 25, 8, dove si parla della morte di Abramo: “Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati”.

  3. archer Says:

    e invece si!

  4. PAB Says:

    D: “è mai possibile concepire e persino praticare un’esistenza che si voglia sazia di giorni, senza dover attendere l’avvento della società utopica, il mondo nuovo, il sol dell’avvenire, l’uomo-donna nuovi, e tutte quelle belle figure che tanto hanno fatto battere il cuore a tante moltitudini negli ultimi due secoli? È cioè concepibile una tale esistenza individuale senza un radicale mutamento del contesto comunitario nella quale si va dispiegando?”

    R: Si, penso sia possibile. Basta “dire si alla vita persino nei suoi problemi più oscuri e più gravi, la volontà di vivere che, nel sacrificio dei sui tipi più elevati, si allieta della propria inesauribilità – […]”.
    Resto convinto che, come diceva Bob (non Dylan, per carità), “Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror”

  5. xavier Says:

    Col tempo, inesorabile invenzione che ci prende le misure fin dal primo giorno, la moltitudine dei propri contemporanei si assottiglia, e inizia la conta di chi non c’é più. Non sono pochi ormai i volti e le voci che, anche volendolo, non potrò più vedere nè ascoltare, alcuni senz’altro più profondamente vicini al mio percorso, altri forse meno prossimi, ma a ben pensarci, non meno importanti o secondari. A tutti devo qualcosa, e li ho ben presenti tutti, e li penso spesso, ma nessuno “mi manca”: ciascuno di loro ha avuto un posto, ha dato un senso, ha formato una parte di me accompagnandomi per un tratto, a volte lungo anni, in altri casi assai più breve, ma non meno intenso, della mia esistenza, al termine del quale tutto in un modo o nell’altro si é poi compiuto . Immaginare il loro pensiero rivolto al presente, mi suona però come un anacronismo privo di interesse: essi sono lì, fissati a quei momenti, a quelle esperienze, a quel tempo condiviso da cui tutto ha preso forma e sostanza. Il resto é di quanti li hanno ugualmente amati e apprezzati, e se li portano con sé nel pensare e nel fare. Però hai ragione m.d., ciò che vorrei, a volte, sarebbe di trovarmeli accanto, guardare il loro sguardo, ascoltare la loro voce, rivedere con i miei occhi i loro gesti, il loro modo di incedere, il loro proprio colore: degli occhi, dei capelli, del loro vestire. Allora sì, allora in questo senso qualche volta mi mancano, e non poco. In quanto alla tua domanda, che assomiglia, scusa la mia goffaggine irriverente, al vecchio quesito dell’uovo e della gallina, direi che le due cose vanno di pari passo: cambiare la società senza cambiare gli uomini é di per sé un paradosso, come del resto pensare che una volta trasformati in meglio gli esseri umani, le società restino comunque le stesse. Darsi da fare su entrambi i fronti, che poi alla fine sono uno solo, é forse l’unico vero compito che spetta al genere umano. Hai detto niente!

  6. F. Says:

    Splendido, quasi come sempre.
    L’unico appunto è: parli di monadi separate e chiuse nel loro universo, poi di comunità e anima panica. Se ci si ritrova a vivere allora nel contesto attuale, nei giorni della civiltà alienata, il mio dubbio si avvicina al tuo, ma in una forma diversa. O meglio, posso darti una personale risposta, ossia che sì, la morte dell’uomo sazio sarà comunque vita, in un altro laterale modo; ma in quanto uomo nella comunità, lo stesso non dovrebbe completarsi – saziarsi – tentando di far comprendere, nel migliore modo a lui possibile, alla comunità tutto ciò che la comunità è in grado qui e ora di comprendere? Specifico quel ‘nel miglior modo a lui possibile’, assumendo limiti umani per ciascuno, che se no si finirebbe nella pretesa dell’uomo di spiegare l’inspiegabile fino ad una fine che non c’è; per cui l’uomo per saziarsi dovrebbe vivere – dare e ricevere, interferire nel verso giusto – per sempre.

    Non credo di essermi spiegato, ma è un dubbio che mi tortura.
    Se sia possibile saziarsi di giorni rimanendo chiusi nella propria monade – ed è una relativissima chiusura -; o se sia invece necessario spiegarsi e agire – e subire – sul mondo, nel limite delle proprie possibilità, fino al morire naturalmente, senza così saziarsi qui ed ora, ma nell’eternità di un anima che agirà sul cammino altrui anche da morta dopo aver ‘dato il massimo’.

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